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 Ninfee in un piccolo laghetto... di stefano
Gli uomini non si accontentano di vivere, essi si raccontano la vita, s'inventano storie, mettono in scena il mondo.

Alexandre Kojeve
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di stefano del 25/09/2008 @ 00:03:04, in viaggi, letto 3439 volte
19 settembre
(prima puntata)

La strada per Trieste è lunga. Certo, sarebbe più breve se esistessero dei mezzi di trasporto capaci di attraversare il mare piuttosto che passare via macchina da Bologna, Padova e Venezia. Ma tant'è, in attesa di un futuro radioso e sensato, il viaggio sarà per me l'occasione di completare il mio tour delle città lagunari.
Da Padova a Chioggia la strada regala il consueto florilegio di capannoni e orribilia tipico delle statali. Attraversiamo Piove di Sacco (il nome non è bene augurante, soprattutto considerando che già Chioggia fa rima con pioggia) - che mostra, sulla facciata di un edificio, una targa commemorativa dedicata al passaggio del re Vittorio Emanuele capitato qui per sbaglio - e successivamente Arzergrande, famoso per essere l'anagramma mancato di Grendizer - Atlas Ufo Robot.




Chioggia ci accoglie con la bella porta di Santa Maria, massiccia e con il leone di Venezia a far da guardia. Tutto il centro si sviluppa lungo la via principale, quasi una lunga, lunghissima piazza che arriva sino al molo, mentre di fianco scorre il Canal Vena, il canale principale attraversato da una lunga teoria di ponti, l'ultimo dei quali è il ponte Vigo. Una Venezia in miniatura, insomma, con le barche affastellate alla rinfusa una dopo l'altra, tutte con colori sgargianti e forme diverse. Lungo il canale si affaccia la massiccia cattedrale.
Bella quanto la città è la strada che porta a Venezia. La Romea qui dà il meglio di sé - camion esclusi - su una sottile striscia di terra circondati dal mare e dalle valli che si perdono a scacchiera sino all'orizzonte.



Arriviamo ad Aquileia stanchi morti. Lo snodo di Mestre e Venezia, incastrati in un traffico di cui non si vedeva né l'inizio né la fine, è sfiancante. Ci stendiamo sotto un bel sole su un parco verde e profumato in mezzo a cocci di mosaici, perimetri di case e strade romane. La chiesa è un gioiello. Dentro la grande navata centrale si stende un unico, immenso e incredibile pavimento a mosaico. L'immensa cripta si articola sotto il grande piazzale e circonda la base del campanile - visibile. Con tutti questi mosaici mi sento bizantino e mi tornano alla memoria le immagini delle chiese di Ravenna, Sant'Apollinare e l'Abbazia di Pomposa. Una lunga camminata gira attorno alla basilica, dietro ad un piccolo cimitero Romantik, lungo le rovine della banchina fluviale romana, e infine davanti al foro Romano. Saluto col groppo in gola Aquileia, città più antica che moderna, con più memorie che palazzi nuovi.





La giornata si conclude a Trieste, con la bora che ci accoglie e una cena in un ristorante di pesce fresco dalle belle premesse ma dalla cameriera austro-ungarica poco incline agli scherzi e ad attendere troppo tra un'ordinazione e l'altra. E alla fine Raus! Fuori, il ristorante chiude. Uscite prego!
Ci ritroviamo in piazza unità d'Italia in mezzo ad un vento gelido che soffia dal mare. E così scopro sulla mia pelle che la bora non c'è solo d'inverno...

 
di stefano del 30/08/2008 @ 13:50:52, in viaggi, letto 1269 volte
Ho un debole per Ravenna e Ferrara, due città a metà tra la terra e il mare. Due città fuori dagli assi viari principali perché edificate su vie d'acqua, fiumi, lagune.
Qualcuno le chiama città morte, ma devo dire che a me piace l'idea di trovarmi nel centro di una piazza, tra le mura di vecchie basiliche e un palazzo dalle persiane chiuse, in silenzio. Con pochi passanti, niente macchine e l'aria dolce del pomeriggio. Dietro al battistero degli Ariani o davanti a Sant'Apollinare nuovo non si muove una foglia, solo un po' di insetti al lavoro.
Di vero che c'è che a Ravenna la sera si trova più gente che di giorno. L'idea di aprire i principali musei e scavi archeologici è un bell'incentivo per visitare la antica capitale dell'esarcato e le bellissime testimonianze storiche.
Così ci siamo presi una serata per visitare la Domus dei tappeti di pietra. A due passi dalla basilica di San Vitale, la piccola chiesetta di Sant'Eufemia - anonima e anche poco illuminata, anzi, proprio al buio - è l'ingresso di una abitazione signorile del V-VI secolo. Come suggerisce il nome, tutta la pavimentazione a mosaico è conservata in modo incredibile. Le decorazioni, i motivi geometrici, i fregi e le scene raffigurate lasciano senza parole. E senza parole sono probabilmente rimasti gli addetti allo scavo per la costruzione del parcheggio sotterraneo sotto il quale hanno trovato i mosaici. Anzi, forse qualche parola sulla bocca l'avevano, ma questa non è la sede più adatta a riportarle.
C'è un particolare molto interessante nella Domus, che si ritrova anche nella domus del chirurgo di Rimini. Il proprietario, probabilmente un membro importante della società, ad un certo punto ha deciso di ingrandire la sua abitazione passando sopra e inglobando una strada pubblica e dividendo in due un quartiere. Nel tardo antico, infatti, la presenza dello stato si era un po' allentata, e chi si poteva permettere di abusare, spesso lo faceva. Questo mi ricorda altri tempi, più vicini...

La visita a Ravenna è stata anche l'occasione di visitare la Ca de Ven, un'osteria storica nel cuore di Ravenna. Aspettate prima di cliccare sul link! Sì, perché è necessario premettere che la Ca de Ven ha probabilmente uno dei più brutti siti internet dai tempi del web. Brutto da vedere, brutto da navigare e con un indirizzo difficile da ricordare. Il luogo, invece, è l'esatto contrario. Facile da trovare, nel centro di Ravenna, bello da vedere e ottimo per una serata.
L'ingresso è in un palazzo storico di Ravenna. Un grosso portale di legno conduce in un ambiente caldo con gli alti soffitti a volta. Grossi tavoloni in legno riempiono gli ambienti e le nicchie del salone. Ci presentiamo e ci accompagnano nella sala ristorante ricavata dal cortile interno tra due palazzi coperto con una cupola di vetro.
Il locale è davvero bello.
Ora passiamo al menù. Piatti semplici, da osteria, qualche primo, secondi soprattutto di carne (filetto, nodino, etc.) e vini del passatore. Il piatto del giorno sono delle farfalle al ragù d'anatra. Storco un po' il naso, il piatto non sembra nulla di che, ma decido di provarlo.
Mi sbaglio: il piatto è davvero degno di nota. Le farfalle sono fatte a mano, il "ragù d'anatra" in realtà è un trito grossolano di carote e zucchine con petto d'anatra affumicato.
Anche gli altri piatti - i cappelletti con mascarpone e pinoli o la nocetta di tacchino, con ripieno di carne di maiale - sono sempre buoni e ben equilibrati. Anche nelle ricette più semplici si percepiscono i singoli sapori e le particolarità, come nella piadina con olio d'oliva di Brisighella. Da provare anche il budino di squacquerone con prosciutto croccante e mosto d'uva cotto. Prezzi onesti: una cena per due, con due calici di vino, 53 euro.

Sarebbe stato molto bello aiutare l'ambiente, seguire i consigli degli esperti, evitare il traffico e visitare Ravenna col treno. D'altronde da Rimini sono una 50 di chilometri con una linea diretta. Ma purtroppo non ci sono treni serali oltre le 21 e 20. Perché?, mi dico, perché?
 
di stefano del 23/08/2008 @ 17:51:00, in viaggi, letto 1293 volte
Vivere e passare l'estate in una località di vacanza ha i suoi indubbi vantaggi. Oltre alle spiagge sempre disponibili, le sere si può cercare un po' di frescura sulle prime alture e sui borghi di collina. Erano anni che non venivo più a Longiano, a metà strada tra Cesena e Sogliano.
Piccolo e raccolto, Longiano negli anni si è saputo ritagliare una discreta notorietà per il piccolo teatro che ha accolto le prime degli spettacoli comici più importanti.
La zona è per me molto interessante anche dal punto di vista gastronomico. Nei dintorni di Longiano albergano due ristoranti che ho molto amato - e che amo ancora, nonostante ultimamente li abbia poco frequentati - il primo è il Frantoio - Locanda della Luna dei Turchi, proprio ai piedi del paese, un luogo piacevole e rilassato in cui si possono gustare ottimi antipasti, buoni primi e secondi molto validi (soprattutto il pollo). Il secondo è l'incredibile Osteria dei Frati di Roncofreddo - borgo a una manciata di chilometri da Longiano. Il ristorante di Brancaleoni è davvero un luogo da segnare e visitare più e più volte, soprattutto d'autunno, quando la fanno da padrone le zuppe con i crostini, i maltagliati e i fagioli neri del Rubicone, e l'immancabile carrello dei formaggi che, oltre al fossa prodotto dallo stesso Brancaleoni, ospita le eccellenze casearie italiane e d'oltralpe.

Chiusa la parentesi dei ricordi. Ieri mi sono trovato a Longiano, per una passeggiata serale. Alle dieci e mezza il corso era ancora affollato, i bar e i tavolini pieni di gente che degustava gelati, birre e granite. Fuori da un ristorante, a ridosso dei tavolini, una ragazza sedeva dietro ad una grande arpa.
Ci prepariamo ad accomodarci sul marciapiede opposto e a goderci un inaspettato concerto, quando sbuca fuori una bambina, si posiziona al microfono e comincia, insieme all'accompagnamento dell'arpista a cantare: "Tu ci hai dato i cieli da guardar, tu ci hai dato la bocca per parlar, tu ci hai dato qualcos'altro per far l'azione corrispondente (libera interpretazione ndr) e tanta gioia dentro al cuor! e tanta gioia dentro al cuor!".
Il mio entusiasmo crolla. Ho un attimo di mancamento. Per un secondo cerco di immedesimarmi nei poveri avventori seduti ai tavoli costretti a gustare la pizza circondati da un canto di chiesa!

Ci guardiamo sbigottiti, poi ci giriamo sui nostri passi e ci allontaniamo. Una birra rossa, fredda, ci rinfranca. Cerchiamo di riprendere fiato. Io mi assento per il bagno. Siamo seduti ad un chiosco, che non dispone di una toilette, ma per fortuna qui, a pochi passi, ce n'è una pubblica. Scendo le scalette e arrivo. Entro.
E' un bagno per disabili che ha, per facilitare la vita a chi ha già abbastanza problemi, una porta scorrevole. Il problema è che la porta è in metallo, pesantissima, probabilmente ghisa, e scorre con estrema difficoltà sulla guida. Per riuscire a chiuderla devo puntare i piedi e arcuare la schiena e spingere. Per visualizzare la scena, provate a ricordare il film Conan il barbaro nel momento in cui il giovane Schwarzenegger, catturato, deve spingere con tutte le sue forze il braccio di un possente meccanismo - che, detto per inciso, non si capisce bene cosa faccia.
Ecco, la situazione è quella.
Comunque chiudo. Faccio le mie cose. Tre ernie per riaprire e sono fuori. Mi lavo le mani e le posiziono sotto l'asciugatore ad aria calda, da dove esce il flebile soffio di un asmatico. Con le mani gocciolanti torno alla mia birra.

Quando abbiamo finito le nostre consumazioni ci viene la tentazione di provare a riascoltare la giovane arpista, nella speranza di poter godere di buona musica.
Bingo! Quando arriviamo sta eseguendo una bella suonata, con una discreta perizia. Ci sediamo sul marciapiede ed ascoltiamo qualche pezzo rilassandoci e godendoci questo sapore di vacanza che qui, l'estate, è davvero a portata di mano.
Poi, l'incubo ritorna! Avvisto la bambina. La musicista la chiama a sé. Prende il microfono e... lo sposta!
Sì! per fortuna il suo ruolo, ora, è solo quello di girare le pagine dello spartito per il prossimo pezzo. E lo fa! con la stessa abilità con cui un consumato croupier mischia le carte di un casinò. L'arpista la incenerisce con sguardi che trasmettono mute bestemmie. Ma alla fine il pezzo riesce bene.
In conclusione di serata la bambina riprende il microfono e si prepara a cantare. L'arpista si prende un momento per avvisare il pubblico che sua figlia canterà un altro pezzo. Sempre di chiesa - ma meno brutto. Ecco chi è la bimba. La figlia! Chi altro poteva infilarsi così impunemente in un concertino così carino? Capisco che la madre deve nutrire per lei quel sentimento, condiviso tra tutti i genitori - me compreso - che è un misto di profondo amore e desiderio di strozzare. Un equilibrio molto precario.
Finita la performance ci alziamo e torniamo a casa... con tanta gioia nel nostro cuor!
 
di stefano del 14/07/2008 @ 23:51:00, in viaggi, letto 1538 volte


Se Dante potesse frequentare una stazione ferroviaria italiana in estate, ne trarrebbe sicuramente una nuova fonte di ispirazione per rivedere alcuni canti dell'inferno e nuove idee per le pene dei dannati.

C'è il contrappasso per i distratti, costretti a capire da quale binario parta il proprio treno, con cambi non annunciati all'ultimo minuto e treni con diversa destinazione, ma stessa direzione, che partono dallo stesso binario a 5 minuti di distanza (da aggiungere che entrambi i treni sono in ritardo - difficile, quindi, capire quale dei due stia arrivando - e ovviamente con la complicazione che uno ferma nella stazione desiderata e l'altro no!)

C'è il doppio contrappasso per i pigri, costretti, se già in vettura, a correre da un vagone all'altro nel tentativo di trovare una porta che si apra e poter finalmente scendere. Oppure, in caso si tenti di salire, costretti a zigzagare tra vecchi che scendono in slow-motion con bauli grandi come casse da morto e pieni di mercurio liquido lasciati incolti in mezzo alla pensilina come ostacoli olimpici.

C'è, infine, il contrappasso per gli iracondi, costretti a mantenere la calma quando, alla ricerca del posto prenotato nella carrozza 9 del treno per Crotone (fermata Giulianova), trovano la carrozza 9, una seconda carrozza 9, e un'altra carrozza con l'indicazione Munchen-Milano carrozza 9 (carrozza che, probabilmente, si stacca alla stazione di Ancona e prosegue autonoma attraverso binari sotterranei).


Alla fine di due giorni di viaggio, mi sono sentito col rischio di ripetere tutto per l'eternità, proprio come all'inferno. Sono andato infatti a Giulianova da Rimini, per la conferenza di presentazione di castelbasso 2008. Da lì, per problemi organizzativi, sono stato accompagnato insieme agli altri giornalisti a Roma. Da Roma ho preso un treno per Bologna. A Bologna ho preso un treno per Pescara, ma per fortuna sono sceso a Rimini. Per un attimo ho avuto l'incubo di tornare a Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini...
 
di stefano del 07/07/2008 @ 00:45:00, in viaggi, letto 1016 volte
 

 



Quest'anno, per me, l'annoso problema che contrapporne partner, amici, amanti, famiglie, nazioni e imperi, trova un'assoluta, chiara e irrevocabile risposta in Carpegna!
Bellissima montagna fresca e piacevolissima a meno di un'ora di macchina da Rimini.

Sì, lo so, è lì da parecchio tempo, ma io ho cominciato ad amarla tardi, ma ora non la lascio più!
 
di stefano del 08/06/2008 @ 23:38:00, in viaggi, letto 1279 volte
   

Non sono un amante dell'auto. mi piace partire per un viaggio e apprezzo la libertà delle quattro ruote per gironzolare qua e là nei lunghi tragitti, ma altrimenti preferisco altri mezzi di locomozione.

da quando mi sono affacciato al mondo del lavoro, ho sempre cercato di strutturare i miei impegni e i miei spostamenti utilizzando al minimo l'automobile. da un paio d'anni, però, da quando ho aperto una piccola agenzia di comunicazione a Sassocorvaro, Montefeltro, pochi chilometri da Urbino, le volte che mi reco in ufficio sono costretto a farlo in macchina per impossibilità di farlo con altri mezzi e per la notevole distanza da rimini (siamo attorno ai 50 km)

beh, devo dire che in due anni di avanti e indietro, e di chilometri e chilometri macinati, non mi sono ancora stancato della strada che percorro. pochi chilometri per uscire da rimini e dal caos cittadino e mi ritrovo su tranquille e poco battute strade di campagna in cui le stagioni si rendono manifeste e i profumi entrano violentemente nell'abitacolo, anche a finestrini chiusi!

c'è chi è costretto a guidare da milano all'hinterland o dal centro di roma alla periferia o da un luogo all'altro su brutte statali invase di capannoni e bruttezze offensive. ecco! in questo mi ritengo davvero fortunato. una strada bella, un po' di musica di sottofondo e la goduria di un paesaggio sempre vario e bello, profumato e così poco umanizzato, fatto di calanchi rugosi, declivi morbidi e quasi paffuti, qualche casa isolata, vento e cime che si alzano appena dietro la curva.

Ah! dimenticavo. queste foto sono della Val di Teva, la strada che collega Mercatino Conca a Mercatale di Sassocorvaro, scorciatoia che permette di tagliare molti chilometri evitando le belle Montecerignone e Macerata Feltria.
 
di stefano del 04/05/2008 @ 23:21:00, in viaggi, letto 2078 volte


Qualche foto e poche parole. Il ricordo di un bel viaggio a Brescia e sul lago di Iseo. La città è molto elegante, signorile. Entriamo nel centro sotto una statua torva, che ricorda quasi un nazgul! Certo, l'auspicio non è dei migliori, ma in realtà a parte burlesche indicazioni per un parcheggio, che sembravano una partita ad Scotland Yard, la permanenza in città non ha avuto nulla di cui lagnarsi.




A partire dal tempo, sereno e ventilato, fino alla scoperta della città, sia della parte più moderna, ottocentesca, sia per le vie più antiche, in cui abbiamo girovagato alla ricerca di un ristorante. E' stata una famelica caccia verso un posto in cui sedersi e mangiare. Senza guide, consigli o indicazioni, nella speranza di voltare un angolo e dire - toh! ho trovato un'osteria, e sembra buona!
E così è successo, per una volta. All'Osteria della Zia Gabri abbiamo mangiato bene. Buoni i primi, maltagliati allo stracotto, sopra tutti, e deliziosi i secondi, tra cui spiccavano l'agnello arrosto e il fegato alla veneziana.




Non so se quello che sto per esporre sia un luogo comune, ma i bresciani sono un po' musoni. Ti guardano così, quando entri in un locale, come se dessi un po' fastidio. Più amichevoli e gioviali quando esci... Pochi sorrisi, insomma, non proprio da burberi montanari amanti della solitudine, o con la puzzetta sotto il naso per turistelli sprovveduti, ma neanche caldi e accoglienti
Unica nota di biasimo la mostra America, meta del nostro viaggio. Non tanto la mostra in sé, interessante, soprattutto la prima parte e meno la seconda, ma per l'impossibilità di portarsi dietro il passeggino per il pupo, abbarbicato in braccio per due ore come un lemure del Madagascar. Insomma, se volete le famiglie ai musei e alla ricerca dell'arte, venite un po' incontro, per quanto passeggini e marmocchi possano essere anche ingombranti.
Della mostra notevole i paesaggisti delle prime sale e le esperienze di viaggio italiane, con città semideserte abitate solo da solitarie rovine romane e pastori vestiti come Titiro e arcadi anche a fine '800: così pittoresco!

 


Il turismo del lago d'Iseo la sera ricorda la Rimini degli anni '80, con i localetti proprio a pochi passi dal lago, discoteche tamarre, gente vestita in modo alquanto discutibile e gonzi di periferia da film di Jerry Calà. Molto più bella la domenica mattina, con un po' di nuvole basse e di grigiore diffuso che dopo poche ore si apre in una calda giornata assolata. Gli incontri scontri con musoni non mancano. Come l'ilare barcarolo che non si degna neppure di dirci se è quella la barca che dobbiamo prendere per raggiungere Montisola oppure no, o le scarse notizie dei locali riguardo a luoghi mangerecci.

 

Nonostante tutto finiamo in un ristorante da comunioni e cresime, in cui siamo gli unici avventori a prendere il misto pesce di lago, mentre imperversa il fritto di mare. O esiste un canale sotterraneo che collega Iseo con l'Adriatico, o mi sfugge qualcosa. I primi sono un po' troppo pasticciati, ma il pesce dell'antipasto è molto interessante, soprattutto la tinca e il missultin.
 
di stefano del 01/04/2008 @ 23:05:00, in viaggi, letto 1331 volte



Nereto – E' la straziante storia di un cancello e due fratelli litigiosi che mi porta, al seguito di Paola, in questo piccolo paesino tra i Monti della Laga e i Monti Sibillini, tra Marche e Abruzzo, tra l'ex stato della chiesa e i regnini, come chiamano dalla parte nord del confine tutti gli appartenenti al Regno delle due Sicilie.

     


Ah! l'Italia! Siamo ancora qui a rinfacciarci le antiche appartenenze preunitarie! Ma com'è l'Italia in questo paesino del sud già schiacciato da un sole cocente in una mattina di primo aprile? E' con il mercato nella via principale e tutta la gente riversata lungo il corso, che quasi ci si chiede cos'abbiano costruito a fare il resto del paese, vuoto, silenzioso, abitato solo da qualche gatto. E' in un banco di musicassette (proprio così, musicassette!!), che manda in continuazione una stridente musica da festa paesana accompagnata da una fisarmonica piuttosto urtante, mentre sopra campeggia un poster evidentemente tarocco dei Tokyo Hotel. E' in una vecchina che parla un linguaggio per me non più comprensibile del cinese, dell'arabo e dell'ucraino che sento provenire dalle altre bancarelle del mercato. Chiediamo un'indicazione per un tribunale in un negozio. La ragazza esce urlando “Professo', professo'!” mentre passano due carabinieri in divisa. In giro caricature dei politici sui cartoni delle pizze, manifesti mortuari piccoli e colorati, sopra il quale un signore di 70 e rotti anni ha voluto una foto da giovane bersagliere. Sì, lo so, sembra una poesia di Corazzini o Govoni, con quel gusto patetico per le cose quotidiane.


La strada verso Ascoli Piceno ricorda i vecchi giochi per computer anni '80, col paesaggio che cambia continuamente: prima è un'esplosione di fiori gialli lungo la strada, poi siamo immersi in un'intricata foresta con le vette innevate sullo sfondo e poi in un'escheriana rampa a livelli per una superstrada elicoidale e post-futuristica progettata per testare l'impatto sulla mente umana di angoli impossibili e curve di geometria non euclidea.

Alla luce di una giornata limpida, il travertino di cui è fatto tutto il centro di Ascoli assume una tonalità rosa-cartolina. La città sostiene la sua fama di capitale delle torri (chissà cosa ne pensano Cremona e Bologna, dato che questo è un titolo piuttosto conteso), oltre 200 nel medioevo, poco più
di 50 oggi. Secondo le fonti 94 le fece abbattere Federico II. Pensate che bello essere un imperatore dell'antichità. Appena eletto arrivi ad Ascoli, dove i sudditi, immagino, si prostrano al tuo passaggio. Tu ti fermi. Con sguardo dubbioso guardi verso l'alto. Pancrazio! - chiami il tuo ciambellano – fa' abbattere un centinaio di torri, non mi garbano. Certo, imperatore!, risponde quello. E già che ci sei – aggiungi – anche un paio di cartocci di olive ascolane!

 


Le due piazze (Arringo e del Popolo) sono ariose e armoniche, incorniciate da colonnati e pietra bianca. La cattedrale di S. Emidio, bianca, è stata pesantemente rimaneggiata nei secoli. Nonostante tutto non cade nel pesante barocchismo o nel pietismo ottocentesco e riesce a trasmettere una certa sacralità. Passeggiando tra una piazza e una torre, capitiamo davanti al ponte di Augusto. Che bello! Compagni di sventura! Scopro che anche qui qualche assessore criminale continua a lasciare tutta la viabilità cittadina sulle spalle di un ponte di 2000 anni fa, proprio come a Rimini. Unica nota deludente il pranzo. Per la prima volta il gambero rozzo toppa un consiglio. Il Middio non è malaccio, ma non è certo l'ideale per entrare in contatto con la tradizione locale, anche se le olive ascolane sono notevoli.
 
di stefano del 08/02/2008 @ 12:03:00, in viaggi, letto 3413 volte
Non è il motivetto dei white stripes -
né quello degli scorsi mondiali di calcio (che poi è lo stesso) -

ma il solito vecchio fiume più lungo d'Italia,
e il viaggio che Michele ed io abbiamo fatto lungo le sue acque.

Una nuova uscita (molto bella)

Il portale regionale di Repubblica.it ha pubblicato un servizio con testo di Michele e foto mie:
clicca qui per l'articolo





Che abbia finito?
Per ora sì, ma non temete, il grande fiume ha in serbo altre sorprese...
 
di stefano del 25/10/2007 @ 12:20:00, in viaggi, letto 2685 volte
Il Po ormai è diventato un’ossessione. Ricordo ancora, prima della mia iniziazione fluviale, quando lo attraversavo in macchina o in treno e lo osservavo, chiedendomi cosa realmente fosse quel lungo corso d’acqua. Mi sono sempre sentito oscuramente attratto dal grande fiume. La sua vasta mitologia mi ha conquistato fin da piccolo, quando a scuola lo presentavano come il più grande fiume italiano. L’irrazionale si è poi depositato da qualche parte nella coscienza, in attesa del viaggio che puntuale è arrivato e mi ha permesso di trasformare e dare corpo e forma a desideri rimasti per decenni fumosi e inespressi.




Ma può un viaggio sul Po esser tale senza aver visto il Delta? Sia pure a causa di terribili tempeste e le avverse volontà degli dei? Certo che no! Per questo la scorsa settimana Michele ed io siamo ripartiti per visitare il mondo ad est di Adria, un luogo mistico in cui i confini affogano tra canali, valli e pozze.



In sintonia col resto del viaggio, anche il delta è fatto di luci ed ombre, di paesaggi affascinanti e incredibili e di orribili presenze umane. Le grandi isole incastrate tra gli innumerevoli rami del Po sono per gran parte spianate e coltivate, con campi che si perdono nella foschia e tante, troppe case. Ma sopravvive, negli ultimi lembi di terra, una natura che difficilmente può essere descritta, fatta di lunghi canneti, di vasti laghi circondati da alberi e bassi cespugli, di precari camminamenti di terra che passano in mezzo ai canali. Se fossi un poeta antico pregherei le muse di darmi ispirazione, ma siccome sono solo uno scrittore ateo, farò ricorso ad un caffé energetico.



Tutto il fascino del delta sta nella sua mutevolezza. Pochi chilometri in macchina e si perde il senso dell’orientamento. Ogni volta che si è convinti di essere arrivati da qualche parte ci si deve ricredere. Acqua e terra sembrano avvoltolarsi senza soluzione di continuità. Quando si crede di essere arrivati all’ultimo lembo di sabbia, ecco che in lontananza, oltre l’abbacinante specchio d’acqua, s’intravede una lingua sottilissima e alberata. Le strade si trasformano in ponti e si salta da un’isola all’altra. Raggiungere il mare è un’impresa. Non lo si vede a Pila, tra i pescatori che raccolgono vongole e le caricano su grossi camion. Non lo si vede nella Sacca di Scardovari, ornata di palafitte e ampia, spaziosa come un piccolo mare. Lo abbiamo trovato a Boccasette, vicino alla foce del Po di Maistra, dove la terra si trasforma in sabbia bianca e il paesaggio sembra quello di una Rimini tornata alla preistoria: il mare è selvaggio, la spiaggia desolata, malinconica, bella.



Dicono che il paesaggio padano sia basso e grigio, deprimente. Magari, melancolico, e comunque suggestivo. Di grigio e deprimente c’è il carattere della gente che abita qui, chiusa, schiva, spesso scostante, che non tira fuori un sorriso neanche sotto tortura. Ma per fortuna non sono luoghi densamente abitati: una volta usciti dalla folle notte di Porto Tolle, il resto sono folaghe, cormorani e aironi...

 
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Lungo.il.Po

Tutte le tappe del viaggio in barca dal delta del grande fiume sino ad isola Serafini (comprese le lezioni di navigazione e gli incontri)

ritorno sul luogo del delitto! (19.6.07)
il tassello mancante (25.10.07)
la terra trema
la terra ha tremato
Popopopopopopo

Po.Link

l'articolo su Espresso-Repubblica (con appendice fotografica)
l'audio dei nostri interventi a La Terra Trema
il libro

Po.Flickr
Le foto del viaggio sul Po. Vai direttamente alla pagina cliccando qui. Sotto una preview dello slideshow


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