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 una scultura lignea nel coro di Maulbronn... di stefano
La mappa non è il territorio

Alfred Korzybski
 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
di stefano del 22/01/2010 @ 12:11:05, in viaggi, letto 984 volte
In quel centro commerciale che è l'aeroporto di Stanstead, pronto per il viaggio di ritorno da Londra in Italia, ho trovato una cartolina che pubblicizza una catena di bar in stile italiano. Sul fronte c'è un collage di foto con, in ordine, una simpatica vecchina con pane pugliese, un prosciutto crudo, una via di un paesello medievale, un uomo con una forma di formaggio più grande di lui, un bimbo a petto nudo che mangia gli spaghetti, sacchi di caffé e un'apecar. Ma dove viviamo noi italiani? Nel neorealismo? Forse.
E a proposito di cliché, noi come vediamo l'Inghilterra?
Per me è la terra dei college, dei campus, e di molte cose che avrei voluto fare o essere e che ora rimangono solo un'idea, trasformata dalla nostalgia. In effetti per me andare a Londra è sempre una bellissima esperienza!

Ma la realtà è sempre diversa. Per quanto la capitale del Regno Unito mi conquisti ancora con relativa facilità, due cose mi hanno colpito, soprattutto per la disparità con il nostro paese. La prima è che Londra è piena di poliziotti. Ad ogni angolo di strada, lungo i viali, nelle metropolitane, stazioni ed in ogni altra piazza c'è sempre almeno una pattuglia di polizia che sorveglia e controlla tutto. A Rimini mi sembrano già fuori luogo i due militari dell'esercito di pattuglia con un poliziotto.
Di contro Londra è pulita in modo inimmaginabile. Non c'è una carta per terra o una scritta su un muro, neppure nella metropolitana che nel pensiero generale dovrebbe essere la casa dei writer e degli squatter più riottosi. Quasi quasi si apprezza un po' il sano stile anarchico italiano - che in realtà odio ma qua, forse, si è un po' troppo rigorosi.

Paragoni a parte Londra è una città fuori dai canoni. Qui sì, ancora più che a Roma, l'impressione è quella di visitare la capitale dell'impero (e immagino che New York lo sia ancora di più). Gli edifici, i musei, la disposizione delle strade sembra dire:
-Ehi! Noi abbiamo conquistato ogni cosa. Noi siamo i padroni del mondo. Non ci sono storie-.
Pare quasi di vedere John Cleese in divisa rossa da ufficiale partire per la guerra contro gli Zulu.
A Trafalgar Square la colonna con la statua di Nelson rimane lì a dire:
- Napoleone?
- Oui?
- prrrrrrrt
- maledettì!
Ma lo dice con fiera pomposità anglosassone, condita da un briciolo di spocchia.
E a me, nel bene e nel male, sembra di fare parte di questo impero occidentale. Di venire dalle più remote province a guardare la capitale, a sentire cosa c'è di nuovo, a vedere gli spettacoli che non arrivano in provincia, ad osservare la gente che corre in metropolitana anche se passa un treno al minuto.




Westminster, il Big Ben, Piccadilly Circus, Trafalgar Square, Covent Garden, St. Paul, il Millennium Bridge, la City e poi il British Museum, Bloomsbury, Oxford Circus e Oxford Street, i must più o meno sono stati presi tutti. Abbiamo saltato il Tower Bridge e la London Tower per pioggia copiosa. Ma non ci si lamenta. In tre giorni, a gennaio, abbiamo avuto ben 15 minuti di sole, e non è poco!

Ancora una volta mi è piaciuta la cucina inglese. E non solo la cucina dei grandi ristoranti capaci di rielaborare la tradizione, e neppure solo quella dei ristoranti di tutto il mondo che hanno trovato casa qui, siano indiani, vietnamiti, cinesi e thailandesi - e italiani - ma proprio la cucina più semplice, quella dei pub in cui i londinesi si trovano a mangiare qualcosa di veloce per pranzo. Salsicce col purè, o pasticci di pollo, roast beef, o ancora il famigerato "fish'n chips" che è in realtà un unico e gustoso filetto di platessa con una panatura croccantissima, accompagnato da una salsa un po' agra in stile mayonnaise. E poi mi sono innamorato del british breakfast, a base di salsiccia, bacon, fagioli in umido, uova e pane. Certo, come colazione per due giorni passati a camminare al freddo va bene, la facessi qui per stare seduto tutta la mattina al computer non so quanto durerei.

Con rammarico abbiamo mancato il grande magazzino della Fortnum & Mason, più che un negozio una gioielleria del tè e di leccornie. Vetrine lussuose oltre ogni misura con innumerevoli varietà di tè, scatole, zuccheri, biscotti, ma anche formaggi blu, foie gras, cracker di ogni tipo e altro. Ma dolci e tè in gran quantità non sono mancati durante la seconda visita al British Museum. E ancora una volta invidio il modo degli inglesi di concepire il museo, molto meno ingessato e snob. Un luogo in cui passare del tempo ammirando arte e reperti, passeggiando nelle grandi sale, fermandosi a bere un tè con un muffin o una fetta di torta, e poi di nuovo in giro in qualche altra sala, fino a che non ci si stanca! E' una incredibile alternativa ai centri commerciali per la domenica.


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Al ritorno, per la prima volta in 8 voli aerei, ho visto un po' di panorama. E che panorama! Dopo un nord Europa completamente coperto di nubi: le Alpi. Sembrava di guardare una cartina di un mondo fantasy, quelli in cui, ad un certo punto, si arriva al limite invalicabile. Fine. Non si va oltre. Montagne: alte, impervie, aguzze, affogate nella neve. Mi sono davvero sembrate mitologiche, un luogo irraggiungibile, la fine di un mondo oltre il quale solo un eroe poteva pensare di proseguire. Capaci di fermare venti, tempeste e idee. E al di là, la vita continua con i soliti ritmi.

ps per tutti quelli che si chiedono cosa rappresenti la foto di quella fantastica vista cittadina, ecco la risposta: è il fantastico quadro appeso sopra il nostro letto nella camera d'albergo. Così brutto da meritare una foto!
 
di stefano del 16/09/2009 @ 21:37:12, in viaggi, letto 1157 volte
La Lomellina è come un mare di riso, nel mezzo del quale galleggia qualche borgo. E' inevitabile. Sono irresistibilmente attratto da mondi d'acqua. Dopo Comacchio, dopo il delta del Po, arriva la Lomellina. Tra il Ticino, il Po e il Sesia, c'è un triangolo di terra dai paesaggi umidi e soffusi. Pavia sorge a pochi chilometri dalla confluenza dei due fiumi. E sono proprio i fiumi a fare da confine a questo paesaggio, nel quale si coltiva uno dei risi più apprezzati del mondo. Sembra una frase ad effetto ma è vera: in Cina il riso della Lomellina è comprato e apprezzato come una delle migliori varietà al mondo.
Ma il riso non si rivela solo nel piatto. Nei paesaggi non è da meno. Percorrendo le piccole strade che attraversano tutto il territorio, per la maggior parte pianeggiante - escluse le zone degli argini e poche, rare collinette - si vede a perdita d'occhio solo il riso. Campi allagati in primavera, un mare verde in estate e infine una vasta, infinita ondata gialla nel primo autunno, fino alla raccolta. Tra un paese e l'altro, girando da Vigevano a Mortara, da Lomello sino Sartirana, dalle sponde del Po sino quasi a Pavia, non si incontra altro se non un mare di riso.
Se si decide di accelerare il tragitto e si passa dalle placide stradine campagnole a quelle più agili e veloci a numerose corsie, allora si possono vedere grandi inceneritori, capannoni, orrori di cemento e centri commerciali. Certo, per chi visita sono brutti, per chi ci abita anche utili, ma sono convinto che si potrebbero trovare compromessi migliori.

Da visitare anche la Lomellina nel piatto.
A Vigevano non si può davvero mancare l'Oca ciuca.
Ah! qui, l'oca fa le veci del maiale: non si butta via niente. Grandiosi affettati, carni esuberanti e anche grasso per friggere.
L'Oca ciuca, dicevo. Un bel ristorante molto ricercato che si trova tra la porta e piazza ducale.
Antipasto di affettati tutti di oca: petto, salame crudo, salame cotto, mortadella e paté di fegato su pan briosche. Tutti di gran valore. Il petto soprattutto, ma anche la mortadella, saporita e sfiziosa.
Primo, ovviamente riso, mantecato con spumante brut, formaggio morbido - tipo squacquerone - e con tartufo bianco, e tortelli con ripieno d'oca al burro e nocciola di langa. Interessanti, gli ultimi, soprattutto nel sugo, ma il risotto era davvero eccezionale.
Spesa sui 60 euro, per 2. Compresa una bottiglia di Bonarda dell'Oltrepò Pavese e due dolci, dell'ottimo tiramisù estivo (con frutti di bosco)

A Pavia, invece, abbiamo provato la trattoria da Ressi, in vicolo Ressi, così stretto che se mangiate troppo all'uscita non ci passate.
Ambiente più rustico ma comunque molto confortevole.
Nonostante i ricordi poetici legati al Pascoli e alla cavalla storna, la cena alla trattoria è cominciata con una freschissima tartara di cavallo con senape fatta in casa, e affettati misti - ancora oca e questa volta anche fiocco di culatello (buono ma niente a che fare col culatello) e coppa piacentina.
Primi: ancora risotto , questa volta radicchio e taleggio - saporitissimo - e tortelli, ma questa volta con ripieno di gorgonzola e noci. Esplosivi. Il gorgonzola come ripieno dava al piatto un sapore davvero incontenibile!
Dato il luogo, abbiamo concluso con un piatto di formaggi, di caprini, sia freschi che stagionati in cenere di ginepro, semi di finocchio e pepe.
Spesa, sui 35 euro a testa, anche qui con una bottiglia di Bonarda.
Abbiamo invece deciso di saltare i dolci (che erano davvero buoni) per il costo eccessivo di 8 euro a piatto.


Ah!, non fatevi illusioni. Non pensate di essere furbi, di riuscire a trovare un escamotage, oppure di organizzarvi a puntino. Parliamo di canali, fiumi, fossi, pozze e stagni. In una parola: zanzare. Zanzare che bevono l'Autan a colazione. Se provate a mettervi l'off, prima vi prendono a schiaffi e poi vi succhiano il sangue.
 
di stefano del 31/07/2009 @ 13:14:43, in viaggi, letto 1178 volte
Quanto ci mette un mito a nascere? Già due anni bastano. Nel maggio del 2007 ho passato 12 giorni in barca sul Po, insieme a Michele Marziani, a cercare di capire cosa fosse rimasto della cultura del fiume. Un viaggio molto bello, un'esperienza ricca, ma che diede dei risultati deprimenti come esplorazione.
Il fiume era abbandonato, violentato e lasciato a se stesso, preda di chiunque volesse abusarne e farne le peggiori cose. Chi cercava di salvarlo lo faceva per conto proprio, portando avanti qualche tradizione che probabilmente non gli sarebbe sopravvissuta, o se sì, non per molto.

Ma in me, quei ricordi si erano già confusi e in parte erano sfumati a creare un mondo in qualche modo affascinante. E così, la scorsa settimana, quando sono tornato insieme a Michele, Luca e Carla sul fiume per preparare un nuovo booktrailer, mi è ricaduta sotto gli occhi la vera realtà.
Il Po è il nulla. Abbiamo girato ore senza incontrare nessuno. Né un locale aperto, né una persona, niente sul fiume. Solo centinaia di case semi-distrutte lasciate al loro destino. La vita prosegue solo oltre l'argine, che sembra un  muro invalicabile che tiene fuori un mondo che non si vuole.
E' più probabile che le tribù dei galli scese dalle Alpi e intenzionate a saccheggiare Roma nel 300 avanti Cristo avessero trovato più passanti, chioschi e imbarcaderi di quanti ne abbiamo visti noi.

Non che la cosa non abbia fascino. In realtà tutto il fiume e le sponde sono un luogo selvaggio, fuori dagli schemi. Un posto di frontiera, così come frontiera oggi, è qualsiasi luogo non sia raggiungibile da una strada. La nostra vita passa nei luoghi raggiungibili dalla macchina. Tutto il resto è frontiera, dimenticanza, abbandono.
Lo è anche il Po. Molti di quelli che ci vivono lo tengono a distanza. Se non guardi oltre l'argine, il fiume non esiste. La verità è che del fiume importa poco a tutti. Per la maggior parte il Po è solo un fastidio da attraversare, uno spiacevole nastro d'acqua che interrompe i programmi e divide il paese in due, e i ponti sono sempre pochi. Per chi lo ama, c'è poco da fare, se non stare lì a guardarne l'agonia senza poter fare poi tanto. Io lo amo e ne scrivo. Altri fanno la stessa cosa. Qualcuno lo ama così tanto da viverci.
E li conosci e li apprezzi. Ma più li senti parlare del loro amore, più ne percepisci i sentimenti, e più ti intristisci perché è come guardare un amore impossibile. Come un film francese. Che lo guardi ma tanto sai che la storia finisce male.

E allora è piacevole passare una serata alle Occare, una piccola oasi, vicino ad Argenta, in cui il fiume acquista di nuovo dignità, storia, realtà. Qui si sentono i profumi dei prodotti del fiume, se ne gustano i sapori, e si può dormire in un luogo plasmato dal fiume stesso.
Il riso, il caviale di storione, le zucchine, i meloni, i vini delle sabbie - tutto parla del fiume. Si sente la passione di chi ha deciso di vivere qui e di far vivere i prodotti del fiume. Come Cristina, proprietaria dell'agriturismo, o Mirco, che dà vita a vini davvero inaspettati e godibilissimi.

Ma quando esci, la mattina dopo, e torni sulle strade principali, l'idea è quella di aver fatto un bel sogno. I ricordi ancora una volta si confondono, le sensazioni si fanno disordinate e l'unica cosa di cui ci si accorge, e che nonostante tutte e campagne degli assessorati al turismo, delle pro loco e delle compagnie di viaggio, mondi interi sono scomparsi, e non ne è rimasto quasi più nulla. Il resto sono oasi e musei all'aperto.
 
di stefano del 23/03/2009 @ 23:43:54, in viaggi, letto 4464 volte
Ah! che bella Bologna! Bologna la grassa, Bologna la dotta, Bologna la città delle torri. Ogni volta che ci vengo mi innamoro di nuovo. Visitarla di domenica, poi, me la fa vedere sotto un'altra luce. Nei miei anni dell'università o del dottorato quasi mai sono stato a Bologna nei festivi.
Passare sotto i portici di via Zamboni deserti, senza incontrare qualcuno che ti proponga un corso marxista-leninista, un corso per la lettura veloce, una bicicletta rubata o un po' di fumo mi ha fatto davvero una strana sensazione!
Solo qualche punk sotto il portico del teatro. Ma non tutte le attese sono state deluse. Attaccato alla parete della sede centrale, ho trovato un volantino che diceva così:

2012
come e perché

Eric Alexander è nato ad Atene, è cresciuto in Australia ed è vissuto per la maggior parte della sua vita in California. All'età di 40 anni improvvisamente inizia a ricevere informazioni da altre dimensioni attraverso il terzo occhio. Comincia subito, contattando il Sé Superiore (anima), le guide e gli angeli dei suoi clienti, a dare loro letture personali.

Egli ha notato che quasi ogni anima è interessata a preparare la propria rappresentazione terrena per il passaggio verso la Quinta Dimensione. una transizione che nessun essere umano nella storia della creazione ha mai fatto prima, continuando a restare in un corpo fisico.
Questo ufficialmente succederà il 21 dicembre 2012.

Tuttavia, questo periodo transitorio crea disagi fisici ed emotivi. E' proprio su questo disagio che Eric Alexander dà informazioni affinché i nostri pensieri e le nostre azioni non blocchino le energie nei nostri corpi che a loro volta creano malattie.
Tre anni fa Eric comincia a dare seminari su questo evento che pian piano si sono trasformati in vere e proprie canalizzazioni spirituali.
Eric Alexander terrà dei seminari a Bologna il 9 maggio e letture private dal 10 maggio.




Secondo me, Eric Alexander è un amico intimo di John Titor, l'uomo che viene dal futuro. Anzi, Titor, magari ha già travalicato la quinta dimensione e proprio per questo i due hanno litigato.
-Da quando hai travalicato la quinta dimensione non sei più tu. Non chiami, non ti fai vedere, e passi sempre più tempo nel passato!
-Dai, non dire così, lo sai che devo redigere un sacco di rapporti per il Sé Superiore, le guide e gli angeli. Chi glielo dice a quelli che sono stato tutto il pomeriggio fuori con te?!
-Fa' un po' quel che ti pare, io ora mi sto organizzando per tenere delle canalizzazioni spirituali!
-Sarebbero?
-Dei seminari!
-E non potevi chiamarli così?!

Uomini fortunati. Io vivo preda della mia distrazione! Ho ricevuto tante comunicazioni da altre dimensioni. Ma purtroppo finiscono sempre nella cartella spam e le butto via.

Ma poi, perché il 21 dicembre 2012? Va bene che è il solstizio d'inverno, e già di per sé questo sembra esoterico, ma con il 20 dicembre c'era una bella corrispondenza numerica di giorno/mese/anno: 20 12 2012.


Piazza Maggiore brulica di gente, complice una bella giornata di sole ma soprattutto tante mostre tutte molto interessanti. Comincio dal museo Morandi, dove sono in esposizione, in due stanze, le foto di Bernd e Hilla Becher (clicca qui per vedere alcune loro immagini), che per decenni hanno fotografato, in bianco e nero - silos, fornaci e altre strutture industriali, anzi, di archeologia industriale sparse tra l'Europa e l'America. Suggestivo. Sembrano quasi delle cattedrali moderne (e questo la dice lunga sulla nostra epoca).

Ma oggi è anche la giornata della scienza, e in tutti i musei si trovano anche plastici, foto e opere d'arte che raccontano la scienza di oggi. E' difficile dire dove finisce l'arte e dove comincia l'analisi in foto che sono fasci di colore e linee che esplodono in bolle perlacee.
C'è anche uno stand di Voyager... Voyager? Cosa c'entra Voyager con la scienza?! Meglio Voyazer!


Infine, sono tornato al museo archeologico di Bologna che, pochi sanno, ospita una vasta collezione egizia, in gran parte derivata dalla tomba di Horemheb a Saqqara. Anzi, in alcuni punti del museo ci sono intere sezioni della tomba. Tra qui e il British Museum, il Louvre e il Museo di Torino ci si chiede cosa sia rimasto in Egitto di egiziano, a parte Zaki Hawass, che non vuole ammettere che le piramidi erano antiche astronavi costruite da una razza aliena di rettiloidi che 4000 anni fa governava il mondo con una tecnologia fantascientifica, tipo che sollevavano i pietroni di svariate tonnellate con dei raggi verdastri.

Una sezione era dedicata all'opera di Giovanni Battista Belzoni, un Indiana Jones dei primi anni dell'800, un vero archeologo ante litteram. Anzi, probabilmente George Lucas si è ispirato in parte alla sua figura per creare il personaggio di Indy (e in parte a quella di Luca Baggiarini, ma questa è un'altra storia).


C'è un aneddoto molto divertente sulle sue scoperte, che riporto pari pari da wikipedia:


Dalla tomba di Seti I, inoltre, egli riportò a Londra il sarcofago in alabastro translucido del re che offrì al British Museum per 2000 sterline. Il museo rifiutò l'offerta, così scatenando anche le ire dell'opinione pubblica, ed il sarcofago venne acquistato dall'architetto John Soane (che lo fece installare nella "cripta" della sua abitazione ove, ancora oggi, si trova).
 
di stefano del 03/03/2009 @ 19:42:42, in viaggi, letto 1165 volte


Voglio ringraziare tutti gli architetti tardo medievali e rinascimentali che hanno stipato, nel centro di Urbino, case, palazzi, botteghe, colonnati, chiese e fortezze.
Grazie a questi prodi eroi dei secoli passati, gli architetti contemporanei e gli speculatori edilizi che sguazzano nel resto del paese qui non sono riusciti a fare troppi danni. Se si vuole avere un'idea di cosa sarebbe potuta essere Urbino, basta raggiungerla dall'entroterra, da Sant'Angelo in Vado e Urbania, e arrivare al capoluogo rinascimentale dopo infiniti tornati.
La città rimane nascosta sino all'ultimo, accovacciata tra le colline, ma sul versante esterno, quello che si offre alla vista sorgono orribili palazzoni squadrati e osceni. Sono così brutti, ma così brutti che uno pensa di aver sbagliato strada, che Urbino, la città ideale, non può essere lì dietro.


 


E invece alla fine, dopo un'ultima curva, si vede la linea della città, ma per fortuna già non si vedono più le aberrazioni edilizie. Nel centro storico le vie della città sono anguste, tutte in salita e discesa, e sempre strette da lunghe file di case. Raramente, alla fine di una lunga scalinata, si arriva in un ampio viale, e l'effetto è straniante.
Dalla cima della Rocca Albornoz, tutto quello che si vede sono le guglie sottili in mezzo al mare di mattoni, cupole e tetti. E dietro le cime stondate del Catria e del Nerone, ancora imbiancate da un lungo e bellissimo inverno.





Quando si lascia Urbino ci si ritrova di nuovo in mezzo allo sputo di cemento. Vedendolo, ancora una volta mi viene da dire: grazie architetti rinascimentali che avete costruito su ogni spazio disponibile nel centro storico, perché, in caso contrario, un hotel admiral dai piloni di cemento, un palazzo della provincia color fucsia a forma di tetraedro (che, tra l'altro, potrebbe anche essere carino), e altri incubi del genere sarebbero già sorti di fianco al Palazzo Ducale.
 
di stefano del 23/01/2009 @ 16:40:40, in viaggi, letto 1029 volte
Città di Castello mi evita, mi schiva, non mi vuole. Non so perché! Non le ho fatto nulla, anzi! Io mi reco da lei con tutte le più buone intenzioni, approfittando dei viaggi di lavoro di Paola, per fare qualche foto, osservare qualche scorcio, trovare uno spunto per scrivere un articolo... e invece nulla! Ogni volta lei, sdegnosa, si presenta a me trasandata, scostante e irascibile.

Ma io insisto, e torno! Forse, se non fossi così pessimista noterei anche dei miglioramenti. Ad esempio ho visto che ora non solo le macchine, ma anche i pedoni possono entrare nel centro storico e passare sotto le mura dei palazzi, o magari fermarsi in sosta da qualche parte. Ed ho visto anche che è rimasta immutata la costante di impacchettamento - chiamata anche Costante CdC - per cui un numero uguale di edifici è sempre impacchettato o sotto cantiere: cambiano gli edifici, ma il numero rimane uguale. Gli studiosi sono ancora in disaccordo sul numero, ma è sicuramente sopra i 20. E' probabile che il CdC di Città di Castello sia lo stesso di Pechino e New York, tre città in continuo fermento culturale.

Ma a dispetto del precedente viaggio, questa volta non ho trovato la neve, bensì la pioggia. Così, mogio mogio, dopo una breve passeggiata per il centro storico, non sapendo che altro fare mi sono recato al Museo Diocesano del Duomo. Devo essere stato l'unico ad avere avuto questo pensiero, perché il museo era vuoto. Non un male, certo, perché ho sicuramente evitato code e turisti fastidiosi, ma un peccato sì, perché per quanto piccolo, il museo del duomo di Città di Castello nasconde qualche pezzo interessante, anche se chi lo gestisce ha una certa incapacità di fondo ad invogliare la gente a visitarlo.


Pago, e aspetto che la signora accenda luci e riscaldamento. Poi comincio il giro. Mi accorgo che nella seconda stanza sono esposti alcuni pezzi interessanti. Torno alla cassa. Posso fare qualche foto, chiedo. E no, mi risponde gentilmente la signora, non si può. No.
E in effetti li capisco! Fare foto e divulgare le opere rinchiuse in queste sale sarebbe un duro colpo per l'economia del museo. Orde di turisti potrebbero “scroccare” le opere a casa invece di recarsi a Città di Castello. E poi, probabilmente, l'esclusiva sulle foto l'avrà già ottenuta il figlio del Vescovo. Nonostante l'assenza di altre persone e di controlli mi attengo alle direttive, e non faccio foto. Nella sala II mi trovo davanti ad un bellissimo palliotto d'argento del secolo XII. E' davvero un capolavoro. Le figure sbalzate hanno quella caratteristica espressione delle raffigurazioni dell'alto medioevo, ancora così ingenue e un po' naif. Il cristo, poi, ha un impercettibile sorriso e due occhi grandi, enormi e sereni, e sembra quasi dire: ma che volete ancora da me?!

Vorrei davvero farvelo vedere. Non ho fatto foto, ma qui c'è il link al sito del museo. Come vedete, la foto è molto lontana. Probabilmente è stata scattata da Anghiari. Ed è giusto così, perché a vederlo da vicino, da troppo vicino, magari vi sarebbe venuta l'idea di copiarlo e di dire che è vostro, oppure, secondo l'estetica romantica, avreste provato una piacevole sensazione e goduto di uno strano miscuglio di benessere e malinconia tutto il resto della giornata, rovinandovi la cena. Così, al museo hanno deciso di farvelo solo intuire, un po' come la fede. Se lo vedete sarete salvi, altrimenti problemi vostri.

Meno interessante il piano di sopra, trionfo del '600 con quadri mostruosamente cupi e ritratti su fondo nero, opere più povere e senza quella forza spirituale presente nel primo medioevo. Una lunga teoria di ritratti di personaggi oggi sconosciuti ci ricorda che il tempo cancella ogni cosa, e distrugge tutto, sia che decidiate di farvi siliconare ogni ruga, sia che vi facciate ritrarre in mille pose. Un pezzo bello di sopra c'è. Ed è una pergamena imperiale con sigillo di Federico Barbarossa, del 1163.

Il percorso del museo mi porta prima davanti ad una scala con un cartello: divieto di uscita (questo l'ho fotografato). Poi, finalmente, trovo un'altra strada che conduce, in fondo ad un corridoio, ad un ascensore col quale spero di uscire. Spingo il pulsante. Attendo. Attendo ancora. Spingo di nuovo il pulsante. Attendo due volte. Torno indietro. Ripasso davanti al cartello Divieto di uscire. Ho paura. Non vedrò più la luce del sole, il volto di mio figlio, il vento dolce della primavera. Poi vedo la scala con la quale sono salito, corro verso l'uscita, la salvezza, la vita.




La giornata finisce piacevolmente ad Anghiari al ristorante la Nena, trionfo di cucina toscana, con degli ottimi crostini di fegatini e milza e uno sformato di selvaggina che mi ha rimesso in pace col mondo!
 
di stefano del 20/12/2008 @ 17:59:16, in viaggi, letto 1407 volte

London bridge is fallin' down, fallin' down, fallin' down. London bridge is fallin' down, my fair lady! E' un po' come se in Italia cantassimo: Il colosseo viene giù, viene giù, viene giù. Il colosseo viene giù, mia bella amica! Questa canzoncina mi ronza in testa da una vita; e in modo ininterrotto dalla scorsa settimana, quando sono partito per Londra, finalmente.
Anche il mio terzo viaggio in aereo mi ha regalato panorami incredibili. Dopo il decollo vedo, nell'ordine, nuvole, poi le Bewölkung, quindi le nues, e infine le clouds. Mai l'Europa è stata così meteorologicamente unita!

 


Appena atterrati a Stanstead è cominciato il mio tour per la capitale inglese. E devo dire che, a parte il tempo orribile e il delirio del quartiere di Soho il venerdì sera (thanks God is friday), mi sono trovato davvero a mio agio e bene in ogni luogo. Dallo struscio serale per Piccadilly Circus (divisa tra le facciate dei palazzi coperte dai pannelli illuminati pubblicitari che sembrano usciti da un romanzo di Gibson e la colonna dell'equivoco angelo-Eros), alle prove dei concerti natalizi a Trafalgar Square, sotto la statua dell'ammiraglio Nelson, sino alle passeggiate notturne illuminati dalla mole dorata di Westminster e del Big Ben. Sarà che ormai gli anglosassoni, negli ultimi decenni, hanno plasmato il nostro immaginario, ma Londra sembra davvero la capitale d'Europa. Non tanto, o non solo, da un punto di vista architettonico, ma proprio per la vivacità, per la multiculturalità, per il continuo fermento che pervade ogni via, per l'aria - umida e fredda! - che si respira. Ogni luogo rimanda alle infinite memorie culturali di cui ormai è simbolo: Hyde Park, Covent Garden, Oxford Street, la City, WhiteChapell, King's Cross e ancora si potrebbe andare avanti per un'intera giornata.

Ma, forse, la visita più stupefacente è stata quella al British Museum. La definizione di Museo è riduttiva, l'idea è quella di una cattedrale della storia umana. Ci ho passato un intero pomeriggio, ed è stato davvero emozionante, soprattutto di fronte alla stele di Rosetta [nota: è vero che, come dicono tutti, un pomeriggio non basta per vedere il British, così come non basta una giornata e probabilmente neanche due, ma varrebbe la pena andarci anche solo per un quarto d'ora, giusto per lanciare il proprio sguardo su capolavori incredibili.]. In modo un po' pirandelliano, dopo i primi sentimenti estatici umanistici, mi torna in mente la figura di Athanasius Kircher, che nei primi decenni del '600 tradusse tutti i geroglifici in latino. Un'opera che ebbe una grande risonanza tra i coevi e con la quale il dotto gesuita tedesco sperava di conquistarsi un po' di riconoscenza tra i posteri. Peccato solo che, come dimostrò Champollion un paio di secoli più tardi, tutta la traduzione di Kircher era sbagliata, e oggi, il povero Athanasius è ricordato più come aneddoto tra gli storici che altro. Se dall'archeologia dobbiamo cercare di ricostruire la vita dei popoli antichi, una delle poche cose sicuramente desumibili è che gli antichi greci passassero metà o più della loro giornata a fare vasi di ogni forma e dimensione. Lunghi, stretti, larghi, bassi, colorati, integri o a puzzle, intere sale sono piene di vasi e urne (e qui viene in mente Keats e l'Ode a un'urna greca).
Molto bella anche la Tate Modern Gallery, sia per l'edificio che per la collezione (Picasso, Mondrian, Braque, Boccioni, etc.). Molto suggestiva la "unilever Series TH. 2058" che immagina una londra futuribile in cui piove da decenni, con ragni giganti, strana flora e scheletri di enormi roditori.

 


Contrariamente al pensiero comune, ho mangiato molto bene. Tanto etnico: indiano in testa (buono, ma massacrante il risotto traboccante di chiodi di garofano), poi cinese, thailandese e coreano. Ma devo dire che ho affrontato bene anche il tipico breakfast anglosassone con bacon, salsiccia, fagioli in umido e uovo, o anche il pranzo al pub, sempre a base di salsiccia e patate.

 


Gli ultimi due giorni del soggiorno londinese sono stati dedicati ad un corso di meditazione presso un centro jainista nella prima periferia di Londra (è difficile, in queste grandi città, capire i confini).
Il jainismo è una filosofia indiana. Il concetto di scuola filosofica indiana mi ha ricordato molto quello della Grecia del periodo imperiale, come il neoplatonismo. Per i greci del periodo ellenistico, la filosofia non era solo una interpretazione fisica e metafisica del cosmo, ma un pensiero intriso anche di speculazioni religiose e rituali, in cui il fondatore assume sempre di più un carattere sacrale. Un altro aspetto affascinante del jainismo è il tentativo di unire la propria tradizione filosofica con la scienza moderna e ancora il particolare accento che questa filosofia ha sempre posto sulla non violenza assoluta, tanto da influenzare anche la formazione del pensiero Ghandiano. Anche in questo caso, nonostante le belle sessioni di meditazione e di yoga, non ho potuto non ritornare ad una fonte letteraria. La linea del Tube che portava al centro, infatti, passava anche per Baker Street, e qui, al 221b, aveva dimora il principe degli investigatori: Sherlock Holmes, anch'egli appassionato di India e di meditazione, tecnica che spesso usava - insieme al violino - per rilassare la sua mente sempre sotto pressione.

 
di stefano del 04/12/2008 @ 11:10:05, in viaggi, letto 1227 volte
E' finalmente uscito il booktrailer del libro Lungo il Po.
Realizzato da SintesiComunicazione con il testo di Michele Marziani, la voce di Franco Fattori, le mie foto, il montaggio di Luca Baggiarini e la musica dei Massive Attack!
Su youtube potete guardarlo anche in alta qualità (un bel po' meglio!)
Che altro dire?
Spero vi piaccia!

 
di stefano del 03/11/2008 @ 11:08:16, in viaggi, letto 1560 volte


Non ho bisogno del dottore per rendermi conto che soffro di una forma aggravata di Mal d'Africa - pur se ancora non sono mai stato sull'altra sponda del Mediterraneo, né nel cuore nero del grande continente. Mi innamora dei luoghi, di ogni luogo, e vorrei subito cambiare vita e trasferirmi.
Da un paio d'anni soffro di mal di Po. E ad ogni occasione torno sulle rive del grande fiume. Ieri sono stato a Mesola, con la scusa della fiera dei sapori autunnali, e mi sono piacevolmente perso nuovamente nel labirinto del delta. Dalla strada si arriva dopo aver vagato per chilometri di bassa vuota e silenziosa. Passeggiando sulla riva destra del Po di Goro, invece, si incontrano le torri del castello merlate di Mesola dietro l'argine massiccio.





La fiera si articola tutta nella bella corte esterna. Piccoli edifici porticati circondano il perimetro del castello. Non c'è troppa gente e ci si muove volentieri tra un produttore e l'altro. Oltre all'immancabile stand pugliese (sempre ovunque!), e il venditore truce di arachidi e mandorle pralinate, la sagra è finalmente l'occasione per bissare l'esperimento salama da sugo! Mi aggiro guardingo tra due banchi e scelgo un esemplare ben piazzato che a breve finirà nel pentolone e poi sul purè. L'ultima risale al 2006. Già, perché checché ne dica l'apt di Ferrara, la salama da sugo non è proprio facile facile da trovare, non è che cresca proprio sugli alberi.
Evitando gli stand umbri, campani e laziali (non perché non meritino, per carità, ma per rimanere un po' sul territorio) ci accaparriamo anche un bel trancio di salame all'aglio e torniamo verso la strada, evitando il tour “venite a vedere lo squalo bianco killer dei mari” dentro un rimorchio da camion. Mi chiedo se sarà vivo... se ci sarà solo l'arcata dentaria con tanto di braccio di sommozzatore, o se lo squalo sia lo stesso autista del camion.







Prima di tornare verso casa facciamo una deviazione alle dune fossili di Massenzatica. Il concetto di dune fossili è già di per sé affascinante. Qui a Massenzatica 3000 anni fa c'erano le sponde dell'Adriatico e al posto della pianura si allineavano lunghe dune sabbiose. Poi il mare si allontana, come un sogno, e ci si ritrova in mezzo alla pianura. Ma le dune rimangono. Nei secoli muschio e vegetazione crescono e si fortificano e danno vita ad uno spettacolo unico. Chi se lo immaginerebbe che qui, nel cuore della pianura padana, ad un passo da delta, dove nelle cartine domina il verde e non c'è nessuna elevazione, al massimo qualche depressione sotto il livello del mare, dal nulla si sviluppa un sistema di piccole collinette sabbiose, dove querce, farnie, roveti, prugnoli e felci prendono possesso di tutto lo spazio e si intravede, sotto i muschi e le foglie secche, la sabbia, sottile, leggera, nascosta?
Non se lo immagina proprio nessuno perché qui non c'è nessuno. Passeggiamo un'ora seguendo il percorso segnalato senza incontrare anima viva. La luce rarefatta dell'autunno rende il paesaggio ancora più suggestivo. Il sole cola lattiginoso tra i rami e nell'aria si sente il rumore di un fagiano che sbatte le ali e vola via. C'è un'atmosfera magica. Questo posto merita più di una visita.






Tornando verso Rimini costeggiamo i due grossi ipermercati. E appare d'improvviso tutta la nostra dipendenza dagli acquisti. Sabato primo novembre, per ordinanza comunale, tutti i negozi e gli iper sono stati chiusi. Ieri, domenica, come colta da frenesia folle, tutta la cittadinanza riminese si è riversata a fare acquisti, a riempire carrelli e ad affollare negozi. Lavora, produci e crepa, diceva qualcuno. La versione attuale è Lavori, produci, compra e crepa. Che può essere semplificata con compra e crepa.
Viva le dune fossili!
Ah! a proposito di sistema economico e natura. Voglio ringraziare l'effetto serra per la bellissima giornata tiepida che ci ha permesso una così bella gita il 2 di novembre! Grazie CO2!
 
di stefano del 19/10/2008 @ 17:10:03, in viaggi, letto 1079 volte

parte seconda
(20-22 settembre)



L'Italia è il paese delle capitali mancate. Milano, Torino, Venezia, Firenze, Napoli, Palermo, per citare le principali, sono città che hanno governato stati e regni e si sono viste scippare, dall'unità, il loro ruolo a favore di Roma.
La stessa sensazione la si prova visitando Trieste. Anzi, forse qui la sensazione è ancora più forte. La capitale Mitteleuropea del Belpaese è un sogno mancato; è una crescita interrotta. Perché ciò che traspare di Trieste è proprio il suo ruolo di capitale di un regno cosmopolita, una vera capitale imperiale, lo scalo di Vienna. Per anni, alle scuole elementari, ci hanno insegnato a vedere l'impero Austro-Ungarico come il nemico dell'Italia, quello da sconfiggere. Oggi, invece, lo riguardo come l'ultimo sogno cosmopolita d'Europa, un impero formatosi proprio nel cuore del Vecchio Continente, che si stende dal mare alle Alpi, parte in Italia, parte verso la Boemia e ancora nella penisola Balcanica. Un impero, molti stati, almeno tre religioni - anzi quattro - e cinque o più lingue.
Giuseppe, il nostro ospite triestino e il nostro anfitrione - per me un uomo dalla chiara visione storica - conclude con una massima che mi rimbalza in testa per tutto il viaggio: nella politica di inizio '900, l'importante era togliere Trieste al regno austriaco, non farla sviluppare in Italia, che aveva già decine di scali importanti.



Politica a parte, siamo sull'altra sponda dell'Adriatico. Qui, il sole sorge dietro le colline e tramonta sul mare, esattamente l'opposto rispetto a Rimini e alla sponda “italica”. La città è sontuosa e ricorda le grani capitali europee. Le facciate dei palazzi sono liberty, i viali larghi. Ma ciò che la rende così poco italiana e così internazionale è il rapporto edifici civici / edifici religiosi, tutto a vantaggio dei primi. Basti pensare che qui non ci sono gli oratori, ma i ricreatori, la versione laica e austro-ungarica degli spazi per i più giovani. Fotografata fino all'impossibile, Piazza Unità d'Italia è davvero di una bellezza unica. Il contrasto tra le facciate grandiose dei palazzi del potere, così imperiali e teutonici, e il quarto lato della piazza, occupato dal mare, è incredibile! E tra una sede di un'assicurazione ed un'altra, si passa, nella parte imperiale della città, lungo il canale che costeggia la chiesa ortodossa, o davanti alla grande sinagoga, o ancora nella piazza della borsa.
Dietro alla facciata più “borghese” si sviluppa la città medievale e romana, che dal teatro antico sale sino ai resti della basilica, proprio in cima al colle di San Giusto, occupato anche dal castello e dalla facciata romanica - ma ricostruita - della chiesa. Lontana dalla piazza Unità, la cima del colle è accomunata a quella dal vento che spazza tutto in continuazione, sfilacciando e ammassando le nuvole.



Ho trovato Trieste davvero vivibilissima, sia nei suoi aspetti più conosciuti e pubblicizzati, come i caffé e le pasticcerie - tra cui la pasticceria Pirona, frequentata da Joyce, ottima per dolci, pasticcini e caffé - ma anche nei pub, nelle enoteche e nei locali più recenti che danno vita, la sera, ad un incredibile viavai di persone che nulla ha da invidiare a Rimini. E anche il rapporto dei triestini col mare mi ricorda quello della mia città. Appena un raggio di sole regala un po' di tepore, la città si svuota e le sottili spiagge sassose e le pinete si riempiono di asciugamani e persone stese a rilassarsi e prendere il sole.

E alla sera nessuno si perde un bicchiere di spritz: acqua, vino bianco e selz (che ti fanno una testa così con questo spritz! Devi assaggiarlo, provalo, dai, prendine uno; e poi scopri che è acqua e vino bianco!, e però in effetti è piacevole e divertente, leggero e spiritoso e ti ci affezioni!). E il tour della città non può terminare senza una visita al castello di Miramare, residenza imperiale ricca di memorie asburgiche, e al bellissimo parco che la circonda.

Un'ultima parola sulla gastronomia. Non ho avuto modo di cenare in un tipico ristorante triestino (spesso perché arrivavo più che satollo al pranzo con colazione, seconda colazione e intermezzo dolciario), ma ho apprezzato la tradizione dei buffet. Dai bar di periferia al più tradizionale Pepi (a due passi da Piazza Unità), il pranzo si fa spiluccando da generosi buffet con fritti, prosciutti in crosta, bollito di maiale con rafano e crauti e altre delizie di cui non ci si stanca mai, per pochi euo - davvero pochi, spesso meno di 10.

Al ritorno, un po' per evitare il delirio autostradale e un po' per curiosità, siamo passati per Grado. Un bizzarro incrocio tra Aquileia (lasciano senza parole i mosaici della Basilica di Sant'Eufemia, del Battistero e della Basilica di Santa Maria delle Grazie) e Cattolica e il litorale riminese, per l'aspetto più turistico. Ciò che mi ha colpito di più è stata la strada per arrivare e lasciare l'isola d'oro. Una strada che è una sottile lingua di terra in mezzo alla laguna; circondata ovunque da isolotti e dall'acqua trasparente su cui si specchiano le vicine Alpi.

 
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Lungo.il.Po

Tutte le tappe del viaggio in barca dal delta del grande fiume sino ad isola Serafini (comprese le lezioni di navigazione e gli incontri)

ritorno sul luogo del delitto! (19.6.07)
il tassello mancante (25.10.07)
la terra trema
la terra ha tremato
Popopopopopopo

Po.Link

l'articolo su Espresso-Repubblica (con appendice fotografica)
l'audio dei nostri interventi a La Terra Trema
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Le foto del viaggio sul Po. Vai direttamente alla pagina cliccando qui. Sotto una preview dello slideshow


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