[A Persefone] Odimi, o dea beata: i tuoi frutti mandaci su dalla terra tu che in pace fiorisci e nella dolce salute e fa che la vita felice adduca la prospera vecchiezza verso il tuo regno, o signora, e verso il potente Plutone
di stefano del 30/06/2005 @ 12:21:00, in viaggi, letto 293 volte
Provo un'attrazione irresistibile per la stazione di Milano. Un violento incontro di arcate di metallo e persone veloci. Ogni volta che la vedo ho uno sbocco sensoriale, mi pare quasi di sentire tra la lingua e i denti il sapore freddo e rugginoso del ferro, la durezza dei bulloni e delle travi.
Il mio primo arrivo alla stazione di Milano fu un mezzo inganno. Mio padre mi portò con lui nel suo giro notturno di lavoro. Ma mio padre lavorava nel vagone posta. Ad ogni stazione si spalancava il portellone, venivano scaricati e caricati alcuni sacchi di posta, poi si chiudeva e si ripartiva. Lì, seduto con lui, chiuso in un vagone di legno, ho fatto il mio primo viaggio per la pianura padana sino a Milano e ritorno. Ma per me, la stazione di Milano era uguale a tutte le altre, viste dall'interno del vagone.
Il mio secondo ritorno, in piena adolescenza, fu per un incontro con amici conosciuti via Fidonet. In realtà fu un vero e proprio viaggio appuntamento con un'amante. Non trovando nessuno degli amici con cui avevo appuntamento, la mia visita a Milano si trasformò in una passeggiata in stazione, guardando persone, architetture e volti. Per un provinciale di Rimini, la vista della grandiosità di Milano, il pomposissimo stile tardo impero, ma soprattutto la vivacità e la diversità di tutte le persone presenti è una veduta indimenticabile.
Da lì in poi, sono innumerabili tutte le mie altre visite a Milano. Ma ognuna mi riporta lo stesso stupore, come fosse la prima, come se la stazione fosse la stessa meta di ogni mio viaggio.
Anche quest'ultimo viaggio non è stato da meno. Incazzati, esterrefatti, rassegnati o distratti i viaggiatori sono ombre di un itinerario incompleto. Li guardo e penso di essere uno di loro, una cellula impazzita che non conosce nulla del proprio tragitto. La stazione è intessuta in un'infinita periferia di bassi capannoni e abitazioni distratte da fiori ai balconi. Sia in un senso che nell'altro, uscire o entrare a Milano vuol dire nuotare nel magma intestinale della città.
di stefano del 01/07/2005 @ 19:36:00, in viaggi, letto 502 volte
Da Milano a Lecco sono circa cinquanta chilometri, ma è dura scrollarsi di dosso le riluttanti scorie urbane. I primi colli rendono impossibile l'installazione di capannoni, container e fabbriche, ma le case resistono, acquistando un po' di bellezza. All'uscita di una piccola galleria ci si trova in alto, su un costone che guarda su una valle. Nessuno sa come siamo saliti fin quassù, treno compreso.
La foschia calda e pesante di fine giugno resiste e ristagna velando ogni cosa, ma un po' di Lecco emerge. Tra le sagome di monti e il lago la fabbrica di sali di bario e altri componenti chimici produce ricordi di archeologia industriale. La ciminiera scura e inanellata, caratteri di un altro secolo, sudore rappreso. Finalmente la città.
Non c'è separazione tra lago, nubi ed umidità, così si suda solo a pensare a quest'associazione. Il borgo di pescarenico è carino, ma non sembra aver conservato molto del suo aspetto originario. La città è strana e difficile da penetrare. Non riconosco un itinerario, un centro, un dipanarsi delle vie: tutto è incastrato tra la riva calma e il Resegone che sale subito alle spalle. Tutto intorno è un ridondare di nomi manzoniani, dalla trattoria Azzeccagarbugli sino a Corso Promessi Sposi. Ogni tanto le vie si aprono in qualche piazza piuttosto anonima, da borgo montano. Non trovo punti di riferimento. Non posso dire che la cità sia brutta, ma nemmeno il contrario. E' invece bello l'intarsio tra vie, palazzi, campanili, lago e monti. E' difficile datare i palazzi e le chiese. Lecco è una città pudica che difficilmente si lascia conoscere. Non per questo non desta la curiosità di infilarsi nelle viuzze per vedere dove sbuchino o di sedersi ad un tavolino ed osservare come il tempo passi tra le colonne e i getti delle fontane. Ma rimane l'idea che il vero cuore della città si celi al passante veloce, non si lasci scoprire. Bisognerebbe forse, prendere più tempo ed esplorare le strette vie che salgono, oppure sedersi su una panchina a guardare un gruppo di punk che fa il bagno nel lago.
Quando riparto da Lecco ho la sensazione di un orgasmo interrotto. Tra una statua di Manzoni e il convento di Fra Cristoforo, sento nelle mani gonfiate dal caldo, il filo sfuggente del tessuto urbano. Qualche scatto l'ho rubato, ma di Lecco non ho ancora visto l'anima. Quando, tornato a Milano, racconto del mio viaggio ad alcuni amici, mi rispondono solo:
Settembre e aprile sono i mesi giusti per preparare i missoltini. Io li ho visti a giugno, ma erano già belli essiccati. I Missoltini o Missultit sono una specialità davvero curiosa. Gli agoni, lontani parenti delle cheppie - pesci di mare - e rimasti intrappolati nei laghi alpini alla fine dell'ultima glaciazione,vengono pescati con grosse reti, puliti e messi sotto sale per 48 ore, poi lavati e letteralmente stesi e appesi a lunghi fili.
Rimangono così a seccare per alcuni giorni e poi vengono infilati uno alla volta in un bacino insieme con un po' di alloro. Torchiati e pressati per cinque mesi, poi scolati, sono pronti per essere appena scaldati, conditi con un pizzico di olio e aceto e mangiati. Una ricetta antica, che risale almeno a quando i freezer non erano ancora di questo mondo, e il sale era la salvezza dalla putrefazione.
A prepararli è Ceko, pescatore e lecchese doc. Un amore iniziato a sette anni, seguendo le orme del padre e ripreso, dopo una parentesi come operaio, con il figlio e la moglie. Qui sì che c'è da stare con la testa bassa. Il lavoro è continuo. Alle 4 di pomeriggio si stendono le reti che poi vengono messe nel lago, poi si fa il giro per consegnare il pesce della giornata. La mattina alle 3 è l'ora di andare a controllare il lavoro delle reti e tirare su il pesce, portarlo nel laboratorio e iniziare a pulirlo. Il lavoro continua fino a fine mattina, poi un sonnellino e poi via di nuovo. Senza sosta, tutti i giorni e tutto l'anno. Ceko è uno che il lavoro ce l'ha scritto in faccia, senza mezzi termini. Si scusa che non mi può dedicare più tempo mentre lo fotografo durante la pulitura.
di stefano del 11/07/2005 @ 00:01:00, in in citta', letto 466 volte
In tutti i romanzi di gioventù, quelli letti per sognare di grandi viaggi e di grandi incontri, si incappava sempre in città crocevia di razze, fedi e persone. Fosse Shangai, Kabul, la lontana Baghdad o la più europea Londra, le città culturalmente più evolute affascinavano per la loro capacità di ospitare le più diverse persone, etnie e culture. Al contrario, le piccole città di provincia hanno sempre guardato gli stranieri con un misto di curiosità e sospetto. Nel frattempo, anche la piccola Rimini, città sui generis nel panorama italiano, ha conquistato la sua parte di internazionalità. Per chi passeggia tra le vie che da Piazza Ferrari corrono verso la stazione, il panorama è molto diverso rispetto a qualche anno fa.
Io vivo al limitare di questo quartiere, quello che negli anni '70 era il quartiere delle puttane, quello che dopo i primi restauri e recuperi è diventato un anonimo quartiere di una città in espansione, quello che oggi, infine, dagli stessi abitanti è chiamato Bangladesh.
Così lo chiamano i senegalesi che lavorano nei numerosi African Shop e nei negozi di parrucchieri e acconciatori che espongono in vetrina locandine dal cotonamento anni '70, oppure nelle piccole botteghe dal forte odore di cumino, zenzero e coriandolo. Insieme a loro, un negozio alla volta, il Bangladesh di Rimini si è popolato di cingalesi, cinesi e indiani. Alimentari colorati di spezie e mal d'Africa sono sorti di fianco ai panettieri e alle macellerie; i negozi di trasferimento valuta hanno affiancato quelli di telefonini, ai ristoranti si accompagnano i Doner Kebab. Lo scambio è equo: i riminesi assaggiano la carne al girarrosto della piccola rosticceria gestita da Javaid, Nazar e Wajid Alì, specializzata in enormi panini con carne di montone, pomodori, salse allo yogurt e patatine, e gli indiani affollano il piada e cassoni da Johnny, proprio al centro del multicolorato quartiere (il cassonificio dalle temperature più alte della città)
Infine, logica conclusione, è stata aperta anche una moschea, che tanto ha fatto paura a chi vive di preconcetti. Il luogo è affollato di venerdì, come una chiesa lo è di domenica, e nient'altro da segnalare.
Intanto Rimini cresce, ed è bello vedere senegalesi che non sono più solo 'Vucumprà' (parola davvero orribile), od operai costretti ai lavori più umili e bistrattati. E' affascinante vedere ragazzi cinesi che non parlano solo cantonese stretto ma che riescono a comunicare coi loro coetanei riminesi e allargano le strette maglie della loro comunità. La seconda generazione si sta inserendo nel tessuto sociale arricchendolo e vivacizzandolo. Fino a che, nonostante un taglio degli occhi dal sapore ancora esotico, saranno riminesi a tutti gli effetti. D'altronde anche noi siamo riminesi solo perché siamo nati e cresciuti qui, anche se molte nostre famiglie sono giunte da altre regioni, Toscana, Marche, Lombardia, Sicilia. E anche i riminesi di più antica tradizione non fanno certo parte delle gentes latine che fondarono la città e sono riminesi per storia, per tempo di appartenenza, non certo per "sangue". Le città le fanno gli abitanti e cambiano con loro, non esistono abitanti tipici di città italiane, e quelli che a noi sembrano tali non lo erano uno o due secoli fa, o se esistono sono lo specchio dei tempi, e i nostri tempi sono di incontro e non di chiusura (speriamo!).
Chi avrebbe mai pensato di poter combattere la mafia a colpi di peperoni, passata di pomodoro e altri prodotti della buona terra siciliana? In un paese come il nostro, in cui la tavola mette tutti d’accordo, i prodotti tipici possono diventare non solo una buona conclusione di un ciclo agricolo e la migliore pubblicità per i turisti, ma anche un mezzo per cercare di arginare e combattere cosa nostra.
E’ quello che ha pensato, e fatto, Libera Terra associazione nata nel 1995 per il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie. Oggi sono più di 450 gli ettari su cui vengono coltivati pomodori, grano, peperoni, olivi e tutte le numerose ghiottonerie della bella Sicilia, da numerose associazioni che aderiscono al progetto Libera Terra.
Martedì 19 luglio cade il tredicesimo anniversario dell’assassinio del Procuratore della Repubblica Paolo Borsellino e della sua scorta. Libera scelte di giustizia è l’evento, promosso da Samuele Zerbini, per ricordare l’anniversario di questa orrenda morte e di quella di Giovanni Falcone. Dalle 20 alle 23 di martedì sera, 19 luglio, Piazza Cavour e la zona delle cantinette di Rimini saranno luogo d’incontro, dibattiti e discussioni sul tema.
Inoltre, presso il Caffè Cavour, la Taverna della Vecchia Pescheria da Bubana, il Caravaggio Art Bar e la Cantina Bisca, il buffet sarà preparato con i prodotti di Libera Terra. Al gusto forte, saporito e gustoso della Sicilia da mangiare, se ne aggiunge un altro: quello della legalità.
Dove inizia la sicurezza e dove finisce la libertà? Davanti alle paure siamo tutti pronti a consegnare le nostre libertà nelle mani della prima persona che promette di difenderci dalle minacce dell'esterno. Quando si allarga la necessità della sicurezza, eccoci disposti a rinunciare a gran parte delle nostre libertà. Sembra di avere a che fare con la famosa coperta: quando la si tira da una parte, si scopre dall'altra. Ma non ci sono vie di mezzo?
Churchill diceva che la democrazia non funziona, ma è la migliore forma di governo di cui per ora disponiamo. Trovare l'equilibrio tra la libertà di movimento delle persone e il controllo della sicurezza non è facile, ma cadere nella tentazione di chiamare un "dittatore buono" (perché è così che ogni dittatore si presenta) per proteggerci dai mali del mondo non è certo la soluzione migliore.
I dittatori, chiunque essi siano, non vengono a strapparci il potere dalle mani con la forza, piuttosto attendono che sia loro consegnato, con una serie precise di richieste per far girare meglio tutto il sistema.
A questo proposito mi ha un po' inquietato l'approvazione del pacchetto di sicurezza del governo con il quale entreranno immediatamente in vigore norme restrittive contro presunti terroristi (dal latino pre sumo, sono messo davanti, il sospetto precede l'analisi). Tra le tante, la più discutibile è quella che prevede la possibilità, per la polizia, di poter interrogare un indagato per 24 ore senza la presenza di un avvocato. Un'aberrazione. L'effetto sicurezza è un domino, spinto con forza da una para cieca e irrazionale. Tra le autobombe esplodono anche tutte le nostre conquiste.
Guardiamo in faccia la realtà. Le democrazie non piacciono molto. Non piacciono molto agli estremisti che le minano con i loro atti terroristici, ma neanche a molti politici che avrebbero voglia di muovere più velocemente le leve del potere e che non si lasciano sfuggire buone occasioni per delimitare ogni libertà. Due secoli di lunghe e sanguinose conquiste in Europa, in America e in tutto il mondo vengono smantellate con lo stesso gesto con cui un prestigiatore fa uscire una colomba da un fazzoletto.
Lo slancio delle democrazie europee sembra aver superato l'acme e in parte sembra già scendere la china della parabola, ripreso ben in faccia dai notiziari di tutti i media. Se il grande fratello non fosse solo una trasmissione voyeuristica ma un consiglio a leggere il libro di Orwell, salterebbe subito all'occhio come le dittature non sono così stupide da ripetere i loro errori. Ogni dittatura è più sottile, più subdola e più invisibile della precedente, ma con un forza di costrizione sempre maggiore. Tu non devi, Tu devi, Tu sei. Con questi tre epigrammi, Orwell riassume tutte le dittature del passato.
di stefano del 26/07/2005 @ 18:20:00, in viaggi, letto 558 volte
Quando ero piccolo, i miei genitori mi spedivano a passare le lunghe estati calde dalla mia nonna paterna. Premurosi e attenti a non farmi subire traumi, per evitare di farmi cambiare vettura durante il tragitto, mio padre aveva scelto un treno che partiva da Rimini per Ravenna, tornava indietro verso Faenza, e poi attraversava tutto l'Appennino fino a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze. Durata del viaggio: 3 ore e mezzo.
Per fortuna, quando si è piccoli il tempo non ha molto significato. Si passano ore a guardare insetti, a seguire il laborioso andirivieni di un formicaio, ad attendere un amico che tarda, figurarsi su un treno - che addirittura passava anche dentro le gallerie!
Durante gli anni sono tornato a Borgo tantissime altre volte saltando però il triangolo Rimini Ravenna Faenza per dirigermi direttamente a Faenza, disposto a subire il trauma della coincidenza per guadagnare un po' di tempo. Nonostante tutto, di quel treno mi sono innamorato tanto da dedicargli anche un servizio foto-giornalistico. Così, lunedì 25 luglio sono andato in macchina con un amico a seguire l'itinerario del treno aspettandolo nelle stazioni, sopra i ponti o ai passaggi a livello per rubare qualche scatto.
Non vorrei sorprendere gli studiosi del meteo, ma la giornata era molto calda, proprio estiva. Durante le canoniche attese di un regolare ritardo di 15 minuti, stare fermi a far nulla, mentre nelle orecchie esplodeva il suono di mille cicale, è stata un'ulteriore causa di un flusso ininterrotto di memorie. E' tipico dei bambini stare fuori al sole durante l'estate. Un tempo mi stupivo di come gli adulti stessero in casa nelle ore più calde. E così, quando mi sono trovato a giocherellare con la macchina fotografica attendendo un treno che non arrivava, con il sole allo zenith che ci guardava rovente, ho lasciato correre i ricordi senza più freno.
E poi, finalmente, il treno è sbucato da dietro una curva, risvegliandoci dai legacci dei ricordi con tre o quattro fischi sbuffati alla nostra attenzione (eravamo gli unici oltre ai grilli e agli alberi). Infine, abbiamo continuato il nostro giro visitando il borgo di Brisighella, Marradi e altri fatti da poco più di tre case addossate lungo la strada.
E così è passata una piacevole mezza giornata nello stesso circuito di neuroni e gangli in cui era già passata metà della mia vita. Ci sono viaggi che vanno oltre la distanza, che non si misurano con chilometri e pietre miliari, ma che corrono per le strade guardando il paesaggio con gli occhi della memoria e dell'infanzia, segnando le differenze come in un gioco enigmistico. Questo è stato sicuramente uno di quei viaggi, un viaggio in cui il tempo perde di significato.
Già, è proprio lui, il Dalai Lama, in visita a Rimini in un’atmosfera che poco ricordava la pace e la calma dei monaci tibetani. Un passaggio nella città costiera, una due giorni di incontri e danze che ha catalizzato l’attenzione dei media locali e di migliaia di persone.
C’ero anch’io lo scorso 29 luglio, a fare qualche foto e ad ascoltare, durante la conferenza stampa, le domande di altri giornalisti. Domande spesso banali e scontate, a cui sono seguite risposte argute e divertenti. Il Dalai Lama sapeva cambiare registro passando da risposte facete a stoccate piuttosto profonde nell’arco di pochi suoni gutturali della sua lingua così strana alle nostre orecchie.
Tra le domande di rito non poteva mancare, e infatti non è mancata, quella sul terrorismo. Dopo aver ascoltato pazientemente le parole del traduttore, sua santità se n’è uscito con una breve risposta che ha affondato, in pochi minuti, tutto il nostro eurocentrismo.
“Dov’è il terrorismo? - ha iniziato il Dalai Lama dopo aver condannato gli atti criminali che hanno colpito gli innocenti - Nella mia città non sono giunti gli attacchi dei terroristi, e anche qui a Rimini, mi pare che la vostra vita prosegua tranquilla, come se non ci fosse nulla”. Così abituati ad essere al centro del mondo, noi poco meno di un miliardo tra europei e americani, con uno sguardo realizziamo di essere una minoranza anche se non extracomunitaria. Eppure pensiamo di dover avere sempre le prime pagine e che a tutti interessi quello che ci succede. Ma, in fondo, perché? In Cina, in India, nell’Africa devastata e nell’America del sud, cioè nella gran parte del mondo, le nostre vicende, i nostri alterchi religiosi, le nostre guerre sono un’eco lontana, che arriva come a noi le tragedie in cui mancano gli occidentali.
Tranquillo, quasi sempre sorridente, e profondo, pur nascosto dietro un’apparenza semplice e lineare, il Dalai Lama ha dato una bella lezione. Una lezione che, molto probabilmente, non sarà recepita.
di stefano del 16/08/2005 @ 16:50:00, in cinema, letto 267 volte
“Io ne ho viste di cose, che voi umani non potreste neanche immaginare...”
Chi non ricorda le gloriose parole di Roy Batty, il Nexus 6 interpretato da Ruther Hauer che nel finale di Blade Runner salva inaspettatamente la vita a Deckard? Oltre a dare un finale più profondo al film stesso (il testo fu inserito su idea e insistenza dello stesso Rutger Hauer. Quelle parole, infatti, non sono assolutamente presenti nel romanzo, né lo erano nell’idea di trasposizione di Ridley Scott), quelle battute sono state riprese in innumerevoli citazioni.
E questo è tutto! Infatti, se dovessimo elencare altre particolari prestazioni del biondo e atletico attore olandese, cosa prenderemmo in considerazione? LadyHawk e The Hitcher, a voler essere buoni Furia Cieca e Giochi di morte, le ultimissime, brevi apparizioni in Sin City e Batman Begins, e davvero poco altro (per quanto riguarda il cinema hollywoodiano, internazionale).
Se, invece, volessimo prender nota delle apparizioni in pellicole assolutamente discutibili, purtroppo dovremmo fare una lista piuttosto lunga. Ma c’è stata una visione in particolare che mi ha spinto a buttare giù queste quattro righe di getto. Una visione apocalittica e triste. No, non sto parlando di Sotto massima sorveglianza, film in cui due Ruther Hauer fusi in un corpo solo - oppure uno solo imbolsito e ingrassato - cercavano di fuggire da una prigione di massima sicurezza. Sto parlando di Turbulence 3!, film - uso il termine in senso lato - passato da Italia 1 sabato 13 agosto in seconda serata.
In tale pellicola, un cantante di Heavy Metal, brutta copia di Marilyn Manson, salva un aereo di linea, pieno di suoi fan metallari, dalle mire di un non meglio precisato gruppo di terroristi. Inutile dire che il complice di questi terroristi, nonché secondo pilota, è interpretato da - indovinate un po’ - Rutger Hauer.
A questo punto, la mia idea è di raccogliere più firme possibili da spedire all’agente del signor Hauer, o a qualche intelligente produttore cinematografico, chiedendo che l’attore in questione venga utilizzato in parti, se non proprio da film d’essai, almeno decenti. Si accettano suggerimenti e idee.
di stefano del 23/08/2005 @ 09:09:00, in viaggi, letto 275 volte
Melville parla del grande Oceano, dei balenieri e dei profumi delle Molucche; io ho solo le silenziose e immobili sponde di un lago, e pure artificiale! L’invaso di Montedoglio, nell’alta Valtiberina, è un grande lago artificiale nato con tempi tutti italiani. Progettato negli anni ’70, è stato ultimato attorno al 2000.
Sia come sia, il grande bacino regala panorami affascinanti e quella sottile inquietudine tipica delle grandi masse d’acqua imprigionate tra scuri e antichi colli. Io che sono abituato alla continua risacca del mare, mi trovo spaesato e perso davanti a quest’acqua scura e muta, che si increspa appena sotto il fiato del vento. Il lago è pervaso di una bellezza selvaggia, quasi barbara. Le sponde sono irregolari e ci si spinge con la macchina fin tanto che c’è una strada. Poi, d’improvviso, s’interrompe, e si continua a piedi.
Qui attorno, sorgono i borghi e le città della Toscana appenninica, che incontra e si scontra con lembi di Romagna, Umbria e Marche. L’arroccato paese di Anghiari, tutto raccolto nelle sue mura e con la lunga strada dritta che si perde nell’orizzonte, oppure il piccolo Caprese Michelangelo, che ha dato i natali al grande artista, o ancora Sansepolcro, forse dall’aspetto più anonimo delle prime due, ma con l’imperdibile museo dedicato a Piero della Francesca.
Quando piove - ebbene sì!, piove anche ad agosto - si respirano subito i forti odori di sottobosco e della montagna, soprattutto se ci si sposta verso nord, nel cuore dell’Appennino. Qui, i soli padroni sono gli imponenti castagni e le grandi querce che si trasformano, all’occorrenza, in imponenti ombrelli sotto i quali sedersi a guardare il bosco.
Poi si arriva a Camaldoli, dove gli antichi monaci hanno perso la tanto agognata pace e il ritiro dal secolo, circondati da turisti che corrono da una cella ad un chiostro ad osservare vite e ritmi di un altro mondo.