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 un tramonto sui tetti di Rimini... di stefano
Lo scrittore: Io sono uno scrittore
Il lettore: secondo me invece sei una m...a!

Lo scrittore resta per alcuni minuti come folgorato da questa nuova idea e cade esanime. Lo portano via.

Daniil Charms
 
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
di stefano del 27/08/2005 @ 09:40:00, in pensieri sparsi, letto 956 volte
Il fantomatico pianoman, l'sms fantasma dopo il disastro aereo in Grecia, il catalano Enric Marco che per trent'anni si è spacciato per un reduce dei lager nazisti e tante altre storie del genere hanno un elemento in comune.
Non è (o almeno non solo quella) la mania di protagonismo, ma è una capacità davvero diabolica di ritorcere contro i giornali e i mass media la loro stessa pasta.

I notiziari di tutti i generi sono sempre alla ricerca di un particolare morboso, di una storia da prima pagina che possa incollare i lettori grazie ad un giusto mix di mistero, interesse e pruriginosità. Una storia che spesso non esiste. Ma fino a che sono i giornalisti a ritoccarla o inventarla di sana pianta è un conto. Quando invece il gioco letterario lo prendono in mano direttamente "i concorrenti" allora è un altro.

Alle fondamenta di questo bizzarro edificio c'è il fatto che i giornalisti sono profondamente assetati di queste storie. Uno si inventa un sms mai arrivato da un disastro aereo, e nessuno ne chiede la prova, si interroga sulle condizioni in cui possa essere stato spedito, cerca un riscontro, nulla. Un sms può essere, e anzi è, materiale abbastanza interessante da finire in prima pagina, magari con un bel titolone. Questo basta.

Io non so mai cosa pensare di queste situazioni, sempre diviso tra l'apprezzamento per la burla e lo sbigottimento per il cinismo (soprattutto per casi come l'sms). Eppure gli episodi si sprecano, alcuni anche di "alto calibro".

Qualcuno ricorda Darko Maver? Non è il fratello di Donnie Darko, ma un immaginario artista, creato a tavolino, che spopolò alla 48esima mostra d'arte di Venezia. Un progetto, di Luther Blisset, sicuramente ben studiato e calibrato, che ha preso per il naso critici, artisti e il "jet set" (jet che potrebbe partire e atterrare, come insegna Douglas Adam, su un altro pianeta), ma che soprattutto ha saputo far leva sui temi più caldi del momento. Darko Maver era sloveno (ai tempi della guerra nell'ex-Jugoslavia), orfano, sfuggito all'Accademia, bombardato dalla Nato o forse suicida... insomma: nessuno poteva resistere!

E tutti ci sono caduti in pieno, fino alla smentita. Pianoman ed Enric Marco sono i figli "fatti-da-sé" di Darko Maver. Uno ha ceduto, l'altro è stato scoperto da un accademico pignolo che dopo lunghe ricerche non ha trovato il nome di Marco nelle liste degli internati.
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di stefano del 24/08/2005 @ 09:44:00, in viaggi, letto 1113 volte
La letteratura che si richiama e si cita in un circolo di continui rimandi ha un un fascino davvero irresistibile.

Questo è un breve stralcio dell'ottavo capitolo di Moby Dick, di Melville. Ismaele, prima di imbarcarsi, si è recato nella chiesa dei balenieri. Qui, un prete piuttosto vivace ed ex marinaio, sta tenendo il suo sermone. Il parallelo con la situazione odierna è lampante. Questa è davvero la migliore risposta alle leggi contro le immigrazioni che bloccano i poveracci, ma mai i grandi affaristi.

L'omelia del prete riguarda le peripezie di Giona.

"Ora, compagni, il capitano di Giona era uno di quegli uomini sagaci che capiscono subito se uno è colpevole ma per la loro cupidigia denunciano solo i poveri. Su questa terra, compagni, il peccato che paga può andare in ogni luogo e senza passaporti, mentra la Virtù, se è povera, viene fermata a tutte le frontiere!

"E così il capitano di Giona s'accinge a sperimentare la profondità della borsa di Giona prima di giudicarlo apertamente. Gli chiede il triplo della somma consueta e l'altro accetta. Allora il capitano è sicuro che Giona è un fuggiasco, ma nello stesso tempo si risolve di aiutare una fuga che si selcia la strada con l'oro".

(trad. Cesare Pavese)
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di stefano del 23/08/2005 @ 09:09:00, in viaggi, letto 1030 volte
Melville parla del grande Oceano, dei balenieri e dei profumi delle Molucche; io ho solo le silenziose e immobili sponde di un lago, e pure artificiale! L’invaso di Montedoglio, nell’alta Valtiberina, è un grande lago artificiale nato con tempi tutti italiani. Progettato negli anni ’70, è stato ultimato attorno al 2000.

Sia come sia, il grande bacino regala panorami affascinanti e quella sottile inquietudine tipica delle grandi masse d’acqua imprigionate tra scuri e antichi colli. Io che sono abituato alla continua risacca del mare, mi trovo spaesato e perso davanti a quest’acqua scura e muta, che si increspa appena sotto il fiato del vento. Il lago è pervaso di una bellezza selvaggia, quasi barbara. Le sponde sono irregolari e ci si spinge con la macchina fin tanto che c’è una strada. Poi, d’improvviso, s’interrompe, e si continua a piedi.

Qui attorno, sorgono i borghi e le città della Toscana appenninica, che incontra e si scontra con lembi di Romagna, Umbria e Marche. L’arroccato paese di Anghiari, tutto raccolto nelle sue mura e con la lunga strada dritta che si perde nell’orizzonte, oppure il piccolo Caprese Michelangelo, che ha dato i natali al grande artista, o ancora Sansepolcro, forse dall’aspetto più anonimo delle prime due, ma con l’imperdibile museo dedicato a Piero della Francesca.

Quando piove - ebbene sì!, piove anche ad agosto - si respirano subito i forti odori di sottobosco e della montagna, soprattutto se ci si sposta verso nord, nel cuore dell’Appennino. Qui, i soli padroni sono gli imponenti castagni e le grandi querce che si trasformano, all’occorrenza, in imponenti ombrelli sotto i quali sedersi a guardare il bosco.

Poi si arriva a Camaldoli, dove gli antichi monaci hanno perso la tanto agognata pace e il ritiro dal secolo, circondati da turisti che corrono da una cella ad un chiostro ad osservare vite e ritmi di un altro mondo.
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di stefano del 16/08/2005 @ 16:50:00, in cinema, letto 1177 volte
“Io ne ho viste di cose, che voi umani non potreste neanche immaginare...”
Chi non ricorda le gloriose parole di Roy Batty, il Nexus 6 interpretato da Ruther Hauer che nel finale di Blade Runner salva inaspettatamente la vita a Deckard? Oltre a dare un finale più profondo al film stesso (il testo fu inserito su idea e insistenza dello stesso Rutger Hauer. Quelle parole, infatti, non sono assolutamente presenti nel romanzo, né lo erano nell’idea di trasposizione di Ridley Scott), quelle battute sono state riprese in innumerevoli citazioni.

E questo è tutto! Infatti, se dovessimo elencare altre particolari prestazioni del biondo e atletico attore olandese, cosa prenderemmo in considerazione? LadyHawk e The Hitcher, a voler essere buoni Furia Cieca e Giochi di morte, le ultimissime, brevi apparizioni in Sin City e Batman Begins, e davvero poco altro (per quanto riguarda il cinema hollywoodiano, internazionale).

Se, invece, volessimo prender nota delle apparizioni in pellicole assolutamente discutibili, purtroppo dovremmo fare una lista piuttosto lunga. Ma c’è stata una visione in particolare che mi ha spinto a buttare giù queste quattro righe di getto. Una visione apocalittica e triste. No, non sto parlando di Sotto massima sorveglianza, film in cui due Ruther Hauer fusi in un corpo solo - oppure uno solo imbolsito e ingrassato - cercavano di fuggire da una prigione di massima sicurezza. Sto parlando di Turbulence 3!, film - uso il termine in senso lato - passato da Italia 1 sabato 13 agosto in seconda serata.

In tale pellicola, un cantante di Heavy Metal, brutta copia di Marilyn Manson, salva un aereo di linea, pieno di suoi fan metallari, dalle mire di un non meglio precisato gruppo di terroristi. Inutile dire che il complice di questi terroristi, nonché secondo pilota, è interpretato da - indovinate un po’ - Rutger Hauer.

A questo punto, la mia idea è di raccogliere più firme possibili da spedire all’agente del signor Hauer, o a qualche intelligente produttore cinematografico, chiedendo che l’attore in questione venga utilizzato in parti, se non proprio da film d’essai, almeno decenti. Si accettano suggerimenti e idee.
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di stefano del 10/08/2005 @ 11:50:00, in pensieri sparsi, letto 1693 volte
Già, è proprio lui, il Dalai Lama, in visita a Rimini in un’atmosfera che poco ricordava la pace e la calma dei monaci tibetani. Un passaggio nella città costiera, una due giorni di incontri e danze che ha catalizzato l’attenzione dei media locali e di migliaia di persone.

C’ero anch’io lo scorso 29 luglio, a fare qualche foto e ad ascoltare, durante la conferenza stampa, le domande di altri giornalisti. Domande spesso banali e scontate, a cui sono seguite risposte argute e divertenti. Il Dalai Lama sapeva cambiare registro passando da risposte facete a stoccate piuttosto profonde nell’arco di pochi suoni gutturali della sua lingua così strana alle nostre orecchie.

Tra le domande di rito non poteva mancare, e infatti non è mancata, quella sul terrorismo. Dopo aver ascoltato pazientemente le parole del traduttore, sua santità se n’è uscito con una breve risposta che ha affondato, in pochi minuti, tutto il nostro eurocentrismo.

“Dov’è il terrorismo? - ha iniziato il Dalai Lama dopo aver condannato gli atti criminali che hanno colpito gli innocenti - Nella mia città non sono giunti gli attacchi dei terroristi, e anche qui a Rimini, mi pare che la vostra vita prosegua tranquilla, come se non ci fosse nulla”.
Così abituati ad essere al centro del mondo, noi poco meno di un miliardo tra europei e americani, con uno sguardo realizziamo di essere una minoranza anche se non extracomunitaria. Eppure pensiamo di dover avere sempre le prime pagine e che a tutti interessi quello che ci succede. Ma, in fondo, perché? In Cina, in India, nell’Africa devastata e nell’America del sud, cioè nella gran parte del mondo, le nostre vicende, i nostri alterchi religiosi, le nostre guerre sono un’eco lontana, che arriva come a noi le tragedie in cui mancano gli occidentali.

Tranquillo, quasi sempre sorridente, e profondo, pur nascosto dietro un’apparenza semplice e lineare, il Dalai Lama ha dato una bella lezione. Una lezione che, molto probabilmente, non sarà recepita.
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