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Bangladesh Bangladesh
di stefano del 11/07/2005 @ 00:01:00, in in citta', letto 1756 volte
In tutti i romanzi di gioventù, quelli letti per sognare di grandi viaggi e di grandi incontri, si incappava sempre in città crocevia di razze, fedi e persone. Fosse Shangai, Kabul, la lontana Baghdad o la più europea Londra, le città culturalmente più evolute affascinavano per la loro capacità di ospitare le più diverse persone, etnie e culture.
Al contrario, le piccole città di provincia hanno sempre guardato gli stranieri con un misto di curiosità e sospetto. Nel frattempo, anche la piccola Rimini, città sui generis nel panorama italiano, ha conquistato la sua parte di internazionalità. Per chi passeggia tra le vie che da Piazza Ferrari corrono verso la stazione, il panorama è molto diverso rispetto a qualche anno fa.

Io vivo al limitare di questo quartiere, quello che negli anni '70 era il quartiere delle puttane, quello che dopo i primi restauri e recuperi è diventato un anonimo quartiere di una città in espansione, quello che oggi, infine, dagli stessi abitanti è chiamato Bangladesh.

Così lo chiamano i senegalesi che lavorano nei numerosi African Shop e nei negozi di parrucchieri e acconciatori che espongono in vetrina locandine dal cotonamento anni '70, oppure nelle piccole botteghe dal forte odore di cumino, zenzero e coriandolo. Insieme a loro, un negozio alla volta, il Bangladesh di Rimini si è popolato di cingalesi, cinesi e indiani. Alimentari colorati di spezie e mal d'Africa sono sorti di fianco ai panettieri e alle macellerie; i negozi di trasferimento valuta hanno affiancato quelli di telefonini, ai ristoranti si accompagnano i Doner Kebab. Lo scambio è equo: i riminesi assaggiano la carne al girarrosto della piccola rosticceria gestita da Javaid, Nazar e Wajid Alì, specializzata in enormi panini con carne di montone, pomodori, salse allo yogurt e patatine, e gli indiani affollano il piada e cassoni da Johnny, proprio al centro del multicolorato quartiere (il cassonificio dalle temperature più alte della città)

Infine, logica conclusione, è stata aperta anche una moschea, che tanto ha fatto paura a chi vive di preconcetti. Il luogo è affollato di venerdì, come una chiesa lo è di domenica, e nient'altro da segnalare.

Intanto Rimini cresce, ed è bello vedere senegalesi che non sono più solo 'Vucumprà' (parola davvero orribile), od operai costretti ai lavori più umili e bistrattati. E' affascinante vedere ragazzi cinesi che non parlano solo cantonese stretto ma che riescono a comunicare coi loro coetanei riminesi e allargano le strette maglie della loro comunità. La seconda generazione si sta inserendo nel tessuto sociale arricchendolo e vivacizzandolo. Fino a che, nonostante un taglio degli occhi dal sapore ancora esotico, saranno riminesi a tutti gli effetti. D'altronde anche noi siamo riminesi solo perché siamo nati e cresciuti qui, anche se molte nostre famiglie sono giunte da altre regioni, Toscana, Marche, Lombardia, Sicilia.
E anche i riminesi di più antica tradizione non fanno certo parte delle gentes latine che fondarono la città e sono riminesi per storia, per tempo di appartenenza, non certo per "sangue". Le città le fanno gli abitanti e cambiano con loro, non esistono abitanti tipici di città italiane, e quelli che a noi sembrano tali non lo erano uno o due secoli fa, o se esistono sono lo specchio dei tempi, e i nostri tempi sono di incontro e non di chiusura (speriamo!).