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Cos'e' rimasto del Po?
di stefano del 31/07/2009 @ 13:14:43, in viaggi, letto 1316 volte
Quanto ci mette un mito a nascere? Già due anni bastano. Nel maggio del 2007 ho passato 12 giorni in barca sul Po, insieme a Michele Marziani, a cercare di capire cosa fosse rimasto della cultura del fiume. Un viaggio molto bello, un'esperienza ricca, ma che diede dei risultati deprimenti come esplorazione.
Il fiume era abbandonato, violentato e lasciato a se stesso, preda di chiunque volesse abusarne e farne le peggiori cose. Chi cercava di salvarlo lo faceva per conto proprio, portando avanti qualche tradizione che probabilmente non gli sarebbe sopravvissuta, o se sì, non per molto.

Ma in me, quei ricordi si erano già confusi e in parte erano sfumati a creare un mondo in qualche modo affascinante. E così, la scorsa settimana, quando sono tornato insieme a Michele, Luca e Carla sul fiume per preparare un nuovo booktrailer, mi è ricaduta sotto gli occhi la vera realtà.
Il Po è il nulla. Abbiamo girato ore senza incontrare nessuno. Né un locale aperto, né una persona, niente sul fiume. Solo centinaia di case semi-distrutte lasciate al loro destino. La vita prosegue solo oltre l'argine, che sembra un  muro invalicabile che tiene fuori un mondo che non si vuole.
E' più probabile che le tribù dei galli scese dalle Alpi e intenzionate a saccheggiare Roma nel 300 avanti Cristo avessero trovato più passanti, chioschi e imbarcaderi di quanti ne abbiamo visti noi.

Non che la cosa non abbia fascino. In realtà tutto il fiume e le sponde sono un luogo selvaggio, fuori dagli schemi. Un posto di frontiera, così come frontiera oggi, è qualsiasi luogo non sia raggiungibile da una strada. La nostra vita passa nei luoghi raggiungibili dalla macchina. Tutto il resto è frontiera, dimenticanza, abbandono.
Lo è anche il Po. Molti di quelli che ci vivono lo tengono a distanza. Se non guardi oltre l'argine, il fiume non esiste. La verità è che del fiume importa poco a tutti. Per la maggior parte il Po è solo un fastidio da attraversare, uno spiacevole nastro d'acqua che interrompe i programmi e divide il paese in due, e i ponti sono sempre pochi. Per chi lo ama, c'è poco da fare, se non stare lì a guardarne l'agonia senza poter fare poi tanto. Io lo amo e ne scrivo. Altri fanno la stessa cosa. Qualcuno lo ama così tanto da viverci.
E li conosci e li apprezzi. Ma più li senti parlare del loro amore, più ne percepisci i sentimenti, e più ti intristisci perché è come guardare un amore impossibile. Come un film francese. Che lo guardi ma tanto sai che la storia finisce male.

E allora è piacevole passare una serata alle Occare, una piccola oasi, vicino ad Argenta, in cui il fiume acquista di nuovo dignità, storia, realtà. Qui si sentono i profumi dei prodotti del fiume, se ne gustano i sapori, e si può dormire in un luogo plasmato dal fiume stesso.
Il riso, il caviale di storione, le zucchine, i meloni, i vini delle sabbie - tutto parla del fiume. Si sente la passione di chi ha deciso di vivere qui e di far vivere i prodotti del fiume. Come Cristina, proprietaria dell'agriturismo, o Mirco, che dà vita a vini davvero inaspettati e godibilissimi.

Ma quando esci, la mattina dopo, e torni sulle strade principali, l'idea è quella di aver fatto un bel sogno. I ricordi ancora una volta si confondono, le sensazioni si fanno disordinate e l'unica cosa di cui ci si accorge, e che nonostante tutte e campagne degli assessorati al turismo, delle pro loco e delle compagnie di viaggio, mondi interi sono scomparsi, e non ne è rimasto quasi più nulla. Il resto sono oasi e musei all'aperto.