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santo stefano cittą e museo
di stefano del 14/09/2005 @ 10:15:00, in viaggi, letto 1912 volte
Di giorno, a Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, le colline hanno il colore del sughero, bruciate dal sole. Ai fianchi di altopiani macchiati di pezze colorate, le colline prima e le asperrime vette della Maiella poi si alzano incontrastate.

A differenza delle colline laziali, affogate nel verde e tagliate da fiumi e cascate, qui si respira un preambolo di deserto. Tutto sembra coperto da una sabbia scura, grassa, eppure, l'idea che ne emerge, non è solo di arsura e secchezza, rimane un fondo azzurro, selvaggio ed estremamente vitale. Ogni tanto spunta un muro medievale ed una torre, i ruderi di un castello, oppure una chiesa dimenticata dai fedeli, tutti sotto uno sguardo solare che sembra non dover mai tramontare.

La sera, il piccolo borgo è vittima di un silenzio asfissiante. Ho passeggiato per le strade del borgo per lungo tempo, passando da una piccola scalinata ad un antico arco di pietra, sotto la torre maestosa e scabra, e di fianco ad una chiesa sconsacrata e senza entrata, e in tutti questi passaggi non ho incontrato anima viva. Solo un gatto si aggirava ignaro di me e dei miei pensieri.

Santo Stefano di Sessanio è una città fantasma. Una città che, per quanto ricostruita e restaurata secondo i progetti originari, senza aberrazioni edilizie o speculazioni di sorta non ha più nulla a che fare sol suo genius loci. Nessuno, se non turisti o cittadini benestatnti in cerca di un'isolazione elitaria, verrà più a vivere quassù e a condividerne le fatiche, le stagioni, i silenzi.
Una bella città, un bel restauro, ma tutto è carico di una forte nostalgia inespribile. Si percepisce uno profondo stacco irrecuperabile con un passato che solo s'intravvede nelle mura scure e annerite dai fumi dei fuochi. Solo qualche veccchio passeggia avanti e indietro, per sottolineare ancora di più quale universo di tempo e di evoluzione esista tra il proprio mondo e il nostro.

Settanta anime, contro un futuro di turisti. Ma non c'è battaglia, perché qui i giochi sono già conclusi. Come sempre, e non poteva essere diversamente, ha vinto il tempo, e non ha vinto solo sulle pietre e sulle rughe della pelle, ma ha vinto contro la nostra idea di cultura, le nostre pallide e sottili tradizioni, le nostre preconcette idee sul passato. Il resto sono sogni, piccole illusioni, giochi di costruzione.

Un'ultima addenda: Santo Stefano, questa mattina, mentre i turisti passeggiano con i loro cappellini e gli occhiali da sole, alla ricerca di un ricordo da riportare a casa, Santo Stefano, dicevo, mi ha dato l'idea di essere un grande museo all'aperto. Come andare in vacanza un paio di giorni al Louvre (che, come tutti ripetono ad ogni vostro accenno di una visita, non è possibile vedere in un giorno) e riuscire a dormire in una stanza tra le sale d'Egitto.
Il mio umore oscilla tra l'idea di perdita del borgo, a quella di un recupero che non poteva essere fatto meglio di così.