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 un tramonto sui tetti di Rimini... di stefano
Lo scrittore: Io sono uno scrittore
Il lettore: secondo me invece sei una m...a!

Lo scrittore resta per alcuni minuti come folgorato da questa nuova idea e cade esanime. Lo portano via.

Daniil Charms
 
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di stefano del 02/06/2007 @ 23:59:00 in viaggi, letto 3007 volte
dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 2.6.7




Oggi la stanchezza mi ha colpito con la pioggia e il freddo. Mi sentivo come il protagonista di un libro di avventure, come Frodo Baggins, che nonostante tutte le avversità continua il suo viaggio. Così, lasciata la barca a Bagnolo S. Vito, questa mattina, alle 7 e 30, ci siamo messi a pedalare verso Guastalla.
Sotto un cielo basso e infingardo i corvi gracchiavano sui rami. Ho deciso che il prossimo viaggio lo faccio in novembre, magari trovo una settimana di sole. La colazione è circondata da un gruppo di musoni da bar, tipici abitanti della bassa padana mantovana che ti buttano addosso tutta la loro ostilità. Verrebbe voglia di ripartire subito, ma un acquazzone ci blocca. Solo dopo mezz’ora lasciamo il tempio della mestizia verso la prima stazione ferroviaria, convinti ormai che sia difficile continuare anche in bici.
Ma la fermata di Pegognaga è squallida e deserta. Pegognaga. Già il nome ricorda quel gnègnègnè che si fa con stizza verso chi ci sta antipatico. Giovedì abbiamo navigato nove ore senza incontrare anima viva. Oggi è il paese ad essere abbandonato. Sembra di perlustrare una zona colpita da una devastazione atomica o da un’epidemia. Tutto è vuoto, chiuso, disabitato.
In mano a Romero la pianura padana sarebbe un ottimo set per un nuovo film di zombi.



L’ora passata dentro alla sala d’attesa di Pegognaga - il cui treno, tra parentesi, passa due ore più avanti - mi ricorda quelle perse alle visite militari. Quando Andrea Bezzecchi ci porta via con la macchina sono troppo stanco per accorgermi che il nostro viaggio sta per cambiare. Finalmente ritorniamo sulla costa emiliana, nel reggiano. Qui, anche nei piccoli paesini, pur con la pioggia il clima è diverso. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio. A San Benedetto Po abbiamo trovato molta ospitalità. Ieri tre signori mi hanno raccontato la loro infanzia sul fiume mentre ci riscaldavamo con un tè. Ma fuori dai centri più grandi, quasi tutti si chiudono al nostro passaggio e ci evitano.



L’Osteria Lido Enza è ristorante molto “all’antica” sulle rive di un piccolo affluente del Po. Le pareti sono ricoperte di canneti e il pesce è d’allevamento (chi pesca più in queste acque?) ma il fritto di pesce gatto, rane e pesciolini da mangiare tutti interi è davvero gustoso. Penso, in futuro, di abbandonare la pratica di mangiare rane. Quando il metodo di cucinare gli animali diventa troppo cruento, preferisco evitarli, un po’ come con le aragoste. Ho scoperto che le rane le spellano vive, e questo mi è bastato.



Il nostro itinerario lungo il fiume passa per Brescello, vivace paesone dove sono stati girati tutti i film di don camillo e peppone. Per gli abitanti è stato l’equivalente di avere una meta di pellegrinaggio. Il museo accoglie migliaia di visitatori l’anno e ogni luogo è dedicato ai personaggi di Guareschi. A Brescello-Guareschi fa da contrappunto Gualtieri-Ligabue. Nella città sotto l’argine del Po ha vissuto ed è stato curato per anni il grande pittore. E gli abitanti non se lo dimenticano. Entrando in città campeggia una grande statua in bronzo con la testa di Antonio Ligabue, mentre il museo raccoglie alcuni quadri (molte delle opere di Ligabue sono di privati) e anche schizzi e sculture che sembrano prendere vita e infrangere la teca. L’ultima visita del pomeriggio è stata dalla Luigi Benelli, rinomata fabbrica di Spongata (come recita lo slogan), un dolce molto buono, delicato incontro di un pesto di miele, noci, mandorle e pinoli e spezie. La ricetta è sicuramente della metà del XV secolo, ma secondo alcuni è addirittura romana. Custode di questo tesoro una famiglia che ne parla con reticenza, senza svelare troppo a noi, che siamo tra i primi giornalisti a farsi raccontare la storia di questa leccornia.
 
di stefano del 03/06/2007 @ 23:59:00 in viaggi, letto 6195 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 3.6.7


Mentre caricavamo le biciclette sulla macchina che ci avrebbe portato da Novellara sino a Busseto mi sono reso conto che la barca era stata ormai definitivamente abbandonata. Le lunghe scie sul Po, risalendo con fatica la corrente non ci sarebbero più state. Gli spazi della pilotina entravano ormai stabilmente a far parte del mondo dei ricordi. Ma, ho pensato, un viaggio è importante per il tragitto che si fa (Ulisse docet) e in parte per la meta, non sempre per il mezzo.
Da grande appassionato di Jules Verne non ho potuto non pensare a Phileas Fogg e al suo rocambolesco giro del mondo in 80 giorni, in cui ad ogni tappa è costretto a cercare il mezzo di locomozione più veloce. E’ per questo che, senza togliere Achab, ho deciso di aggiungere un secondo cognomen ex virtute, sul modello dei condottieri romani che aggiungevano ai loro tre nomi, anche quello del luogo della regione conquistata o del popolo vinto.

Oramai siamo solo a una manciata di chilometri da Cremona e abbiamo ben due giorni per raggiungerla e il cattivo tempo sembra passato. Tutto sembra assicurarci un veloce e semplice arrivo. Ma è meglio non dare nulla per scontato. Così come la mia fonte ispiratrice che viaggiò per quasi tre mesi attorno al globo, anch’io temo che potremmo dover cambiare ancora mezzo ed essere costretti a salire sul treno, mongolfiera, dirigibile, hovercraft, chiatta, segways, autoblindo, sommergibile, biplano, rollerblade, monopattino, monociclo, diligenza, risciò, motoretta, solex e via dicendo.



La giornata enogastronomica si è sviluppata con un iter molto particolare. Ancora mi girava per le papille la cena della sera precedente sulla motonave Stradivari, grande barca molto raffinata ormeggiata a Boretto con un ottimo ristorante di bordo e un cuoco di grande inventiva. Il clou è stato sicuramente il risotto con anguilla affumicata e radicchio mantecato col parmigiano reggiano!
E a proposito di parmigiano reggiano questa mattina la visita al caseificio Castellazzo di Novellara mi ha portato, per la prima volta, ad osservare tutte le fasi della realizzazione di questo re dei formaggi italiani. Impressionante la sala di stagionatura, dove scaffali e scaffali colmi di forme svettano sino al soffitto, come un’incredibile biblioteca casearia! Oltre alle materie prime di qualità, all’ottimo burro (il parmigiano, infatti, si prepara con latte magro, e la parte grassa diventa, appunto, burro) e alla lavorazione controllata, grazie ad un sistema di schedatura informatica, da ogni forma si può risalire a quale latte è stato utilizzato per la realizzazione del formaggio.
Procedimenti ancora più rigorosi rituali all’acetaia san Giacomo che produce aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia. Già perché l’aceto balsamico non è solo di Modena, e non è secondo o posteriore a quello più famoso, solo un po’ diverso e, fino ad oggi, meno pubblicizzato. Andrea, racconta che ha iniziato l’attività sviluppando l’abitudine che suo padre e suo nonno avevano (come molti reggini) di farsi l’aceto balsamico per la propria famiglia.



Per non tradire le origini del nostro viaggio, per il pranzo ci siamo trasferiti al Corniolo, piccolo ristorante sulle rive del Po con tanto di attracco. In otto giorni di viaggio siamo capitati su osterie migliori e più interessanti, anche se l’anguilla ai ferri è stata davvero gustosa. Infine, dopo un viaggio in macchina ricco di peripezie e una rilassante passeggiata per le vie di Busseto ci siamo concessi una semplicissima pizza con birra gelata!
Per la cronaca, Busseto è il paese che ha dato i natali ad un compositore molto famoso... non ricordo il nome. C’è una sua statua in piazza Verdi, all’incrocio con via Verdi poco distante dal teatro Giuseppe Verdi. Che sia Schumann?
 
di stefano del 14/07/2008 @ 23:51:00 in viaggi, letto 1394 volte


Se Dante potesse frequentare una stazione ferroviaria italiana in estate, ne trarrebbe sicuramente una nuova fonte di ispirazione per rivedere alcuni canti dell'inferno e nuove idee per le pene dei dannati.

C'è il contrappasso per i distratti, costretti a capire da quale binario parta il proprio treno, con cambi non annunciati all'ultimo minuto e treni con diversa destinazione, ma stessa direzione, che partono dallo stesso binario a 5 minuti di distanza (da aggiungere che entrambi i treni sono in ritardo - difficile, quindi, capire quale dei due stia arrivando - e ovviamente con la complicazione che uno ferma nella stazione desiderata e l'altro no!)

C'è il doppio contrappasso per i pigri, costretti, se già in vettura, a correre da un vagone all'altro nel tentativo di trovare una porta che si apra e poter finalmente scendere. Oppure, in caso si tenti di salire, costretti a zigzagare tra vecchi che scendono in slow-motion con bauli grandi come casse da morto e pieni di mercurio liquido lasciati incolti in mezzo alla pensilina come ostacoli olimpici.

C'è, infine, il contrappasso per gli iracondi, costretti a mantenere la calma quando, alla ricerca del posto prenotato nella carrozza 9 del treno per Crotone (fermata Giulianova), trovano la carrozza 9, una seconda carrozza 9, e un'altra carrozza con l'indicazione Munchen-Milano carrozza 9 (carrozza che, probabilmente, si stacca alla stazione di Ancona e prosegue autonoma attraverso binari sotterranei).


Alla fine di due giorni di viaggio, mi sono sentito col rischio di ripetere tutto per l'eternità, proprio come all'inferno. Sono andato infatti a Giulianova da Rimini, per la conferenza di presentazione di castelbasso 2008. Da lì, per problemi organizzativi, sono stato accompagnato insieme agli altri giornalisti a Roma. Da Roma ho preso un treno per Bologna. A Bologna ho preso un treno per Pescara, ma per fortuna sono sceso a Rimini. Per un attimo ho avuto l'incubo di tornare a Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini...
 
di stefano del 01/06/2007 @ 23:35:00 in viaggi, letto 2622 volte


dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 1.6.7


Mattinata in odor di santità, per l’equipaggio della Random. L’abbazia di San Benedetto Po è un continuo fluire di arcate e chiostri. L’ingresso è invece un bell’esempio di burocrazia italiana, con le gentili ragazze dell’Ufficio Informazioni che vogliono farci entrare a gratis (moto a luogo), mentre la stizzosa strappa-biglietti pretende, appunto, un biglietto.



Ma sono quisquiglie che si dimenticano subito davanti agli affreschi del Correggio o al chiostro di San Simeone. Passeggiando riemergono tutti i miei desideri monastici, i ritiri nel silenzio, la ricerca del divino nelle linee geometriche delle colonne, dei giardini, specchio dell’ordine celeste, ma poi mi diverto a stuzzicare la guida che esalta i monaci cluniacensi e la loro abitudine di dormire in camerate comuni, ricordandole che i cistercensi li accusavano di farlo per dedicarsi a pratiche contronatura. Dal canto loro, i cluniacensi accusavano i cistercensi di non portare le brache sotto la tonaca per essere subito pronti alla fornicazione e di passare le giornate a mangiare (a proposito, oggi abbiamo scoperto che un monaco medievale, vivendo tutto l’inverno senza riscaldamento, pranzava per un totale di 6-7000 calorie al giorno. Potrebbe essere un’idea per una dieta...).
Sodomiti o no, i monaci di Polirone sono stati uno dei principali motori della bonifica della valpadana e un centro di cultura di grande importanza, con uno scriptorium molto attivo e una biblioteca di notevoli dimensioni. Molto probabilmente possedevano anche una copia del De Nuptis Philologiae et Mercuri di Marziano Capella...



La nostra esplorazione del territorio è proseguita con un pranzo luculliano. Siamo arrivati alla fine stanchi e stremati, ma con gran gioia! Il pasto si è aperto, come di rito da queste parti, col sorbir d’angelo, una piccola ciotola con brodo e anoli (simili a cappelletti ma ripieni di carne) in cui si versa un cucchiaio di vino, nel nostro caso lambrusco mantovano, e si gusta come antipasto per aprir lo stomaco. Una volta aperto sono entrati anche del salame mantovano servito con polenta e lardo pistà e un trancio di anguilla fritta, giusto per concludere gli antipasti. All’Impronta, il nostro ristorante, abbiamo mangiato dei tortelli di zucca degni di questo nome, con tanto di amaretto nel ripieno! Il trionfo dell’agrodolce! E poi, già che c’eravamo, abbiamo gradito delle tagliatelle condite con la carne delle costine - davvero squisite - e abbiamo concluso, a un passo dalla morte, con del parmigiano reggiano stagionato 36 mesi accompagnato con una mostarda di pere kaiser e una composta di pomodori verdi.



Risalire in barca sarebbe stato davvero rischioso. E questo è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di lasciarla qui, a Bagnolo san Vito (sull’altra sponda rispetto a San Benedetto). Ecco gli altri:
+ ha piovuto tutto il giorno
+ le previsioni annunciano pioggia battente
+ il fiume è in piena
+ si aspetta una nuova piena nei prossimi giorni
+ l’attracco di Bagnolo San Vito è una gran bella struttura, così come dovrebbero essere tutti i moli, con una darsena a protezione del molo, un albergo - dal quale scriviamo - qualche bungalow, un piccolo bar e un servizio di fornitura benzina.

Come, direte voi, mollate adesso? E noi cosa leggeremo nei prossimi giorni? No cari amici. Un viaggio è un viaggio! E noi dobbiamo arrivare a Cremona. Dove non può la barca intervengono le biciclette. Quando anche queste cadranno sotto i colpi del fato passeremo al treno. Non ci fermeremo neppure in caso di deragliamenti, ma proseguiremo a piedi, carponi, arrancando e a nuoto, se necessario. Certo, in questo caso sarebbe difficile aggiornare il blog, ma questo è un altro discorso...

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di stefano del 22/11/2009 @ 20:51:30 in pensieri sparsi, letto 1006 volte
Voglio dire, Tarantino lo ha dichiarato esplicitamente. Il suo inglorious basterds si rifà a Quel maledetto treno blindato, film italiano del 1977 di Castellari, esportato in america col titolo di inglorious bastards.

Ma in quale altro paese, dopo una notizia così, e dopo che il film di tarantino è stato giustamente accolto dalla critica molto positivamente, tutti se ne sbattono altamente?

Non c'è stata una tv, statale o privata che lo abbia ritrasmesso. un cinema che lo abbia inserito in una rassegna. nulla. il vuoto più assoluto. neanche qualche negozio che l'abbia rimesso fuori. per vederlo bisogna scaricarlo da emule.

che paese piccolo e infame. incapace di valorizzare le proprie cose, attento solo a quello che dice la critica di regime. che schifo
 
di stefano del 05/06/2007 @ 20:23:00 in viaggi, letto 2883 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 5.6.7


http://pedetemptim.blogdns.net/sblog/upload/giorno10_1.jpg

Cremona è la mia città. L’ho capito appena le due canoe sono apparse sotto le arcate del ponte. Sulle veloci acque del fiume ho rivisto passare i miei sogni di “campus” inglese. Io, studente amante dell’università, ho subito provato una grande attrazione per un mondo che non è mio ma che da sempre mi attrae. E la stessa sensazione l’ho avuta oggi, visitando il centro sportivo proprio sulle rive del fiume, con scuola di canottaggio e vogatori attrezzati in piscina, immerso in un paradisiaco giardino ricco di piante e belle ragazze (e d’altronde, ho imparato, Cremona è la città dei turrùn (che amo), turrazz (il campanile del duomo) e tettazz (si spiega da sé)).
Io che vengo da Bologna (anche lì tre “t”, con i tortellini al posto del torrone), con le sue arcate scure e ipnotiche, ho provato una profonda nostalgia.
I miracoli del viaggio, ormai giunto al termine. Ed è bello che proprio prima della fine, come un colpo di scena atteso per troppo tempo, finalmente troviamo la nostra meta: la città del fiume. Cremona è davvero la capitale del Po. Una città che il fiume lo vive e lo sente proprio. Che lo ama e che su di esso ha fondato traffici e ricchezze (commercio del sale da Venezia) e cultura. Siamo così lontano dalla desolazione, dalla tristezza e dall’abbandono visto lungo il nostro tragitto.

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Un bel finale. Anche se oggi, mentre eravamo in bici, indovinate un po’ cos’è successo? Chi indovina vince un barattolo di mostarda Luccini. Bravi! Ha piovuto. Se passate da Rimini, centro storico, sarò felice di invitarvi a salire e farvi assaggiare quest’ottima mostarda cremonese, preparata da un’azienda giovane ma ricca di voglia e talento che oggi abbiamo visitato a Cicognolo. Niente a che fare con la mostarda dai colori acidi e abbacinanti dei barattoli da supermercato. Anzi, la mostarda artigianale, su ammissione di chi la prepara, è un po’ brutta da vedere. Ma vale la pena superare lo scoglio per gustare quel fantastico equilibrio che nasce tra la frutta candita e la senape, ottimo per accompagnare piatti salati e saporiti.

Ma in fondo, lamentele a parte, è bello pedalare quando piove. L’aria si impregna di odore di camomilla ed elettricità. Ed è sempre meno impegnativo della tredicesima fatica di Ercole: caricare le biciclette sul treno. Questa prova si effettua salendo scalini progettati per titani e poi stazionando, come profughi, nei vani del treno cercando di non far cadere le biciclette appoggiate ai sostegni. Infine, quando si scende, bisogna evitare di essere schiacciati dalla bicicletta stessa che, attratta dalla forza di gravità si spinge con foga verso la pensilina, travolgendo persone, uomini, cose e animali che trova sul proprio tragitto.

Tra pioggia e treni siamo arrivati anche da Rivoltini, produttore di torrone. Si può visitare Cremona senza parlare di torrone? Giammai! Un’azienda interessante, anche se non abbiamo assaggiato il loro prodotto di punta: il torrone tradizionale cremonese, preparato solo con miele, albume e mandorle.

Domani ultima tappa. Se il tempo ci grazia faremo un ultimo giro in barca sul Po attorno ad isola Serafini, navigando sulle acque regimentate attorno alla diga e pranzando all’osteria Cattivelli (chiusa, ma gentilmente ospitati dalla famiglia) a parlare ancora una volta del fiume e di chi lo abita, di quello che è scomparso e di quello che è rimasto, di chi pensa (e io mi aggrego) che il fiume sia stato distrutto dall’avvento dei motori che hanno spostato tutti i traffici su strada a chi (e io mi aggrego) è convinto che il fiume sia stato espropriato pezzo dopo pezzo per lasciar spazio alle industrie, distruggendo in pochi decenni secoli di civiltà. Oggi viviamo rinchiusi nelle città e ci spostiamo velocemente da una città all’altra, nel mezzo nulla, solo paesaggio dai finestrini.
Domani lo vedremo anche noi, sull’ultimo treno da Piacenza a Rimini.

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di stefano del 01/07/2005 @ 19:36:00 in viaggi, letto 2047 volte
Da Milano a Lecco sono circa cinquanta chilometri, ma è dura scrollarsi di dosso le riluttanti scorie urbane. I primi colli rendono impossibile l'installazione di capannoni, container e fabbriche, ma le case resistono, acquistando un po' di bellezza. All'uscita di una piccola galleria ci si trova in alto, su un costone che guarda su una valle. Nessuno sa come siamo saliti fin quassù, treno compreso.

La foschia calda e pesante di fine giugno resiste e ristagna velando ogni cosa, ma un po' di Lecco emerge. Tra le sagome di monti e il lago la fabbrica di sali di bario e altri componenti chimici produce ricordi di archeologia industriale. La ciminiera scura e inanellata, caratteri di un altro secolo, sudore rappreso. Finalmente la città.

Non c'è separazione tra lago, nubi ed umidità, così si suda solo a pensare a quest'associazione. Il borgo di pescarenico è carino, ma non sembra aver conservato molto del suo aspetto originario. La città è strana e difficile da penetrare. Non riconosco un itinerario, un centro, un dipanarsi delle vie: tutto è incastrato tra la riva calma e il Resegone che sale subito alle spalle. Tutto intorno è un ridondare di nomi manzoniani, dalla trattoria Azzeccagarbugli sino a Corso Promessi Sposi. Ogni tanto le vie si aprono in qualche piazza piuttosto anonima, da borgo montano. Non trovo punti di riferimento. Non posso dire che la cità sia brutta, ma nemmeno il contrario. E' invece bello l'intarsio tra vie, palazzi, campanili, lago e monti. E' difficile datare i palazzi e le chiese. Lecco è una città pudica che difficilmente si lascia conoscere. Non per questo non desta la curiosità di infilarsi nelle viuzze per vedere dove sbuchino o di sedersi ad un tavolino ed osservare come il tempo passi tra le colonne e i getti delle fontane. Ma rimane l'idea che il vero cuore della città si celi al passante veloce, non si lasci scoprire. Bisognerebbe forse, prendere più tempo ed esplorare le strette vie che salgono, oppure sedersi su una panchina a guardare un gruppo di punk che fa il bagno nel lago.

Quando riparto da Lecco ho la sensazione di un orgasmo interrotto. Tra una statua di Manzoni e il convento di Fra Cristoforo, sento nelle mani gonfiate dal caldo, il filo sfuggente del tessuto urbano. Qualche scatto l'ho rubato, ma di Lecco non ho ancora visto l'anima. Quando, tornato a Milano, racconto del mio viaggio ad alcuni amici, mi rispondono solo:

Lècco! Sarà mica una città!
 
di stefano del 12/09/2005 @ 18:54:00 in pensieri sparsi, letto 1131 volte
Ad Ancona sono salito sull'ultimo treno che mi porterà fino a Rimini, a casa. Mi sono seduto nell'ultimo posto del penultimo vagone, in uno scomparto con tre file di sedili. Un posto per pochi, insomma.
Pensando di rimanere solo, o alla peggio con non troppa compagnia.

Poco dopo, infatti, qualcuno sale. Per fortuna è una ragazza di età attorno ai venti. Molto carina. Una ragazza di corporatura esile e di bassa statura, dalla carnagione scura, i capelli neri e ricci e gli occhi molto profondi. Non proprio secondario, un seno di notevolissime dimensioni. Mi guarda. Io la guardo, parte dei miei occhi scivola sul suo décolleté, poi lei si siede una fila distante da me.

Quando sale sono al telefono. Una volta chiusa la chiamata, si rivolge verso di me e mi chiede alcune indicazioni. Io penso: è fatta.

Per alcune decine di minuti mi distraggo a scattare foto fuori dal finestrino, fino a che decido di averne fatte abbastanza. Prima di sedermi, lancio un ultimo sguardo alla fanciulla, e dalla mia posizioni più alta, ho la fortuna di godere di un panorama incantevole.

Mi siedo, e nella mia mente pregusto scene simili a quelle che Quentin Tarantino immagina in dal Tramonto all'alba, quando Juliette Lewis si avvicina e gli chiede di leccargliela. Ovviamente, io non mi permetterei mai di arrivare fino a tanto, mi accontenterei di toccarle le tette. E solo e solamente su sua specifica e scritta richiesta. In fondo, a stuzzicare l'ego maschile basta veramente poco.

Proprio in quel momento, entra un ragazzo. Avrà anche lui attorno ai vent'anni o poco più, di carnagione scura, fisico asciutto e atletico, un'ombra di pizzetto, i capelli raccolti in una coda e chiusi in una bandana e quello sguardo mascalzoncello che tanto piace alle ragazze.
Si siede, non molto distante dalla tipa. Pochi minuti dopo, è già stravaccato, simil-rapper, come giustamente si confà ad un giovane pronto a incazzarsi con tutto il mondo, a darle da dire.
Probabilmente, anche lui ha avuto modo di notare, nella giovane fanciulla, i medesimi tratti.

Ed è allora che mi sento infinitamente pirandelliano. Io, con i miei trent'anni appena lasciati indietro, la mia pelle pallida, gli occhi sempre persi dietro ad altri pensieri, i miei vestiti ordinari, i capelli spettinati e il fiato di una giovinezza che non ha dimenticato il romanticismo dei miei 18 anni, la poesia del mio sangue, eppure si è riadattato ai giorni d'oggi.

Lei gli risponde, per fortuna non troppo convinta e intima, ed io mi sento spettatore assolutamente di troppo, voyeurista impenitente. Per caso la rivedo. Ed è così carina che mi ridimentico di tutto. Eccola l'attrazione! Che grande assurdità, che marionetta impenitente che sono!
 
di stefano del 31/03/2009 @ 18:22:28 in pensieri sparsi, letto 1080 volte
Università.
Alla fine di una lezione.
- Ciao - dice la ragazza con voce suadente e sensuale - studiamo assieme, da te?
- Sì - dice il ragazzo, probabilmente un nerd che non ha rapporti sessuali da eoni, già eccitatissimo - sì, però muoviamoci perché dobbiamo prendere l'autobus, poi la metro, e poi abbiamo due chilometri a piedi...
- Sì, va bene, ciao ciao! - taglia corto la ragazza, sarcastica e delusa.
Mentre la pubblicità radiofonica della Mini inizia a reclamizzare l'auto (col messaggio: Non lasciarti sfuggire l'attimo...), la ragazza si sta probabilmente gettando tra le braccia di un altro studente, con macchina, che la porterà a casa sua per spupazzarla un po', mentre il nostro nerd se ne tornerà a casa triste e mogio, facendosi i suoi chilometri di autobus, metro e biciclette e praticando solo un po' di masturbazione.

Un'altra signora dalla voce suadente parla della sua macchina molto spaziosa e flessibile (l'opel agila flexus) capace di accogliere anche un big bamboo (testuali parole), mentre un altro carica (con accento e sottolineatura) i bagagli in macchina. Una macchina molto spaziosa (è una familiare, e ci credo! questi non fanno altro che fare sesso), in cui è possibile fare tante cose. Così, al momento, non mi vengono in mente tante cose da fare in macchina, oltre a guidare e fare le code, ma la signora di prima probabilmente aveva altro in mente.

E' finita? No, perché playboy ha lanciato una nuova sezione della sua rivista, ovvero le conigliette in moto: tipe pettorute e ammiccanti che cavalcano grandi moto cazzutissime e aggressive. In tutti e tre i casi si mischiano due messaggi: compra la macchine (o la moto) con “ooohhh! ho un'irresistibile voglia di fare sesso, con te. subito! qui, dentro la macchina o sulla moto. Sì proprio con te uomo che padroneggi la macchina e guidi con aggressività e mi fai capire che sei padrone della tua vita e te ne vai sulle strade in cui non c'è mai nessuno e domini l'orizzonte!
Sì, uomo che padroneggi la macchina, voglio con te i miei figli che a loro volta, appena diciottenni, padroneggeranno la loro macchina, ma li voglio solo dopo folli notte d'amore. No! non parcheggiare la macchina nel garage! o perderai tutto il tuo appeal!
I due messaggi, nella mente dell'uomo, si mischiano e diventano: se compro la macchina faccio sesso.

Ora, questa non è la scoperta del secolo, ci mancherebbe! Ma è indubbio che, dall'altra parte, se vogliamo davvero dare vita ad una cultura che non faccia dell'automobile il solo perno della società bisognerà studiare messaggi più accattivanti di: “mi raccomando, prendete la macchina poche volte, e andate soprattutto in bicicletta, che c'è l'aria buona, si sta bene e si fa del moto. Oppure, se proprio avete bisogno della macchina e per strada la gente si sfracella e si spappola continuamente, condividete la macchina con i vostri amici, o iscrivetevi al car-sharing. Volete bene al vostro pianeta? Allora prendete il treno, freddo, sporco e in ritardo! Oppure l'autobus, ora che hanno tolto le cabine di attesa e vi abbandonano in mezzo alla strada dove un guidatore di suv che padroneggia la strada vi investirà perché stava guidando e facendo sesso con la sua donna amante contemporaneamente!”


In definitiva, tra i due messaggi: sesso, donne che ti saltano addosso, eccitanti femmine che non resistono al fascino della tua automobile e inquinamento, ghiacci che si sciolgono, code in macchina e pianeta brutto e grigio, è il primo ad avere la meglio e a conquistare la gran parte dei cittadini, oltre a dare della donna un'immagine davvero evoluta!

E' l'ora della controproposta!

Università.
Fine lezione
- Ciao - fa lei con voce calda e suadente. Si percepisce una lieve vibrazione, come se la carica sessuale potesse esplodere all'improvviso.
- Ciao - risponde lui, calmo e sicuro.
- Andiamo da te studiare? - domanda lei ansimando.
- Certo - risponde il ragazzo - dobbiamo solo aspettare che N'Dala N'Dala, il mio compagno di appartamento senegalese, passi a prenderci con la sua macchina, insieme a N'Gudu, il suo cugino superdotato.
- Ohhh - risponde lei al limite della sua resistenza - ma voi fate car-pooling?!
- Sì, tutti i giorni!
Lei gli si getta al collo, mentre una sua compagna si sta strusciando sul cannone di una bicicletta.
Dall'altra parte, su un SUV parcheggiato di traverso su una strada stretta, un ragazzo solo, ormai abbandonato da tutti e in astinenza sessuale da ormai 6 mesi, infila la canna della pistola in bocca, piangendo.
Preme il grilletto.

La macchina è insonorizzata molto bene. Nessuno sente niente.
 
di stefano del 26/07/2005 @ 18:20:00 in viaggi, letto 1608 volte
Quando ero piccolo, i miei genitori mi spedivano a passare le lunghe estati calde dalla mia nonna paterna. Premurosi e attenti a non farmi subire traumi, per evitare di farmi cambiare vettura durante il tragitto, mio padre aveva scelto un treno che partiva da Rimini per Ravenna, tornava indietro verso Faenza, e poi attraversava tutto l'Appennino fino a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze. Durata del viaggio: 3 ore e mezzo.

Per fortuna, quando si è piccoli il tempo non ha molto significato. Si passano ore a guardare insetti, a seguire il laborioso andirivieni di un formicaio, ad attendere un amico che tarda, figurarsi su un treno - che addirittura passava anche dentro le gallerie!

Durante gli anni sono tornato a Borgo tantissime altre volte saltando però il triangolo Rimini Ravenna Faenza per dirigermi direttamente a Faenza, disposto a subire il trauma della coincidenza per guadagnare un po' di tempo.
Nonostante tutto, di quel treno mi sono innamorato tanto da dedicargli anche un servizio foto-giornalistico. Così, lunedì 25 luglio sono andato in macchina con un amico a seguire l'itinerario del treno aspettandolo nelle stazioni, sopra i ponti o ai passaggi a livello per rubare qualche scatto.

Non vorrei sorprendere gli studiosi del meteo, ma la giornata era molto calda, proprio estiva. Durante le canoniche attese di un regolare ritardo di 15 minuti, stare fermi a far nulla, mentre nelle orecchie esplodeva il suono di mille cicale, è stata un'ulteriore causa di un flusso ininterrotto di memorie. E' tipico dei bambini stare fuori al sole durante l'estate. Un tempo mi stupivo di come gli adulti stessero in casa nelle ore più calde. E così, quando mi sono trovato a giocherellare con la macchina fotografica attendendo un treno che non arrivava, con il sole allo zenith che ci guardava rovente, ho lasciato correre i ricordi senza più freno.

E poi, finalmente, il treno è sbucato da dietro una curva, risvegliandoci dai legacci dei ricordi con tre o quattro fischi sbuffati alla nostra attenzione (eravamo gli unici oltre ai grilli e agli alberi).
Infine, abbiamo continuato il nostro giro visitando il borgo di Brisighella, Marradi e altri fatti da poco più di tre case addossate lungo la strada.

E così è passata una piacevole mezza giornata nello stesso circuito di neuroni e gangli in cui era già passata metà della mia vita.
Ci sono viaggi che vanno oltre la distanza, che non si misurano con chilometri e pietre miliari, ma che corrono per le strade guardando il paesaggio con gli occhi della memoria e dell'infanzia, segnando le differenze come in un gioco enigmistico. Questo è stato sicuramente uno di quei viaggi, un viaggio in cui il tempo perde di significato.
 
di stefano del 06/06/2007 @ 18:07:00 in viaggi, letto 2767 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 6.6.7
ultima tappa


http://pedetemptim.blogdns.net/sblog/upload/giorno11_1.jpg

Questa volta le biciclette le abbiamo caricate senza problemi e chiuse in uno scompartimento apposito. Siamo sul treno che ci porterà da Piacenza sino a Rimini. A casa. Undici giorni fuori sono belli, ma sono anche tanti. E la dimensione del ritorno, per quanto bello il viaggio, ha sempre un fascino impagabile.
L’ultimo giorno ci ha riportato sul Po, ancora in barca. Ma non sulla nostra pilotina che è ancora ormeggiata a S. Benedetto, ma sulla barca dell’arni. E soprattutto con un navigatore molto più esperto di noi, che arriva vicino alle rive, nelle lanche dove il Po sembra un intricato corso d’acqua thailandese, con la superficie ricoperta da lenticchie d’acqua. Verdi e onnipresenti. Il timore di veder sbucare fuori un vietcong diventa quasi palpabile. Ma alla fine si vedono, tra la pioggia (tanto per cambiare), aironi cinerini, anatre e altri uccelli d’acqua.
E’ un bell’addio. Sentito e nostalgico ad un fiume che abbiamo sfidato, un po’ con leggerezza, ma che abbiamo imparato a rispettare e a conoscere.

http://pedetemptim.blogdns.net/sblog/upload/giorno11_2.jpg

Un addio corroborato dalla cucina verace di Cattivelli, vero presidio piacentino di sapori tra il fiume. La congiunzione è quella giusta. Qui siamo ad isola Serafini, la più grande isola in mezzo al Po. I rami del Po sono bloccati da due grandi dighe che regimentano l’acqua e che dividono il fiume in due grandi tronconi che per esperienza chiamerò: quello che abbiamo attraversato noi e l’altro. Ancora culatello, coppa e salame piacentino, seguiti da ottimi tortelli al burro e da un’anguilla in umido con piselli e polenta che non ha rivali tra quelle che abbiamo mangiato durante il viaggio. Mercoledì è il giorno di riposo di Cattivelli che ci ha ospitato senza risparmiarsi, accompagnandoci per il fiume, proponendoci un gran pranzo e scortandoci con le biciclette in stazione.

http://pedetemptim.blogdns.net/sblog/upload/giorno11_3.jpg

L’ospitalità è stata davvero importante. Senza l’aiuto della strada dei vini e dei sapori della lombardia, quella di Reggio Emilia, gli enti e le persone che ci hanno offerto il loro aiuto gratuitamente - l’associazione Random in testa, senza la cui barca non saremmo neanche partiti - saremmo probabilmente arrivati in Croazia convinti di scoprire antiche culture padane. I ringraziamenti sono sempre retorici e si salta sempre qualcuno. Per cui mi fermo qui. Non prima di aggiungere i nostri supporti casalinghi che, come nel film matrix, ad ogni richiesta si mettevano al computer a calcolare tragitti e scovare numeri di telefono: Paola e Isabella.
E ora fate partire la musica degli Europe!

Spero non vi siate abituati troppo bene. Un articolo al giorno è troppo per me! : - )
 
di stefano del 30/08/2008 @ 13:50:52 in viaggi, letto 1127 volte
Ho un debole per Ravenna e Ferrara, due città a metà tra la terra e il mare. Due città fuori dagli assi viari principali perché edificate su vie d'acqua, fiumi, lagune.
Qualcuno le chiama città morte, ma devo dire che a me piace l'idea di trovarmi nel centro di una piazza, tra le mura di vecchie basiliche e un palazzo dalle persiane chiuse, in silenzio. Con pochi passanti, niente macchine e l'aria dolce del pomeriggio. Dietro al battistero degli Ariani o davanti a Sant'Apollinare nuovo non si muove una foglia, solo un po' di insetti al lavoro.
Di vero che c'è che a Ravenna la sera si trova più gente che di giorno. L'idea di aprire i principali musei e scavi archeologici è un bell'incentivo per visitare la antica capitale dell'esarcato e le bellissime testimonianze storiche.
Così ci siamo presi una serata per visitare la Domus dei tappeti di pietra. A due passi dalla basilica di San Vitale, la piccola chiesetta di Sant'Eufemia - anonima e anche poco illuminata, anzi, proprio al buio - è l'ingresso di una abitazione signorile del V-VI secolo. Come suggerisce il nome, tutta la pavimentazione a mosaico è conservata in modo incredibile. Le decorazioni, i motivi geometrici, i fregi e le scene raffigurate lasciano senza parole. E senza parole sono probabilmente rimasti gli addetti allo scavo per la costruzione del parcheggio sotterraneo sotto il quale hanno trovato i mosaici. Anzi, forse qualche parola sulla bocca l'avevano, ma questa non è la sede più adatta a riportarle.
C'è un particolare molto interessante nella Domus, che si ritrova anche nella domus del chirurgo di Rimini. Il proprietario, probabilmente un membro importante della società, ad un certo punto ha deciso di ingrandire la sua abitazione passando sopra e inglobando una strada pubblica e dividendo in due un quartiere. Nel tardo antico, infatti, la presenza dello stato si era un po' allentata, e chi si poteva permettere di abusare, spesso lo faceva. Questo mi ricorda altri tempi, più vicini...

La visita a Ravenna è stata anche l'occasione di visitare la Ca de Ven, un'osteria storica nel cuore di Ravenna. Aspettate prima di cliccare sul link! Sì, perché è necessario premettere che la Ca de Ven ha probabilmente uno dei più brutti siti internet dai tempi del web. Brutto da vedere, brutto da navigare e con un indirizzo difficile da ricordare. Il luogo, invece, è l'esatto contrario. Facile da trovare, nel centro di Ravenna, bello da vedere e ottimo per una serata.
L'ingresso è in un palazzo storico di Ravenna. Un grosso portale di legno conduce in un ambiente caldo con gli alti soffitti a volta. Grossi tavoloni in legno riempiono gli ambienti e le nicchie del salone. Ci presentiamo e ci accompagnano nella sala ristorante ricavata dal cortile interno tra due palazzi coperto con una cupola di vetro.
Il locale è davvero bello.
Ora passiamo al menù. Piatti semplici, da osteria, qualche primo, secondi soprattutto di carne (filetto, nodino, etc.) e vini del passatore. Il piatto del giorno sono delle farfalle al ragù d'anatra. Storco un po' il naso, il piatto non sembra nulla di che, ma decido di provarlo.
Mi sbaglio: il piatto è davvero degno di nota. Le farfalle sono fatte a mano, il "ragù d'anatra" in realtà è un trito grossolano di carote e zucchine con petto d'anatra affumicato.
Anche gli altri piatti - i cappelletti con mascarpone e pinoli o la nocetta di tacchino, con ripieno di carne di maiale - sono sempre buoni e ben equilibrati. Anche nelle ricette più semplici si percepiscono i singoli sapori e le particolarità, come nella piadina con olio d'oliva di Brisighella. Da provare anche il budino di squacquerone con prosciutto croccante e mosto d'uva cotto. Prezzi onesti: una cena per due, con due calici di vino, 53 euro.

Sarebbe stato molto bello aiutare l'ambiente, seguire i consigli degli esperti, evitare il traffico e visitare Ravenna col treno. D'altronde da Rimini sono una 50 di chilometri con una linea diretta. Ma purtroppo non ci sono treni serali oltre le 21 e 20. Perché?, mi dico, perché?
 
di stefano del 25/10/2007 @ 12:20:00 in viaggi, letto 2448 volte
Il Po ormai è diventato un’ossessione. Ricordo ancora, prima della mia iniziazione fluviale, quando lo attraversavo in macchina o in treno e lo osservavo, chiedendomi cosa realmente fosse quel lungo corso d’acqua. Mi sono sempre sentito oscuramente attratto dal grande fiume. La sua vasta mitologia mi ha conquistato fin da piccolo, quando a scuola lo presentavano come il più grande fiume italiano. L’irrazionale si è poi depositato da qualche parte nella coscienza, in attesa del viaggio che puntuale è arrivato e mi ha permesso di trasformare e dare corpo e forma a desideri rimasti per decenni fumosi e inespressi.




Ma può un viaggio sul Po esser tale senza aver visto il Delta? Sia pure a causa di terribili tempeste e le avverse volontà degli dei? Certo che no! Per questo la scorsa settimana Michele ed io siamo ripartiti per visitare il mondo ad est di Adria, un luogo mistico in cui i confini affogano tra canali, valli e pozze.



In sintonia col resto del viaggio, anche il delta è fatto di luci ed ombre, di paesaggi affascinanti e incredibili e di orribili presenze umane. Le grandi isole incastrate tra gli innumerevoli rami del Po sono per gran parte spianate e coltivate, con campi che si perdono nella foschia e tante, troppe case. Ma sopravvive, negli ultimi lembi di terra, una natura che difficilmente può essere descritta, fatta di lunghi canneti, di vasti laghi circondati da alberi e bassi cespugli, di precari camminamenti di terra che passano in mezzo ai canali. Se fossi un poeta antico pregherei le muse di darmi ispirazione, ma siccome sono solo uno scrittore ateo, farò ricorso ad un caffé energetico.



Tutto il fascino del delta sta nella sua mutevolezza. Pochi chilometri in macchina e si perde il senso dell’orientamento. Ogni volta che si è convinti di essere arrivati da qualche parte ci si deve ricredere. Acqua e terra sembrano avvoltolarsi senza soluzione di continuità. Quando si crede di essere arrivati all’ultimo lembo di sabbia, ecco che in lontananza, oltre l’abbacinante specchio d’acqua, s’intravede una lingua sottilissima e alberata. Le strade si trasformano in ponti e si salta da un’isola all’altra. Raggiungere il mare è un’impresa. Non lo si vede a Pila, tra i pescatori che raccolgono vongole e le caricano su grossi camion. Non lo si vede nella Sacca di Scardovari, ornata di palafitte e ampia, spaziosa come un piccolo mare. Lo abbiamo trovato a Boccasette, vicino alla foce del Po di Maistra, dove la terra si trasforma in sabbia bianca e il paesaggio sembra quello di una Rimini tornata alla preistoria: il mare è selvaggio, la spiaggia desolata, malinconica, bella.



Dicono che il paesaggio padano sia basso e grigio, deprimente. Magari, melancolico, e comunque suggestivo. Di grigio e deprimente c’è il carattere della gente che abita qui, chiusa, schiva, spesso scostante, che non tira fuori un sorriso neanche sotto tortura. Ma per fortuna non sono luoghi densamente abitati: una volta usciti dalla folle notte di Porto Tolle, il resto sono folaghe, cormorani e aironi...

 
di stefano del 22/01/2010 @ 12:11:05 in viaggi, letto 969 volte
In quel centro commerciale che è l'aeroporto di Stanstead, pronto per il viaggio di ritorno da Londra in Italia, ho trovato una cartolina che pubblicizza una catena di bar in stile italiano. Sul fronte c'è un collage di foto con, in ordine, una simpatica vecchina con pane pugliese, un prosciutto crudo, una via di un paesello medievale, un uomo con una forma di formaggio più grande di lui, un bimbo a petto nudo che mangia gli spaghetti, sacchi di caffé e un'apecar. Ma dove viviamo noi italiani? Nel neorealismo? Forse.
E a proposito di cliché, noi come vediamo l'Inghilterra?
Per me è la terra dei college, dei campus, e di molte cose che avrei voluto fare o essere e che ora rimangono solo un'idea, trasformata dalla nostalgia. In effetti per me andare a Londra è sempre una bellissima esperienza!

Ma la realtà è sempre diversa. Per quanto la capitale del Regno Unito mi conquisti ancora con relativa facilità, due cose mi hanno colpito, soprattutto per la disparità con il nostro paese. La prima è che Londra è piena di poliziotti. Ad ogni angolo di strada, lungo i viali, nelle metropolitane, stazioni ed in ogni altra piazza c'è sempre almeno una pattuglia di polizia che sorveglia e controlla tutto. A Rimini mi sembrano già fuori luogo i due militari dell'esercito di pattuglia con un poliziotto.
Di contro Londra è pulita in modo inimmaginabile. Non c'è una carta per terra o una scritta su un muro, neppure nella metropolitana che nel pensiero generale dovrebbe essere la casa dei writer e degli squatter più riottosi. Quasi quasi si apprezza un po' il sano stile anarchico italiano - che in realtà odio ma qua, forse, si è un po' troppo rigorosi.

Paragoni a parte Londra è una città fuori dai canoni. Qui sì, ancora più che a Roma, l'impressione è quella di visitare la capitale dell'impero (e immagino che New York lo sia ancora di più). Gli edifici, i musei, la disposizione delle strade sembra dire:
-Ehi! Noi abbiamo conquistato ogni cosa. Noi siamo i padroni del mondo. Non ci sono storie-.
Pare quasi di vedere John Cleese in divisa rossa da ufficiale partire per la guerra contro gli Zulu.
A Trafalgar Square la colonna con la statua di Nelson rimane lì a dire:
- Napoleone?
- Oui?
- prrrrrrrt
- maledettì!
Ma lo dice con fiera pomposità anglosassone, condita da un briciolo di spocchia.
E a me, nel bene e nel male, sembra di fare parte di questo impero occidentale. Di venire dalle più remote province a guardare la capitale, a sentire cosa c'è di nuovo, a vedere gli spettacoli che non arrivano in provincia, ad osservare la gente che corre in metropolitana anche se passa un treno al minuto.




Westminster, il Big Ben, Piccadilly Circus, Trafalgar Square, Covent Garden, St. Paul, il Millennium Bridge, la City e poi il British Museum, Bloomsbury, Oxford Circus e Oxford Street, i must più o meno sono stati presi tutti. Abbiamo saltato il Tower Bridge e la London Tower per pioggia copiosa. Ma non ci si lamenta. In tre giorni, a gennaio, abbiamo avuto ben 15 minuti di sole, e non è poco!

Ancora una volta mi è piaciuta la cucina inglese. E non solo la cucina dei grandi ristoranti capaci di rielaborare la tradizione, e neppure solo quella dei ristoranti di tutto il mondo che hanno trovato casa qui, siano indiani, vietnamiti, cinesi e thailandesi - e italiani - ma proprio la cucina più semplice, quella dei pub in cui i londinesi si trovano a mangiare qualcosa di veloce per pranzo. Salsicce col purè, o pasticci di pollo, roast beef, o ancora il famigerato "fish'n chips" che è in realtà un unico e gustoso filetto di platessa con una panatura croccantissima, accompagnato da una salsa un po' agra in stile mayonnaise. E poi mi sono innamorato del british breakfast, a base di salsiccia, bacon, fagioli in umido, uova e pane. Certo, come colazione per due giorni passati a camminare al freddo va bene, la facessi qui per stare seduto tutta la mattina al computer non so quanto durerei.

Con rammarico abbiamo mancato il grande magazzino della Fortnum & Mason, più che un negozio una gioielleria del tè e di leccornie. Vetrine lussuose oltre ogni misura con innumerevoli varietà di tè, scatole, zuccheri, biscotti, ma anche formaggi blu, foie gras, cracker di ogni tipo e altro. Ma dolci e tè in gran quantità non sono mancati durante la seconda visita al British Museum. E ancora una volta invidio il modo degli inglesi di concepire il museo, molto meno ingessato e snob. Un luogo in cui passare del tempo ammirando arte e reperti, passeggiando nelle grandi sale, fermandosi a bere un tè con un muffin o una fetta di torta, e poi di nuovo in giro in qualche altra sala, fino a che non ci si stanca! E' una incredibile alternativa ai centri commerciali per la domenica.


IMG_9657

Al ritorno, per la prima volta in 8 voli aerei, ho visto un po' di panorama. E che panorama! Dopo un nord Europa completamente coperto di nubi: le Alpi. Sembrava di guardare una cartina di un mondo fantasy, quelli in cui, ad un certo punto, si arriva al limite invalicabile. Fine. Non si va oltre. Montagne: alte, impervie, aguzze, affogate nella neve. Mi sono davvero sembrate mitologiche, un luogo irraggiungibile, la fine di un mondo oltre il quale solo un eroe poteva pensare di proseguire. Capaci di fermare venti, tempeste e idee. E al di là, la vita continua con i soliti ritmi.

ps per tutti quelli che si chiedono cosa rappresenti la foto di quella fantastica vista cittadina, ecco la risposta: è il fantastico quadro appeso sopra il nostro letto nella camera d'albergo. Così brutto da meritare una foto!
 
di stefano del 30/10/2006 @ 11:45:00 in viaggi, letto 960 volte
Ha un certo fascino scrivere un articolo su un viaggio in treno (la tratta Sulmona Tagliacozzo, per Italy Magazine) mentre si è seduti su un trespolo da corridoio in un affollatissimo treno che viaggia da Bologna sino a Milano.
La differenza tra un piccolo trenino che attraversa l’Abruzzo all’ombra della Maiella e il tecnologico e bolso trenone che taglia la pianura padana è la quantità di passeggeri per metro quadro. In un trenino si trova sempre un buco. Magari vicino ad una vecchietta logorroica pronta a snocciolare la storia di tutta la sua vita, oppure di fianco ad un adolescente dall’afrore di stalla che avrebbe voglia di trovarsi su un trenone tecnologico e bolso che taglia la pianura padana; ma un posto si trova.
Nel trenone non è così semplice. Aumenta la tecnologia, ma stranamente le prenotazioni vengono segnate con inchiostro simpatico sul vetro dello scompartimento e non è possibile leggerle sino all’arrivo dell’interessato (di solito una comitiva). A quel punto ci si accorge troppo tardi che tutto il treno è pieno, stipato sino all’inverosimile di persone. Nel vagone le proporzioni variano tra le 6 persone comodamente sedute nello scompartimento e le 1500 pressate nel corridoietto. Questi ultimi poveri cristi (gruppo del quale spesso e volentieri faccio parte), incastrati come in un disegno di Escher fino a formare una superficie completamente piena di esseri umani, devono, oltretutto, sottostare alla continua umiliazione del balletto, ovvero tutta quella complessa sequenza di movenze e ondeggiamenti necessaria a garantire il passaggio di ingenui viaggiatori speranzosi di trovare un posto nella carrozza seguente.

Le carrozze piene sui treni possono essere sostanzialmente di tre tipi.
Il primo è il modello sardina, quello nel quale a fatica passa l’ossigeno. Il corridoio è un burroughsiano ammasso di carne, mentre i sei prigionieri degli scomparti non si arrischiano ad uscire né per una sigaretta né per una boccata d’aria e tanto meno con l’illusione di poter raggiungere il gabinetto. Si racconta che il signor Gino Fulzi, durante uno di questi viaggi, colpito da un violento attacco di dissenteria abbia provato a farsi largo tra la calca sino a raggiungere la toilette. Non è più stato rivisto. Un’altra caratteristica delle carrozze sardina è la temperatura che raggiunge picchi di oltre 127° centigradi.

Un altro tipo è la carrozza-notte. In queste carrozze le luci sono sempre spente e le tendine degli scompartimenti sempre tirate. Che siano le 4 di mattina, le 7 di sera o mezzogiorno per un’inspiegabile legge fisica la luce non riesce a filtrare. Dall’interno degli scomparti si odono gemiti e respiri ora grossi ora profondi, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di aprire la porta scorrevole e controllare quale tipo di creatura si nascondesse all’interno.

L’ultimo tipo è chiamato carrozza-fantasma, o anche le sirene di Ulisse. L’ingenuo viaggiatore tira un sospiro di sollievo quando ne scorge una, credendola quasi completamente libera, con una media di una persona a scomparto. Quando però l’incauto viaggiatore si avvicina per sedersi, l’unica persona presente sentenzierà un improvviso: “tutto occupato”, distruggendo in un colpo solo tutte le sue illusioni. Vi sono altre forme di questa aberrazione ferroviaria: scomparti praticamente vuoti se non fosse per piccoli oggetti, borsette e capi di vestiario sui sedili ad indicare un muto “occupato”. L’ultimo caso è il più arduo da affrontare e sono numerosi i passeggeri che ne sono usciti con una sanità mentale fortemente compromessa. Si tratta di quelle carrozze denominate “sirene di Ulisse” completamente vuote sia di persone che di oggetti. Ma, stranamente, quando ci si avvicina per sedersi, una voce dal nulla urla: “occupato!”.

Grazie a dio ogni tanto qualcuno scende.
Buon viaggio.

Stefano Rossini
 
di stefano del 23/10/2008 @ 11:35:06 in appuntamenti, letto 1410 volte
Lo scrivo con un po' di emozione, anzi, con molta emozione (nonostante si perda il gioco di parole): è uscito, per i tipi della Guido Tommasi editore, il libro resoconto del viaggio sul Po fatto, lo scorso anno, da Michele Marziani e dal sottoscritto.

Per ripercorrere le tappe di quell'incredibile viaggio, di cui conservo un bel ricordo, ho aggiunto un piccolo box, nella colonna di destra, con i link ai post del blog scritti ogni sera dalla mitica pilotina Random durante il viaggio.

Ma torniamo al libro. Lungo il Po è il racconto di quel viaggio. Ma è anche molto di più. E' la storia del fiume come l'abbiamo vista, scoperta e sperimentata noi attraverso 11 giorni di viaggio in barca, in bici, in auto e in treno, lungo 300 chilometri di fiume, dal delta sino alle chiuse di Isola Serafini, a Cremona.
E' la storia di una via d'acqua oggi dimenticata così come la ricorda chi l'ha vissuta e chi ha deciso di viverla oggi, nonostante tutte le difficoltà che questo comporta. E siccome al viaggio itinerante si è accompagnato quello gastronomico (anche di quello ho ancora un ottimo ricordo!!! In questo articolo su sinequanon ho segnalato i ristoranti per me imperdibili), il libro contiene anche numerose ricette fluviali e le storie delle eccellenze gastronomiche che nascono a contatto col fiume.
La parte narrativa è tutta ad opera di Michele, foto e copertina sono mie.

Sabato 25 ottobre saremo a Firenze, a Degustibook, a presentare e a raccontare il libro e il viaggio. Alle 17.00. Qui il programma.

Che altro aggiungere? Be sì, visto che sono ormai arrivato a metà approfitto per dire che sto scrivendo anch'io un libro sul Po, che altro non è che la versione surreale del nostro viaggio, un po' come la si può trovare qui!
 

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Lungo.il.Po

Tutte le tappe del viaggio in barca dal delta del grande fiume sino ad isola Serafini (comprese le lezioni di navigazione e gli incontri)

ritorno sul luogo del delitto! (19.6.07)
il tassello mancante (25.10.07)
la terra trema
la terra ha tremato
Popopopopopopo

Po.Link

l'articolo su Espresso-Repubblica (con appendice fotografica)
l'audio dei nostri interventi a La Terra Trema
il libro

Po.Flickr
Le foto del viaggio sul Po. Vai direttamente alla pagina cliccando qui. Sotto una preview dello slideshow


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