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 Ninfee in un piccolo laghetto... di stefano
Gli uomini non si accontentano di vivere, essi si raccontano la vita, s'inventano storie, mettono in scena il mondo.

Alexandre Kojeve
 
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Di seguito gli articoli e le fotografie che contengono le parole richieste.

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di stefano del 06/07/2008 @ 23:59:00 in giornalismi, letto 3072 volte


Anche questa rassegna stampa si apre con un'immagine cosmica: Mercurio. La notizia? Secondo una notizia diffusa dalla NASA, il primo pianeta del sistema solare si sta "restringendo". Causa del fenomeno la solidificazione del nucleo di ferro liquido.

Giracchiando per il sito, mi sono imbattuto in un argomento di cui avevo già letto un paio di mesi fa: nibiru. Nibiru è un nuovo inquilino del sistema solare scoperto da poco. Il pianeta è grande come Plutone ma distante dal sole tre volte tanto. Le sue peculiarità sono il freddo e l'oscurità, dato che il sole, a quella distanza, è poco più di una stella grossa. Ma questo non è tutto...

Ad ogni notizia astronomica spesso se ne affianca una complottista e catastrofista, e Nibiru non si esime da questa tendenza. Ma qui, raggiungiamo vette ineguagliabili (magari poi hanno ragione e tra quattro anni maledirò quello che ho scritto stasera : - )). Nibiru, o Pianeta X, è un corpo celeste che si avvicina pericolosamente alla terra, fino ad arrivare tremendamente vicino nel... 2012! Questo causerà immensi cataclismi nel nostro pianeta, ed è per questo che la fondazione Rothschild (che sta seguendo la traiettoria del pianeta) sta finanziando un progetto di "arca di noè delle sementi" nel polo nord, per salvaguardare le biodiversità in caso di cataclismi. A questo si aggiunge che secondo altri ricercatori indipendenti, il pianeta sarebbe abitato dagli Annunaki, semidei giganti che avrebbero portato la vita sulla terra, che sarebbe passato in orbita terrestre già 3600 anni fa (alcuni ne ritrovano citazioni in testi babilonesi), che avrebbe distrutto il famoso quarto pianeta ora ridotto ad una fascia di asteroidi e che sarebbe la causa dell'innalzamento della temperatura terrestre... Tutto è ovviamente tenuto nascosto da governi e religioni.
Ci sono davvero molti link sul tema, basta fare una ricerca nibiru su google, ma il più ricco di informazioni è sicuramente questo!

Per concludere con un altro X-Files, il 30 giugno scorso è caduto (è proprio il caso di dirlo) l'anniversario di Tunguska. In questa remota regione della Siberia, il 30 giugno 1908 un enorme boato fu udito ad oltre 1000 chilometri di distanza, e "qualcosa" abbatté oltre 50 milioni di alberi in una zona di oltre 2000 chilometri. La tesi più accreditata, ancora oggi, è quella di un meteorite, ma il cratere non è mai stato trovato.

Per la parte tecnologica, ecco Fring, programmino per chattare col cellulare in qualsiasi hotspot, passando per i proprio account gmail, o yahoo o msn.

Il prossimo fine settimana, invece, prende il via Castelbasso 2008, uno degli appuntamenti culturali più interessanti dell'estate. In un piccolo borgo semi disabitato dell'Abruzzo, per due mesi si susseguiranno concerti, installazioni, dibattiti e molto altro.
 
di stefano del 03/06/2007 @ 23:59:00 in viaggi, letto 6577 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 3.6.7


Mentre caricavamo le biciclette sulla macchina che ci avrebbe portato da Novellara sino a Busseto mi sono reso conto che la barca era stata ormai definitivamente abbandonata. Le lunghe scie sul Po, risalendo con fatica la corrente non ci sarebbero più state. Gli spazi della pilotina entravano ormai stabilmente a far parte del mondo dei ricordi. Ma, ho pensato, un viaggio è importante per il tragitto che si fa (Ulisse docet) e in parte per la meta, non sempre per il mezzo.
Da grande appassionato di Jules Verne non ho potuto non pensare a Phileas Fogg e al suo rocambolesco giro del mondo in 80 giorni, in cui ad ogni tappa è costretto a cercare il mezzo di locomozione più veloce. E’ per questo che, senza togliere Achab, ho deciso di aggiungere un secondo cognomen ex virtute, sul modello dei condottieri romani che aggiungevano ai loro tre nomi, anche quello del luogo della regione conquistata o del popolo vinto.

Oramai siamo solo a una manciata di chilometri da Cremona e abbiamo ben due giorni per raggiungerla e il cattivo tempo sembra passato. Tutto sembra assicurarci un veloce e semplice arrivo. Ma è meglio non dare nulla per scontato. Così come la mia fonte ispiratrice che viaggiò per quasi tre mesi attorno al globo, anch’io temo che potremmo dover cambiare ancora mezzo ed essere costretti a salire sul treno, mongolfiera, dirigibile, hovercraft, chiatta, segways, autoblindo, sommergibile, biplano, rollerblade, monopattino, monociclo, diligenza, risciò, motoretta, solex e via dicendo.



La giornata enogastronomica si è sviluppata con un iter molto particolare. Ancora mi girava per le papille la cena della sera precedente sulla motonave Stradivari, grande barca molto raffinata ormeggiata a Boretto con un ottimo ristorante di bordo e un cuoco di grande inventiva. Il clou è stato sicuramente il risotto con anguilla affumicata e radicchio mantecato col parmigiano reggiano!
E a proposito di parmigiano reggiano questa mattina la visita al caseificio Castellazzo di Novellara mi ha portato, per la prima volta, ad osservare tutte le fasi della realizzazione di questo re dei formaggi italiani. Impressionante la sala di stagionatura, dove scaffali e scaffali colmi di forme svettano sino al soffitto, come un’incredibile biblioteca casearia! Oltre alle materie prime di qualità, all’ottimo burro (il parmigiano, infatti, si prepara con latte magro, e la parte grassa diventa, appunto, burro) e alla lavorazione controllata, grazie ad un sistema di schedatura informatica, da ogni forma si può risalire a quale latte è stato utilizzato per la realizzazione del formaggio.
Procedimenti ancora più rigorosi rituali all’acetaia san Giacomo che produce aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia. Già perché l’aceto balsamico non è solo di Modena, e non è secondo o posteriore a quello più famoso, solo un po’ diverso e, fino ad oggi, meno pubblicizzato. Andrea, racconta che ha iniziato l’attività sviluppando l’abitudine che suo padre e suo nonno avevano (come molti reggini) di farsi l’aceto balsamico per la propria famiglia.



Per non tradire le origini del nostro viaggio, per il pranzo ci siamo trasferiti al Corniolo, piccolo ristorante sulle rive del Po con tanto di attracco. In otto giorni di viaggio siamo capitati su osterie migliori e più interessanti, anche se l’anguilla ai ferri è stata davvero gustosa. Infine, dopo un viaggio in macchina ricco di peripezie e una rilassante passeggiata per le vie di Busseto ci siamo concessi una semplicissima pizza con birra gelata!
Per la cronaca, Busseto è il paese che ha dato i natali ad un compositore molto famoso... non ricordo il nome. C’è una sua statua in piazza Verdi, all’incrocio con via Verdi poco distante dal teatro Giuseppe Verdi. Che sia Schumann?
 
di stefano del 28/04/2006 @ 23:56:00 in pensieri sparsi, letto 1247 volte


Fortunatamente, la natura ha stabilito dei ruoli precisi e assolutamente inalienabili. Per questo, in ogni famiglia, la donna deve essere madre e l'uomo padre. Uscire da questo rigido e antichissimo schema può significare una cosa sola: sventura.

Tra le varie cose che sono compito di una donna c'è quella di nutrire suo figlio. L'uomo deve portare la sostanza economica, e la donna sostentare con il giusto nutrimento il figlio, soprattutto quando il pargolo è ancora di tenera età, diciamo sei mesi.

Ecco cosa può succedere quando l'essere umano osa invertire i ruoli. Un esempio. Paola tarda dall'ufficio, mi telefona e dice: "Stefano, prepara tu la pappa per Agostino", al che io rispondo, "ma non so come si fa, non l'ho mai fatta". "Uh quante storie - ribatte spocchiosa - c'è la ricetta sul frigo, è facile".

Così, colpito nell'orgoglio mi metto al lavoro, mentre Agostino lancia le sue richieste di cibo e anche il gatto gironzola in attesa di una carcassa di cui cibarsi. La ricetta, effettivamente, è semplice: 150 gr. di brodo, 20 di farina di riso, metà barattolo di omogeneizzato, olio e formaggio. Uno schifo. Ma è così che deve venire.

Ciò che non mi è stato detto è che le dosi sono indicative e gli ingredienti si aggiungono ad occhio sino ad ottenere un impasto cremoso. Per cui io, attenendomi scrupolosamente alle indicazioni, aggiungo farina di riso sino a che la bilancia non segna 20 grammi. A quel punto, come un bicchiere d'acqua gettato nelle sabbie del deserto, tutto il brodo viene assorbito dalla pasta di riso che si espande senza controllo.

Il risultato è un mix di malta e gesso, denso come polenta e dall'odore sgradevolissimo. Dubbioso e affranto, ma assolutamente deciso a non prepararne un altro, posiziono il pargolo sul seggiolone, e senza neanche mettergli il bavaglio inizio a ingozzarlo, cucchiaino dopo cucchiaino. Nonostante le alte grida di scandalo di Paola e delle nonne subito contattate per telefono, Agostino gradisce e mangia, non senza bere un litro di biberon per sciogliere il chilo di calcestruzzo appena ingurgitato!
 
di stefano del 28/09/2009 @ 23:53:05 in giornalismi, letto 2023 volte
Ieri la Voce, quotidiano locale di Rimini, dopo aver scritto che lo scorso sabato si è svolta una manifestazione contro il razzismo a cui hanno partecipato “qualche no global e alcuni senegalesi” - così, giusto per ghettizzare gratuitamente, anche se i “no global” erano tanti e diversi tra loro e idem le centinaia di senegalesi (perché non negri, direttamente?) - si è lanciata, qualche pagina dopo, in uno strenuo attacco contro l'aborto.
La retorica era la stessa di cui oggi sono pieni giornali, riviste e trasmissioni. Donne assassine, vite spezzate, crudeltà, follia moderna di una società senza più guide, idee, o una direzione.

C'è una cosa in tutto questo che mi lascia perplesso, e va al di là del fatto in sé. Ma siamo ancora così immaturi da non riuscire ad affrontare un argomento di grande portata come quello dell'aborto, senza trasformare la discussione in una lotta tra sì e no?
Voglio dire, ai bambini si insegna che il mondo non è bianco e nero ma ricco di sfumature e poi quando si cresce si dimentica tutto e ci si fa la guerra in due grandi fazioni? E soprattutto questo accade nei media, che dovrebbero essere i principali portatori di dialogo. Ora, va bene che i giornali non sono neutrali, ma riportano una visione o anche solo l'idea del giornalista che scrive, ma... allora chi scrive? Un bambino di tre anni?

E' così difficile capire che un aborto è un tema estremamente delicato? Che chi, soprattutto uomo, non concepisce minimamente ciò di cui parla non dovrebbe permettersi di chiamare assassine donne che neanche conosce e di cui non sa la storia? Quando una donna decide di abortire si porta dietro una ferita che non l'abbandona. Non è una scelta che si fa con leggerezza perché si appartiene ad una fazione o ad una linea di pensiero.

E dall'altra parte va detto che non c'è nulla di più aberrante dell'idea che orde di ragazzine prendano l'aborto né più né meno che un anticoncezionale come un altro. Perché ci sono anche queste. Ma sono persone. Ognuno con le sue turbe. C'è chi guida per necessità e chi per andare a 180 all'ora, ma non si nega la macchina a tutti perché fuori è pieno di decerebrati. Penso che una donna non sia padrona della vita che porta, così come non lo sono i genitori dei figli. Ma esistono situazioni in cui una donna deve fare delle scelte. Scelte difficili, che sfociano in una decisione dura, che porta all'interruzione di gravidanza. E' giusto che lo stato cerchi di aiutare chi rischia di abortire per indigenza o problemi risolvibili, ma rimane il fatto che la scelta finale è della madre, nella speranza che la madre abbia la saggezza di scegliere al meglio. Ma la saggezza non ha mai abbondato nella nostra specie.
Di sicuro c'è solo che se qualcuno ha una posizione univoca, ferma e scevra di dubbi, sbaglia!

E ora la parte migliore, che come sempre non è mia
“Come un uomo potrebbe sapere cosa sia una donna? La vita della donna è completamente differente da quella degli uomini. Dio ha fatto così. L'uomo è sempre lo stesso sin dalla sua circoncisione fino alla sua vecchiaia. Egli è il medesimo prima del suo primo incontro con una donna e dopo. Il giorno in cui una donna conosce per la prima volta l'amore, spezza la sua vita in due. Quel giorno, essa diviene un'altra.
L'uomo passa la notte insieme con una donna e passa via. La sua vita e il suo corpo restano sempre gli stessi. La donna concepisce. Quale madre, essa è un'altra che la donna senza figli. Essa, innanzi tutto, porta per nove mesi nel proprio corpo le conseguenze di quella notte. Nella sua vita cresce qualcosa che non ne scomparirà più. Essa, infatti, è madre. Essa è e rimane madre anche se suo figlio, anche se tutti i suoi figli muoiono. Perché essa ha portato il bambino sotto il suo cuore. Tutto questo l'uomo non lo conosce; egli non ne sa niente. Soltanto una donna può sapere questo e parlare di questo. E' perciò che noi non permettiamo nemmeno che i nostri mariti intervengano con le loro parole nelle nostre faccende. La donna può fare una sola cosa. Essa può stare attenta a sé. Essa deve essere sempre come è la sua natura”.

Dal discorso di una nobile donna abissina, riportate dal Frobenius in un libro del 1924.
 
di stefano del 17/05/2009 @ 23:45:53 in cyberpunk qui e ora!, letto 1018 volte
Ed 209 uccide il povero sventurato che non ha gettato l'armaQuesta la notizia: http://www.corriere.it/cronache/09_maggio_12/21_CRONACHE_URBI_009575ac-3ebb-11de-914a-00144f02aabc.shtml

Ora lo spazio pubblicità

Sì! fotografa anche tu un morto! Esponi, nel tuo salotto, la tua personale foto di un moribondo colto proprio nell’istante in cui la vita lo abbandona! Metti a fuoco gli occhi e lo sguardo che, come asseriva Goethe, cerca la luce proprio nel momento in cui la perde!

Per poter scattare una bella foto di qualcuno che muore bastano pochi, semplici consigli.
1. Girare sempre con una macchina fotografica o con un cellulare. Grazie all’evoluzione tecnologica questo ora è davvero semplice. Chi non ha un cellulare in grado di scattare foto ad una risoluzione sufficiente almeno per il proprio blog o facebook?

2. Frequentare posti affollati. E’ una questione statistica. La gente ha l’abitudine di morire in continuazione, e la percentuale si alza se i posti sono affollati. Inoltre, grazie all’innalzamento medio dell’età della popolazione, in giro è pieno di vecchi o invecchianti, persone, quindi, molto più vicine al fatidico momento (ma non disperate anche in una discoteca. Cicerone diceva che nessuno, per quanto giovane, possa essere sicuro di passare vivo la notte. Se poi si aggiungono alcolici e le droghe dei giovani, anche in questo caso le probabilità sono a vostro favore!).

3. Tempismo e sfacciataggine. Mi raccomando, appena qualcuno si accascia, voi dovrete essere in prima fila e con la macchina pronta. E non fatevi assolutamente fuorviare da chi vi dice: fate spazio, lasciatelo respirare, o io sono un dottore. Difendete i vostri diritti e ricordate: voi avete diritto alla vostra foto!

Vuoi mettere la figura, con gli amici, quando in salotto sfoggerai la tua foto col morto? Sai che novità! Ne ho visti un sacco, potrebbe dire qualcuno con spocchia e sicumera! Sì, risponderai, ma questo non è un morto della tv. Questo l’ho visto morire davvero. Anzi! sono stato il primo a fotografarlo! Questa è una vera foto di morto! Vedrai come aumenterà la tua considerazione tra i tuoi amici!

Mi raccomando! Non perdere tempo! Approfittane ora che la società stigmatizza la morte e la esclude da ogni ritualità e momento, come se fosse una colpa o qualcosa di cui vergognarsi. Quante volte hai sentito lo scambio di frasi: “Hai sentito il signor Ginetti? E’ morto!” - “Che vergogna! Senza finire le rate del mutuo? Non c’è più religione!”? Esatto! Proprio così! Ora che la morte è bandita, diventa ancora più pruriginoso mostrarla in pubblico. E grazie alla vecchiaia possiamo rimediare ai problemi che ci causa questa lunga pace europea che ormai dura da oltre 60 anni! Perché in fondo, le morti in tv, sono noiose e tutte uguali.
 
di stefano del 20/04/2009 @ 23:44:19 in pensieri sparsi, letto 1127 volte
Stavo mangiando un'ottima fetta di Roquefort, appena comprata da Adriano, per risollevare un lunedì un po' fiacco, quando, di colpo, mi sono fermato a guardare la punta della forchetta. Eccolo lì, il Roquefort, un piccolo pezzo bianco e blu, burroso ed eroso, cosparso di piccoli buchi muffosi.

Prima di addentarlo ho cominciato a pensare a Burroughs, al pasto nudo. Non tanto, o non solo, al bellissimo libro dell'autore più allucinato, profetico e visionario del '900, ma proprio al senso del titolo: il pasto nudo: “l’istante raggelato in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta”. Siamo infatti così abituati a mangiare - e spesso distratti dalla bontà di ciò che mangiamo - da non dedicare neanche un pensiero a cosa mangiamo. Alla materia e ai corpi che divoriamo.

Cosa stavo mangiando? Un ottimo formaggio cremoso e saporitissimo? Un fantastico prodotto caseario nato da una lunga tradizione? Non solo. In quel preciso momento stavo mangiando una pasta composta di un liquido munto dalle mammelle di una pecora e messo a stagionare in una grotta naturale del Mont Cambalou, dove piccole particelle di formaggio che rimangono attaccate alle pareti, danno vita ad un processo naturale di auto-riproduzione delle spore di Penicillum roqueforti e dei lieviti responsabili delle caratteristiche del formaggio. Qui, le forme vengono forate e l'aria delle grotte, ricca di spore, vi penetra dentro.

Tutto in quel piccolo pezzo in cima alla mia forchetta. E tutto grazie al pensiero di Burroughs. Non che Burroughs facesse il formaggio, ma ne ha dato una lettura devastante, disincantata e a modo suo geniale. E siccome la concatenazione dei pensieri è bizzarra e lunga, il motivo per cui oggi ho guardato il Roquefort pensando a Burroughs, è stata la morte di Ballard. Ballard e Burroughs sono i miei autori dell'adolescenza. Li ho letti assieme. Quando penso ad uno mi viene in mente anche l'altro. E oggi Ballard è morto. A 78 anni. La fiera delle atrocità è chiusa. La festa è finita. Io cerco di sollevarmi un po' mangiando una fetta di Roquefort.
 
di stefano del 27/07/2008 @ 23:32:09 in ghiottonerie, letto 2814 volte
Ringrazio Dario77 (che mi piacerebbe linkare, o almeno linkare il suo precedente commento, non ancora "trasportato" nella nuova versione del blog, qui, il post) per la segnalazione del nuovo sushi bar riminese: Sosushi.



Sosushi è un franchising italiano dedicato al sushi che da poco ha aperto una filiale riminese in piazza Malatesta 39. Un locale molto carino e trendy. Sosushi punta molto sull'immagine, e lo si capisce (e lo si paga: un euro il sacchettino con salsa di soia nella provetta - molto carina - e bacchette). Belle le locandine, molto divertente tutto il "packaging" e il contorno. Uno stile molto fresco e giovane, divertente.

E il sushi? Non male, decisamente non male. Se devo stilare una classifica: meglio delle befane, ma secondo me appena inferiore al Sushiwasa di via destra del porto. Giusto per fare i capziosi, ho trovato più gustosi i makisushi, ma più debole il sushi vero e proprio. Il taglio di tonno era un po' duretto (ma questa lo ritengo più una sfortuna che una colpa), e il riso leggermente più papposo.
Ma ho intenzione di spulciare ancora il menu, sicuramente molto corposo.
 
di stefano del 02/01/2008 @ 22:54:00 in pensieri sparsi, letto 1004 volte
Qui sopra dovreste trovare alcune foto, non più di tre o quattro, che illustrano un sasso, rotto, con l'interno cavo.
Da un particolare della foto si dovrebbe comprendere che il sasso è un'accurata riproduzione di un sasso. Sì, insomma, è finto.
Da fuori sembra proprio una bella roccia, grigia, screziata e sfaccettata, però, guardando l'interno si intravedono i diversi strati plastici che la compongono, con tanto di texture finale.

Questa particolare roccia finta l'ho trovata su una spiaggia. L'ho presa con me convinto della sua autenticità, e solo più tardi mi sono accorto dell'inganno (mi è caduta per terra rompendosi). Appena l'ho scoperto ho pensato: "oh! adesso lo scrivo sul blog!!".

Bene, l'ho fatto.

Ma, a parte l'assurdità di tutto il discorso, qualcuno potrebbe chiedersi dove sono le foto dell'oggetto in questione.
Non ci sono.
Perché è stato tutto un sogno.

Un sogno così vivido e reale che alla fine di tutto davvero ho pensato - in sogno - "oh! adesso lo scrivo sul blog". Poi mi sono dimenticato tutto fino a questa mattina quando, passeggiando per strada, non so per quale motivo mi è tornato in mente.

Prima ho riso e ho pensato di dimenticare tutto, ma poi, dato che la prima idea era stata quello di scriverlo, ho pensato che avrei dovuto farlo comunque.

ed eccolo qui.
 
di stefano del 15/04/2008 @ 22:36:00 in ghiottonerie, letto 1678 volte
  

Sotto la pioggia battente mi avvicino al bancone e prendo due bacchette cinesi. Le stacco e le strofino assieme, per pulirle.
Il vecchio mi si avvicina.
dammene due, gli dico.
Lui mi guarda e indica due, due, come a dire, quattro.
Gli ripeto, due.
e lui dojo do, quattro.

Lascio perdere, mi siedo e aspetto la mia porzione. Ora ci manca solo che spunti un messicano a dirmi che ci sono da ritirare quattro lavori in pelle. E' proprio l'ultima cosa che vorrei, oggi.
Ora voglio solo il mio sushi.

Ok, lo ammetto. non sono memorie mie. i più scafati avranno riconosciuto una delle scene iniziali di blade runner, capolavoro di fantascienza che proprio l'anno scorso celebrava 25 anni ottimamente portati.

Le mie memorie del sushi risalgono ai miei primi viaggi a milano, di parecchi anni or sono. Ho sempre invidiato a Milano, la città europea per eccellenza, la grande varietà di ristoranti, negozi e piatti da ogni parte del mondo, ed ogni volta che rimini esce dal suo provincialismo e apre un negozio che mi porta qualche sapore dal mondo, io sono molto, molto felice.

Questo sushiwasa, in via destra del porto (tel. 0541 337961), non è il primo giapponese della città. E' il terzo, in ordine di tempo. Ma il primo take away e con consegna. L'ho provato stasera e ne sono rimasto colpito. Pesce fresco, riso buono e sapore di crudità che fa venire voglia di mangiarne ancora.
Il pesce spada sarà anche inflazionato, ma tagliato spesso, fresco, con quell'odore di mare forte e travolgente conquista immediatamente.

La mia passione rimangono i makisushi, avvolti nell'alga nori, qui in versione salmone e avocado. Spero che, a fianco della sempre ottima piadina con prosciutto e pomodori in gratin, aprano sempre più sushi shop, ristoranti cinesi, kebab, indiani e rimango in attesa di cucina africana, argentina, russa, e di ogni parte del mondo. Lo dico più forte oggi, di fronte alla vittoria della Lega.
 
di stefano del 16/09/2009 @ 21:37:12 in viaggi, letto 1280 volte
La Lomellina è come un mare di riso, nel mezzo del quale galleggia qualche borgo. E' inevitabile. Sono irresistibilmente attratto da mondi d'acqua. Dopo Comacchio, dopo il delta del Po, arriva la Lomellina. Tra il Ticino, il Po e il Sesia, c'è un triangolo di terra dai paesaggi umidi e soffusi. Pavia sorge a pochi chilometri dalla confluenza dei due fiumi. E sono proprio i fiumi a fare da confine a questo paesaggio, nel quale si coltiva uno dei risi più apprezzati del mondo. Sembra una frase ad effetto ma è vera: in Cina il riso della Lomellina è comprato e apprezzato come una delle migliori varietà al mondo.
Ma il riso non si rivela solo nel piatto. Nei paesaggi non è da meno. Percorrendo le piccole strade che attraversano tutto il territorio, per la maggior parte pianeggiante - escluse le zone degli argini e poche, rare collinette - si vede a perdita d'occhio solo il riso. Campi allagati in primavera, un mare verde in estate e infine una vasta, infinita ondata gialla nel primo autunno, fino alla raccolta. Tra un paese e l'altro, girando da Vigevano a Mortara, da Lomello sino Sartirana, dalle sponde del Po sino quasi a Pavia, non si incontra altro se non un mare di riso.
Se si decide di accelerare il tragitto e si passa dalle placide stradine campagnole a quelle più agili e veloci a numerose corsie, allora si possono vedere grandi inceneritori, capannoni, orrori di cemento e centri commerciali. Certo, per chi visita sono brutti, per chi ci abita anche utili, ma sono convinto che si potrebbero trovare compromessi migliori.

Da visitare anche la Lomellina nel piatto.
A Vigevano non si può davvero mancare l'Oca ciuca.
Ah! qui, l'oca fa le veci del maiale: non si butta via niente. Grandiosi affettati, carni esuberanti e anche grasso per friggere.
L'Oca ciuca, dicevo. Un bel ristorante molto ricercato che si trova tra la porta e piazza ducale.
Antipasto di affettati tutti di oca: petto, salame crudo, salame cotto, mortadella e paté di fegato su pan briosche. Tutti di gran valore. Il petto soprattutto, ma anche la mortadella, saporita e sfiziosa.
Primo, ovviamente riso, mantecato con spumante brut, formaggio morbido - tipo squacquerone - e con tartufo bianco, e tortelli con ripieno d'oca al burro e nocciola di langa. Interessanti, gli ultimi, soprattutto nel sugo, ma il risotto era davvero eccezionale.
Spesa sui 60 euro, per 2. Compresa una bottiglia di Bonarda dell'Oltrepò Pavese e due dolci, dell'ottimo tiramisù estivo (con frutti di bosco)

A Pavia, invece, abbiamo provato la trattoria da Ressi, in vicolo Ressi, così stretto che se mangiate troppo all'uscita non ci passate.
Ambiente più rustico ma comunque molto confortevole.
Nonostante i ricordi poetici legati al Pascoli e alla cavalla storna, la cena alla trattoria è cominciata con una freschissima tartara di cavallo con senape fatta in casa, e affettati misti - ancora oca e questa volta anche fiocco di culatello (buono ma niente a che fare col culatello) e coppa piacentina.
Primi: ancora risotto , questa volta radicchio e taleggio - saporitissimo - e tortelli, ma questa volta con ripieno di gorgonzola e noci. Esplosivi. Il gorgonzola come ripieno dava al piatto un sapore davvero incontenibile!
Dato il luogo, abbiamo concluso con un piatto di formaggi, di caprini, sia freschi che stagionati in cenere di ginepro, semi di finocchio e pepe.
Spesa, sui 35 euro a testa, anche qui con una bottiglia di Bonarda.
Abbiamo invece deciso di saltare i dolci (che erano davvero buoni) per il costo eccessivo di 8 euro a piatto.


Ah!, non fatevi illusioni. Non pensate di essere furbi, di riuscire a trovare un escamotage, oppure di organizzarvi a puntino. Parliamo di canali, fiumi, fossi, pozze e stagni. In una parola: zanzare. Zanzare che bevono l'Autan a colazione. Se provate a mettervi l'off, prima vi prendono a schiaffi e poi vi succhiano il sangue.
 
di stefano del 28/05/2009 @ 21:27:01 in pensieri sparsi, letto 1223 volte
Chiacchierando a proposito del viadotto crollato a Gela, è venuta fuori un'idea interessante. Perché non collaborare direttamente con la mafia? Voglio dire. Perché fingere che gli appalti funzionino quando sappiamo benissimo che tutto il sud Italia e non solo è in mano alle organizzazioni mafiose?
Chi vince gli appalti? la Mafia.
E allora l'idea è questa: per legge gli appalti verranno dati direttamente alla mafia, senza più concorso (che tanto vincerebbe comunque), in cambio, però, la mafia si impegnerà a costruirli decentemente, senza utilizzare materiale di scarto solo per guadagnare qualcosa di più. Anche perché, l'economia insegna, guadagnerebbe già a sufficienza per il numero degli appalti, e non solo sul singolo appalto.

Niente più lunghe indagini burocratiche, niente più inutile antimafia (come dice Brunetta), niente più poliziotti panzoni che corrono dietro scattanti mafiosi (sempre parole di Brunetta), niente più scartoffie e giudici impegnati in processi che tanto si risolvono con la protezione dello stato alla mafia.

Il secondo passo sarà l'abolizione delle tanto odiate tasse per un sistema a pizzo uniforme per tutti i cittadini, con l'unico scaglione pubblico-privato. Sei un pubblico cittadino? Paghi un tot. Sei dirigente di una grossa azienda? Allora paghi così. Sei entrambi? E vabbé! Li paghi tutti e due. Ricorda: evadere è un rischio!

Sì! Vota anche tu la mafia! La principale azienda italiana. L'unica davvero in grado di ricostruire l'Abruzzo, completare la Salerno Reggio Calabria, costruire il ponte sullo stretto di Messina e anche il ponte Sicilia - Sardegna, il cablaggio di tutta la penisola (cosa che, ad esempio, la telecom non riesce a fare), snellire la burocrazia e soprattutto fare arrivare i treni in orario.
 
di stefano del 28/01/2006 @ 20:26:00 in autoreferenziale, letto 1629 volte
Il breve racconto che segue, crapuloneria in normandia, è stato selezionato tra i vincitori di un piccolo concorso della scuola Holden. Non meravigliatevi se in futuro leggerete blog e articoli sempre più belli e avvincenti. Il premio per i vincitori era un corso di scrittura creativa. : - )

Gli studenti universitari sono squattrinati per antonomasia. Io
l’antonomasia la studiavo al corso di Poetica e Retorica, sapevo bene
cos’era. E infatti non avevo una lira. Così, le esigue finanze raccolte
per il viaggio a Parigi insieme a qualche amico erano appena
sufficienti per pranzare a kebab e cenare a McDonald.
Prima di lasciare la Francia, passammo a trovare, in Normandia, la
nonna di un amico, in una piccola casa isolata nel cuore delle piatte
distese boscose. Gentile, simpatica e non automunita. Così cominciò la
mia iniziazione forzata al buon cibo. E come ogni iniziazione, fu
fantastica e dolorosa.
Si cominciava all’alba, appena svegli, quando il mondo ha ancora un
sapore indistinto, a croissant e pan au lait. Golosità che tornavano a
metà mattina per la tremenda seconda colazione. Qualche passeggiata in
quelle lande basse e silenziose ci liberava di ben poco peso.
Innaffiato da generosi calici di Bordeaux, il pranzo ci cadeva addosso
che ancora il bianco dei nostri occhi trasudava il burro della mattina.
E c’erano grossi polli contornati di puré caldo su cui veniva versato
il grasso della cottura, bolliti misti e patè de foie gras, affettati e
baguette.
L’allegra camminata postprandiale ci risvegliava nella memoria la
presenza di gambe e muscoli, a lungo privati del sangue che roteava
attorno allo stomaco come gli anelli a Saturno. Ma il precoce buio
normanno ci riportava a casa, con un cointreau e un piccolo aperitivo,
in attesa della grande cena.
Era il tripudio: il vino sembrava inesauribile, la fonduta di formaggi
colava sulle patate calde e sugli affettati, i risotti si sprecavano e
l’immancabile piatto di formaggi molli e ammuffiti si spingeva giù
nello stomaco in attesa di un condono.
Che bellezza: la prima notte vomitai tutto, e poi non mi fermai più!
 
di stefano del 26/05/2009 @ 18:31:05 in cyberpunk qui e ora!, letto 1185 volte
L'uomo terminale, immagini dal film da www.girlsgunandghouls Aiuto! Forse ho visto troppa fantascienza, ma in questo periodo non riesco a non vedere le implicazioni di alcuni progetti tecnologici se non come una minaccia all’umanità! Bruce Sterling, profetico autore di fantascienza e cyberpunk, l’ha detta ancora meglio: gli autori di fantascienza sono dei giullari della letteratura, e, dato che in pochi li prendono sul serio, sono liberi di dire e profetizzare quello che vogliono.

Io ho trovato un’interessante correlazione tra una notizia recente e un film tratto da un libro di Chricton.
Partiamo da quest’ultimo: L’uomo terminale. Un film strano, forse non completamente riuscito, ma sicuramente interessante.
Nel film, il protagonista, Harry Benson, è un geniale programmatore e costruttore di computer che, a causa di un incidente (o forse di epilessia, non ricordo esattamente), subisce una lesione al cervello che gli causa delle crisi di violenza distruttiva. In quei momenti perde il controllo di sé, distrugge e attacca tutto ciò che lo circonda e alla fine non si ricorda nulla. Si sottopone ad un intervento chiamato “Stage three” per impiantarsi degli elettrodi nel cervello collegati ad un computer che rilascia una sorta di endorfine rilassanti ogni volta che arriva una crisi. All’inizio tutto funziona bene, poi, il cervello comincia ad assuefarsi ed aumenta le crisi col solo scopo di avere più endorfine. Il finale ve lo lascio immaginare, ma è ovviamente tragico.

Ora ricopio qui l’incipit di una notizia tratta da Repubblica, e non aggiungo altro:

Un dispositivo sottopelle per dolori cronici e fastidi fisici

Traffico, lavoro, stress sono la causa di dolori cronici che affliggono migliaia di persone. Un'azienda statunitense con sede a Dallas sembra aver trovato una soluzione immettendo sottopelle un dispositivo che trasmette impulsi elettrici al midollo spinale

Stress, ritmi di vita frenetici, ansia: sono in molti a soffrire di dolori cronici, fastidi fisici che rendono il lavoro e la vita quotidiana ancora più faticosa e che, soprattutto nel mondo occidentale, sono i sintomi della pressione psicologica cui si è sottoposti.

Analgesici e antidolorifici spesso nulla possono contro questi disturbi. Al limite possono alleviarli, ma certo non risolverli. In più, abusarne è anche pericoloso.

Una soluzione sembra ora arrivare dalla biomedicina: la MicroTransponder (www.microtransponder.com), un’azienda statunitense con sede a Dallas, Texas, ha sviluppato un piccolo dispositivo, della grandezza di un chicco di riso, da impiantare sottopelle. Il mini congegno sfrutta l’RFID (radio-frequency identification) e trasmette impulsi elettrici al midollo spinale. Wireless e privo di batterie, l’impianto è costituito da piccoli elettrodi e una bobina, alimentata da una batteria esterna indossabile al polso o alla caviglia.
 
di stefano del 04/08/2008 @ 18:23:00 in ghiottonerie, letto 4496 volte
Siamo arrivati al ristorante Dal Corto in un sabato sera d’agosto, con un gran caldo e senza aver prenotato. Il ristorante era pieno, e il timore era, come spesso accade, che tutto lo staff fosse completamente in panne. E invece, molto gentilmente, ci hanno trovato un tavolo (eravamo in 4) per una mezz’ora più tardi. Siamo tornati, puntuali, e tutto era pronto. E anche durante la cena siamo stati seguiti a puntino e senza sbavature.

Il ristorante dal Corto è davvero un piacevole angolo di Sicilia nella chiassosa Rimini. Si apre sulla piazzetta San Martino, alle spalle di piazza Cavour, che dopo decenni di abbandono sta rinascendo grazie ai numerosi locali che hanno preso dimora qui.
Noi, invece, abbiamo preso posto al nostro tavolo, nella graziosa corte interna e abbiamo dato il via alle danze.
Gli antipasti sono molto intriganti. Il Pomodoro alle uova di tonno e cacio è fantastico. Buona la bottarga, ma quello che colpisce è l’olio di oliva, profumato e fragrante come pochi. Sfiziose anche la panelle - frittelline di ceci - e le olive all’ascolana che in realtà sono solo la piccola parte di un ricco piatto di fritto che comprende anche cremini e melanzane fritte.

Nei primi spiccano gli spaghetti alla norma, specialità siciliana con pummarola e fette di melanzana fritte. Molto buoni anche i maccheroni alla ragusana, con acciughe e pan grattato sopra al posto del grana. Il mio tour “salato” si è fermato qui, ma in realtà il menù promette altri grandi piatti come la caponata di melanzane, gli arancini di riso, il caciocavallo ragusano con confetture artigianali di nero d’Avola e zagara d’arancia e gli spaghetti alla liparese, con capperi e olive.

Piuttosto pieni, abbiamo saltato i secondi (soprattutto carni) e ci siamo gettati a capofitto sui cannoli siciliani. Buoni, buonissimi, con la autentica pasta artigianale (è davvero raro trovarne) e una ricotta cremosa e saporita. Freschi e golosi anche quelli in versione estiva, con gelato di zabaione come ripieno. Il tutto, accompagnato da un dolce bicchiere di zibibbo. La spesa si è attestata sui 25 euro a persona (antipasto, primo e dolce - no vino). Forse non economicissima, ma sicuramente ben spesa, viste le buone materie prime utilizzate.
 
di stefano del 06/06/2007 @ 18:07:00 in viaggi, letto 2967 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 6.6.7
ultima tappa


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Questa volta le biciclette le abbiamo caricate senza problemi e chiuse in uno scompartimento apposito. Siamo sul treno che ci porterà da Piacenza sino a Rimini. A casa. Undici giorni fuori sono belli, ma sono anche tanti. E la dimensione del ritorno, per quanto bello il viaggio, ha sempre un fascino impagabile.
L’ultimo giorno ci ha riportato sul Po, ancora in barca. Ma non sulla nostra pilotina che è ancora ormeggiata a S. Benedetto, ma sulla barca dell’arni. E soprattutto con un navigatore molto più esperto di noi, che arriva vicino alle rive, nelle lanche dove il Po sembra un intricato corso d’acqua thailandese, con la superficie ricoperta da lenticchie d’acqua. Verdi e onnipresenti. Il timore di veder sbucare fuori un vietcong diventa quasi palpabile. Ma alla fine si vedono, tra la pioggia (tanto per cambiare), aironi cinerini, anatre e altri uccelli d’acqua.
E’ un bell’addio. Sentito e nostalgico ad un fiume che abbiamo sfidato, un po’ con leggerezza, ma che abbiamo imparato a rispettare e a conoscere.

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Un addio corroborato dalla cucina verace di Cattivelli, vero presidio piacentino di sapori tra il fiume. La congiunzione è quella giusta. Qui siamo ad isola Serafini, la più grande isola in mezzo al Po. I rami del Po sono bloccati da due grandi dighe che regimentano l’acqua e che dividono il fiume in due grandi tronconi che per esperienza chiamerò: quello che abbiamo attraversato noi e l’altro. Ancora culatello, coppa e salame piacentino, seguiti da ottimi tortelli al burro e da un’anguilla in umido con piselli e polenta che non ha rivali tra quelle che abbiamo mangiato durante il viaggio. Mercoledì è il giorno di riposo di Cattivelli che ci ha ospitato senza risparmiarsi, accompagnandoci per il fiume, proponendoci un gran pranzo e scortandoci con le biciclette in stazione.

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L’ospitalità è stata davvero importante. Senza l’aiuto della strada dei vini e dei sapori della lombardia, quella di Reggio Emilia, gli enti e le persone che ci hanno offerto il loro aiuto gratuitamente - l’associazione Random in testa, senza la cui barca non saremmo neanche partiti - saremmo probabilmente arrivati in Croazia convinti di scoprire antiche culture padane. I ringraziamenti sono sempre retorici e si salta sempre qualcuno. Per cui mi fermo qui. Non prima di aggiungere i nostri supporti casalinghi che, come nel film matrix, ad ogni richiesta si mettevano al computer a calcolare tragitti e scovare numeri di telefono: Paola e Isabella.
E ora fate partire la musica degli Europe!

Spero non vi siate abituati troppo bene. Un articolo al giorno è troppo per me! : - )
 
di stefano del 20/12/2008 @ 17:59:16 in viaggi, letto 1539 volte

London bridge is fallin' down, fallin' down, fallin' down. London bridge is fallin' down, my fair lady! E' un po' come se in Italia cantassimo: Il colosseo viene giù, viene giù, viene giù. Il colosseo viene giù, mia bella amica! Questa canzoncina mi ronza in testa da una vita; e in modo ininterrotto dalla scorsa settimana, quando sono partito per Londra, finalmente.
Anche il mio terzo viaggio in aereo mi ha regalato panorami incredibili. Dopo il decollo vedo, nell'ordine, nuvole, poi le Bewölkung, quindi le nues, e infine le clouds. Mai l'Europa è stata così meteorologicamente unita!

 


Appena atterrati a Stanstead è cominciato il mio tour per la capitale inglese. E devo dire che, a parte il tempo orribile e il delirio del quartiere di Soho il venerdì sera (thanks God is friday), mi sono trovato davvero a mio agio e bene in ogni luogo. Dallo struscio serale per Piccadilly Circus (divisa tra le facciate dei palazzi coperte dai pannelli illuminati pubblicitari che sembrano usciti da un romanzo di Gibson e la colonna dell'equivoco angelo-Eros), alle prove dei concerti natalizi a Trafalgar Square, sotto la statua dell'ammiraglio Nelson, sino alle passeggiate notturne illuminati dalla mole dorata di Westminster e del Big Ben. Sarà che ormai gli anglosassoni, negli ultimi decenni, hanno plasmato il nostro immaginario, ma Londra sembra davvero la capitale d'Europa. Non tanto, o non solo, da un punto di vista architettonico, ma proprio per la vivacità, per la multiculturalità, per il continuo fermento che pervade ogni via, per l'aria - umida e fredda! - che si respira. Ogni luogo rimanda alle infinite memorie culturali di cui ormai è simbolo: Hyde Park, Covent Garden, Oxford Street, la City, WhiteChapell, King's Cross e ancora si potrebbe andare avanti per un'intera giornata.

Ma, forse, la visita più stupefacente è stata quella al British Museum. La definizione di Museo è riduttiva, l'idea è quella di una cattedrale della storia umana. Ci ho passato un intero pomeriggio, ed è stato davvero emozionante, soprattutto di fronte alla stele di Rosetta [nota: è vero che, come dicono tutti, un pomeriggio non basta per vedere il British, così come non basta una giornata e probabilmente neanche due, ma varrebbe la pena andarci anche solo per un quarto d'ora, giusto per lanciare il proprio sguardo su capolavori incredibili.]. In modo un po' pirandelliano, dopo i primi sentimenti estatici umanistici, mi torna in mente la figura di Athanasius Kircher, che nei primi decenni del '600 tradusse tutti i geroglifici in latino. Un'opera che ebbe una grande risonanza tra i coevi e con la quale il dotto gesuita tedesco sperava di conquistarsi un po' di riconoscenza tra i posteri. Peccato solo che, come dimostrò Champollion un paio di secoli più tardi, tutta la traduzione di Kircher era sbagliata, e oggi, il povero Athanasius è ricordato più come aneddoto tra gli storici che altro. Se dall'archeologia dobbiamo cercare di ricostruire la vita dei popoli antichi, una delle poche cose sicuramente desumibili è che gli antichi greci passassero metà o più della loro giornata a fare vasi di ogni forma e dimensione. Lunghi, stretti, larghi, bassi, colorati, integri o a puzzle, intere sale sono piene di vasi e urne (e qui viene in mente Keats e l'Ode a un'urna greca).
Molto bella anche la Tate Modern Gallery, sia per l'edificio che per la collezione (Picasso, Mondrian, Braque, Boccioni, etc.). Molto suggestiva la "unilever Series TH. 2058" che immagina una londra futuribile in cui piove da decenni, con ragni giganti, strana flora e scheletri di enormi roditori.

 


Contrariamente al pensiero comune, ho mangiato molto bene. Tanto etnico: indiano in testa (buono, ma massacrante il risotto traboccante di chiodi di garofano), poi cinese, thailandese e coreano. Ma devo dire che ho affrontato bene anche il tipico breakfast anglosassone con bacon, salsiccia, fagioli in umido e uovo, o anche il pranzo al pub, sempre a base di salsiccia e patate.

 


Gli ultimi due giorni del soggiorno londinese sono stati dedicati ad un corso di meditazione presso un centro jainista nella prima periferia di Londra (è difficile, in queste grandi città, capire i confini).
Il jainismo è una filosofia indiana. Il concetto di scuola filosofica indiana mi ha ricordato molto quello della Grecia del periodo imperiale, come il neoplatonismo. Per i greci del periodo ellenistico, la filosofia non era solo una interpretazione fisica e metafisica del cosmo, ma un pensiero intriso anche di speculazioni religiose e rituali, in cui il fondatore assume sempre di più un carattere sacrale. Un altro aspetto affascinante del jainismo è il tentativo di unire la propria tradizione filosofica con la scienza moderna e ancora il particolare accento che questa filosofia ha sempre posto sulla non violenza assoluta, tanto da influenzare anche la formazione del pensiero Ghandiano. Anche in questo caso, nonostante le belle sessioni di meditazione e di yoga, non ho potuto non ritornare ad una fonte letteraria. La linea del Tube che portava al centro, infatti, passava anche per Baker Street, e qui, al 221b, aveva dimora il principe degli investigatori: Sherlock Holmes, anch'egli appassionato di India e di meditazione, tecnica che spesso usava - insieme al violino - per rilassare la sua mente sempre sotto pressione.

 
di stefano del 28/11/2007 @ 17:14:00 in pensieri sparsi, letto 909 volte
amo melville perché

ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettersi in mare al più presto

E Moby Dick è un mare da affrontare in piedi sulla prora della nave, incurante delle spume delle onde, nella speranza di urlare: sul ponte sventola balena bianca, sul ponte sventola balena bianca!
 
di stefano del 19/07/2008 @ 17:01:00 in giornalismi, letto 2164 volte







Questa sera (sabato 19 luglio 2008, ore 21.00) presso il Castello degli Agolanti di Riccione si svolgerà l'inaugurazione di Illustrissimi 2008, rassegna di illustrazioni per ragazzi che vede esporre le firme più interessanti del panorama italiano.

Ho come l'idea che la precisazione "per ragazzi" sia spesso fuorviante. A questa mostra partecipano autori davvero capaci. Le opere, spesso oniriche e surreali, non hanno nulla da invidiare a quelle di illustratori più in voga.

Anche quest'anno, per la terza volta, insieme alla curatrice Raffaella Ciacci, ho cercato di raccontare un autore della nostra zona con alcuni scatti e un breve testo da parte mia che sarà pubblicato nel catalogo 2008, distribuito questa sera all'inagurazione.

Gli anni scorsi abbiamo parlato di Maja Celija e di Gianluca Neri (approfitto per dire che a breve, finalmente, arriverà online il nuovo sito col nuovo blog e sarà l'occasione per pubblicare foto e testi che avevo tralasciato, come quelli dei due illustratori succitati!)

Sopra le foto, di seguito il testo:



Posso lasciare l'obiettivo chiuso e tenere i tempi di scatto molto lunghi. Lisa è immobile durante le foto. China sulla scrivania, prende una matita, la prepara e poi comincia a sventagliare gentilmente sul foglio.

Io giro da una parte all'altra del tavolo, tra quadretti buffi di animali, un'enorme collezione di cd, colori, pennelli e prove di disegno. Lei è sempre lì, come ignara della mia presenza che continua a puntare la matita bianca sul foglio nero, mentre le sagome degli oggetti emergono, lentamente, come per incanto.

E' molto timida, ormai si è capito, e molto, molto gentile. E anche quei disegni sembrano quasi un po' schivi, imbarazzati dalla presenza dell'osservatore. Ma la macchina fotografica fagocita ogni cosa: un movimento della mano, un accenno di sorriso, l'angolo di un foglio, un profilo di lepre, il vasetto - rosso, rossissimo - di un colore circondato da matite.
 
di stefano del 23/01/2009 @ 16:40:40 in viaggi, letto 1197 volte
Città di Castello mi evita, mi schiva, non mi vuole. Non so perché! Non le ho fatto nulla, anzi! Io mi reco da lei con tutte le più buone intenzioni, approfittando dei viaggi di lavoro di Paola, per fare qualche foto, osservare qualche scorcio, trovare uno spunto per scrivere un articolo... e invece nulla! Ogni volta lei, sdegnosa, si presenta a me trasandata, scostante e irascibile.

Ma io insisto, e torno! Forse, se non fossi così pessimista noterei anche dei miglioramenti. Ad esempio ho visto che ora non solo le macchine, ma anche i pedoni possono entrare nel centro storico e passare sotto le mura dei palazzi, o magari fermarsi in sosta da qualche parte. Ed ho visto anche che è rimasta immutata la costante di impacchettamento - chiamata anche Costante CdC - per cui un numero uguale di edifici è sempre impacchettato o sotto cantiere: cambiano gli edifici, ma il numero rimane uguale. Gli studiosi sono ancora in disaccordo sul numero, ma è sicuramente sopra i 20. E' probabile che il CdC di Città di Castello sia lo stesso di Pechino e New York, tre città in continuo fermento culturale.

Ma a dispetto del precedente viaggio, questa volta non ho trovato la neve, bensì la pioggia. Così, mogio mogio, dopo una breve passeggiata per il centro storico, non sapendo che altro fare mi sono recato al Museo Diocesano del Duomo. Devo essere stato l'unico ad avere avuto questo pensiero, perché il museo era vuoto. Non un male, certo, perché ho sicuramente evitato code e turisti fastidiosi, ma un peccato sì, perché per quanto piccolo, il museo del duomo di Città di Castello nasconde qualche pezzo interessante, anche se chi lo gestisce ha una certa incapacità di fondo ad invogliare la gente a visitarlo.


Pago, e aspetto che la signora accenda luci e riscaldamento. Poi comincio il giro. Mi accorgo che nella seconda stanza sono esposti alcuni pezzi interessanti. Torno alla cassa. Posso fare qualche foto, chiedo. E no, mi risponde gentilmente la signora, non si può. No.
E in effetti li capisco! Fare foto e divulgare le opere rinchiuse in queste sale sarebbe un duro colpo per l'economia del museo. Orde di turisti potrebbero “scroccare” le opere a casa invece di recarsi a Città di Castello. E poi, probabilmente, l'esclusiva sulle foto l'avrà già ottenuta il figlio del Vescovo. Nonostante l'assenza di altre persone e di controlli mi attengo alle direttive, e non faccio foto. Nella sala II mi trovo davanti ad un bellissimo palliotto d'argento del secolo XII. E' davvero un capolavoro. Le figure sbalzate hanno quella caratteristica espressione delle raffigurazioni dell'alto medioevo, ancora così ingenue e un po' naif. Il cristo, poi, ha un impercettibile sorriso e due occhi grandi, enormi e sereni, e sembra quasi dire: ma che volete ancora da me?!

Vorrei davvero farvelo vedere. Non ho fatto foto, ma qui c'è il link al sito del museo. Come vedete, la foto è molto lontana. Probabilmente è stata scattata da Anghiari. Ed è giusto così, perché a vederlo da vicino, da troppo vicino, magari vi sarebbe venuta l'idea di copiarlo e di dire che è vostro, oppure, secondo l'estetica romantica, avreste provato una piacevole sensazione e goduto di uno strano miscuglio di benessere e malinconia tutto il resto della giornata, rovinandovi la cena. Così, al museo hanno deciso di farvelo solo intuire, un po' come la fede. Se lo vedete sarete salvi, altrimenti problemi vostri.

Meno interessante il piano di sopra, trionfo del '600 con quadri mostruosamente cupi e ritratti su fondo nero, opere più povere e senza quella forza spirituale presente nel primo medioevo. Una lunga teoria di ritratti di personaggi oggi sconosciuti ci ricorda che il tempo cancella ogni cosa, e distrugge tutto, sia che decidiate di farvi siliconare ogni ruga, sia che vi facciate ritrarre in mille pose. Un pezzo bello di sopra c'è. Ed è una pergamena imperiale con sigillo di Federico Barbarossa, del 1163.

Il percorso del museo mi porta prima davanti ad una scala con un cartello: divieto di uscita (questo l'ho fotografato). Poi, finalmente, trovo un'altra strada che conduce, in fondo ad un corridoio, ad un ascensore col quale spero di uscire. Spingo il pulsante. Attendo. Attendo ancora. Spingo di nuovo il pulsante. Attendo due volte. Torno indietro. Ripasso davanti al cartello Divieto di uscire. Ho paura. Non vedrò più la luce del sole, il volto di mio figlio, il vento dolce della primavera. Poi vedo la scala con la quale sono salito, corro verso l'uscita, la salvezza, la vita.




La giornata finisce piacevolmente ad Anghiari al ristorante la Nena, trionfo di cucina toscana, con degli ottimi crostini di fegatini e milza e uno sformato di selvaggina che mi ha rimesso in pace col mondo!
 
di stefano del 20/02/2009 @ 16:21:52 in giornalismi, letto 1106 volte
Da sempre, l'uomo, nei periodi di crisi e grandi difficoltà, cerca qualcuno da prendere a calci e su cui sfogarsi. “Le inondazioni distruggono i raccolti? i cristiani al circo. Il fuoco divampa nelle città? i cristiani al circo. I barbari invadono l'impero? i cristiani al circo”, diceva Sant'Agostino. E i cristiani, appena guadagnato il controllo dell'impero, hanno esercitato questa stessa politica sulle altre minoranze: pagani, ebrei, catari, etc.

Perché una delle prime cose che l'uomo ha capito, nella sua evoluzione, è che quando si è assillati da un problema,è meglio sfogarsi su qualcuno di più debole, altrimenti i problemi tendono ad aumentare.

In una breve cronistoria dei calciati e calciabili, troviamo, primi tra tutti i neanderthal, seguiti a ruota da pagani, indiani d'America, australiani, ebrei, armeni e dissidenti vari (così a memoria).
Dal 1600, qui in occidente, ci si è concentrati principalmente con i liberi pensatori (il povero Giordano Bruno in testa), e soprattutto sugli ebrei.

Le cose sono cambiate drasticamente dopo la seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni, in particolare, una grande rimonta l'hanno avuta i mussulmani in genere, arabi o meno. Diciamo che fa fede la pelle olivastra o leggermente abbronzata e una parlata arabeggiante, per il resto non è che si vada tanto per il sottile.
Con l'arrivo di Obama è invece probabile che i mussulmani perderanno parte del loro primato, a favore soprattutto dei rumeni - almeno in Italia. In piena crisi economica, anche se le nostre banche sono sicurissime, un rumeno in zona può sempre fare comodo per risolvere i problemi della giornata. Oggi i rumeni sono tra i più gettonati (soprattutto anche grazie all'assonanza forzata rumeni -> romeni -> rom (altra categoria molto amata dai calciatori)).

Tra le new entry troviamo i senza tetto, che però sono più ricercati per sfuggire la noia che per un vero e proprio pogrom. Non decollano invece i senegalesi che appaiono tutti simpatici, indistintamente.
 
di stefano del 07/07/2006 @ 14:59:00 in ghiottonerie, letto 1184 volte
L’idea è di quelle carine e semplici, senza pretese. E in effetti basterebbe molto poco per farla funzionare bene, ma questa volontà manca.
Il mare in piazza è un nuovo ristorantino tra piazza Cavour e piazza Malatesta, a Rimini, nel vicoletto che passa di fianco alle rovine del teatro. Un’osteria che propone gli evergreen adriatici: antipasti freddi e caldi, i classici primi con pesce (tagliolini allo scoglio in primis), grigliate, fritti e qualche piccola novità come il trancio di pesce spada con erbette.
I sapori sono quelli di sempre (a volte viene il pensiero che l’antipasto freddo di pesce sia già venduto pronto e preparato nella fiamminga, soltanto da servire in tavola), ma questo ci può stare (se è quello che si cerca), e anzi, ristoranti più blasonati offrono spesso antipasti ancora più industriali. In più qui c’è il plusvalore di una cena all’aperto nel centro storico.

Il buio (senza luce in fondo al tunnel) cala invece sul servizio. Se non si vuole investire nei camerieri, tanto vale fare un buffet. La cronaca di un normale e vivace andirivieni di un sabato sera estivo è stata un bollettino devastante. I camerieri si cambiavano i tavoli in modo irrazionale dimenticando per ore affamati clienti abbandonati alla loro disperazioni. I radi incontri tra le due opposte formazioni non risolvevano la faccenda, anzi. Decisamente alcuni camerieri soffiavano sul fuoco affermando che gli ordini richiesti dai tavoli non erano mai stati effettuati (“Voi vi sbagliate non l’avete mai chiesto”), oppure risposte solerti ma piatti latitanti.
In due ore e mezzo di serata, il nostro tavolo non è andato oltre gli antipasti, tra l’altro senza l’accompagnamento di piada richiesto fino alla raucedine.

A fronte di lamentele e richieste di spiegazioni, il loquace proprietario si è limitato a fare spallucce e chiedere esattamente cos’era arrivato e cosa no per fare il conto, senza sconti e senza scuse. Da lapidazione!
 
di stefano del 21/01/2007 @ 14:46:00 in autoreferenziale, letto 975 volte























ok, del calendario penso di averne parlato a sufficienza...: - )

ora vorrei solo aggiungere che il mio collega/socio/amico luca ha fatto queste foto mentre io immortalavo le mitiche 600.

le metto non perché (o non solo) io sia il soggetto, ma perché sono molto belle e fatte bene. a voi l'ardua sentenza
 
di stefano del 31/07/2009 @ 13:14:43 in viaggi, letto 1327 volte
Quanto ci mette un mito a nascere? Già due anni bastano. Nel maggio del 2007 ho passato 12 giorni in barca sul Po, insieme a Michele Marziani, a cercare di capire cosa fosse rimasto della cultura del fiume. Un viaggio molto bello, un'esperienza ricca, ma che diede dei risultati deprimenti come esplorazione.
Il fiume era abbandonato, violentato e lasciato a se stesso, preda di chiunque volesse abusarne e farne le peggiori cose. Chi cercava di salvarlo lo faceva per conto proprio, portando avanti qualche tradizione che probabilmente non gli sarebbe sopravvissuta, o se sì, non per molto.

Ma in me, quei ricordi si erano già confusi e in parte erano sfumati a creare un mondo in qualche modo affascinante. E così, la scorsa settimana, quando sono tornato insieme a Michele, Luca e Carla sul fiume per preparare un nuovo booktrailer, mi è ricaduta sotto gli occhi la vera realtà.
Il Po è il nulla. Abbiamo girato ore senza incontrare nessuno. Né un locale aperto, né una persona, niente sul fiume. Solo centinaia di case semi-distrutte lasciate al loro destino. La vita prosegue solo oltre l'argine, che sembra un  muro invalicabile che tiene fuori un mondo che non si vuole.
E' più probabile che le tribù dei galli scese dalle Alpi e intenzionate a saccheggiare Roma nel 300 avanti Cristo avessero trovato più passanti, chioschi e imbarcaderi di quanti ne abbiamo visti noi.

Non che la cosa non abbia fascino. In realtà tutto il fiume e le sponde sono un luogo selvaggio, fuori dagli schemi. Un posto di frontiera, così come frontiera oggi, è qualsiasi luogo non sia raggiungibile da una strada. La nostra vita passa nei luoghi raggiungibili dalla macchina. Tutto il resto è frontiera, dimenticanza, abbandono.
Lo è anche il Po. Molti di quelli che ci vivono lo tengono a distanza. Se non guardi oltre l'argine, il fiume non esiste. La verità è che del fiume importa poco a tutti. Per la maggior parte il Po è solo un fastidio da attraversare, uno spiacevole nastro d'acqua che interrompe i programmi e divide il paese in due, e i ponti sono sempre pochi. Per chi lo ama, c'è poco da fare, se non stare lì a guardarne l'agonia senza poter fare poi tanto. Io lo amo e ne scrivo. Altri fanno la stessa cosa. Qualcuno lo ama così tanto da viverci.
E li conosci e li apprezzi. Ma più li senti parlare del loro amore, più ne percepisci i sentimenti, e più ti intristisci perché è come guardare un amore impossibile. Come un film francese. Che lo guardi ma tanto sai che la storia finisce male.

E allora è piacevole passare una serata alle Occare, una piccola oasi, vicino ad Argenta, in cui il fiume acquista di nuovo dignità, storia, realtà. Qui si sentono i profumi dei prodotti del fiume, se ne gustano i sapori, e si può dormire in un luogo plasmato dal fiume stesso.
Il riso, il caviale di storione, le zucchine, i meloni, i vini delle sabbie - tutto parla del fiume. Si sente la passione di chi ha deciso di vivere qui e di far vivere i prodotti del fiume. Come Cristina, proprietaria dell'agriturismo, o Mirco, che dà vita a vini davvero inaspettati e godibilissimi.

Ma quando esci, la mattina dopo, e torni sulle strade principali, l'idea è quella di aver fatto un bel sogno. I ricordi ancora una volta si confondono, le sensazioni si fanno disordinate e l'unica cosa di cui ci si accorge, e che nonostante tutte e campagne degli assessorati al turismo, delle pro loco e delle compagnie di viaggio, mondi interi sono scomparsi, e non ne è rimasto quasi più nulla. Il resto sono oasi e musei all'aperto.
 
di stefano del 22/04/2009 @ 12:28:15 in giornalismi, letto 1366 volte
kebab piu' grande del mondoGià negli anni '20 il regime italiano propose l'autarchia come soluzione dei problemi. Perché il metodo, ovviamente, è sempre quello che il libero mercato vale per noi e non per gli altri.

Sto parlando delle ridicole ed assurde leggi che stanno spuntando come funghi in numerosi comuni italiani. Prima a Lucca il divieto di aprire locali etnici nel centro storico, e ora, a Milano, il divieto di mangiare kebab in giro per strada.

C'è un tratto che accomuna questi legislatori incompetenti (e che fanno leva sull'idea irreale che se chiudono tutti i miei concorrenti stranieri, la mia trattoria lavorerà il triplo), ed è la lagnosità. Aspetto solo che New York, Londra, Berlino, Sidney, Parigi e Mosca vietino le pizzerie e i locali dei soliti rumorosi e canterini italiani, e poi vedremo come reagiranno.
- Come osano?! chiudono le pizzerie e i ristoranti italiani. Noi siamo i principi della cucina, questo è un atto intollerabile ed inammissibile. Faremo ricorso al tribunale europeo, agli organi competenti, a Salomone (che dividerà la pizza in 2) ed anche al capitano Kirk perché risolvano immediatamente la questione!

Niente Cassoela o polenta in tutti i ristoranti di Manhattan e di Central Park, per non parlare della cucina toscana, che solitamente sporca, fa odore pungente e gli avventori fanno cagnara fino alle tre di notte. E che dire delle mozzarelle di bufala alla diossina o i vini all'etanolo? Perché noi italiani siamo gente per bene!

Io dico solo che non ne posso più di tutti questi leghisti e fascisti sempre pronti a chiudere, vietare, aizzare, incolpare e fare leggi assurde, come se tutto il danno all'economia di oggi derivasse dal fatto che nel centro storico di Lucca c'è qualche ristorante etnico. E' una visione della società che già in terza elementare, quando si acquisisce una comprensione un po' più ampia del mondo, si supera.

Non avrei mai pensato di dire: w il kebab! w la libertà!
 
di stefano del 25/10/2007 @ 12:20:00 in viaggi, letto 2696 volte
Il Po ormai è diventato un’ossessione. Ricordo ancora, prima della mia iniziazione fluviale, quando lo attraversavo in macchina o in treno e lo osservavo, chiedendomi cosa realmente fosse quel lungo corso d’acqua. Mi sono sempre sentito oscuramente attratto dal grande fiume. La sua vasta mitologia mi ha conquistato fin da piccolo, quando a scuola lo presentavano come il più grande fiume italiano. L’irrazionale si è poi depositato da qualche parte nella coscienza, in attesa del viaggio che puntuale è arrivato e mi ha permesso di trasformare e dare corpo e forma a desideri rimasti per decenni fumosi e inespressi.




Ma può un viaggio sul Po esser tale senza aver visto il Delta? Sia pure a causa di terribili tempeste e le avverse volontà degli dei? Certo che no! Per questo la scorsa settimana Michele ed io siamo ripartiti per visitare il mondo ad est di Adria, un luogo mistico in cui i confini affogano tra canali, valli e pozze.



In sintonia col resto del viaggio, anche il delta è fatto di luci ed ombre, di paesaggi affascinanti e incredibili e di orribili presenze umane. Le grandi isole incastrate tra gli innumerevoli rami del Po sono per gran parte spianate e coltivate, con campi che si perdono nella foschia e tante, troppe case. Ma sopravvive, negli ultimi lembi di terra, una natura che difficilmente può essere descritta, fatta di lunghi canneti, di vasti laghi circondati da alberi e bassi cespugli, di precari camminamenti di terra che passano in mezzo ai canali. Se fossi un poeta antico pregherei le muse di darmi ispirazione, ma siccome sono solo uno scrittore ateo, farò ricorso ad un caffé energetico.



Tutto il fascino del delta sta nella sua mutevolezza. Pochi chilometri in macchina e si perde il senso dell’orientamento. Ogni volta che si è convinti di essere arrivati da qualche parte ci si deve ricredere. Acqua e terra sembrano avvoltolarsi senza soluzione di continuità. Quando si crede di essere arrivati all’ultimo lembo di sabbia, ecco che in lontananza, oltre l’abbacinante specchio d’acqua, s’intravede una lingua sottilissima e alberata. Le strade si trasformano in ponti e si salta da un’isola all’altra. Raggiungere il mare è un’impresa. Non lo si vede a Pila, tra i pescatori che raccolgono vongole e le caricano su grossi camion. Non lo si vede nella Sacca di Scardovari, ornata di palafitte e ampia, spaziosa come un piccolo mare. Lo abbiamo trovato a Boccasette, vicino alla foce del Po di Maistra, dove la terra si trasforma in sabbia bianca e il paesaggio sembra quello di una Rimini tornata alla preistoria: il mare è selvaggio, la spiaggia desolata, malinconica, bella.



Dicono che il paesaggio padano sia basso e grigio, deprimente. Magari, melancolico, e comunque suggestivo. Di grigio e deprimente c’è il carattere della gente che abita qui, chiusa, schiva, spesso scostante, che non tira fuori un sorriso neanche sotto tortura. Ma per fortuna non sono luoghi densamente abitati: una volta usciti dalla folle notte di Porto Tolle, il resto sono folaghe, cormorani e aironi...

 
di stefano del 24/08/2005 @ 09:44:00 in viaggi, letto 1197 volte
La letteratura che si richiama e si cita in un circolo di continui rimandi ha un un fascino davvero irresistibile.

Questo è un breve stralcio dell'ottavo capitolo di Moby Dick, di Melville. Ismaele, prima di imbarcarsi, si è recato nella chiesa dei balenieri. Qui, un prete piuttosto vivace ed ex marinaio, sta tenendo il suo sermone. Il parallelo con la situazione odierna è lampante. Questa è davvero la migliore risposta alle leggi contro le immigrazioni che bloccano i poveracci, ma mai i grandi affaristi.

L'omelia del prete riguarda le peripezie di Giona.

"Ora, compagni, il capitano di Giona era uno di quegli uomini sagaci che capiscono subito se uno è colpevole ma per la loro cupidigia denunciano solo i poveri. Su questa terra, compagni, il peccato che paga può andare in ogni luogo e senza passaporti, mentra la Virtù, se è povera, viene fermata a tutte le frontiere!

"E così il capitano di Giona s'accinge a sperimentare la profondità della borsa di Giona prima di giudicarlo apertamente. Gli chiede il triplo della somma consueta e l'altro accetta. Allora il capitano è sicuro che Giona è un fuggiasco, ma nello stesso tempo si risolve di aiutare una fuga che si selcia la strada con l'oro".

(trad. Cesare Pavese)
 
di stefano del 11/11/2009 @ 09:02:53 in giornalismi, letto 1049 volte
Come risolvere il problema delle carceri sovraffollate?
Lì, dove aveva fallito Mastella, con l'indulto, ecco che ora ci provano le forze di polizia penitenziaria.

D'altronde, perché tenere in cella dei drogati sieropositivi comunque destinati a morti atroci in tempri brevi quando è possibile pestarli e farla finita subito? E' quasi un gesto di pietà cristiana, di amore verso il prossimo.

Diversa la opinione del ministro Giovanardi, che ritiene che Cucchi sia morto per i fatti suoi di droga, stenti e per essere sieropositivo (anche se la famiglia nega. Ma chi è questa "famiglia"? e perché si deve sempre mettere in mezzo?). La polizia non ci sta! E ribatte: "Il lavoro è nostro. L'idea viene da noi".

Si configura un altro scontro istituzionale tra i vertici politici e quelli delle forze dell'ordine per stabilire la paternità di un'idea, quella dello svuotamento delle carceri, che promette grandi rivoluzioni. Perché costruire nuove carceri quando è possibile diminuire i detenuti? Sta nascendo già un nuovo mansionario, con tanto di tecniche, idee, e trucchi, come i grandi consigli del poliziotto teramano intercettato telefonicamente. Una perla di saggezza che non deve sfuggire a chi si appresta a cominciare questa professione:

"Non picchiare un negro davanti ad altri negri!".

Sfruttiamo i vantaggi del mondo globale. Picchiamo negri davanti a musi gialli, questi davanti ad arabi, questi davanti a puertoricani e colombiani e così via, in modo che le grida di aiuto siano incomprensibili per il pubblico. Uno straniero, incapace di capire quello che sta succedendo, può sempre pensare che sia una forma di saluto e accoglienza tipicamente italiana.

Una nuova grande riforma sta per scuotere dalle fondamenta le forze di polizia italiane. Ecco qualche anticipazione sui nuovi corpi e le nuove occupazioni:

1. I rovesciatori: il corpo dei rovesciatori si occuperà di ribaltare i barconi di immigrati al largo delle coste italiane. In effetti i cpt sono pieni fino all'inverosimile e stipare all'interno altra gente sarebbe un gesto davvero crudele. Da secoli il mare custodisce con amore i corpi dei migranti che non ce l'hanno fatta. E a differenza dei cpt, il Mediterraneo può ospitare molti più posti senza alcun lavoro di ampliamento.

2. I pestatori: nascosti nell'ombra da oltre 60 anni, in realtà non sono mai scomparsi dalla caduta del fascismo e hanno solo aspettato un buon governo per tornare fuori. Il loro lavoro è semplice e immediato: picchiare quelli che sgarrano. Fuori o dentro le galere il fine è lo stesso: evitare che giovani ragazzi finiscano in carcere.

3. I sommossoni: un tempo si chiamavano agenti anti sommossa ed erano al comando dello stato per difenderlo dalle aggressioni. Oggi lavorano per la nestlé e bastonano gli scansafatiche comunistoidi sempre in piazza perché non hanno nulla da fare, a dire questo no, questo siamo contro, maledetta globalizzazione e poi sfasciano le vetrine. Ma perché mettere in galera ragazzi che tanto sono contro il sistema, quindi impossibili da rieducare? Tanto vale risolvere il problema a monte.

4. L'esercito: l'esercito si divide tra l'afghanistan e le città italiane. Girano in coppia assieme ad un carabiniere e chiacchierano del più e del meno.
 
di stefano del 13/07/2007 @ 00:57:00 in in citta', letto 1171 volte
Dopo un'assenza di qualche anno, Interno 4 è tornata a Rimini. Indipendente|mente, questo il nome della libreria, vuole essere più di un semplice negozio di libri. Indipendentemente, si presenta alla città come un luogo di incontro, come uno spazio per le idee, come un'officina culturale. In due parole, la nuova Interno 4 vuole essere una libreria diversa. Lo è nel luogo: in via Di Duccio, a pochi passi da piazza Cavour, in pieno centro ma in un angolo appartato e tranquillo. Lo è nella struttura, con una bella sala lettura in cui fermarsi a leggere bevendosi un caffé o un mate. Lo è nelle proposte, grazie ad un ricco calendario di eventi che porta una bella ventata di novità nel panorama cittadino.
E ad appena una settimana dall'inaugurazione, si comincia sabato sera con Giuseppe Palumbo che presenta Troglodita.

Troglodita 01 è una antologia che raccoglie i fumetti e gli esperimenti grafici di Giuseppe Palumbo, proponendo storie e immagini legate al mondo delle Ombre Suicide, una realtà alternativa e critica rispetto al reale mondo contemporaneo. Apparse su riviste straniere o su GevsG8, le prime tre storie contenute nel numero 1 di Troglodita raccontano alcuni dei modi in cui si manifestano le Ombre Suicide, presenze allontanatesi dalla realtà o per scelta o per necessità. Una lettura insolita per il lettore di fumetti attento al fumetto d'autore e alle graphic novel, ma anche per l'appassionato di poesia, di filosofia o di psichiatria, per chi si interroga sulla vita ai margini come specchio delle contraddizioni e dei problemi irrisolti della cosiddetta vita normale.

Per info:
Libreria Indipendente|mente Interno 4
Via A. Di Duccio 26, Rimini
tel. 0541-784948
per informazioni: indipendentemente@interno4.com
 
di stefano del 14/04/2010 @ 00:24:25 in giornalismi, letto 1711 volte
Il cittadino di Adro che ha pagato per la mensa scolastica (per chi non conoscesse la notizia alcuni bambini non ricevevano più il pranzo perché le famiglie non pagavano) ha scritto una lettera all'amministrazione.

Al di là del fatto di cronaca e delle opinioni, è una bella lettera.
Eccola:

Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “L’albero degli zoccoli”. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica. A scanso di equivoci, premetto che:

* Non sono “comunista”. Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici di tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
* So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.

Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina. Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.

I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.

Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni “miserevoli”. Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..)

Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo? Vorrei sentire i miei preti “urlare”, scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il “commercio”.
Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare “partito dell’amore”. Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia. So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti “compagni che sbagliano”.

Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case. Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).

Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno? Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala.
E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto? Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.

Il sonno della ragione genera mostri.

Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando nonpagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche.

Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro. Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.

E chi semina vento, raccoglie tempesta!

I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso.
E’ anche per questo che non ci sto.
Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.

Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione. In tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.

Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del “grande fratello”.

Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie. Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.
Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce. Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.

Un cittadino di Adro

(presa da www.bresciapoint.it)
 

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Lungo.il.Po

Tutte le tappe del viaggio in barca dal delta del grande fiume sino ad isola Serafini (comprese le lezioni di navigazione e gli incontri)

ritorno sul luogo del delitto! (19.6.07)
il tassello mancante (25.10.07)
la terra trema
la terra ha tremato
Popopopopopopo

Po.Link

l'articolo su Espresso-Repubblica (con appendice fotografica)
l'audio dei nostri interventi a La Terra Trema
il libro

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