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 un tramonto sui tetti di Rimini... di stefano
Lo scrittore: Io sono uno scrittore
Il lettore: secondo me invece sei una m...a!

Lo scrittore resta per alcuni minuti come folgorato da questa nuova idea e cade esanime. Lo portano via.

Daniil Charms
 
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di stefano del 29/05/2007 @ 23:59:00 in viaggi, letto 2908 volte



dal diario del Capitano S. Achab Rossini
data fluviale 29.5.7


Pane nero, burro, prosciutto, uovo alla coque, marmellate e caffé, la giornata è partita decisamente bene. A Polesella, siamo attraccati al Angeln und Kultur, albergo tedesco che organizza pesca ai siluri del Po per turisti europei. Herr Friderking und Frau sono stati gentili oltre ogni misura. Ci hanno raccontato la loro storia, quella di una passione divenuta lavoro, ci hanno ospitato e infine accolti nella loro casa a condividere la gustosissima colazione teutonica.

Iniziamo a capire qualcosa in più del grande fiume. E sembra davvero un mondo al confine, a metà strada tra la civiltà e una zona non ben codificata del vivere sociale. Dal sino-bar al neon blu di Villanova marchesana, alla pesca di frodo di gruppi di ungheresi che catturano i siluri del Po, li inscatolano in loco e li spediscono per tutta Europa, dove sono pregiatissimi, alle oltre 20 strutture per turisti-pescatori europei che accolgono qualcosa come 20.000 turisti l�anno e i cui gestori svolgono anche lavoro di polizia contro gli ungheresi (che portando via i pesci portano via anche il lavoro), tutto ci coglie di sorpresa e ci disorienta.





Le due ore di navigazione scarse della giornata ci hanno messo ancora una volta a dura prova. Risalire il fiume ha le sue difficoltà, soprattutto per via delle forti correnti. Durante una partenza da un molo, una di queste famigerate correnti ci ha sbattuto contro una grossa imbarcazione ancorata dietro di noi causando la prima vittima del viaggio: un�inutile antennina piazzata sul tetto di prua è schizzata via dopo il violento scontro con l�ancora della suddetta barca. Infine, abbiamo avuto qualche problema col motore il cui scarico si era intasato di alghe. Ma nonostante tutto, come potete notare dalla foto in cui mostro sicurezza e sprezzo del pericolo, siamo giunti sani e salvi a Pontelagoscuro, l�approdo fluviale di Ferrara.

Qui il mondo ci è parso diverso, e decisamente in meglio. L�attracco ha mostrato davvero i servizi segnati sulla carta: c�è un bar, un meccanico, qualche essere umano sapiens sapiens che ci è venuto incontro aiutandoci nella manovra, e, soprattutto, una città poco distante, raggiungibile con una mezz�ora scarsa di bicicletta. Ferrara, città delle biciclette. Sembra impossibile, ma le macchine si trattengono dall�investirti e le piste ciclabili sono qualcosa di più della striscia bianca tracciata sull�asfalto sulla quale tutti parcheggiano impunemente (come a rimini, ndr). Ci prendiamo un paio d�ore per passeggiare per la città tra i monumenti, i turisti e la nostra stanchezza. Ma è una bella boccata d�aria; è un lungofiume che ci piace di più. La sera, finalmente, ceniamo. All�osteria Antico Volano ci tuffiamo nei sapori di terra e di mare del ferrarese, con un buon antipasto di salame all�aglio accompagnato da pinzini (versione locale dello gnocco fritto), cappellacci di zucca, salama da sugo su puré e anguilla in carpione (cotta nella cipolla e nell�aceto bianco) con polenta. Il tutto per poco più di 35 euro a persona, incluso caffé, acqua e servizio. Tra le note negative, il brutto vizio di far pagare l�ottima acqua ottenuta per trattamento dall�acqua del rubinetto e il cameriere con la camicia aperta un po� da truzzo che dimentico dei nomi dei vini.




Ci siamo riconciliati col mondo. Paganelloni e ostriche fuori scala sembrano appartenere ad un altro viaggio, insieme alle tempeste più o meno perfette e ai tristi paesoni del polesine veneto.
 
di stefano del 06/02/2009 @ 23:59:00 in giornalismi, letto 1138 volte
Ho fatto un' inchiesta, per il settimanale Il Ponte, sul carcere di rimini. Per raccogliere i dati ho intervistato alcuni ex detenuti, un'associazione che si occupa di monitorare lo stato delle prigioni italiane e degli insegnanti e degli operatori che lavorano al carcere. Ho provato anche a parlare col direttore del carcere. Ecco com'è andata.

1a telefonata.
-pronto?
-buongiorno sono Stefano Rossini, del Ponte, sto lavorando ad un articolo sul carcere di rimini, potrei parlare con la direttrice?
-un attimo che gliela passo
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta d'attesa]
[10 min...]
[metto giù]

richiamo
2a telefonata.
-pronto?
-buongiorno sono ancora Rossini
-ah! è caduta la linea?
-no, sono passati dieci minuti e ho messo giù.
-un attimo che gliela ripasso
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta d'attesa]
[10 min...]
[metto giù]

richiamo
3a telefonata.
-pronto?
-salve, sono sempre Rossini
-ancora?! Allora oggi la linea non tiene
-no, guardi, non è la linea, è che non mi risponde nessuno.
-allora le passo l'ispettore addetto alle pubbliche relazioni.
-va bene
-attenda in linea
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta d'attesa]
[10 min...]
[metto giù]

Non demordo. Invio un fax in cui specifico che il giorno seguente richiamerò per avere un appuntamento con questo fantomatico ispettore addetto alle pubbliche relazioni.

il giorno dopo...
ore 9.00
4a telefonata
-pronto?
-buongiorno sono Stefano Rossini, del ponte, ho già chiamato ieri e ho mandato un fax per parlare con l'ispettore per le pubbliche relazioni, per un' intervista.
-guardi, l'ispettore è in riunione, provi tra un paio d'ore.

circa 3 ore dopo
5a telefonata
-pronto?
-buongiorno sono Rossini, del Ponte, potrei parlare con l'ispettore per le pubbliche relazioni?
-sì, glielo passo subito!
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta d'attesa]
[10 min...]
[mordo la cornetta, lancio antiche maledizioni tra i denti, ma alla fine metto giù]

il giorno seguente
6a telefonata
-pronto?
-buongiorno sono Rossini, del Ponte, posso parlare con l'ispettore per le pubbliche relazioni?
-mi scusi, [ridacchiando] ma chi è l'ispettore per le pubbliche relazioni? [ridacchiando]
-ma, [pausa carica di ansia] come!? A me lo chiede? [alzando il tono di voce, con quel filo di ironia incredula] Sono due giorni che mi parlate di questo ispettore per un intervista!
[dall'altra parte si sente parlottare]
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta di attesa]
-guardi, qui non c'è nessun ispettore, ma le posso passare il vicedirettore, forse lui le saprà rispondere.
-va bene.
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta di attesa]
[3 minuti]
[sto per mettere giù...]
-pronto?
-sì?
-il vicedirettore non vuole parlare.
-come non vuole parlare?
-no. non vuole rilasciare dichiarazioni
-perché?
-perché la direttrice è via e non vorrebbe dire cose che magari poi contrastano con lei.
-ma guardi che mi serve qualche dichiarazione sul carcere, qualche numero, un po' di notizie. Nulla di compromettente.
-no. non vuole rilasciare dichiarazioni.
-e, mi scusi, ma quando torna la direttrice?
-la prossima settimana.
-ma io devo consegnare il pezzo sabato. Non c'è qualcun altro con cui parlare?
-no.
-ah! e come faccio?
-lasci il foglio bianco!, se non scrive niente è meglio [ridacchiando]
-arrivederci!
 
di stefano del 06/10/2009 @ 23:57:33 in pensieri sparsi, letto 4369 volte
Vi ricordate Pierino Brunelli? L'imperatore della Magna Romagna? Una decina e più di anni fa girava per rimini e dintorni a distribuire volantini sul suo Impero Economico Universale, e lo si vedeva anche in qualche trasmissione televisiva locale (rimbalzata dalla Gialappa's) a proclamare leggi e nuovi calendari.

Poi è scomparso, nascosto da qualche parte all'interno della Magna Romagna, i cui confini vanno dal Po fino a Firenze, con città quali Nuova Cesena e Nuova Ravenna. Ma ora girano dei nuovi volantini, e si scopre che l'I.E.U. è stato affiancato dal S.U.M.F.E.S., gli Stati Uniti Mondo Federale Economico Spirituale.
E' superfluo dire che il presidente è l'imperatore Pierino Brunelli (sempre che tra presidente e imperatore non ci sia conflitto di interessi?). Nel sito del sumfes sono riportate le leggi dell'impero, la linea di pensiero del brunellismo, e molte altre cose che non anticipo perché vale la pena leggere.
A fianco del sumfes sorgerà anche l'irap, l'istituto ricostruzione ambientale planetario che suddividerà il mondo in 1.258.400 aree che saranno comprate dagli abitanti che vi risiedono. Ogni sezione sarà autonoma ma collaborerà con le altre.
A difendere questo patrimonio boschivo - che dovrà coprire un terzo del pianeta - sarà creato un esercito di 138.424.000 boscaioli. Compito dei boscaioli sarà curare i boschi e raccogliere i frutti che saranno poi distribuiti tra tutta l'umanità.

Ora, premesso che il piano di 1/3 di pianeta ricoperto da boschi e questo socialismo spinto non mi dispiacciono, faccio qualche considerazione.

1. L'esercito di boscaioli è una trovata geniale. Il bosco sarà difeso non da uomini armati ma da uomini con le lumberjack, la camicia a quadri rossi e marroni e un bel berretto di lana. Quando penso ad un boscaiolo, penso a questo:





2. Provo una grande attrazione per quest'uomo. Sono vent'anni che porta avanti le sue idee. Peccato però che giuri e lanci proclami da Predappio, dalla tomba di Mussolini, anche se mi rendo conto che di questi tempi è l'unico modo per arrivare al Governo del paese.


3. Girando per il suo sito mi sono accorto di aver buttato via tanti anni per nulla. Perché ho studiato e fatto un dottorato di ricerca in università quando, come Pierino Brunelli, potevo ottenere direttamente la Laurea da Dio? Come spiega in questa pagina, L'uomo Pierino Brunelli, nel Regno di Dio, Università Divina, Sede Universo ha conseguito la Laurea in Ingegneria Gestionale col massimo dei voti. La pergamena è convalidata dal Rettore Dio. Se pensate che queste siano le solite battute da blasfemo senzadio che solitamente faccio, be, vi sbagliate! Io non riesco ad inventare della cose così!
 
di stefano del 28/09/2009 @ 23:53:05 in giornalismi, letto 1660 volte
Ieri la Voce, quotidiano locale di rimini, dopo aver scritto che lo scorso sabato si è svolta una manifestazione contro il razzismo a cui hanno partecipato “qualche no global e alcuni senegalesi” - così, giusto per ghettizzare gratuitamente, anche se i “no global” erano tanti e diversi tra loro e idem le centinaia di senegalesi (perché non negri, direttamente?) - si è lanciata, qualche pagina dopo, in uno strenuo attacco contro l'aborto.
La retorica era la stessa di cui oggi sono pieni giornali, riviste e trasmissioni. Donne assassine, vite spezzate, crudeltà, follia moderna di una società senza più guide, idee, o una direzione.

C'è una cosa in tutto questo che mi lascia perplesso, e va al di là del fatto in sé. Ma siamo ancora così immaturi da non riuscire ad affrontare un argomento di grande portata come quello dell'aborto, senza trasformare la discussione in una lotta tra sì e no?
Voglio dire, ai bambini si insegna che il mondo non è bianco e nero ma ricco di sfumature e poi quando si cresce si dimentica tutto e ci si fa la guerra in due grandi fazioni? E soprattutto questo accade nei media, che dovrebbero essere i principali portatori di dialogo. Ora, va bene che i giornali non sono neutrali, ma riportano una visione o anche solo l'idea del giornalista che scrive, ma... allora chi scrive? Un bambino di tre anni?

E' così difficile capire che un aborto è un tema estremamente delicato? Che chi, soprattutto uomo, non concepisce minimamente ciò di cui parla non dovrebbe permettersi di chiamare assassine donne che neanche conosce e di cui non sa la storia? Quando una donna decide di abortire si porta dietro una ferita che non l'abbandona. Non è una scelta che si fa con leggerezza perché si appartiene ad una fazione o ad una linea di pensiero.

E dall'altra parte va detto che non c'è nulla di più aberrante dell'idea che orde di ragazzine prendano l'aborto né più né meno che un anticoncezionale come un altro. Perché ci sono anche queste. Ma sono persone. Ognuno con le sue turbe. C'è chi guida per necessità e chi per andare a 180 all'ora, ma non si nega la macchina a tutti perché fuori è pieno di decerebrati. Penso che una donna non sia padrona della vita che porta, così come non lo sono i genitori dei figli. Ma esistono situazioni in cui una donna deve fare delle scelte. Scelte difficili, che sfociano in una decisione dura, che porta all'interruzione di gravidanza. E' giusto che lo stato cerchi di aiutare chi rischia di abortire per indigenza o problemi risolvibili, ma rimane il fatto che la scelta finale è della madre, nella speranza che la madre abbia la saggezza di scegliere al meglio. Ma la saggezza non ha mai abbondato nella nostra specie.
Di sicuro c'è solo che se qualcuno ha una posizione univoca, ferma e scevra di dubbi, sbaglia!

E ora la parte migliore, che come sempre non è mia
“Come un uomo potrebbe sapere cosa sia una donna? La vita della donna è completamente differente da quella degli uomini. Dio ha fatto così. L'uomo è sempre lo stesso sin dalla sua circoncisione fino alla sua vecchiaia. Egli è il medesimo prima del suo primo incontro con una donna e dopo. Il giorno in cui una donna conosce per la prima volta l'amore, spezza la sua vita in due. Quel giorno, essa diviene un'altra.
L'uomo passa la notte insieme con una donna e passa via. La sua vita e il suo corpo restano sempre gli stessi. La donna concepisce. Quale madre, essa è un'altra che la donna senza figli. Essa, innanzi tutto, porta per nove mesi nel proprio corpo le conseguenze di quella notte. Nella sua vita cresce qualcosa che non ne scomparirà più. Essa, infatti, è madre. Essa è e rimane madre anche se suo figlio, anche se tutti i suoi figli muoiono. Perché essa ha portato il bambino sotto il suo cuore. Tutto questo l'uomo non lo conosce; egli non ne sa niente. Soltanto una donna può sapere questo e parlare di questo. E' perciò che noi non permettiamo nemmeno che i nostri mariti intervengano con le loro parole nelle nostre faccende. La donna può fare una sola cosa. Essa può stare attenta a sé. Essa deve essere sempre come è la sua natura”.

Dal discorso di una nobile donna abissina, riportate dal Frobenius in un libro del 1924.
 
di stefano del 14/07/2008 @ 23:51:00 in viaggi, letto 1394 volte


Se Dante potesse frequentare una stazione ferroviaria italiana in estate, ne trarrebbe sicuramente una nuova fonte di ispirazione per rivedere alcuni canti dell'inferno e nuove idee per le pene dei dannati.

C'è il contrappasso per i distratti, costretti a capire da quale binario parta il proprio treno, con cambi non annunciati all'ultimo minuto e treni con diversa destinazione, ma stessa direzione, che partono dallo stesso binario a 5 minuti di distanza (da aggiungere che entrambi i treni sono in ritardo - difficile, quindi, capire quale dei due stia arrivando - e ovviamente con la complicazione che uno ferma nella stazione desiderata e l'altro no!)

C'è il doppio contrappasso per i pigri, costretti, se già in vettura, a correre da un vagone all'altro nel tentativo di trovare una porta che si apra e poter finalmente scendere. Oppure, in caso si tenti di salire, costretti a zigzagare tra vecchi che scendono in slow-motion con bauli grandi come casse da morto e pieni di mercurio liquido lasciati incolti in mezzo alla pensilina come ostacoli olimpici.

C'è, infine, il contrappasso per gli iracondi, costretti a mantenere la calma quando, alla ricerca del posto prenotato nella carrozza 9 del treno per Crotone (fermata Giulianova), trovano la carrozza 9, una seconda carrozza 9, e un'altra carrozza con l'indicazione Munchen-Milano carrozza 9 (carrozza che, probabilmente, si stacca alla stazione di Ancona e prosegue autonoma attraverso binari sotterranei).


Alla fine di due giorni di viaggio, mi sono sentito col rischio di ripetere tutto per l'eternità, proprio come all'inferno. Sono andato infatti a Giulianova da rimini, per la conferenza di presentazione di castelbasso 2008. Da lì, per problemi organizzativi, sono stato accompagnato insieme agli altri giornalisti a Roma. Da Roma ho preso un treno per Bologna. A Bologna ho preso un treno per Pescara, ma per fortuna sono sceso a rimini. Per un attimo ho avuto l'incubo di tornare a Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, rimini...
 
di stefano del 17/11/2009 @ 23:42:26 in ghiottonerie, letto 1045 volte
“Certo che ti piacciono i sapori forti! Finalmente! Qualcuno che ci dà soddisfazione!”
Non me l'aspettavo di essere lodato per la spesa; di vedere il negoziante contento, che si mette a chiacchierare dei prodotti, del suo lavoro, della giornata.
In effetti i sapori forti mi piacciono, eccome.
Non a caso sono uscito dalla bottega con una fetta di formaggio Stilton, una salsa di ceci e prosciutto e una terrina - piccola - di foie gras.

“Oggi in pochi si avvicinano a quei sapori. Alcune volte ci deprimiamo!”
Continua il titolare della Salumeria Semprini, in via Michele Rosa a rimini. E' ancora più felice perché gli ho appena chiesto quando arrivano le salame da sugo, per l'inverno. Quasi ogni sabato mattina sono qui - se non sono fuori città - per rifornirmi di sapori forti. Di quei prodotti dalla lavorazione lunga e complessa, che acquistano sentori, profumi e gusti molto decisi, spesso spigolosi e difficili da dimenticare.
Alcuni non li vorrei mangiare, come il foie gras, che mi fa sentire male appena provo a ricordare come si fa. Ma è più forte di me. Quando ne sento la consistenza, gli odori e infine la cremosità ho già ceduto.
Lo Stilton è meno crudele. Non è il topo investigatore, ma un formaggio “blu”, della famiglia del gorgonzola. Ma è inglese. Molto più burroso e salato della versione nostrana. Della salama da sugo è difficile parlare dato che non c'è un sapore a cui paragonarla. Immaginate un cotechino cicciotto, a forma di pera. Si mette a bollire per cinque ore. A fine cottura si porta in tavola, si apre, scoperchiandolo in cima, e poi si scucchiaia come un ragù sul purè. Gli ingredienti sono tanti, e cambiano a seconda delle preparazioni, comunque coppa, guanciale, fegato, del magro - sempre di maiale, noce moscata, aglio, vino rosso e altre spezie.

Con una spesa così, per quanto non economica, si risparmiano parecchi euro. Almeno per chi, come me, ogni tanto è assalito dalla voglia di mangiare cose gustose. Se si scelgono dei buoni fornitori, la casa si trasforma nel migliore dei ristoranti. Rimangono validi quelli in cui lo chef è creativo. In cui gli accostamenti diventano sperimentali. Gli altri sono superati, se non per la voglia di stare fuori casa.

“Peccato che i giovani snobbino questi sapori”
Conclude Semprini. Io faccio la mia parte: li compro e invito gli amici a cena a provarli. E tra qualche giorno è di nuovo sabato...
 
di stefano del 08/06/2008 @ 23:38:00 in viaggi, letto 1163 volte
   

Non sono un amante dell'auto. mi piace partire per un viaggio e apprezzo la libertà delle quattro ruote per gironzolare qua e là nei lunghi tragitti, ma altrimenti preferisco altri mezzi di locomozione.

da quando mi sono affacciato al mondo del lavoro, ho sempre cercato di strutturare i miei impegni e i miei spostamenti utilizzando al minimo l'automobile. da un paio d'anni, però, da quando ho aperto una piccola agenzia di comunicazione a Sassocorvaro, Montefeltro, pochi chilometri da Urbino, le volte che mi reco in ufficio sono costretto a farlo in macchina per impossibilità di farlo con altri mezzi e per la notevole distanza da rimini (siamo attorno ai 50 km)

beh, devo dire che in due anni di avanti e indietro, e di chilometri e chilometri macinati, non mi sono ancora stancato della strada che percorro. pochi chilometri per uscire da rimini e dal caos cittadino e mi ritrovo su tranquille e poco battute strade di campagna in cui le stagioni si rendono manifeste e i profumi entrano violentemente nell'abitacolo, anche a finestrini chiusi!

c'è chi è costretto a guidare da milano all'hinterland o dal centro di roma alla periferia o da un luogo all'altro su brutte statali invase di capannoni e bruttezze offensive. ecco! in questo mi ritengo davvero fortunato. una strada bella, un po' di musica di sottofondo e la goduria di un paesaggio sempre vario e bello, profumato e così poco umanizzato, fatto di calanchi rugosi, declivi morbidi e quasi paffuti, qualche casa isolata, vento e cime che si alzano appena dietro la curva.

Ah! dimenticavo. queste foto sono della Val di Teva, la strada che collega Mercatino Conca a Mercatale di Sassocorvaro, scorciatoia che permette di tagliare molti chilometri evitando le belle Montecerignone e Macerata Feltria.
 
di stefano del 25/05/2008 @ 23:25:00 in ghiottonerie, letto 1389 volte
Quando devo scrivere una recensione di un ristorante, per lavoro o per piacere, una delle prime cose su cui mi fermo a riflettere è il ricordo che ho della cena.
Si mangia bene in molti locali. Ma nella maggior parte dei casi dopo circa un paio di giorni, massimo una settimana, il ricordo sfuma, si fa evanescente, poco più di una sensazione piacevole incastrata da qualche parte nella memoria. Ci sono però ristoranti e cene che si fissano nel ricordo. Ti rimane vivo il piatto, il colore delle pietanze e, se proprio non il sapore, almeno il momento in cui hai mangiato e il piacere legato a quell'istante. Se invece anche i sentori e i profumi si sono cristallizzati nel ricordo, allora la serata è davvero meritevole.
Ecco perché prima di scrivere una recensione lascio passare qualche settimana. Tanto non c'è fretta. Lavoro solo per mensili...

Meno di un mese fa, ho fatto una cena con una manciata di parenti All'antica porta di Levante, a Vicchio, il borgo in cui nacque Giotto, tra Firenze e l'Appennino. La zone del Mugello lo conosco bene, ci sono stato parecchie volte, ma a Vicchio no. Qui, si trova l'Antica porta di Levante, il ristorante di Christian Borchi e Simone Draisci, nel centro di Vicchio, sotto un pergolato che profuma di glicine e all'interno di un palazzo antico, quelli in cui ci si perde tra scale, passaggi e pertugi.

All'ingresso classico fa seguito un salone a vetrate con vista sulla campagna circostante. Ci accomodiamo qui. Il luogo è molto raffinato, forse anche troppo, ma non pomposo né ingessato. Ci tuffiamo nei menù, stagionale, e ordiniamo. Da quel momento è un susseguirsi di colori e profumi intensi, forti, amalgamati e ricchi.

I sapori sono schietti, eppure ricercati. Nascono dalle ricette del territorio e proseguono per strade originali. Come gli antipasti, la terrina di piccione e pistacchi con salsa di piccione al tegame e il tronchetto di fegatini al vin santo con pane allo zafferano fatto in casa. In questa parte di Toscana, fegatini e piccione sono piatti tipici dal gusto forte e spiccato, ma qui acquisiscono un'ulteriore sfumatura, un arricchimento che li rende ancora più intriganti. In particolare il tronchetto trasforma i crostini ai fegatini in un piatto che mantiene inalterato il sapore ricco del fegato, ma con una consistenza affascinante e gustosa.

Buoni i primi. Gli gnudi di ricotta e ortica saltati al burro e salvia, e i tagliolini al prugnolo. Ma non è qui, secondo me, che la cucina si esprime ai massimi livelli, come invece accade con i secondi. Col petto d’anatra alle spezie con caponata di verdure, con una carne ottima, tenera e saporita, addolcita dalle spezie, dal cumino e dalla caponata, o col filetto di tonno fresco con pesto di pomodori secchi e contorno di fagioli borlotti in insalata, col trancio di pesce cotto al sangue e dall'interno rosso e fresco, delicatissimo e tenero, in perfetto contrasto con i pomodorini, o, infine, con l'agnello al forno con marinata di limone miele e salvia, ricetta capace di coniugare il gusto deciso della carne di agnello con una mescolanza di sapori che riporta in vita i profumi di tradizioni antiche, medievali e romane.
Una tendenza all'agrodolce, quella dei secondi, gestita con maestria e soprattutto con equilibrio, che dà vita a piatti che si mangiano con grande gusto, percependo tutti i sapori nel loro amalgama. Sapori che si appoggiano ad ottime materie prime, fresche e di prima qualità.

Non sono abituato a dare voti. Solitamente racconto. Ma sarei disposto a ripartire da rimini, farmi un paio d'ore di strada (bella, tra l'altro: rimini Faenza in autostrada, poi lo svalico sulla Colla con arrivo a Borgo San Lorenzo e di lì a Vicchio) per tornare ad assaggiare quei piatti. Il ricordo vivo mi spinge in quella direzione...
 
di stefano del 04/05/2008 @ 23:21:00 in viaggi, letto 1934 volte


Qualche foto e poche parole. Il ricordo di un bel viaggio a Brescia e sul lago di Iseo. La città è molto elegante, signorile. Entriamo nel centro sotto una statua torva, che ricorda quasi un nazgul! Certo, l'auspicio non è dei migliori, ma in realtà a parte burlesche indicazioni per un parcheggio, che sembravano una partita ad Scotland Yard, la permanenza in città non ha avuto nulla di cui lagnarsi.




A partire dal tempo, sereno e ventilato, fino alla scoperta della città, sia della parte più moderna, ottocentesca, sia per le vie più antiche, in cui abbiamo girovagato alla ricerca di un ristorante. E' stata una famelica caccia verso un posto in cui sedersi e mangiare. Senza guide, consigli o indicazioni, nella speranza di voltare un angolo e dire - toh! ho trovato un'osteria, e sembra buona!
E così è successo, per una volta. All'Osteria della Zia Gabri abbiamo mangiato bene. Buoni i primi, maltagliati allo stracotto, sopra tutti, e deliziosi i secondi, tra cui spiccavano l'agnello arrosto e il fegato alla veneziana.




Non so se quello che sto per esporre sia un luogo comune, ma i bresciani sono un po' musoni. Ti guardano così, quando entri in un locale, come se dessi un po' fastidio. Più amichevoli e gioviali quando esci... Pochi sorrisi, insomma, non proprio da burberi montanari amanti della solitudine, o con la puzzetta sotto il naso per turistelli sprovveduti, ma neanche caldi e accoglienti
Unica nota di biasimo la mostra America, meta del nostro viaggio. Non tanto la mostra in sé, interessante, soprattutto la prima parte e meno la seconda, ma per l'impossibilità di portarsi dietro il passeggino per il pupo, abbarbicato in braccio per due ore come un lemure del Madagascar. Insomma, se volete le famiglie ai musei e alla ricerca dell'arte, venite un po' incontro, per quanto passeggini e marmocchi possano essere anche ingombranti.
Della mostra notevole i paesaggisti delle prime sale e le esperienze di viaggio italiane, con città semideserte abitate solo da solitarie rovine romane e pastori vestiti come Titiro e arcadi anche a fine '800: così pittoresco!

 


Il turismo del lago d'Iseo la sera ricorda la rimini degli anni '80, con i localetti proprio a pochi passi dal lago, discoteche tamarre, gente vestita in modo alquanto discutibile e gonzi di periferia da film di Jerry Calà. Molto più bella la domenica mattina, con un po' di nuvole basse e di grigiore diffuso che dopo poche ore si apre in una calda giornata assolata. Gli incontri scontri con musoni non mancano. Come l'ilare barcarolo che non si degna neppure di dirci se è quella la barca che dobbiamo prendere per raggiungere Montisola oppure no, o le scarse notizie dei locali riguardo a luoghi mangerecci.

 

Nonostante tutto finiamo in un ristorante da comunioni e cresime, in cui siamo gli unici avventori a prendere il misto pesce di lago, mentre imperversa il fritto di mare. O esiste un canale sotterraneo che collega Iseo con l'Adriatico, o mi sfugge qualcosa. I primi sono un po' troppo pasticciati, ma il pesce dell'antipasto è molto interessante, soprattutto la tinca e il missultin.
 
di stefano del 18/01/2009 @ 23:19:16 in giornalismi, letto 2549 volte
Un gioco enigmistico: come continua la serie dei mesi: ottobre 2008, dicembre 2008, marzo 2009? Secondo un semplice calcolo di logica (politica ed economica) si ottiene: giugno 2009. Questa, se non spuntano fuori altre varianti o rallentamenti, dovrebbe essere la data di apertura di Ikea a rimini.
Pare che il don rodrigo dei mobili riesca ad aprire per quella data e, di conseguenza, aprirà anche l'Ikea che è già fatto e finito, probabilmente ricolmo di panettoni ormai marcescenti e con i dipendenti in attesa o momentaneamente dislocati in strutture limitrofe. Sì, perché come un vero signorotto locale, il don rodrigo dei mobili in legno quando deve andare in fondo e attuare il suo piano non guarda in faccia nessuno e non si preoccupa delle vittime civili e collaterali (a dirla tutta nessuno si preoccupa mai delle vittime civili e collaterali. Anzi, sono già messe in conto).

Ma tutti noi che abitiamo in questo piccolo paesone marittimo, sappiamo che il nostro signorotto locale può fare anche di meglio. Anche perché, prima o poi, l'Ikea aprirà. E allora, a quel punto, come potrà evitare che orde di acquirenti, appena usciti dalle befane e ancora con la bava alla bocca e la Carta di Credito con la rabbia, si riversino nel negozio svedese e non nel suo?
Alcune soluzioni al vaglio del suo staff di pubblicisti ed esperti della comunicazione sono la sostituzione del nome del negozio in Mercatone Ikea, Ikea Italia, The real Ikea, Ichea, Merchichea. Un'altra soluzione potrebbe essere quella di soddisfare i più reconditi desideri dei riminesi e lasciare libertà di parcheggio all'interno del negozio, proprio davanti alla cucina da acquistare, o sulle scale mobili.
Tra tutte le soluzioni prese in considerazione (anche quella di far consegnare, ogni mattina, una testa d'alce davanti alla porta d'ingresso dell'Ikea) non c'è l'idea di una concorrenza sullo stesso piano. E noi, qui, ci sentiamo di suggerirla. Perché non valorizzare i propri mobili con nomi simpatici, come quelli del colosso svedese, ma presi dalla nostra tradizione? Ecco, allora, che si potrebbe incuriosire la gente invitandola a comprare la cassettiere piadèna, o la cucina nascosta in un piccolo mobile: mo-sta-bòn. Già me lo vedo il passaparola, la voce che vola da una bocca all'altra e la voglia di andar a comprare il lettino dio-svegg o la libreria componibile tistunazz. Vuoi mettere la figura, quando gli amici entrano in casa e chiedono: bello quello!, cos'è? Ha! - risponderete voi - è il at-dag-du-sciaffli, il nuovo angolo scrivania di The real Ikea, quello di rimini. Dio bo! risponderanno allora i vostri amici, se veri riminesi!
 
di stefano del 01/04/2008 @ 23:05:00 in viaggi, letto 1170 volte



Nereto – E' la straziante storia di un cancello e due fratelli litigiosi che mi porta, al seguito di Paola, in questo piccolo paesino tra i Monti della Laga e i Monti Sibillini, tra Marche e Abruzzo, tra l'ex stato della chiesa e i regnini, come chiamano dalla parte nord del confine tutti gli appartenenti al Regno delle due Sicilie.

     


Ah! l'Italia! Siamo ancora qui a rinfacciarci le antiche appartenenze preunitarie! Ma com'è l'Italia in questo paesino del sud già schiacciato da un sole cocente in una mattina di primo aprile? E' con il mercato nella via principale e tutta la gente riversata lungo il corso, che quasi ci si chiede cos'abbiano costruito a fare il resto del paese, vuoto, silenzioso, abitato solo da qualche gatto. E' in un banco di musicassette (proprio così, musicassette!!), che manda in continuazione una stridente musica da festa paesana accompagnata da una fisarmonica piuttosto urtante, mentre sopra campeggia un poster evidentemente tarocco dei Tokyo Hotel. E' in una vecchina che parla un linguaggio per me non più comprensibile del cinese, dell'arabo e dell'ucraino che sento provenire dalle altre bancarelle del mercato. Chiediamo un'indicazione per un tribunale in un negozio. La ragazza esce urlando “Professo', professo'!” mentre passano due carabinieri in divisa. In giro caricature dei politici sui cartoni delle pizze, manifesti mortuari piccoli e colorati, sopra il quale un signore di 70 e rotti anni ha voluto una foto da giovane bersagliere. Sì, lo so, sembra una poesia di Corazzini o Govoni, con quel gusto patetico per le cose quotidiane.


La strada verso Ascoli Piceno ricorda i vecchi giochi per computer anni '80, col paesaggio che cambia continuamente: prima è un'esplosione di fiori gialli lungo la strada, poi siamo immersi in un'intricata foresta con le vette innevate sullo sfondo e poi in un'escheriana rampa a livelli per una superstrada elicoidale e post-futuristica progettata per testare l'impatto sulla mente umana di angoli impossibili e curve di geometria non euclidea.

Alla luce di una giornata limpida, il travertino di cui è fatto tutto il centro di Ascoli assume una tonalità rosa-cartolina. La città sostiene la sua fama di capitale delle torri (chissà cosa ne pensano Cremona e Bologna, dato che questo è un titolo piuttosto conteso), oltre 200 nel medioevo, poco più
di 50 oggi. Secondo le fonti 94 le fece abbattere Federico II. Pensate che bello essere un imperatore dell'antichità. Appena eletto arrivi ad Ascoli, dove i sudditi, immagino, si prostrano al tuo passaggio. Tu ti fermi. Con sguardo dubbioso guardi verso l'alto. Pancrazio! - chiami il tuo ciambellano – fa' abbattere un centinaio di torri, non mi garbano. Certo, imperatore!, risponde quello. E già che ci sei – aggiungi – anche un paio di cartocci di olive ascolane!

 


Le due piazze (Arringo e del Popolo) sono ariose e armoniche, incorniciate da colonnati e pietra bianca. La cattedrale di S. Emidio, bianca, è stata pesantemente rimaneggiata nei secoli. Nonostante tutto non cade nel pesante barocchismo o nel pietismo ottocentesco e riesce a trasmettere una certa sacralità. Passeggiando tra una piazza e una torre, capitiamo davanti al ponte di Augusto. Che bello! Compagni di sventura! Scopro che anche qui qualche assessore criminale continua a lasciare tutta la viabilità cittadina sulle spalle di un ponte di 2000 anni fa, proprio come a rimini. Unica nota deludente il pranzo. Per la prima volta il gambero rozzo toppa un consiglio. Il Middio non è malaccio, ma non è certo l'ideale per entrare in contatto con la tradizione locale, anche se le olive ascolane sono notevoli.
 
di stefano del 13/04/2009 @ 23:01:30 in pensieri sparsi, letto 915 volte
Solo qualche foto perché è stata tutto sommato una bella Pasqua, tra mangiate (A Pasqua e a Natale si incontrano parenti sempre e solo seduti a tavola. Sembrano riunioni di persone che non mangiano da decenni), passeggiate, inseguimenti di insetti, e il bellissimo paganello, per me ormai l'unico vero appuntamento di ogni pasqua, un evento capace di rendere magica la spiaggia di rimini, che senza gli orribili ombrelloni e tavolini sembra un luogo per un happening di ragazzi e ragazze venuti da tutte le parti del mondo a giocare e divertirsi senza troppi pensieri.



 



 
di stefano del 08/02/2010 @ 22:41:34 in recensioni, letto 2092 volte
I primi minuti di Avatar sono davvero belli, spettacolari. Quando ho visto quelle grandi astronavi solcare lo spazio fuori dall'orbita di Pandora sono rimasto estasiato. L'ho rivisto 4 volte! Non il film. L'inizio. Perché alla multisala delle befane di rimini il film non è andato oltre il quarto minuto.

Ci siamo seduti ed è cominciato. Il 3d sembrava un viaggio cubista sotto acido, con l'immagine che si scomponeva davanti ai nostri occhi. A modo suo affascinante, ma appena appena disturbante. Dopo quattro minuti decidono di sospendere.
Luci.
Silenzio.
Riparte.
Alla prima carrellata sulla foresta ci accorgiamo che nulla è cambiato. Più che Cameron, sembra un Picasso d'annata.
Luci.
Entra un tipo.
Il 3d è saltato, stanno facendo delle prove per riavviarlo e allinearlo.
Perfetto.
E che ci vorrà mai, nel 2010?

Ecco! il film ricomincia.
Buio.
Carrellata sulla foresta. Picasso.
Luci.
Rientra il tipo. Qualcuno dal pubblico lo infama.

La scena si ripete più volte con numerose varianti, con gli spettatori che si alzano per uscire poi il film riparte e allora si siedono, ma si vede male e allora escono, poi qualcuno grida: si vede bene! e tutti rientrano di corsa, e avanti così!

Alla fine la direzione decide di sospendere e di rimborsare il biglietto. Fuori dalla sala la folla circonda “l’ambasciatore” che ritira tutti i biglietti. Poi qualcuno chiede, ma come farai a riconoscere chi ti ha dato i biglietti per il rimborso? Una luce lo avvolge, la luce della conoscenza! Ah! E’ vero. E si ricomincia cercando di capire chi fossero i possessori dei biglietti.
Fila H, posti 10, 11, 12 - mio, urla qualcuno
Fila G, posti 1, 2, 3 - mio!
e si va avanti così un’altra mezz’ora. Alla fine ci restituiscono tutti i biglietti e ci comunicano che i soldi ci verranno restituiti direttamente dal direttore. Sono commosso! Finalmente vedremo il direttore delle befane. Immagino già il suo studio con la pianta di ficus, la poltrona in pelle umana e l’acquario coi dipendenti che nuotano.
E invece no, c’è un tipo, giovane, in camicia, che sembra tutto tranne un direttore, che prende i biglietti e restituisce i soldi.

Ora, è facile infamare le befane, la voglia è tanta. La politica della multisala è davvero discutibile. I film vanno spesso in tilt, prima di ogni proiezione ci sono ore di pubblicità (tipicamente sullo stile Balestri&Balestri, con slide dai colori consunti e tigri sorridenti), su 12 sale, 9 hanno film di vanzina e le altre film presi a caso messi a orari discutibili, tipo le 25 e un quarto, o cose del genere. Inoltre, dopo aver diminuito il numero delle casse, hanno deciso di far pagare un euro per le prenotazioni on-line e per chi compra i biglietti alle macchine automatiche - anche se di solito è il contrario, chi compra al fai-da-te spende meno!

Detto tutto questo, sembra però che i problemi di Avatar non siano limitati alle Befane, ma a tutta l’Europa a causa di un problema di codifica. In pratica sembra che Avatar si è semplicemente rifiutato di girare con i proiettori digitali.
Questioni tecniche. Ecco qualche blog che ne parla con più cognizione di causa.

qui
qui
e qui

Ah! Befane!
Questa volta, forse, vi siete salvate.
Forse.
 
di stefano del 11/03/2009 @ 22:41:27 in pensieri sparsi, letto 2426 volte


Comincio a sospettare che i mafiosi, i puttanieri, i trafficanti di droga e di organi, nonché i malavitosi in genere, vadano tutti in giro con la panda modello vecchio. Avete presente quella macchina semplice, dalle linee un po' squadrate, senza optional e riconoscibilissima già da oltre un kilometro di distanza? Ecco! Proprio quella.

Io stesso sono un possessore di panda vecchia. E so bene di cosa parlo. La mia odissea comincia nel 2002, quando, appena sposato, compro la mia prima e sola macchina, l'unica che, al tempo, posso permettermi di pagare in contanti senza condannarmi ad un decennio di rate: la panda modello vecchio. Acquisto una delle ultime in produzione, di lì a poco la mia vita cambierà radicalmente.


Se c'è un blocco stradale, io vengo fermato. E non lo dico così, in modo parossistico. In questi ultimi tre mesi, lungo la strada che faccio due volte a settimana da rimini a Sassocorvaro, sono stato fermato 6 volte dai controlli di routine dei carabinieri che ogni volta mi prendono le generalità. Con tutti i dati raccolti sono ormai convinto che possano ricostruire tutti i miei spostamenti con un errore di 0,5 metri.
In una vacanza di alcuni anni fa, i gentilissimi ed ospitali svizzeri mi hanno fermato e fatto scendere, sia all'ingresso della confederazione elvetica, sia in uscita, per controllare il porta-bagagli, le borse, i vani portaoggetto e, ovviamente, tutti i documenti. Insospettiti anche dalla mia pettinatura, hanno anche controllato il numero di telaio della macchina. Per farla breve ho passato alla frontiera tra Germania e Svizzera quasi mezz'ora (ora che anche la Svizzera è dentro Schengen mi vendicherò trasportando uranio arricchito, anche se dovessi perdere qualche capello!)


Durante un altro viaggio, in Austria, di qualche anno prima, ho rasentato la perquisizione delle cavità corporee. Protagonisti del controllo, pignolo sino all'inverosimile, due energumeni (che per amore di privacy e per il loro modo di intimidire chiamerò Goebbels e Goering) che sbraitavano richieste, parlavano tra loro e ridacchiavano mentre aprivo borse e svuotavo bagagli. A dire il vero, la scena mi ricordava quei momenti carichi di tensione dei film splatter, quando i due aguzzini ridono e dicono cose incomprensibili prima di tirare fuori i machete ed accanirsi sulla povera vittima.





Divagazioni a parte, anche questa mattina, a San Marino, due gendarmi mi hanno fermato ed hanno controllato tutto il controllabile, bagagliaio incluso.


Mi sento quindi in dovere di avvertire chiunque abbia intenzione di avviare un'attività delinquenziale di valutare bene l'acquisto della macchina giusta. Lo startup di un'azienda, infatti, è un momento cruciale, e fare l'acquisto sbagliato solo per risparmiare poche migliaia di euro può rivelarsi fatale. Meglio investire subito 20.000 o più euro in un SUV o in un macchinone dalla grande aggressività, piuttosto che risparmiare quei 18.000 euro che poi sarebbero subito spesi in cauzioni e avvocati ogni qual volta un agente dell'ordine pubblico fermerà il conducente per un banale controllo, chiederà di aprire il bagagliaio e scoprirà i vasetti contenenti cornee e occhi.



In definitiva, sulla strada accade quello che io chiamo il paradosso Berlusconi. Alle scorse elezioni, la mia simpatica e arzilla nonnina di 89 anni, mi ha chiesto per chi ho votato. Non che non lo sapesse (conosce il mio orientamento politico e spesso penso che preghi affinché io cambi sponda), voleva solo divertirsi a sfottermi un po'. Al che le ho girato la domanda.
- Tu, nonna, per chi hai votato?
- Per Berlusconi!
- E perché?
- Perché con tutti i soldi che ha, non li ruberà mica a noi!

Ecco! Questo è il paradosso Berlusconi: e cioè la tendenza a pensare che chi è già ricco possiede tutto ciò di cui ha bisogno e non ruberà mai un euro a chicchessia (invece di pensare il contrario, e cioè che magari uno è così ricco proprio perché ha già rubato tanto, e siccome così facendo è diventato ricco potrebbe anche decidere di continuare, invece di smettere solo perché non ne ha più bisogno - il discorso è, ovviamente, generico, e non riferito al nostro amato presidente del consiglio!).


Sulle strade accade la stessa cosa. Perché - potrebbe chiedersi un potenziale poliziotto - dovrei fermare quel Mercedes full-optional dai vetri oscurati che costerà almeno 50.000 euro e che probabilmente porterà degli stimati dirigenti d'azienda al lavoro? Figuriamoci se specchiatissimi dirigenti aziendali quali probabilmente essi sono rubassero o contrabbandassero merci illecite - continua sempre il potenziale poliziotto (vorrei invitare il poliziotto a ricordarsi quali macchine trovano ogni volta che confiscano una villa ad un qualche mafioso. Avete mai sentito un telegiornale aprire con: "Trovata la villa di Provenzano! Nel garage, il capo-mafia nascondeva una vasta collezione di panda, fiat 126, fiat ritmo e skoda”?).
E invece la panda o le macchine piccoline fanno l'effetto esattamente opposto, e cioè quello di indigenza estrema. Penso che nessun agente si scandalizzerebbe se, una volta fermatomi per l'ennesimo controllo, trovasse, sul sedile del passeggero, una borsa freezer con dentro gli organi di mia madre da vendere al mercato nero.
- Lo sospettavo! - sarebbe il suo grido di giubilo!
Come dargli torto? Anch'io comincio a nutrire dei sospetti su di me, ed è da un po' di tempo che osservo i miei movimenti con attenzione, non si sa mai!
 
di stefano del 15/04/2008 @ 22:36:00 in ghiottonerie, letto 1533 volte
  

Sotto la pioggia battente mi avvicino al bancone e prendo due bacchette cinesi. Le stacco e le strofino assieme, per pulirle.
Il vecchio mi si avvicina.
dammene due, gli dico.
Lui mi guarda e indica due, due, come a dire, quattro.
Gli ripeto, due.
e lui dojo do, quattro.

Lascio perdere, mi siedo e aspetto la mia porzione. Ora ci manca solo che spunti un messicano a dirmi che ci sono da ritirare quattro lavori in pelle. E' proprio l'ultima cosa che vorrei, oggi.
Ora voglio solo il mio sushi.

Ok, lo ammetto. non sono memorie mie. i più scafati avranno riconosciuto una delle scene iniziali di blade runner, capolavoro di fantascienza che proprio l'anno scorso celebrava 25 anni ottimamente portati.

Le mie memorie del sushi risalgono ai miei primi viaggi a milano, di parecchi anni or sono. Ho sempre invidiato a Milano, la città europea per eccellenza, la grande varietà di ristoranti, negozi e piatti da ogni parte del mondo, ed ogni volta che rimini esce dal suo provincialismo e apre un negozio che mi porta qualche sapore dal mondo, io sono molto, molto felice.

Questo sushiwasa, in via destra del porto (tel. 0541 337961), non è il primo giapponese della città. E' il terzo, in ordine di tempo. Ma il primo take away e con consegna. L'ho provato stasera e ne sono rimasto colpito. Pesce fresco, riso buono e sapore di crudità che fa venire voglia di mangiarne ancora.
Il pesce spada sarà anche inflazionato, ma tagliato spesso, fresco, con quell'odore di mare forte e travolgente conquista immediatamente.

La mia passione rimangono i makisushi, avvolti nell'alga nori, qui in versione salmone e avocado. Spero che, a fianco della sempre ottima piadina con prosciutto e pomodori in gratin, aprano sempre più sushi shop, ristoranti cinesi, kebab, indiani e rimango in attesa di cucina africana, argentina, russa, e di ogni parte del mondo. Lo dico più forte oggi, di fronte alla vittoria della Lega.
 
di stefano del 04/09/2008 @ 22:20:41 in in citta', letto 1271 volte


Alcune foto fortunate sono epifanie di un luogo. Molto più delle cartoline esse raccontano, magari in modo un po' distratto e di sottecchi, qualcosa del luogo che mostrano. Come questa foto di rimini, città dal cuore pesante e nebbioso. Eccola, bella in un tramonto settembrino col suo mare capriccioso ora calmo, con una barca che rientra, la piacevole aria della sera e sullo sfondo l'infinita scogliera di alberghi e gru, un muraglione che oscura la sottile linea dei colli appena percettibile.

Settembre e giugno sono due mesi perfetti per visitare la città. Il clima è estivo ma non torrido, le frotte di turisti sono tornate al lavoro, la spiaggia ha già un che di desolato, malinconico, e sfoggia un fascino inusitato, sottile. Basta lasciare da parte per un attimo tutti i cliché, belli e brutti, la piadina, i bagnini, fellini, i romagnoli e prendersi qualche momento per passeggiare sulla spiaggia umida, o lungo il molo, a guardare le barche che rientrano, senza far scivolare gli occhi sul divertimentificio che ogni anno diverte di meno, ma ancora funziona e ha un suo perché. Dal mare al centro si scopre una città vivibile, ammaliante e che ha il merito di rimanere bella nonostante gli scempi a cui la sottopongono gli amministratori comunali, qualche gretto imprenditore con troppi soldi e i commercianti del centro che non vedono l'ora di far saltare per aria tutta l'area pedonale del centro storico.
 
di stefano del 16/02/2006 @ 22:02:00 in in citta', letto 945 volte
Dopo una giornata passata sul computer a scrivere, uscire a passeggiare è un vero toccasana. L'aria fredda di febbraio ti si infila tra i neuroni e li risveglia per guardare, annusare ed ascoltare un mondo che ti si forma attorno passo dopo passo.

Un mondo già di per sé affascinante, ma se la città di rimini ci aggiunge un tocco in più, allora è anche meglio. Da anni rimini è una città che cerca di slegarsi dal clichè di capitale delle vacanze in estate e deserto di stimoli in inverno. Pian piano, grazie anche all'università, sembra farcela. Lunedì scorso, il 13 febbraio, sotto il loggiato del mercato coperto, in piazza Cavour, un piccolo e inaspettato concerto di Bossa Nova dava un colore nuovo e fiammante alla città.

Svalicate le Alpi, nelle grandi città europee, la musica all'aperto non è solo un escamotage usato da chi ha l'assoluta necessita di guadagnare qualcosa per mangiare, ma è anche una prova per chi suona di professione, e un intrattenimento finanziato da enti privati o dal comune per dare alla città un tocco diverso, un respiro artistico e uno svago a chi trova a passarsi lì per caso.

Per rimini è stata una novità, e lo sarà per tutto il resto dell'inverno grazie rimini, il mare d'inverno, la serie di eventi sparsi per il centro organizzati dalla CNA di rimini. Io l'ho trovato affascinante e appagante. Tanto bello quanto inaspettato, la mia giornata si è subito conformata alla musica calda in mezzo al freddo umido della città. Anche il pupettto, nella carrozzina ondeggiata avanti e indietro, ha dormito al ritmo di chitarra e contrabbasso.
 
di stefano del 18/01/2010 @ 21:39:36 in occhiate, letto 757 volte
Cronache di una giornate ventosa a rimini, al mare, al tramonto...


 
Ho comprato su ebay il cd di Bat for Lashes, da un utente di Londra.
L'ho acquistato il 30 aprile. Il 4 maggio ho effettuato il pagamento con paypal, il 5 maggio il cd è stato spedito e il 15 maggio, cioè oggi, è arrivato.

Il cd ha impiegato 10 giorni per arrivare da Londra a rimini. Ora, siccome credo che nel 2009 non sia possibile fisicamente possibile che un pacco impieghi 10 giorni per coprire una distanza di poco più di 1000 chilometri, ci sono solo tre spiegazioni possibili.

1. La Royal mail, come molti altri istituti del Regno Unito, è attaccata alle antiche tradizioni medievali o vittoriane, e consegna ancora i plichi con corrieri a cavallo. Un cavallo, al passo, percorre circa 6 chilometri all'ora. Il pacco non era particolarmente prezioso, quindi probabilmente il corriere non faceva galoppare il cavallo fino a fargli tirare le cuoia tra una stazione di cambio e l'altra.
Diciamo che teneva l'andatura al passo. 6 chilometri all'ora, con stazioni di cambio ogni 40 chilometri. Sono 6 ore e mezzo di passo. Poi cambiano il cavallo e il cavaliere e via così 24 ore su 24 ore. turnover continuo, tanto è pieno di cavalli disoccupati che accettano qualsiasi condizione. 6 chilometri all'ora per 24 ore sono 144 chilometri al giorno. In 10 giorni: 1440 chilometri. Proprio la distanza tra rimini e Londra secondo viamichelin!

2. Il cd viene imbarcato su un volo Londra-rimini della Ryanair. Tempo di volo 2 ore. L'aereo parte. Il pilota si accorge che qualcosa non va per il verso giusto. I motori non rispondono, l'aereo potrebbe inabissarsi. Il capitano sa che può salvare solo una cosa. E così paracaduta il plico nelle campagne della Normandia. Qui viene trovato da un reduce della seconda guerra mondiale ancora nascosto in un bunker che, sbadatamente, pensa sia un dispaccio di guerra e si muove alla volta di Berlino. Nei pressi della linea Maginot, il reduce viene scippato da una gang di scapestrati senzadio che prendono il plico e lo portano presso il loro nascondiglio, a Cracovia. Prima di arrivare, però, un regolamento di conti tra bande sbarra loro la strada. Muoiono tutti. Il cd viene raccolto da un giornalista che stava indagando proprio sulla deriva dei valori dei giovani polacchi. Per fortuna c'è ancora l'etichetta. Ma è illeggibile! E così Al posto di rimini, Italia, si legge rimini, Montana, e viene spedita nella cittadina di rimini, negli Stati Uniti. Qua, uno zelante dipendente delle poste capisce l'inghippo e la rispedisce in Italia dove arriva in un paio di giorni. Durata totale del viaggio: 10 giorni.

3. Il cd viene spedito da Londra il 5 maggio. Il 5 sera è alla frontiera con l'Italia, qui, viene trattenuto in un centro di permanenza temporanea di Domodossola da due postini xenofobi. Servono 10 giorni di febbricitanti trattative tra le due ambasciate per rilasciarlo e farlo arrivare finalmente a rimini, mentre i due postini e Brunetta dormono sogni pacifici.
 
di stefano del 05/06/2007 @ 20:23:00 in viaggi, letto 2884 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 5.6.7


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Cremona è la mia città. L’ho capito appena le due canoe sono apparse sotto le arcate del ponte. Sulle veloci acque del fiume ho rivisto passare i miei sogni di “campus” inglese. Io, studente amante dell’università, ho subito provato una grande attrazione per un mondo che non è mio ma che da sempre mi attrae. E la stessa sensazione l’ho avuta oggi, visitando il centro sportivo proprio sulle rive del fiume, con scuola di canottaggio e vogatori attrezzati in piscina, immerso in un paradisiaco giardino ricco di piante e belle ragazze (e d’altronde, ho imparato, Cremona è la città dei turrùn (che amo), turrazz (il campanile del duomo) e tettazz (si spiega da sé)).
Io che vengo da Bologna (anche lì tre “t”, con i tortellini al posto del torrone), con le sue arcate scure e ipnotiche, ho provato una profonda nostalgia.
I miracoli del viaggio, ormai giunto al termine. Ed è bello che proprio prima della fine, come un colpo di scena atteso per troppo tempo, finalmente troviamo la nostra meta: la città del fiume. Cremona è davvero la capitale del Po. Una città che il fiume lo vive e lo sente proprio. Che lo ama e che su di esso ha fondato traffici e ricchezze (commercio del sale da Venezia) e cultura. Siamo così lontano dalla desolazione, dalla tristezza e dall’abbandono visto lungo il nostro tragitto.

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Un bel finale. Anche se oggi, mentre eravamo in bici, indovinate un po’ cos’è successo? Chi indovina vince un barattolo di mostarda Luccini. Bravi! Ha piovuto. Se passate da rimini, centro storico, sarò felice di invitarvi a salire e farvi assaggiare quest’ottima mostarda cremonese, preparata da un’azienda giovane ma ricca di voglia e talento che oggi abbiamo visitato a Cicognolo. Niente a che fare con la mostarda dai colori acidi e abbacinanti dei barattoli da supermercato. Anzi, la mostarda artigianale, su ammissione di chi la prepara, è un po’ brutta da vedere. Ma vale la pena superare lo scoglio per gustare quel fantastico equilibrio che nasce tra la frutta candita e la senape, ottimo per accompagnare piatti salati e saporiti.

Ma in fondo, lamentele a parte, è bello pedalare quando piove. L’aria si impregna di odore di camomilla ed elettricità. Ed è sempre meno impegnativo della tredicesima fatica di Ercole: caricare le biciclette sul treno. Questa prova si effettua salendo scalini progettati per titani e poi stazionando, come profughi, nei vani del treno cercando di non far cadere le biciclette appoggiate ai sostegni. Infine, quando si scende, bisogna evitare di essere schiacciati dalla bicicletta stessa che, attratta dalla forza di gravità si spinge con foga verso la pensilina, travolgendo persone, uomini, cose e animali che trova sul proprio tragitto.

Tra pioggia e treni siamo arrivati anche da Rivoltini, produttore di torrone. Si può visitare Cremona senza parlare di torrone? Giammai! Un’azienda interessante, anche se non abbiamo assaggiato il loro prodotto di punta: il torrone tradizionale cremonese, preparato solo con miele, albume e mandorle.

Domani ultima tappa. Se il tempo ci grazia faremo un ultimo giro in barca sul Po attorno ad isola Serafini, navigando sulle acque regimentate attorno alla diga e pranzando all’osteria Cattivelli (chiusa, ma gentilmente ospitati dalla famiglia) a parlare ancora una volta del fiume e di chi lo abita, di quello che è scomparso e di quello che è rimasto, di chi pensa (e io mi aggrego) che il fiume sia stato distrutto dall’avvento dei motori che hanno spostato tutti i traffici su strada a chi (e io mi aggrego) è convinto che il fiume sia stato espropriato pezzo dopo pezzo per lasciar spazio alle industrie, distruggendo in pochi decenni secoli di civiltà. Oggi viviamo rinchiusi nelle città e ci spostiamo velocemente da una città all’altra, nel mezzo nulla, solo paesaggio dai finestrini.
Domani lo vedremo anche noi, sull’ultimo treno da Piacenza a rimini.

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se vuoi leggere la versione enogastronomica, vai su certenotti
 
di stefano del 12/08/2006 @ 20:09:00 in in citta', letto 916 volte
Da secoli, i fuochi d'artificio scandiscono le feste solenni, i grandi raduni e i momenti più importanti con il loro carico di emozioni, colori e botti. Come un bambino potrei stare ore con il naso all'insù a guardare le girandole, le fontane, i razzetti e tutte le combinazioni di esplosioni e figure geometriche apparire nel cielo per poi essere inghiottite dalla notte.

Ma a rimini, sinceramente, non se ne può più. Dall'inizio della stagione turistica sino a metà settembre, ogni sera, o poco meno, è la solita litania di botti e fuochi.

Si festeggia prima l'inizio della stagione, poi è la volta della festa della spiaggia, poi la sagra della salsiccia e della piadina, poi l'Osanna degli ombrelloni, poi la partenza della nave di Iside, il primo quarto di stagione, l'ascensione dei bagnini, il passaggio della nave di un ricco armatore greco, il campionato extra-galattico di biglie e così via, a giorni alterni, sino alla perdita del quaranta percento della propria capacità uditiva e della totale indifferenza verso qualsiasi epifania pirotecnica di cui ormai nessuno sopporta anche solo il nome.

L'unico risultato di questa infinita teoria di fuochi, infatti, è che nessuno alza più lo sguardo. Inoltre, aumentandone la quantità e rimanendo probabilmente costante la spesa, diminuisce la qualità, come insegna la matematica, e tutte diventano uguali e banali. Ma quello che è peggio è che si perde il senso dell'appuntamento importante, del momento atteso e del piacere di avere qualcosa da aspettare e da godere. Non sarebbe meglio farne qualcuna in meno, magari pubblicizzarla di più e creare uno spettacolo davvero memorabile?
 
di stefano del 09/10/2008 @ 19:56:37 in in citta', letto 5054 volte
Io immagino le facce dei dirigenti dell'Ikea. Li immagino in una stanza grande, seduti attorno ad un grande tavolo. Dalle finestre si può godere di un vasto panorama svedese, a perdita d'occhio. Sono tutti lì, a discutere di un passo importante! L'ikea aprirà filiali in tutto il mondo.
Sono pronti. Sanno che sarà un mercato aggressivo, difficile, sfiancante. Ma il mercato, pur nelle sue dinamiche esasperanti, ha delle regole chiare e precise. E' un po' come una partita a scacchi. I due contendenti si studiano, si affrontano, e poi ognuno sceglie la sua mossa.

Con questa filosofia ikea conquista l'Europa. Aprono decine e poi centinaia di sedi. Prima solo nelle grandi città, poi anche nei centri minori. Le case dei cittadini dell'unione sono ora colme di mobili in abete svedese. Chi non ha a casa un tavolo BJURSTA, o un divano EKTORP? O magari solo qualche complemento d'arredo, che so, un LAXVIK o un TRABY?
L'ascesa è inarrestabile, tutto procede nel migliore dei modi, fino a che, anche i dirigenti ikea fanno un grave errore: decidono di aprire a rimini!

rimini, da fuori, sembra una città come le altre, ma in realtà, qui, esistono potentati e feudi che in Svezia hanno probabilmente debellato alla fine del XVII secolo. Ogni settore ha il suo signorotto. C'è il Don Rodrigo dell'edilizia, c'è quello del turismo, e, infine, c'è anche il Don Rodrigo dei mobili in legno. Quando il signor ikea è arrivato a rimini, probabilmente ad aspettarlo all'aeroporto è arrivato proprio il Don Rodrigo dei mobili in legno, e probabilmente, al ritiro bagagli gli ha fatto trovare una testa di alce recisa.

Quando ha saputo che ikea voleva aprire a rimini, il Don Rodrigo è andato su tutte le furie! Chi osava mettere piede nel suo feudo? Lui, proprio lui che sugli impiallicciati aveva costruito un regno! Anatema! Papé Satan Aleppe!
Ma il libero mercato va oltre i potenti mezzi di ogni Don Rodrigo. Lo sbarco a rimini di ikea è una realtà in procinto di realizzarsi, anche se qui in Italia c'è una regola ferrea: il libero mercato va bene solo per adeguare le tariffe a quelle europee, ma non venite a romperci le uova nel paniere con i vostri prodotti a costi più bassi e fatti meglio in casa nostra, chiaro? (queste non sono parole mie, è un decreto legge)

Morale della favola: l'apertura dell'ikea a rimini è slittata di alcuni mesi, per una variante al piano regolatore in continuo ritardo (chissà come mai! Guarda te alle volte le coincidenze!). Poi, alla fine, tutto si sblocca! La variante arriverà, ikea aprirà a rimini. E già che è stata fatta la variante e c'è tutto quello spazio libero proprio a fianco, ci apriamo anche un nuovo, mastodontico mercatone uno che venderà soprattutto mobili!
Perché la concorrenza, è chiaro, ha le sue regole!
 
di stefano del 12/05/2010 @ 19:16:06 in ghiottonerie, letto 2657 volte
Anche se ultimamente aggiorno poco il blog, volevo rilanciare qui un mio articolo sulle gelaterie di rimini uscito questa settimana sul Ponte

rimini: I “negozi” storici che tengono il passo, le piacevoli novità. Il boom del 2010: due nuove aperture a pochi passi in centro storico. Sapori inediti, tempi di attesa e costi a volte alle stelle.

Una volta c’era il gelato. Punto. Senza tanti fronzoli. I gusti erano quelli classici: cioccolato, crema gianduja, stracciatella e la frutta. rimini, patria della vacanza estiva, aveva fatto del gelato la sua bandiera. Le gelaterie storiche al mare, come il Nuovo Fiore, o quelle del centro, La Romana e il Pellicano in testa, sono state vere istituzioni per tutti gli anni ’80 e i ’90. Poi le cose sono cambiate. Il Nuovo Fiore è andato un po’ in declino. Ancora oggi, in viale Vespucci, mantiene un’atmosfera molto anni ’80. Diverso il discorso per la Romana, gelateria riminese dal 1947, che ha passato periodi un po’ difficili, come la devastante infatuazione per i “gusti caldi”, che altro non erano che delle mousse burrose e davvero indigeste, e infine la ripresa. Di tutte, il Pellicano è quella che ha mantenuto più a lungo la sua linea: anche se oggi ci sono dei gelati che vantano qualcosa in più, non ha mai avuto scadimenti.
Ultimamente il panorama è radicalmente cambiato. In soli due anni sono sorte a rimini ben tre nuove gelaterie, e da quasi un decennio spopola la gelateria dei due gemelli Ceccarelli, Fabrizio e Francesco (ormai popolarissimi in tv), il Biodelirio. Facciamo un passo alla volta, o rischiamo di perderci tra le creme. Ogni negozio mostra, con orgoglio, pannelli che sottolineano la provenienza dei prodotti, la qualità delle materie prime, la lavorazione dei gusti. Il latte è di alta qualità, o di produttori locali. La vaniglia è del Madagascar, la nocciola è calibrata, piemontese o siciliana, così come i pistacchi. Il cacao viene dal Sud-America e per mantecare il gelato non si usano più i macchinari a ventola, ma quelli con pale verticali. Al di là della moda gastronomica che fa di ogni cibo una questione da gourmet, sono innovazioni che fanno bene al gelato. La concorrenza sprona chi si era un po’ assopito. E la qualità dei gelati è notevolmente aumentata.
Lampante l’esempio della Romana. Da ormai un anno la gelateria ha fatto un completo restyling non solo del negozio ma anche dei gusti. Oggi, tra crema di nocciola, mascarpone, passito di Pantelleria, crema antica e altri ottimi gusti ha ritrovato un gelato davvero buono. Solo latte di alta qualità e commesse un po’ più carine e gentili degli ultimi anni. Altro merito è il prezzo. La Romana è una delle poche gelaterie che ha mantenuto il cono e la coppa piccoli da 1,80 euro, quando ovunque, ormai, il minimo è 2 euro, se non 2 euro e 50.
Il Pellicano continua con una buona qualità, e ultimamente prova anche a cercare gusti un po’ più particolari, tipo il nocciolone - una sorta di bacio arricchito, il cremino al pistacchio, il raffaello, yogurt ai frutti di bosco e altri. Entrambe le gelaterie, poi, hanno aperto numerose filiali a rimini (Il Pellicano) e fuori (La Romana è salita sul Titano e in altri comuni).
Molto apprezzata e ormai “storica” è la Piazzetta, la gelateria in Piazza Mazzini. Ottimo gelato e grandi gusti tra cui il mitico pinolo allo spiedo: pinoli tostati, caramello e crema al mascarpone. La prima grande rivoluzione, però, è quella legata alla gelateria dei gemelli. Ora il locale si trova nella nuova sede di via Marecchiese, un po’ più attenta allo stile e alla pubblicità, mentre prima era nascosta dietro al grattacielo di rimini, in una delle zone più squallide della città. Nonostante questo, ogni sera c’erano lunghe file e attese di mezz’ora per un gelato. Il successo era dovuto anche alla teatralità dei due gemelli Ceccarelli (che infatti, ora, sono sempre in tv con Chiambretti), ma anche il gelato faceva la sua parte. È stato il primo gelato biologico della città. Niente zucchero, ma miele e succo d’uva. I gusti erano tutti classici, ma avevano una sapore notevolmente migliore degli altri. Mangiare il gelato alla noce dai gemelli era come mangiare delle noci. Non si notava la differenza. Da quando però i due protagonisti hanno preso la via del piccolo schermo le cose si sono fatte un po’ altalenanti. Rimane sempre un ottimo gelato, senza riserve, ma qualcosa s’è perso.

I coni tremano
Un secondo scossone al mondo dei gelati riminesi è arrivato nel 2008 dalla gelateria il Castello, di fronte alla Rocca in viale Valturio. Fino all’anno prima, dove ora c’è la gelateria si trovava un negozio di computer, poi Marco, il proprietario, ha deciso di cambiare vita, ha fatto dei corsi da gelatiere ed ha inaugurato un nuovo corso. Quando si dice l’idea giusta. Dal momento dell’apertura sino alla chiusura invernale fuori dal negozio le file sembrano infinite e per avere un gelato bisogna armarsi di tanta pazienza. Gianduja, mascarpone, yogurt, pistacchio, cioccolato fondente, ricotta e fichi: i gusti sono cremosissimi, vellutati, mai troppo dolci - come capita a tanti gelati - e davvero di alta qualità. La panna montata, da chiedere a parte, è sublime e spumosa come poche. Peccato solo l’ubicazione di fronte alla rotonda che non rende facile gustarsi il gelato sul posto a meno di voler aggiungere il gusto CO2.
Nei primi mesi del 2010, hanno aperto contemporaneamente due nuove gelaterie in piazza Cavour. La prima è la gelateria Scintilla, riconoscibile per il bancone enorme, all’angolo tra la piazza e Corso d’Augusto. Arredamento scintillante e una pletora di gusti tra cui quelli iperproteici per sportivi, i pasticcini senza glutine e altre trovate che però non convincono. I gusti sono buoni e molto cremosi, alcuni davvero interessanti, come il mascarpone ricco di pezzi di cioccolata e nocciola, ma sono un po’ troppo dolciastri, e “industriali”. La Scintilla è un franchising nazionale che produce semilavorati e li manda alle filiali che poi li montano con latte e zucchero.
A pochi passi, la gelateria Grom, anch’essa un franchising (di Torino), propone una filosofia opposta, simile a quella del Castello. Prodotti di qualità, presidi slow-food e lavorazione artigianale. I gusti hanno un sapore molto spiccato, deciso, di classe. La consistenza è molto cremosa. Tra le novità proposte: la crema di grom, arricchita con le paste di meliga, un biscotto frollino tipico della zona del cuneese, in Piemonte, il cioccolato extranoir, il torroncino con granella di torrone d’Asti. Non mancano i difetti, soprattutto per chi ha fretta. Per ogni gelato si deve rispondere ad un questionario: cono o coppa, cono fragrante o di cialda, aggiunta di pasta di meliga o di panna montata (entrambe costo a parte). Anche il confezionamento del gelato avviene con un rituale interessante ma lungo. Ogni gusto viene preso con la paletta, sbattuto e lasciato cadere sul gelato. Tutto bello, ma con tre persone si aspetta una vita. L’attesa però viene premiata con un gran gelato.
Questa breve panoramica non vuole essere certo esaustiva. Esistono a rimini molte altre gelaterie, spesso piccole conduzioni familiari, con poche pretese, e buon gelato. Vale la pena perdere un po’ di tempo a cercarle e provarle. Alla fine si scoprirà che ognuno ha il proprio gusto prediletto. L’alternanza fa sempre bene. Nonostante gli aumenti, infatti, il gelato resta un alimento economico, e con una coppa media si sostituisce ottimamente un pranzo, specie d’estate.

Stefano Rossini

 
di stefano del 11/02/2010 @ 19:12:54 in giornalismi, letto 1131 volte
Loredana Alberti è la proprietaria della FUNGAR di Coriano, una delle principali aziende riminesi di coltivazioni di funghi. L'ho intervistata poche settimane fa per TRE, il mensile di economia riminese. Le domande, però, non riguardavano l'aspetto agricolo, né tanto meno quello gastronomico, ma quello sociale.

Sì, perché su oltre 60 dipendenti, 50 sono cinesi. Ed esplorando il panorama agroalimentare riminese si scopre che la situazione è più o meno la stessa per tutto il comparto: i lavoratori stranieri sono circa il 90%.
Non è, come sbandierato spesso da chi parla attraverso cliché, un lavoro rubato dagli extracomunitari. Sono lavori umili e spesso faticosi, che chi ha avuto la fortuna di studiare o di nascere in famiglie non in grave necessità preferisce non fare. Ma sono, nel contempo, una grande possibilità per chi cerca un reddito dignitoso e una vita in un paese nuovo. I numeri citati, infatti, riguardano i lavoratori regolari.

Avete avuto problemi con i lavoratori stranieri? - avevo chiesto a Loredana
No. - risposta - L'unico vero problema, soprattutto all'inizio è stato quello della comunicazione. Avere a che fare con persone che non parlano una parola della tua lingua è difficile. Per questo, da anni, organizziamo all'interno dell'azienda corsi di italiano per tutti i dipendenti. I giorni del corso il lavoro termina un po' prima. L'anno scorso, poi, insieme all'ARCI abbiamo fatto un corso sulla costituzione italiana, sul diritto sanitario, il lavoro e tutte le informazioni che potevano essere utile per un lavoratore straniero. Cerchiamo di essere vicini ai nostri dipendenti, anche aiutandoli per il disbrigo delle pratiche per il permesso di soggiorno o per la maternità.
Un altro problema, qualche volta, può essere nel rapporto familiare. Noi abbiamo una politica: cerchiamo di instaurare un rapporto col lavoratore e solo con lui. E' capitato che uomini marocchini, mariti di donne che lavoravano qui da noi, volessero venire a riscuotere per loro. A questi abbiamo sempre risposto no. Dev'essere il lavoratore a parlare con me, per qualsiasi cosa, non un suo parente.

Un imprenditrice illuminata, insomma. Di quelle di una volta, quando l'impresa si preoccupava non solo del proprio fatturato ma anche di garantire una vita dignitosa e una crescita ai propri dipendenti. E come darle torto? Alla Confagricoltura di rimini fanno letteralmente la corte ai lavoratori stranieri. C'è da capirli! Senza crollerebbe tutto.

Eppure, a fronte di tutto questo, succedono sempre più spesso episodi spiacevoli, in cui lo stato e le forze dell'ordine si divertono a fare la voce grossa con i più deboli, a usare metodi militari per questioni civili.
Ieri ho parlato di nuovo con Loredana, per un aggiornamento, e questa è stata la sua risposta.

“Non è un buon momento. Oggi siamo in piena agitazione. Ieri pomeriggio (il 9 febbraio 2010), sono arrivati i carabinieri che hanno bloccato i nostri lavori, hanno radunato tutti i dipendenti e hanno voluto controllare tutti i permessi di soggiorno.
“Nessun problema - continua Loredana - tutto era in regola, ma il modo in cui la cosa è stata fatta mi ha davvero lasciata di stucco. Sembrava un'operazione militare! Ci hanno detto che da adesso in avanti i controlli sarebbero stati continui e che hanno cominciato da noi perché siamo una delle aziende più grandi”.

Quasi una retata, verrebbe da dire. Una di quelle che si vedono nei film che parlano della seconda guerra mondiale, ad esempio. Ieri in azienda è stata fatta una lunga riunione, insieme ai mediatori culturali, per far capire agli stranieri l'importanza di portare sempre con sé il permesso di soggiorno. Molti, infatti, lo tengono a casa, al sicuro, come una reliquia, consci che senza di quello sarebbero poco più che corpi da buttare su un aereo, una barca e di nuovo a casa. E invece devono averlo sempre con sé, perché un controllo può capitare in ogni momento, e alla prima dimenticanza sono guai.

Ma non era meglio una stella gialla sul cappotto?
 
di stefano del 04/06/2009 @ 19:09:12 in giornalismi, letto 2776 volte
ikea a riminiE' ufficiale: martedì 9 giugno l'Ikea aprirà la sede di Rimini. Dopo quasi un anno da quella che doveva essere l'apertura ufficiale dell'ottobre del 2008, finalmente l'iter burocratico e la violenza del Don Rodrigo dei mobili riminesi sembrano essersi placati.
Oggi sono stato alla visita guidata organizzata da Ikea per i giornalisti. E' immenso. Più grande di quello di Bologna. Voci incontrollate lo danno per il secondo più grande d'Italia. Ma nessuno conferma. Qualcuno azzarda che una serie di cunicoli sotterranei lo colleghino direttamente alla casa madre in Svezia.

La prima domanda che nasce è: perché un Ikea così grande a rimini, quando a meno di 100 chilometri di distanza ce ne sono già due, quello di Bologna e quello di Ancona? La risposta più o meno la si sapeva, ma oggi l'entourage del colosso svedese ha confermato i propri interessi verso un nuovo tipo di clientela: negozianti e albergatori. In effetti girando per le immense sale del primo piano, dove si trovano i mobili e le composizioni, non mancano idee di camere di albergo. Potrebbe essere tutta ikea la camera d'albergo del futuro di rimini? Chi lo sa! Sarà un esperimento interessante mettere in un'unica equazione il rigore nordico con l'effetto anarchico e bestemmione degli albergatori riminesi, da decenni abituati a stipare turisti in stanzette e sottoscala giusto per fare numero. Non riesco davvero a immaginare un albergatore della vecchia guardia che entra all'ikea, va alla primo punto informazioni con un fogliettino scritto dal figlio e dice:

Ikea a Rimini camera albergomi dia questi.
allora, ricapitolando lei vuole 150 cassettiere Vinstra, 100 letti Maindal, , 3 chili di Kvart, e una manciata di Figgjo.
mo sta bòn, dammi i mobili, che ciò 30 polacchi che da tre giorni dormono sui tappeti
abbiamo un'offerta sui tavoli Melltorp, interessa?
Eh? Ascolta figliolo. Io ciò l'azdora ferma da tre ore. Ha già 1670 piadine da finire entro questa sera. Ho dovuto comprare un camion di strutto dall'albergo di fianco, quindi lascia stare i mellostorpi e vedi di prepararmi i miei mobili che passa mio cognato con l'ape tra mezz'ora.
Ma signore, non le basta un solo viaggio con l'ape.
Uè Svezie! Te fa il tuo lavoro che io faccio il mio. Mio cognato su quell'ape cià portato tanta di quella roba che te manco te l'immagini!
Va bene. come vuole. ecco a lei il conto.
l'albergatore guarda il conto, e poi ficca gli occhi in quelli del povero commesso. Dio bo che lèder! Se ero vivo el mi bà, me li piallava lui in un giorno i mobili, altro che ikea!
Poi se ne va.

Alle ore 7.00 di martedì mattina, il console svedese, qualche autorità e i giornalisti parteciperanno all'inaugurazione dell'Ikea di rimini. Per tutti: colazione svedese con aringa e vodka. Poi si procede al rituale taglio del tronco. Del nastro non se ne parla neppure. Per fare una vera cosa italo-svedese avrebbero dovuto legare una bottiglia di vodka ad un nastro, chiamare la contessa serbelloni mazzanti vien dal mare e varare la struttura col lancio della bottiglia. Ma accontentiamoci.

ikea a riminiLa cosa davvero curiosa e assolutamente inaspettata è che lo stesso giorno, proprio martedì 9 giugno, inaugurerà anche il nuovo Mercatone Uno costruito proprio di fianco all'Ikea. Secondo voci non confermate, l'inaugurazione prevederà colazione romagnola a ciambella e salsiccia cruda, poi la rituale segatura in due dell'alce vivo, i cui bramiti di dolore si leveranno alti a terrorizzare i nemici di Don Rodrigo. Probabilmente, per scippare qualche utente in più, per i primi mesi, il Mercatone sostituirà alla normale insegna quella nuova in cui Mercatone è scritto piccolo e poi, di fianco, in grande, IKEO.
Orde di clienti vagheranno senza più una guida sicura tra i due parcheggi, pensando che il primo sia il grande magazzino per il gentil sesso, il secondo per gli uomini.
Poi, forse, tutto tornerà alla normalità.
 
di stefano del 11/11/2008 @ 19:01:39 in giornalismi, letto 1079 volte
L'attività umana genera calore, e spesso gas serra.
Bruciare un barbone le genera entrambe. Oltre a far riscaldare una situazione che sembra un deja vù dell'Istituto Luce. Si è sviluppata una quantità smodata di gas serra mentali, che aumenta la temperatura della nostra testa e ci fa sragionare. La situazione è orribile.
Non pensavo di dover vivere delle scene che, per quanto mi riguarda, sono già insostenibili da vedere nei documentari sulla storia del '900. Per chi avesse perso la cronaca, ieri, 10 novembre, a rimini è stato bruciato un senza tetto, da anni residente in città.
Per me era un volto noto. Lo incontravo spesso, in via Flaminia, tutte le volte che ci passavo in bicicletta. E prima ancora, qualche anno addietro, quando stazionava nel parco Cervi. Aveva un viso marmoreo, e un po' triste (provate voi a vivere all'aperto sempre). Io lo guardavo e dopo poco lo dimenticavo. Ma mai, e dico mai, avrei immaginato né pensato che avesse potuto rischiare la vita per la semplice decisione - o perché costretto dagli eventi - di vivere su una panchina. In quella che d'istinto chiamerei la mia città.

Secondo gli ultimi bollettini, sembra fuori pericolo. Ma noi no. Noi siamo ancora in grave pericolo. Facciamo scalpore se un nero vince le elezioni nel 2008, in ritardo di almeno 2 secoli, e viviamo circondati da un razzismo strisciante e da una situazione sempre più soffocante.

E non è colpa dei governi. I governi sono sempre autoritari e tirannici. Ma giorno dopo giorno scema l'indignazione popolare, quando addirittura non si tramuta in approvazione. Approvazione verso le manganellate agli studenti, approvazione verso il pugno duro verso i dimostranti, approvazione verso le leggi razziste nei confronti degli immigrati, approvazione verso ogni lesione della dignità e, soprattutto delle nostre libertà. E quando la società concorda con le maniere forti, allora sparisce ogni remora, ed ogni barriera di civiltà.

Perché chi si prende le manganellate in piazza per la sua protesta, differisce da noi pantofolai solo perché le prende per primo, non perché noi siamo più al sicuro.
 
di stefano del 12/09/2005 @ 18:54:00 in pensieri sparsi, letto 1131 volte
Ad Ancona sono salito sull'ultimo treno che mi porterà fino a rimini, a casa. Mi sono seduto nell'ultimo posto del penultimo vagone, in uno scomparto con tre file di sedili. Un posto per pochi, insomma.
Pensando di rimanere solo, o alla peggio con non troppa compagnia.

Poco dopo, infatti, qualcuno sale. Per fortuna è una ragazza di età attorno ai venti. Molto carina. Una ragazza di corporatura esile e di bassa statura, dalla carnagione scura, i capelli neri e ricci e gli occhi molto profondi. Non proprio secondario, un seno di notevolissime dimensioni. Mi guarda. Io la guardo, parte dei miei occhi scivola sul suo décolleté, poi lei si siede una fila distante da me.

Quando sale sono al telefono. Una volta chiusa la chiamata, si rivolge verso di me e mi chiede alcune indicazioni. Io penso: è fatta.

Per alcune decine di minuti mi distraggo a scattare foto fuori dal finestrino, fino a che decido di averne fatte abbastanza. Prima di sedermi, lancio un ultimo sguardo alla fanciulla, e dalla mia posizioni più alta, ho la fortuna di godere di un panorama incantevole.

Mi siedo, e nella mia mente pregusto scene simili a quelle che Quentin Tarantino immagina in dal Tramonto all'alba, quando Juliette Lewis si avvicina e gli chiede di leccargliela. Ovviamente, io non mi permetterei mai di arrivare fino a tanto, mi accontenterei di toccarle le tette. E solo e solamente su sua specifica e scritta richiesta. In fondo, a stuzzicare l'ego maschile basta veramente poco.

Proprio in quel momento, entra un ragazzo. Avrà anche lui attorno ai vent'anni o poco più, di carnagione scura, fisico asciutto e atletico, un'ombra di pizzetto, i capelli raccolti in una coda e chiusi in una bandana e quello sguardo mascalzoncello che tanto piace alle ragazze.
Si siede, non molto distante dalla tipa. Pochi minuti dopo, è già stravaccato, simil-rapper, come giustamente si confà ad un giovane pronto a incazzarsi con tutto il mondo, a darle da dire.
Probabilmente, anche lui ha avuto modo di notare, nella giovane fanciulla, i medesimi tratti.

Ed è allora che mi sento infinitamente pirandelliano. Io, con i miei trent'anni appena lasciati indietro, la mia pelle pallida, gli occhi sempre persi dietro ad altri pensieri, i miei vestiti ordinari, i capelli spettinati e il fiato di una giovinezza che non ha dimenticato il romanticismo dei miei 18 anni, la poesia del mio sangue, eppure si è riadattato ai giorni d'oggi.

Lei gli risponde, per fortuna non troppo convinta e intima, ed io mi sento spettatore assolutamente di troppo, voyeurista impenitente. Per caso la rivedo. Ed è così carina che mi ridimentico di tutto. Eccola l'attrazione! Che grande assurdità, che marionetta impenitente che sono!
 
di stefano del 25/08/2009 @ 18:36:07 in ghiottonerie, letto 2093 volte
Le Fontanelle sono - a mio modesto parere - il chiosco di piade e cassoni più buono di rimini. E' buona la piada, sono ottimi i cassoni (soprattutto il rosso, mentre quello al prosciutto è forse un po' pesantuccio - per usare un eufemismo - ma comunque molto saporito), per non parlare dei condimenti, pomodori in gratin e salsicce e cipolle in testa. Certo gli affettati non sono presidi slow-food o prodotti ricercatissimi, ma sono comunque buoni e il risultato è davvero memorabile. Il tutto, condito dalla posizione panoramica e fresca, sulla grande terrazza che domina la città.

C'è un problema cronico: l'affollamento. Anche se quest'anno pare che ci sia un po' meno gente, ci sono delle sere in cui è difficile trovare un posto per parcheggiare la macchina e le attese per il proprio turno sono interminabili. Dopo una giornata molto stancante, ieri mi sono detto: ma chi vuoi che ci sia alle fontanelle un lunedì sera di fine agosto?! E così ci sono andato. Se mai dovessi cambiare lavoro, sono sicuro che non farò né l'aruspice, né il veggente. Il locale era pieno. Le macchine parcheggiate lungo la strada, ovunque! Così mi dico: amen! Vado a casa e mangio qualcos'altro. Arrivo in cima alla via in salita, quella della grotta rossa, e leggo un cartello: La Chiacchiera, con una freccia che indica sinistra. Ah! La chiacchiera! E' un po' che me ne parlano. E' un altro chiosco, sempre a Covignano - la collina di rimini. Decido e curvo seguendo le indicazioni (ma guarda che caso, penso tra me e me, un'indicazione della Chiacchiera proprio a due passi dalle Fontanelle... chi l'avrà mai messa?!).

La Chiacchiera si trova proprio a San Fortunato, sotto i ripetitori del telefono. Se le Fontanelle hanno un bel panorama, questo è da Oscar. Si gode di una vista fantastica. Una porzione di costa a perdita d'occhio, da nord a sud. Anche il locale è più carino. C'è qualche pergolato e dei tavoli in legno molto carini, nulla a che vedere con i tavolacci delle Fontanelle, con quelle tovagliette a quadretti di plastica che sono lì da prima che io nascessi! E forse da prima che nascesse mio padre, e così via di generazione in generazione. Anche l'organizzazione è diversa. Qui si ordina dal tavolo. Ci sono vari piatti di affettati e formaggi, la piada viene portata in automatico: 2 euro piada e coperto (scelta un po' discutibile visto che una piada vuota costa un euro e ci sono solo tovagliette di carta col menù sopra).
Ci orientiamo su un piatto di affettati misti, un piatto di culatello servito con burro aromatico e crostini di pane e del lardo di colonnata con bruschette all'aglio, più acqua e birra (siamo in 3). Tra le cose non scelte ci sono anche grigliate miste e fiorentine. In effetti ne vedo passare parecchie. L'aspetto è interessante.
Il culatello non è di Zibello, ma è buonino, anche il burro aromatico è gustoso. Il lardo di colonnata è davvero buono, così come tutti gli affettati (forse il più debole è il prosciutto crudo).

Eppure, per quanto sia difficile crederlo per un locale del genere, il piatto più cattivo è proprio la piada. Sa di precotta. O comunque non è fresca, non è fatta lì per lì e cotta. E in effetti, andando in avanscoperta, si vedono i cuochi (niente sfogline qui) che prendono mazzi di piada da un frigo e le scaldavano. La piada cotta così diventa molto croccante in un primo momento, ma si fredda in fretta e poi tira che potresti lanciarla contro il muro. E' un po' una delusione. Una piada mediocre a rimini è come una pizza cattiva Napoli. Il tutto per 40 euro. Qualche sapore buono in bocca rimane, forse anche la voglia di provare qualcos'altro, ma non con una piada così! La mia idea è che la Chiacchiera voglia fare il verso un po' alla Sangiovesa (un grande - e costoso - ristorante/piadineria di Santarcangelo) ma senza riuscirci. Bòn! Torneremo ad appoggiare i gomiti su quelle orribili tovaglie a quadretti, ascoltando i pavoni che starnazzano in lontananza!
 
di stefano del 24/11/2008 @ 18:24:15 in giornalismi, letto 1621 volte
Io capisco che i linguaggi tecnici abbiano la loro semantica, e mi rendo conto che in un ambiente giuridico sia importante eliminare le ambiguità, però alcune volte rimango comunque sorpreso. E' probabile che pensasse a queste sfumature il gip riminese che ha condotto le indagini sui quattro ragazzi (appena arrestati) che alcuni giorni fa hanno dato fuoco ad Andrea Severi, un senzatetto che viveva su una panchina di rimini, quando, per eliminare i presupposti di razzismo e le motivazioni politiche, ha parlato di bravata.

Quand'ero piccolo la bravata era rompere per sbaglio una finestra di un magazzino con una pallonata e scappare via.

Ma i tempi cambiano, e questo articolo non vuole diventare la solita rievocazione di com'era meglio un tempo quando le stagioni erano sensate, c'era poco traffico, le fragole sapevano di fragole... No, i tempi cambiano, bisogna accettarlo. L'unica cosa importante è adeguare il vocabolario. Ed è quello che mi propongo qui.
In scala crescente:

gherminella: vessare i compagni di classe, specialmente se nerd o brutti, urinare in giro per la città, parcheggiare un po’ a cazzo.

monelleria: abusare sessualmente di compagni e parenti specie se con evidenti problemi psicologici, rubare, taglieggiare, impennare col motorino.

bravata: dare fuoco ad un barbone, scippare una vecchia (solo se antipatica), incendiare cassonetti, violentare immigrate e tirare motorini dai palchi degli stadi, chiedere il pizzo.

ragazzata: uccidere un ragazzo a bastonate, imbrattare tombe e lapidi di ebrei, rom, e altri gruppi notoriamente poco simpatici, cercare di ingropparsi la prof a scuola.

marachella: allestire campi di concentramento per l'immagazzinamento e l'eventuale smaltimento di gruppi etnici non ben integrati, dire “negro di merda”, dare vita ad un'associazione a delinquere di stampo mafioso, offrire un mutuo a tasso variabile.

birichinata: costruzione di armi di distruzione di massa ed uso di queste ultime su popoli indifesi e innocenti. Smaltimento illegale di rifiuti, traffico di esseri umani, scaccolamento in pubblico.

birbanteria: fomentare guerre di religione e scontri interculturali tra genti, popoli e persone, non riuscire a fare i conti con il proprio passato, scippare vecchiette anche se gentili e simpatiche, testare prodotti nocivi sulle persone, fare baccano oltre le due di notte, genocidio.

Ecco. Ora che lo sappiamo, sarà molto più facile leggere un articolo di giornale e rendersi conto di quello che ci raccontano.
 
di stefano del 04/08/2008 @ 18:23:00 in ghiottonerie, letto 4333 volte
Siamo arrivati al ristorante Dal Corto in un sabato sera d’agosto, con un gran caldo e senza aver prenotato. Il ristorante era pieno, e il timore era, come spesso accade, che tutto lo staff fosse completamente in panne. E invece, molto gentilmente, ci hanno trovato un tavolo (eravamo in 4) per una mezz’ora più tardi. Siamo tornati, puntuali, e tutto era pronto. E anche durante la cena siamo stati seguiti a puntino e senza sbavature.

Il ristorante dal Corto è davvero un piacevole angolo di Sicilia nella chiassosa rimini. Si apre sulla piazzetta San Martino, alle spalle di piazza Cavour, che dopo decenni di abbandono sta rinascendo grazie ai numerosi locali che hanno preso dimora qui.
Noi, invece, abbiamo preso posto al nostro tavolo, nella graziosa corte interna e abbiamo dato il via alle danze.
Gli antipasti sono molto intriganti. Il Pomodoro alle uova di tonno e cacio è fantastico. Buona la bottarga, ma quello che colpisce è l’olio di oliva, profumato e fragrante come pochi. Sfiziose anche la panelle - frittelline di ceci - e le olive all’ascolana che in realtà sono solo la piccola parte di un ricco piatto di fritto che comprende anche cremini e melanzane fritte.

Nei primi spiccano gli spaghetti alla norma, specialità siciliana con pummarola e fette di melanzana fritte. Molto buoni anche i maccheroni alla ragusana, con acciughe e pan grattato sopra al posto del grana. Il mio tour “salato” si è fermato qui, ma in realtà il menù promette altri grandi piatti come la caponata di melanzane, gli arancini di riso, il caciocavallo ragusano con confetture artigianali di nero d’Avola e zagara d’arancia e gli spaghetti alla liparese, con capperi e olive.

Piuttosto pieni, abbiamo saltato i secondi (soprattutto carni) e ci siamo gettati a capofitto sui cannoli siciliani. Buoni, buonissimi, con la autentica pasta artigianale (è davvero raro trovarne) e una ricotta cremosa e saporita. Freschi e golosi anche quelli in versione estiva, con gelato di zabaione come ripieno. Il tutto, accompagnato da un dolce bicchiere di zibibbo. La spesa si è attestata sui 25 euro a persona (antipasto, primo e dolce - no vino). Forse non economicissima, ma sicuramente ben spesa, viste le buone materie prime utilizzate.
 
di stefano del 26/07/2005 @ 18:20:00 in viaggi, letto 1608 volte
Quando ero piccolo, i miei genitori mi spedivano a passare le lunghe estati calde dalla mia nonna paterna. Premurosi e attenti a non farmi subire traumi, per evitare di farmi cambiare vettura durante il tragitto, mio padre aveva scelto un treno che partiva da rimini per Ravenna, tornava indietro verso Faenza, e poi attraversava tutto l'Appennino fino a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze. Durata del viaggio: 3 ore e mezzo.

Per fortuna, quando si è piccoli il tempo non ha molto significato. Si passano ore a guardare insetti, a seguire il laborioso andirivieni di un formicaio, ad attendere un amico che tarda, figurarsi su un treno - che addirittura passava anche dentro le gallerie!

Durante gli anni sono tornato a Borgo tantissime altre volte saltando però il triangolo rimini Ravenna Faenza per dirigermi direttamente a Faenza, disposto a subire il trauma della coincidenza per guadagnare un po' di tempo.
Nonostante tutto, di quel treno mi sono innamorato tanto da dedicargli anche un servizio foto-giornalistico. Così, lunedì 25 luglio sono andato in macchina con un amico a seguire l'itinerario del treno aspettandolo nelle stazioni, sopra i ponti o ai passaggi a livello per rubare qualche scatto.

Non vorrei sorprendere gli studiosi del meteo, ma la giornata era molto calda, proprio estiva. Durante le canoniche attese di un regolare ritardo di 15 minuti, stare fermi a far nulla, mentre nelle orecchie esplodeva il suono di mille cicale, è stata un'ulteriore causa di un flusso ininterrotto di memorie. E' tipico dei bambini stare fuori al sole durante l'estate. Un tempo mi stupivo di come gli adulti stessero in casa nelle ore più calde. E così, quando mi sono trovato a giocherellare con la macchina fotografica attendendo un treno che non arrivava, con il sole allo zenith che ci guardava rovente, ho lasciato correre i ricordi senza più freno.

E poi, finalmente, il treno è sbucato da dietro una curva, risvegliandoci dai legacci dei ricordi con tre o quattro fischi sbuffati alla nostra attenzione (eravamo gli unici oltre ai grilli e agli alberi).
Infine, abbiamo continuato il nostro giro visitando il borgo di Brisighella, Marradi e altri fatti da poco più di tre case addossate lungo la strada.

E così è passata una piacevole mezza giornata nello stesso circuito di neuroni e gangli in cui era già passata metà della mia vita.
Ci sono viaggi che vanno oltre la distanza, che non si misurano con chilometri e pietre miliari, ma che corrono per le strade guardando il paesaggio con gli occhi della memoria e dell'infanzia, segnando le differenze come in un gioco enigmistico. Questo è stato sicuramente uno di quei viaggi, un viaggio in cui il tempo perde di significato.
 
di stefano del 06/06/2007 @ 18:07:00 in viaggi, letto 2767 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 6.6.7
ultima tappa


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Questa volta le biciclette le abbiamo caricate senza problemi e chiuse in uno scompartimento apposito. Siamo sul treno che ci porterà da Piacenza sino a rimini. A casa. Undici giorni fuori sono belli, ma sono anche tanti. E la dimensione del ritorno, per quanto bello il viaggio, ha sempre un fascino impagabile.
L’ultimo giorno ci ha riportato sul Po, ancora in barca. Ma non sulla nostra pilotina che è ancora ormeggiata a S. Benedetto, ma sulla barca dell’arni. E soprattutto con un navigatore molto più esperto di noi, che arriva vicino alle rive, nelle lanche dove il Po sembra un intricato corso d’acqua thailandese, con la superficie ricoperta da lenticchie d’acqua. Verdi e onnipresenti. Il timore di veder sbucare fuori un vietcong diventa quasi palpabile. Ma alla fine si vedono, tra la pioggia (tanto per cambiare), aironi cinerini, anatre e altri uccelli d’acqua.
E’ un bell’addio. Sentito e nostalgico ad un fiume che abbiamo sfidato, un po’ con leggerezza, ma che abbiamo imparato a rispettare e a conoscere.

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Un addio corroborato dalla cucina verace di Cattivelli, vero presidio piacentino di sapori tra il fiume. La congiunzione è quella giusta. Qui siamo ad isola Serafini, la più grande isola in mezzo al Po. I rami del Po sono bloccati da due grandi dighe che regimentano l’acqua e che dividono il fiume in due grandi tronconi che per esperienza chiamerò: quello che abbiamo attraversato noi e l’altro. Ancora culatello, coppa e salame piacentino, seguiti da ottimi tortelli al burro e da un’anguilla in umido con piselli e polenta che non ha rivali tra quelle che abbiamo mangiato durante il viaggio. Mercoledì è il giorno di riposo di Cattivelli che ci ha ospitato senza risparmiarsi, accompagnandoci per il fiume, proponendoci un gran pranzo e scortandoci con le biciclette in stazione.

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L’ospitalità è stata davvero importante. Senza l’aiuto della strada dei vini e dei sapori della lombardia, quella di Reggio Emilia, gli enti e le persone che ci hanno offerto il loro aiuto gratuitamente - l’associazione Random in testa, senza la cui barca non saremmo neanche partiti - saremmo probabilmente arrivati in Croazia convinti di scoprire antiche culture padane. I ringraziamenti sono sempre retorici e si salta sempre qualcuno. Per cui mi fermo qui. Non prima di aggiungere i nostri supporti casalinghi che, come nel film matrix, ad ogni richiesta si mettevano al computer a calcolare tragitti e scovare numeri di telefono: Paola e Isabella.
E ora fate partire la musica degli Europe!

Spero non vi siate abituati troppo bene. Un articolo al giorno è troppo per me! : - )
 
di stefano del 02/07/2009 @ 17:43:52 in autoreferenziale, letto 1008 volte


Un anno fa nacque pedonestanco.com, un sito che avevo pensato per distribuire gratis alcuni adesivi da appiccicare sul parabrezza di quelle simpatiche automobili che parcheggiano sul marciapiede e sulle piste ciclabini (e ce ne sono parecchie!)

Oggi, dopo un anno preciso, pedonestanco.com muore. Non che non abbia fatto bene il suo lavoro, ma non ho davvero tempo per seguirlo. Muore il sito, ma non muore l'iniziativa. Gli adesivi, infatti, sono ancora disponibili sia presso la libreria Indipentente|mente Interno 4 di rimini, sia presso lo studio di Sintesi Comunicazione a Sassocorvaro.

Di seguito incollo il primo post del sito, visto che a breve sparirà, come lacrime nella pioggia (per citare il mitico Rutger!)


Cos'è pedonestanco? E' un sito per tutti quelli che non sopportano più l'arroganza degli automobilisti e il loro credersi padroni della strada. Facciamo subito un distinguo. Anch'io uso la macchina, e ne apprezzo la comodità, ma questo non significa parcheggiare sulle piste ciclabili, sui marciapiedi, davanti ai garage, nei centri storici, davanti ai passaggi per carozzelle, nelle strade strette, insomma: ovunque!

E allora ho deciso di manifestare la mia contrarietà nei confronti degli automobilisti maleducati con questi adesivi, da appiccicare sull'auto (senza danneggiarla, ovviamente). Ne ho parlato con qualche amico, l'idea è piaciuta e ho deciso di distribuire gli adesivi, per ora gratuitamente.

Per ora, è possibile trovare gli adesivi all'Interno 4, a rimini, e presso Sintesi Comunicazione a Mercatale di Sassocorvaro e prenderne un po' (siate parchi!) gratuitamente. In futuro attiverò sul sito la possibilità di ordinarne piccoli quantitativi a prezzo di stampa (e spese postali) tramite paypal.

Inoltre, ho pensato di raccogliere su questo sito tutte le foto che farò o farete (partecipazione libera, anzi incentivata) alle assurdità della viabilità della vostra città e alle macchine prese in flagrante (parcheggi vietati, su piste ciclabili, etc.), o foto degli adesivi attaccati con particolare maestria o in posizioni ragguardevoli!

L'idea è stata possibile grazie all'appoggio grafico e tecnico di SintesiComunicazione, agenzia di comunicazione nella quale lavoro e che ha sponsorizzato e lavorato con me a questo progetto.
 
di stefano del 29/04/2009 @ 17:38:58 in giornalismi, letto 1191 volte
Il turismo è in crisi? Il coro è unanime, il panico si diffonde, i dati confermano il ribasso. Colpa della congiuntura economica? Colpa del 2012 sempre più vicino? Non solo. Se il turismo è in crisi, in Italia, la colpa è anche dell'incapacità di chi se ne occupa. Chi deve gestire il nostro patrimonio non lo sa rendere appetibile (o, come dicono in gergo, non riescono a vendere il prodotto museo). Chi, fino ad ora, ha riposato sugli allori del Belpaese comincia a rimanere tagliato fuori. L'Italia tutta gode da sempre di un flusso “naturale” di turisti che vengono a visitare città d'arte e monumenti indipendentemente dall'offerta turistica. Ma adesso i visitatori e i viaggiatori sono più attenti, e scelgono con più oculatezza.

Sì, insomma, le belle cose da vedere, in Italia, non mancano. Manca però l'organizzazione per goderle appieno. Qualche esempio? Partiamo da un dato: i cinque maggiori musei italiani fatturano il 12,7% del British Museum (dati di Federturismo). Già la cosa è interessante. Ma c'è di più! L'ingresso al British Museum è gratuito! E allora? dove prendono i soldi i gestori del museo? Vendono i pezzi sottobanco? Scippano i turisti all'ingresso o all'uscita? Li fanno addormentare davanti ai ritrattisti del '600 e poi si risvegliano tutti bagnati in un fosso che gli manca un rene?
No, al British si pagano solo le mostre temporanee, e i gadget dei negozi. Tutto è merito dell'organizzazione anglosassone, che riempie nicchie del museo con negozi, negozietti, vendita di magliette, etc.. Tutte cose che, alla fine, si fanno desiderare e acquistare, anche e proprio perché, il visitatore ha risparmiato sul biglietto di ingresso e si sente più incline a spendere qualcos'altro.
Non solo. Il luogo è molto free, o easy, per usare due termini inglesi. Uno entra, passeggia quanto e come vuole. Fa foto, si ferma al bar a bere un té. Poi riparte e finisce la visita, etc.

Qui in Italia? Qui è tutto più complicato. I musei sono luoghi da cui si vuole tenere fuori il visitatore. L'anno scorso sono stato a Brescia, a vedere la mostra America. Bella. Ero con la mia compagna e mio figlio, al tempo di 2 anni. All'ingresso ci fermano: all'interno del museo non si può portare il passeggino. Come? chiediamo, ma abbiamo un bimbo di due anni. No! Le regole non si discutono! Niente passeggini (e già che ci siamo, fuori anche tutti quelli su carrozzella, che rallentano il traffico). Risultato? Il bimbo, che solitamente se la dorme mentre giriamo nelle sale dei musei, è stato sveglio e capriccioso tutta la visita.

E la promozione del nostro patrimonio? La promozione va ancora meglio (giusto per non parlare del portale italia.it). L'anno scorso ho scritto un articolo per un paio di riviste (lo si può leggere anche qui) sulla Domus del chirurgo di rimini. Per fare le foto ho dovuto promettere e firmare ogni cosa, e divulgarle il meno possibile. Ma perché? Che danno può avere un sito archeologico se si fanno girare delle immagini?

Ancora meglio la Domus del Mito di Sant'Angelo in Vado. La Domus del Mito di Sant'Angelo in Vado? Volete sapere qualcosa della Domus? Volete che vi scriva la mia esperienza nel visitarla, e magari vorreste vedere le foto? Bene! Lo vorrei anch'io. E' aperta durante i pleniluni, il 29 febbraio, tutti i plutonedì dispari e durante le apparizioni di San Gigione Martire nei comune sotto il 46 parallelo. In tutti gli altri casi è chiusa.
Ho provato a sfruttare i miei copiosi canali giornalistici. Salve sono un giornalista - ho telefonato all'apt. Come risposta mi hanno dato un cellulare di un tipo che però mi ha detto di chiamare in comune. Allora ho scritto in comune. A Luciano Palini dell'Ufficio Cultura e Servizi Sociali. Vorrei scrivere un articolo sulla Domus. Posso prendere un appuntamento per venire a fare delle foto? Bene. Le foto le hanno loro, e anche il materiale. Mi mandano tutto e io posso scriverne.
Ma come? Senza vederla?
Esatto. Da lontano. Il più lontano possibile.
O magari mi tengo libero il prossimo plutonedì. Se proprio non ho altro da fare...
 
di stefano del 07/12/2009 @ 17:29:50 in ghiottonerie, letto 1275 volte
Nelle storie dei monasteri medievali c'è una parte che ho sempre trovato estremamente affascinante, ed è la descrizione dei grandi pranzi delle abbazie. Si leggeva di lunghe tavolate e di file ininterrotte di piatti che conquistavano solo a leggerne il nome. Pietanze speziate, pasticci di ogni tipo e carni e paste che si susseguivano l'una alle altre senza sosta. Dalla storia alla realtà, da Tassi (tel. 0532 893030) io provo vivissima questa sensazione. Da quando lo conosco - durante il viaggio in barca sul Po con Michele Marziani nel 2007 - sono già tornato 4 volte, nonostante i 170 kilometri che dividono rimini da Bondeno. Ma Tassi li vale tutti, pure nel caso non amiate il paesaggio ferrarese basso, malinconico, piatto a perdita d'occhio misto di foschia e grigio. Nelle guide si parla genericamente di scrigno dei sapori ferraresi, o di garante delle tradizioni, o ultimo baluardo della vera salama da sugo. Tutto vero. Ma non basta dirlo così. E neanche la targa fuori dal ristorante, messa dal comune in onore del padre di Roberto Tassi, l'attuale proprietario, fa capire fino in fondo perché.

Per me che vengo dalla Romagna e dalle Marche, l sapori di questi luoghi hanno qualcosa di inafferrabile. Dalle nostre parti i piatti sono schietti. Il salato è salato, punto. I cappelletti sono in brodo salato, la grigliata è salata, e alla fine solo il dolce è dolce. Semplice. Qui no. La cucina è complessa ed elaborata, ricca, sfumata. La cucina ferrarese è quella rinascimentale, delle corti estense. Lo è ancora oggi. Altrimenti come si potrebbe concepire un piatto come il pasticcio di maccheroni - che a parole l'apt di Ferrara mi aveva fatto odiare - in cui i maccheroni al tartufo e funghi vengono serviti in una pasta frolla zuccherata?! Sì zuccherata! E' importante dirlo, perché di solito il dolce-salato viene un po' mascherato. Sì, magari c'è qualcosa di salato avvolto in una crosta dolcina, ma non troppo. Si tende a fare in modo che il le cose non siano troppo lontane tra loro. Qui no. La parte dolce è dolcissima. E' la stessa frolla dei dolci! E questo è un piatto rinascimentale, quando le corti italiane amavano dare vita a incontri di sapori assolutamente inconsueti. A mangiarlo ci si sente quasi seduti ad una corte rinascimentale. Magari con un cappellone a strisce bianche e rosse e una serie di paggetti e consiglieri ai miei ordini che portano enormi vassoi di cacciagione e contorni.

Ma torniamo ai nostri tempi. Il servizio è molto attento, veloce, competente. Complice anche il fatto che non c'è il menù, ma sempre gli stessi piatti: quelli della cucina ferrarese, se fosse sfuggito. Il servizio è a carrelli. Ci si siede, e cominciano ad arrivare camerieri con carrelli: si comincia con degli ottimi passatelli in brodo col tartufo (altra cosa che, se la presentate a rimini e dintorni, vi sparano a vista. In zona i passatelli in brodo non hanno aromi aggiunti!), poi i tortelli di zucca con burro e salvia (forse l'unica cosa non proprio "tipica" dato che lo stesso Tassi, durante un'intervista, ci disse che i tortelli di zucca ferraresi si condiscono col ragù. La versione burro e salvia è più mantovana e parmense), il pasticcio di maccheroni, una lasagnetta, e, per finire coi primi, le tagliatelle con ragù di salsiccia e fagioli.

Poi si arriva al momento topico: la salama da sugo. Servita come da rituale: aperta e scucchiaiata sopra un piatto di purè fumante, accompagnata da una fetta di lingua di cinghiale affumicata. Quasi superfluo dire che è ottima. E' saporitissima, sapida, speziata. Ci si perde prima nei profumi e poi nei sapori, appena stemperati dal purè. Se arrivati a questo punto (con tutti i bis del caso), riuscite ad andare avanti, c'è il carrello dei bolliti, che trabocca di cotechini, zamponi, prosciutti, lingue, manzo. Prima del carrello, però, arrivano sul tavolo le salse. La mostarda di frutta, bella senapata, il rafano, che mi ha fatto passare il raffreddore, e le classiche verdi, cipolla, peperonata. Solo una volta sono riuscito ad andare oltre e a provare il carrello degli arrosti. Ma è stato uno sforzo non da poco e non ricordo bene cos'ho mangiato. Forse ero già in coma digestivo. I dolci però li ricordo, soprattutto la coppa Tassi: una piccola porzione di mascarpone con un amaretto sul fondo. In assoluto il più buono del carrello. Insieme al caffé viene servito un altro vassoio di cioccolatini e pasticcini, immagino per il gusto di torturare il commensale. Ma alla fine si assaggiano pure questi. Il tutto innaffiato da un semplice ma efficace lambrusco tagliato con bonarda, come si fa quasi ovunque lungo il Po: cibi grassi e vini leggeri. Per quanto vi sarete appesantiti la pancia (una passeggiata sull'argine e passa tutto) ci si alleggerisce poco il portafogli. Tra le 40 e 50 euro. Non uno di più!
 
di stefano del 29/06/2006 @ 17:29:00 in ghiottonerie, letto 955 volte
D’estate in pochi resistono al fascino di una cena all’aperto, e i ristoranti che se lo possono permettere aprono verande, chiostri, terrazze e quant’altro possa renderci la calura più sopportabile durante l’abbuffata.
Anche il ristorante Tiresia (tel. 0541 781896), a pochi passi dall’Arco d’Augusto di rimini, ha subito allestito un piacevolissimo patio con una bella veranda sotto il quale sono sistemati i tavoli da 2 e 4, e un grande cortile riccamente punteggiato di verde nel quale vengono ospitate le comitive più numerose. Un piccolo angolo in cui si passa volentieri un po’ di tempo a bere e a mangiare.

Peccato che il servizio e i piatti non sono all’altezza del luogo.
Nell’assaggiare gli antipasti, i primi e i secondi, ci pervade l’opinione che le materie prime siano di ottima qualità, ma che la cucina scarseggi in inventiva, o peggio finisca per pasticciare una buona idea. Come il filetto in crosta di melanzane, che al nome così ghiotto e invitante fa seguire una taglio di carne buonissima e tenerissima, sopra il quale è stata colata un’inspiegabile fonduta di formaggio (?) guarnita con cubetti di melanzane. Molto lontana dalla nostra immagine.

Anche i primi sguazzano nel condimento e non colpiscono. Il vino al bicchiere viene servito “già preparato”, con un ragazzo che porta – sotto il mio sguardo incredulo – un calice già riempito di vino dalla cucina al nostro tavolo.

Spesa nella norma. Ma una grande occasione sprecata. Peccato!
 
di stefano del 19/10/2008 @ 17:10:03 in viaggi, letto 1057 volte

parte seconda
(20-22 settembre)



L'Italia è il paese delle capitali mancate. Milano, Torino, Venezia, Firenze, Napoli, Palermo, per citare le principali, sono città che hanno governato stati e regni e si sono viste scippare, dall'unità, il loro ruolo a favore di Roma.
La stessa sensazione la si prova visitando Trieste. Anzi, forse qui la sensazione è ancora più forte. La capitale Mitteleuropea del Belpaese è un sogno mancato; è una crescita interrotta. Perché ciò che traspare di Trieste è proprio il suo ruolo di capitale di un regno cosmopolita, una vera capitale imperiale, lo scalo di Vienna. Per anni, alle scuole elementari, ci hanno insegnato a vedere l'impero Austro-Ungarico come il nemico dell'Italia, quello da sconfiggere. Oggi, invece, lo riguardo come l'ultimo sogno cosmopolita d'Europa, un impero formatosi proprio nel cuore del Vecchio Continente, che si stende dal mare alle Alpi, parte in Italia, parte verso la Boemia e ancora nella penisola Balcanica. Un impero, molti stati, almeno tre religioni - anzi quattro - e cinque o più lingue.
Giuseppe, il nostro ospite triestino e il nostro anfitrione - per me un uomo dalla chiara visione storica - conclude con una massima che mi rimbalza in testa per tutto il viaggio: nella politica di inizio '900, l'importante era togliere Trieste al regno austriaco, non farla sviluppare in Italia, che aveva già decine di scali importanti.



Politica a parte, siamo sull'altra sponda dell'Adriatico. Qui, il sole sorge dietro le colline e tramonta sul mare, esattamente l'opposto rispetto a rimini e alla sponda “italica”. La città è sontuosa e ricorda le grani capitali europee. Le facciate dei palazzi sono liberty, i viali larghi. Ma ciò che la rende così poco italiana e così internazionale è il rapporto edifici civici / edifici religiosi, tutto a vantaggio dei primi. Basti pensare che qui non ci sono gli oratori, ma i ricreatori, la versione laica e austro-ungarica degli spazi per i più giovani. Fotografata fino all'impossibile, Piazza Unità d'Italia è davvero di una bellezza unica. Il contrasto tra le facciate grandiose dei palazzi del potere, così imperiali e teutonici, e il quarto lato della piazza, occupato dal mare, è incredibile! E tra una sede di un'assicurazione ed un'altra, si passa, nella parte imperiale della città, lungo il canale che costeggia la chiesa ortodossa, o davanti alla grande sinagoga, o ancora nella piazza della borsa.
Dietro alla facciata più “borghese” si sviluppa la città medievale e romana, che dal teatro antico sale sino ai resti della basilica, proprio in cima al colle di San Giusto, occupato anche dal castello e dalla facciata romanica - ma ricostruita - della chiesa. Lontana dalla piazza Unità, la cima del colle è accomunata a quella dal vento che spazza tutto in continuazione, sfilacciando e ammassando le nuvole.



Ho trovato Trieste davvero vivibilissima, sia nei suoi aspetti più conosciuti e pubblicizzati, come i caffé e le pasticcerie - tra cui la pasticceria Pirona, frequentata da Joyce, ottima per dolci, pasticcini e caffé - ma anche nei pub, nelle enoteche e nei locali più recenti che danno vita, la sera, ad un incredibile viavai di persone che nulla ha da invidiare a rimini. E anche il rapporto dei triestini col mare mi ricorda quello della mia città. Appena un raggio di sole regala un po' di tepore, la città si svuota e le sottili spiagge sassose e le pinete si riempiono di asciugamani e persone stese a rilassarsi e prendere il sole.

E alla sera nessuno si perde un bicchiere di spritz: acqua, vino bianco e selz (che ti fanno una testa così con questo spritz! Devi assaggiarlo, provalo, dai, prendine uno; e poi scopri che è acqua e vino bianco!, e però in effetti è piacevole e divertente, leggero e spiritoso e ti ci affezioni!). E il tour della città non può terminare senza una visita al castello di Miramare, residenza imperiale ricca di memorie asburgiche, e al bellissimo parco che la circonda.

Un'ultima parola sulla gastronomia. Non ho avuto modo di cenare in un tipico ristorante triestino (spesso perché arrivavo più che satollo al pranzo con colazione, seconda colazione e intermezzo dolciario), ma ho apprezzato la tradizione dei buffet. Dai bar di periferia al più tradizionale Pepi (a due passi da Piazza Unità), il pranzo si fa spiluccando da generosi buffet con fritti, prosciutti in crosta, bollito di maiale con rafano e crauti e altre delizie di cui non ci si stanca mai, per pochi euo - davvero pochi, spesso meno di 10.

Al ritorno, un po' per evitare il delirio autostradale e un po' per curiosità, siamo passati per Grado. Un bizzarro incrocio tra Aquileia (lasciano senza parole i mosaici della Basilica di Sant'Eufemia, del Battistero e della Basilica di Santa Maria delle Grazie) e Cattolica e il litorale riminese, per l'aspetto più turistico. Ciò che mi ha colpito di più è stata la strada per arrivare e lasciare l'isola d'oro. Una strada che è una sottile lingua di terra in mezzo alla laguna; circondata ovunque da isolotti e dall'acqua trasparente su cui si specchiano le vicine Alpi.

 
di stefano del 21/06/2009 @ 16:48:54 in recensioni, letto 2588 volte
Ritorno sulla gelateria il castello, di rimini.
Aperta poco più di un anno fa, ne sono diventato subito un fan - per l'ottimo gelato - ne ho scritto sul Ponte con un'intervista e l'ho “pubblicizzata” ad amici e parenti.
Poi, qualche mese fa, ne ho scritto un post sul blog, questa volta un po' critico, per un atteggiamento che avevo trovato poco piacevole, e cioè quello di pesare le vaschette di gelato per limare prezzi e contenuti, e per un periodo di coppettine piuttosto semivuote (che, in memoria, confermo).

Oggi Marco, il proprietario, mi ha scritto con delle precisazioni, e siccome sono a favore del diritto di replica, le posto di seguito. Le posto anche perché, in effetti, aggiunge precisazioni tecniche che a me erano sfuggite. Rimango dell'idea che la bilancina sia davvero odiosa, e mi fa piacere sapere che non tolgono gelato in più in caso di peso maggiore. Perché, dal punto di vista del gusto, il Castello rimane davvero un punto di riferimento (anche ieri sera il mascarpone e il fiordilatte erano superlativi), soprattutto ora che hanno sostituito la porta ad imbuto che creava file più lunghe di quelle tra Barberino del Mugello e Roncobilaccio sulla A1, con una ariosa apertura che permette un buon passaggio delle persone.

La parola a Marco:

ho letto sul tuo blog un commento inesatto sulla nostra Gelateria:
http://www.pedetemptim.com/dblog/articolo.asp?articolo=189

Specifichi che noi utilizziamo un fantomatico metodo della Bilancia che è del tutto falso, per tanto vorrei chiarirti meglio la nostra procedura:
Il gelato per legge va venduto a peso, e questo è un fatto. Questo perché le vaschette da asporto sono volumetriche, e pertanto una vaschetta da 500 gr. volumetrica di Limone peserà circa 350gr, con il risultato che la paghi 2 euro in più di quello che dovresti, questo vale anche se te la compongo mista in quanto ogni gusto ha un peso specifico ben differente. Con il supporto della bilancia al cliente è garantito che riceve il prodotto nella quantità che chiede. Probabilmente nel tuo discorso fai di tutta un'erba un fascio, perché noi non abbiamo mai usato questa modalità di togliere il gelato dalle vaschette né tanto meno l'uso del cucchiaino che tu descrivi.

la regola che abbiamo dato alla vendita è questa:
dagli 8 agli 8 euro e 90 paghi 8 euro - e le ragazze non sbagliano mai oltre un euro quindi paghi sempre 8 avendo sempre in omaggio almeno 50 centesimi di gelato, perché è impossibile pesare 8 euro precise. In aggiunta regaliamo i coni , con la scelta di grandi e piccoli o coppette, nel limite più che onesto di una confezione.
Questo perché se mi viene un cliente che prende una vaschetta da 500gr. e mi chiede 30 coni capisci che non li possiamo regalare tutti e 30.
Cosi per le altre vaschette da 750 o da Kilo.

Per le coppette stesso discorso, vengono sempre fatte più abbondanti e ti garantisco che su una coppetta piccola il cliente si mangia sempre oltre i 2 euro di gelato.

A conti fatti, da noi sei sicuro di ricevere almeno quello che paghi e sicuramente ricevi qualcosa in più. E ti posso garantire che leggere una critica del genere, quando arrotondiamo sempre per difetto, e anzi aggiungiamo sempre gelato e mai leviamo, dispiace. E se consideri tutte le volte che hai preso una vaschetta non pesata, che a te sembrava di aver ricevuto magari 500gr e poi erano 400Gr come ci rimarresti? O preferisci sapere con esattezza quanto stai pagando? Come vedi noi abbiamo messo la bilancia ma la usiamo correttamente perché le valutazioni che hai fatto le abbiamo fatto anche noi da clienti prima e sappiamo bene quanto sia penoso vedersi levare 20gr di gelato ed è per questo che noi non lo facciamo. Quando da noi ricevi sicuramente più di 500gr senza sovrapprezzo. La tecnica di levare gelato che tu descrivi è del tutto estranea alla nostra modalità di lavoro, a noi non è mai piaciuta e la condivido con te.


Solo una risposta mia, alla fine. Quando prendo una vaschetta grande, mi faccio un'idea di quanto gelato stia all'interno della vaschetta grande. In effetti sapere che sia 4 etti e 70 o 5 o 5 e 20 non mi cambia la vita. La questione è che mi aspetto un rapporto di fiducia tra cliente e compratore. Stessa cosa per le coppette. Io non prendo la coppetta media perché dentro ci sta una quantità x di gelato. Il peso serve ai grossisti, non al compratore finale. Io la prendo di quella dimensione perché è quella che in quel momento mi va. Per il resto, già so che ci sono gelati più cari di altri, ma d'altro canto so anche che il prezzo più alto dipende da materie prime di qualità, il resto è ininfluente.
 
di stefano del 19/06/2006 @ 16:33:00 in in citta', letto 1027 volte

Dal 10 al 19 giugno si è svolto, a rimini, il festival del Jazz Tradizionale e dello Swing. Io ho fatto l'ufficio stampa, ed è per questo che sono scomparso del tutto dalle scene per oltre un mese.
Non è il primo lavoro del genere che faccio, ma è il primo di questa "portata". Il mio povero blog è stato sguarnito per quasi due mesi! Sigh! Eppure avrei così tante cosa da dire! Ma appena posso torno, insomma, non vorrei che i miei lettori passassero da tre a due.

Il festival del Jazz è stata una bella finestra su un mondo davvero poco conosciuto. Se è vero, da un lato, che di festival del jazz se ne trovano parecchi - Umbria Jazz primo tra tutti - è vero che uno concentrato sul Dixieland e sullo Swing, la musica degli anni '20 e '30 del '900, ancora non c'era.

Da rimini sono passati ospiti illustri e grandi band da tutto il mondo. Nella foto Bradford Duke Truby, il bassista dell'Hot Club of New Orleans, formazione di cinque elementi direttamente dalla Louisiana sul palco di Piazzale Fellini a rimini. Un concerto trascinante e coloratissimo, che ha saputo unire le sonorità jazz a quelle gitane di un violino malinconico eppure frenetico.

Ora spero di tornare al più presto a raccontare - ai miei tre lettori - anche gli altri viaggi e le altre novità fatte in questi mesi.
 
di stefano del 27/08/2008 @ 15:51:43 in giornalismi, letto 2762 volte
(rassegna stampa del 27.08.08)

Le olimpiadi hanno chiuso il sipario da pochi giorni e nei media locali è rimbalzata una notizia che potrebbe cambiare le carte in tavola per tutte le future previsioni: un comitato di imprenditori romagnoli propone proprio la Magna Romanga come terra ospitante dei giochi olimpici per il 2020.
E' uno scherzo?
No! è una realtà.
Sul sito di Romagna2020, viene presentato il progetto, che, ovviamente, propone la realizzazione di un insieme di opere che darebbe un nuovo e vivificante significato al termine riminesizzare, ovvero coprire tutto di cemento armato.
Sicuramente sarebbe interessante verificare l'impatto sui media delle olimpiadi romagnole, dato che negli ultimi anni i giochi quadriennali sono l'occasione per far venire a galla emergere questioni di emergenza sociale, etnica e quant'altro.
Durante i giochi, gli stadi sarebbero presi d'assalto dai bagnini stanchi degli scarichi in mare delle fogne locali, oppure le olimpiadi potrebbero essere l'occasione per porre davanti agli occhi di tutto il mondo la questione del Teatro Galli di rimini, mai ricostruito dopo la guerra con i ruderi che fanno bella mostra di sé di fronte al castello!

Dal 2020 al 2050 il passo è piuttosto breve. Secondo Justin Rattner, chief technology officer della Intel, questa potrebbe essere la data della singolarità. In futurologia, la singolarità è quel punto della civiltà in cui la tecnologia supera le capacità di previsione e diventa irreversibile. In quell'anno, cioè, le macchine potrebbero diventare più intelligenti degli esseri umani (non che serva uno sforzo così grosso), capaci di autoriprodursi e insomma mandare in soffittà l'etichetta "fantascienza" che sarebbe a quel punto nulla più di contemporaneità!
Io nel 2050 avrò 75 anni e mi vedo già imbambolato e coi pantaloni ascellari davanti all'ultima versione dell'Ipod.
Due considerazioni: le previsioni futuristiche sono un po' come la fine del mondo dei testimoni di Geova, ce n'è una all'anno, ma poi sfumano nel nulla. C'è però da dire che prima o poi molte cose si avvereranno con la stessa velocità con cui si sono avverate quelle di questi ultimi decenni che hanno ormai modificato la nostra vita in modo irreversibile. Le cose accadono e plasmano il nostro modo di percepire la realtà, spostando avanti il concetto di fantascienza che viene raggiunto più e più volte.
Secondo: tutte balle. Nel 2012 il mondo finirà. Se volete scoprire e inventare qualcosa, fatelo entro quella data!

L'ultima segnalazione riguarda youtube, le meraviglie di Internet e il mondo dei nerd.
Mi sono imbattuto, su youtube, nel video di un gruppo elettronico francese: Zombie zombie. Il girato è un omaggio al bellissimo "La Cosa" di John Carpenter (rivisto, per l'occasione ieri sera: capolavoro!). Il pezzo è molto carino, ma la parte bella è proprio il video, dato che tutto il film è fatto in stop motion con gli action figures dei GI Joe. E fin qui... nulla di sorprendente.
Ma basta giracchiare un po' per la rete per scoprire che esiste addirittura un festival tutto dedicato a cortometraggi realizzati con i pupazzetti dei GI Joe girati in stop motion: il GI JOE Stop Motion Film Festival.
L'evento si svolgerà a Denver, in Colorado, il prossimo ottobre. Se non avete già impegni...


ps: direi che è ormai chiaro che la rassegna stampa è aperiodica...
 
di stefano del 26/03/2008 @ 15:03:00 in appuntamenti, letto 1217 volte


che bello! il paganello è ormai entrato nel nostro immaginario collettivo. il ponte di pasqua ha un nuovo appuntamento fisso, sulla spiaggia di rimini, che fa coppia con l'altrettanto suggestivo festival degli aquiloni di cervia.





il paganello, per i non riminesi, è un pesce locale (ghiozzo paganello) così chiamato perché in questa città di atei senza dio anche i pesci si rifiutavano di ascoltare le predicazioni dei santi (s. francesco di sales, secondo la leggenda), ma da qualche anno è anche il paganello, l'evento sportivo che richiama squadre e ragazzi da tutto il mondo.




non sono uno sportivo ma il gioco sembra interessante, una strana versione di pallamano col freesbee al posto della palla, ovviamente sulla sabbia, con tuffi ed evoluzioni. al di là del mero evento sportivo - comunque bello - è affascinante il panorama che si crea con persone da tutto il mondo che passeggiano a piedi nudi sulla sabbia ancora fredda di marzo, mangiano piada e salsiccia alle 9 di mattina, si preparano alle gare cantando in coro, il tutto senza l'orribile schiera di ombrelloni in attesa dell'estate.

c'è un clima piacevole, rilassato, da concordia delle genti, quello che si vorrebbe ogni giorno nel mondo, ma che non c'è. nessuna parentesi piagnona: noi ce lo godiamo qui, e al festival degli aquiloni e dovunque ci capiti di incontrarlo!
 
di stefano del 07/07/2006 @ 14:59:00 in ghiottonerie, letto 1044 volte
L’idea è di quelle carine e semplici, senza pretese. E in effetti basterebbe molto poco per farla funzionare bene, ma questa volontà manca.
Il mare in piazza è un nuovo ristorantino tra piazza Cavour e piazza Malatesta, a rimini, nel vicoletto che passa di fianco alle rovine del teatro. Un’osteria che propone gli evergreen adriatici: antipasti freddi e caldi, i classici primi con pesce (tagliolini allo scoglio in primis), grigliate, fritti e qualche piccola novità come il trancio di pesce spada con erbette.
I sapori sono quelli di sempre (a volte viene il pensiero che l’antipasto freddo di pesce sia già venduto pronto e preparato nella fiamminga, soltanto da servire in tavola), ma questo ci può stare (se è quello che si cerca), e anzi, ristoranti più blasonati offrono spesso antipasti ancora più industriali. In più qui c’è il plusvalore di una cena all’aperto nel centro storico.

Il buio (senza luce in fondo al tunnel) cala invece sul servizio. Se non si vuole investire nei camerieri, tanto vale fare un buffet. La cronaca di un normale e vivace andirivieni di un sabato sera estivo è stata un bollettino devastante. I camerieri si cambiavano i tavoli in modo irrazionale dimenticando per ore affamati clienti abbandonati alla loro disperazioni. I radi incontri tra le due opposte formazioni non risolvevano la faccenda, anzi. Decisamente alcuni camerieri soffiavano sul fuoco affermando che gli ordini richiesti dai tavoli non erano mai stati effettuati (“Voi vi sbagliate non l’avete mai chiesto”), oppure risposte solerti ma piatti latitanti.
In due ore e mezzo di serata, il nostro tavolo non è andato oltre gli antipasti, tra l’altro senza l’accompagnamento di piada richiesto fino alla raucedine.

A fronte di lamentele e richieste di spiegazioni, il loquace proprietario si è limitato a fare spallucce e chiedere esattamente cos’era arrivato e cosa no per fare il conto, senza sconti e senza scuse. Da lapidazione!
 
di stefano del 09/12/2008 @ 14:54:06 in giornalismi, letto 952 volte
La notizia viene dal sito di newsrimini.it: questa notte la giostra natalizia di piazza Tre Martiri ha preso fuoco e stamattina appare così come la si veda nella foto di newsrimini.

Non si escludono cause quali il corto circuito o un guasto, ma a questo punto torna con forza l'ipotesi razzismo!
Da dove venivano quei cavallini? Erano stati realizzati in Cina? Oppure, ancora peggio, in qualche paese dell'ex blocco sovietico? Magari dalla Romania. Non si esclude la possibilità che fossero cavallini ROM.

E ancora, nel caso fossero di italica provenienza, per quale motivo pernottavano proprio nella piazza centrale dell centro storico di rimini? Non vi sono stalle giocattolo e altri luoghi adatti allo stazionamento di queste creature? Hanno forse dato fastidio ai negozianti con la loro musichetta urtante?

Il rogo è stato un caso, un incidente, oppure una bravata, una marachella o la giusta rimostranza di uno spirito nazionale stanco di sottostare alle imposizioni natalizie di gusto anglosassone?
E nel caso di un corto-circuito, da dove proveniva la corrente elettrica che alimentava il giocattolo? Era di sicura provenienza italiana, oppure era una corrente anomala e maggiormente soggetta e scintille spedita da remote zone del Caucaso?
Gli inquirenti stanno ancora vagliando tutte le prove. Per ora constatiamo che in questo periodo, a rimini, i roghi vanno di moda.
 
di stefano del 18/09/2008 @ 14:51:49 in appuntamenti, letto 1347 volte

Non c'è niente da fare. Ogni anno, giunti a metà settembre, ritorna immancabilmente sulla bocca di tutti l'ultimo successo dei Righeira.
Allora, come va? Ma, bene, l'estate sta finendo!
Eh già, e un anno se ne va.
Qualcuno continua oltre - sto diventando grande - ma la maggior parte si ferma prima.
Merito ai Righeira. Bisogna ammettere che quei due brevi versi, forse complice anche la nostalgia e il ricordo dell'infanzia, condensano bene la malinconia settembrina. Come dire? Una settimana fa avevo ancora i piedi a bagno e ora la sera aggiungo coperte sul letto.

Ma non posso nascondere che per me l'autunno è una stagione meravigliosa. Lo è per i paesaggi un po' rarefatti, nebbiosi, umidi che rendono le cose così sottili e irreali e nel contempo sembrano svelare il loro segreto ultimo e più intimo, lo è per i profumi ricchi e carichi dell'uva e dei frutti di stagione - maturati e addolciti dalla lunga estate - lo è per il fuoco nella stufa o nel camino e per l'odore delle zuppe e del vin brulé, lo è per gli appuntamenti autunnali, per le sagre e le feste che prendono vita in ogni borgo, e lo è per i viaggi, perché l'autunno è per me la stagione ideale per viaggiare, mentre l'estate merita di essere spesa sotto un albero o in riva al mare a sonnecchiare!

Viaggi vicini e lontani. Ho in programma parecchie tappe per questo autunno, a partire da domani, in macchina verso Trieste e il Friuli, per quattro giorni a visitare una delle regioni più periferiche e meno conosciute del nostro paese. Raccoglierò un po' di foto (pioggia permettendo) e un po' di impressioni di viaggio dalla capitale Mitteleuropea del Belpaese, dal Carso, di Aquileia, Grado e fin dove riuscirò a spingermi nei giorni di viaggio. Poi, più avanti - metà ottobre - sarà finalmente la volta di Torino (mai visitata! che vergogna!), ma anche di Modena e, probabilmente, Siena e la Tuscia (in lista d'attesa da troppo tempo).

 



Ma non mancano le tappe più nostrane alla scoperta dei piccoli borghi dell'entroterra che in questo periodo si preparano ad accogliere (e raccogliere) i frutti di stagione.

A ottobre prende il via la sagra del tartufo di Sant'Agata. Forse non è più quello che era una volta, forse non è il luogo ideale per comprare i tartufi, ma sicuramente è un bell'assaggio d'autunno, il luogo forse più divertente per comprare un po' di marroni (ci sono quelli di Marradi, ottimi), funghi secchi, qualche salume, del buon miele, ma anche i crocchini di pane di Marziali (per me un must), le cioccolate dell'artigiano e tutto il resto (le noci no, quelle me le raccolgo da solo).
Per chi vuole comprare i marroni direttamente a Marradi e vedere il borgo montano tra Faenza e Firenze, casa del grande poeta Dino Campana, può attendere la sagra locale che si svolge tutte le domeniche di ottobre (c'è anche il trenino da rimini). Un'altra sagra meritevole è quella dei frutti dimenticati di Casola Valsenio. Piccolo il paese e piccola la sagra: una manciata di bancarelle per le vie principali del centro storico. Qui, però, è possibile trovare e fare scorta di frutti davvero difficili da reperire (come le profumatissime mele cotogne), ottime marmellate e altro.

  



Quest'anno purtroppo salterò la favolosa Festa d'Europa di Cervia, in programma questo fine settimana (da venerdì 19 sino a domenica 21). Nel centro storico della città, oltre 100 mercanti provenienti da tutta Europa proporranno i loro prodotti tipici in un mercatino colorato e ricco di odori e di spezie: salsicce tedesche, dolcetti olandesi, specialità siciliane, francesi, polacche: tutto! E' come viaggiare senza spostarsi, trascinato da odori e sapori. Per me è davvero immancabile (bugiardo: quest'anno la manco.)! Andateci e non ve ne pentirete (a parte i chili in arrivo...).

E infine l'autunno è il mese in cui si riprende in mano Il vento tra i salici, il libro forse più domestico e autunnale mai scritto. Stupendo il romanzo di Grahame, ma ancora più suggestiva la trasposizione a fumetti di Michel Plessix che riesce a catturare in modo grandioso le tinte, i sentori e i sentimenti che accompagnano ogni passaggio di stagione.
Tra mutamenti ed essenza delle cose, se andate a Marradi (ma anche, come direbbe Crozza-Veltroni, se state a casa) rendete omaggio alla memoria del povero poeta folle Dino Campana, con una lettura dei Canti Orfici, una delle più belle e dimenticate pagine della poesia ottocentesca italiana.

Altro? Sì, arrivano anche gli appuntamenti “nerd” e intellettuali: il festival di Filosofia di Modena (questo fine settimana), Play - l'evoluzione della Modcon, la fiera di giochi da tavolo e giochi di ruolo organizzata dal Tremme di Modena - e, tra ottobre e novembre, l'immancabile fiera di Lucca, patria di fumetti, giochi e tutto ciò che è ludico (qui il mitico inno di Lucca)!

 
di stefano del 12/06/2009 @ 14:37:39 in ghiottonerie, letto 1001 volte
"La cultura del wurstel, in Italia, è davvero molto bassa". Inizia così, con queste parole di uno standista, la mia visita al TuttoFood di Milano, la fiera dedicata al mondo dell'enogastronomia, o, come viene chiamato oggi, il Food & beverage. Sono qui a guardare e assaggiare cosa succede nel mondo della grande distribuzione. Sì perché TuttoFood è uno spazio dedicato soprattutto alla promozione e all'industria del cibo, più che ai piccoli produttori, come solitamente accade oggi.

Ma torniamo ai wurstel, la cui cultura, in Italia, è molto bassa. Non so se lo standista stesse facendo battute e allusioni sessuali nei miei confronti o se si riferisse proprio alla percezione dei wurstel tedeschi nel nostro paese. A favore della seconda ipotesi va detta una cosa. Fuori Italia si mangia bene, ma non si dice. C'è un po' la tendenza, da queste parti, a considerare buono, genuino e sano tutto ciò che è italiano, e robaccia tutto il resto. Forse, forse, si salva solo la Francia da questo calderone di preconcetti. Ma non sempre. Eppure, tra le cose migliori che ho assaggiato durante questo tour, la maggior parte erano extra-italiote. Buona, tenera e sugosa la carne di vitello inglese, di razza Angus. Davvero sfiziosi i sottoli (cipolline e peperoncini) ripieni di formaggio morbido fresco - preparati dallo stand austriaco, insieme a panini coi semi di papavero e ai pretzel. Per non parlare del burro fatto sul momento in uno stand dell'Alto Adige - che magari sono anche italiani, però parlano tedesco - gustoso, grasso e soffice, spalmato su una fetta di pane nero speziato!

Tra i paesi in mostra c'è anche il Kazakhstan che si presenta con uno stand enorme, azzurro, pieno di prodotti di difficile decifrazione e scatolame vario. La cosa più inquietante è una scatoletta su cui è stampato il volto di un gatto. Ma non penso sia cibo per gatti. E spero non sia neppure gatto in scatola. Magari il gatto ha una funzione apotropaica, oppure, secondo i comunicatori e i pubblicitari kazakhi, il gatto incentiva l'acquisto di scatolette di carne bovina. Un po' come se dicesse: miao! se potessi scegliere, anch'io, che sono un predatore, comprerei questa carne qui! mica quegli orribili croccantini! Lo stand ha anche organizzato un piccolo spettacolo. Improvvisamente comincia una musica tipica - suonata con uno strumento simile ad una chitarra - ed una bella ballerina con un vestito giallo e un copricapo con le piume comincia a muoversi in modo ritmico, quasi come una marionetta, facendo finta di suonare. In alcuni momenti ricorda un ballo del teatro cinese. Bello, non fosse per la scenografia di luci al neon blu, standisti con piattini ricolmi di crostini e la faccia paonazza che guardano e fotografano e il vociare continuo degli altoparlanti.

Finita la pausa culturale, si torna al cibo, sia esso un semilavorato per pasticceria o lo stand pugliese completamente ricoperto di olive. E poi salsicce polacche, un ottimo burro prodotto dal latte di bufala (yum!), il gelato fatto con latte di capra, e decine e decine di stand di salumi e affettati. Mortadelle, prosciutti (buoni quelli col pepe di Renzini), salami, lonzini, N'duje e ogni altro ben di Dio.
Ma non tutto è interessante. Perché a fianco degli stand delle regioni, o dei paesi, si trovano anche i singoli produttori. E se alcuni mostrano cose interessanti, altri lasciano un po' a desiderare. Come i bidoni da cinque chili ripieni di pesto. O vasetti grandi come il colosso di Rodi con migliaia di carciofini sottolio. E' davvero difficile coniugare qualità e grande distribuzione. Non tanto - o non solo - nei fatti, ma proprio nell'immagine. Vedere in un frigo aperto tranci di carne bovina grandi come un bambino di quattro anni, ancora sanguinolenti, sarà sicuramente un modo per denotare la freschezza del prodotto, ma ha anche un che di profanatorio. Turbano anche le grandi foto di bovini placidi su enormi distese d'erba, perché la stessa foto la si ritrova sia presso i produttori di latte e formaggi (e si può capire che la mucca sia tranquilla, nonostante i ritmi di lavoro stressanti), sia presso produttori di carne (e qui, la placidità della mucca risulta un po' fuori luogo, come l'insegna di una macelleria, a rimini, in cui un maiale, sorridente, si affetta una coscia dando vita a delle belle fette di salame tonde). La difficoltà di superare questo impasse della comunicazione la si percepisce proprio nei messaggi pubblicitari, che sono principalmente di due tipi:
a) la qualità è per tutti (sottinteso: e noi, che la produciamo, ve la portiamo),
b) la qualità è per pochi (sottinteso: voi siete tra quei pochi, e noi ve la portiamo).
Il messaggio che parte dalla qualità finisce per arrivare al grottesco, come quello di un'azienda che commercializza salmone pescato, a detta loro, solo nelle acque incontaminate dell'Alaska, ma soprattutto con pesca all'amo. Per ogni singolo salmone, quindi, c'è un pescatore che getta l'amo, si mette il cappello in testa, e ronfa fino a che quella bestia di svariati chili non tira la lenza facendo muovere il galleggiante. A quel punto, per preservare la superiore qualità dei salmoni dell'alaska, i pesci vengono uccisi a pugni sopra gli occhi, o con gomitate al basso ventre, poi squamati a lingua, e infine inscatolettati.
 
di stefano del 23/06/2009 @ 14:32:07 in giornalismi, letto 981 volte
essi vivono, John CarpenterPerdonate la digressione politica, ma non riesco a non scrivere quando leggo le dichiarazioni di Franceschini:
"Risultato positivo, destra in declino!"

Va bene l'ottimismo, va bene con l'idea di arginare la storica autocritica della sinistra che spesso sfocia in autoflagellamento, va bene cercare di contenere la sconfitta, ma questo mi sembra un tantino fuori scala. Bisognerebbe poi aggiungere che la destra berlusconiana non ha vinto solo alle urne, prendendosi quasi tutte le province, ma anche fuori, dove i comportamenti arroganti e strafottenti la fanno da padrone, eredità di un modo di fare di questa classe politica davvero odioso.

Come se non bastasse Franceschini continua: "Poteva andare peggio".
In che modo poteva andare peggio? Non riesco ad immaginare scenari, se non con l'aiuto della fantascienza, come l'invasione di enormi locuste venusiane di ideologia fascista e nazista che conquistano la terra con bombe nucleari, instaurando una dittatura repressiva e sanguinosa. Ecco, questo forse è peggio. E per fortuna non è successo. Ma ciò che rimane non mi sembra proprio roseo. E soprattutto non mi sembra qualcosa di cui essere felici.

Il nuovo slogan del centro sinistra è "Ilarità demente". Sono tutti felici. A rimini, la mia provincia, il candidato del centro sinistra, Vitali, ha vinto col 53% dei voti contro il 46%. La sinistra ha gridato di gioia, ha parlato di grande vittoria, di stacco e via di altre metafore per sottolineare il divario tra i due.
Certo, basta ignorare che nelle scorse elezioni il divario era mooolto più ampio, che la Romagna è rossa da una vita e continua ad esserlo più per inerzia che per convinzione, e che la coalizione di centro sinistra era composta da 10 partiti (che quindi hanno preso una media del 5%) e quella di centro destra da 4(che fa più dell'11% a testa).

Purtroppo la destra non è in declino, non lo è per niente.
Anzi, a proposito, devo dirvi che l'altro giorno ho trovato uno strano paio di occhiali. Occhiali da sole. Sembravano normali. Poi li ho indossati e ho cominciato a vedere cose strane. Passeggiavo per strada guardando a destra e sinistra e mi sono accorto che tra la folla giravano delle enormi locuste antropomorfe. Ho subito tolto gli occhiali. Ma non si vedeva più niente. Tutti sembravano normali. Allora li ho rimessi! Ed ecco le locuste, nella loro divisa pulita con tanto di simboli fascisti e nazisti. Sono tra noi, ho pensato. Devo avvisare qualcuno. Ho provato a guardare in tv, ma anche lì mi sono accorto che in mezzo a pubblico e conduttori, (pseudo)giornalisti e attori, era pieno di queste locuste.

Alla fine ho capito che l'invasione è cominciata. Le enormi locuste venusiano fasciste e naziste sono sbarcate in massa sulla terra!
(grazie Carpenter, creatore di miti moderni!)
 
di stefano del 20/07/2007 @ 14:24:00 in appuntamenti, letto 1141 volte


Ormai ci siamo. Manca poco più di una settmana alla prima edizione di TaglioKorto, il primo festival di cortometraggi rigorosamente amatoriali del Montefeltro, organizzato dagli InsettiMalvagi in collaborazione con Sintesi Comunicazione, e quindi, detto in breve, ci sono dentro anch'io!

TaglioKorto video fest. si svolgerà sabato 28 luglio 2007 a Mercatale di Sassocorvaro, nel cuore del Montefeltro. Più che un festival, l’appuntamento del 28 luglio sarà un vero e proprio happening in cui guardare tutti assieme le proprie opere, ascoltare musica dedicata al cinema, partecipare a workshop su regia, trucco e sceneggiatura.

Tutti i corti saranno selezionati da una giuria di qualità composta da Andrea Pigrucci, regista, Luca Neri, illustratore, Dino Mascitelli, responsabile animazione e modellazione su lungometraggi animati 3D, alla Rainbow CGI, Luca Baggiarini, Emanuele Contadini e Stefano Rossini, IM MediaFactory e organizzatori di TaglioKorto. Al premio della giuria, del valore di 300 euro, si affiancherà il premio del pubblico che potrà votare, durante la serata con apposita scheda.

Tutte le opere non selezionata dalla giuria di qualità, e che non saranno proiettate nella serata per problemi di tempo, saranno comunque visibili nei 4 televisori attivi nello stand durante tutta la manifestazione. Non mancherà uno stand di dvd, libri dedicati al cinema e fumetti a cura della libreria Interno4, Indipendentemente, di rimini.

Sarà presente, e non poteva che essere così, l'immancabile Jack Merola, fonte e origine di ogni cosa e protettore delle arti e dei bravi ragazzi, sia in versione celluloide che in carne ed ossa. Insieme a lui, girerà per il borgo anche la nuova star Tony Kurty (date un'occhiata qui se ancora non lo conoscete)! Che altro dire? Noi siamo tutti parecchio emozionati per questa prima prova del fuoco. In poco più di un mese abbiamo ricevuto quasi 40 cortometraggi tra cui tanti di ottima qualità (perché non fanno fare i film a questa gente piuttosto che ai soliti scarsini registi italiani?), sponsor e adesioni! Oggi la notizia è uscita sul sito della provincia di pesaro, martedì ci sarà la conferenza stampa di presentazione e presto un'intervista radiofonica al sottoscritto!
 
di stefano del 03/08/2009 @ 14:11:17 in giornalismi, letto 1139 volte
Gaaaaaaakkkk
Gaaaaaaaaaaakkkkk

Il suono rompe la quiete della notte.

gaaaaaaaaak gaaaaaaaaaaaaakkkkkkk. blleeeeuuuurgh!

Ormai ho gli occhi aperti. Qualcuno sta rantolando per strada. Con conati sempre più forti. Si muove avanti e indietro lungo la strada, e ogni volta fa un conato più lungo.
Sono le due di notte. Siamo a rimini. E' il 2 agosto, quindi è caldo. E io tengo le finestre aperte, per avere un po' d'aria anche se so che nelle località di villeggiatura (come si diceva un tempo) c'è caos anche di notte perché la gente si sfonda di alcool ogni sera e poi finisce a fare gaaak per strada.
Intanto, a proposito di gaaak e bleurgh. Il tipo continua imperterrito. Qualcun'altro deve essersi svegliato e gli fa un urlo. Il tipo si allontana. Per un po' c'è quiete. Provo a riaddormentarmi. Ma dopo qualche minuto sento di nuovo degli orribili gaaaaakkk. Questa volta più lontani. Vabbé. Gli lancio qualche maledizione, ma nel contempo lo compatisco, poveretto. Sembra soffrire tanto. Sta vomitando anche l'anima.
Quanto soffre!
Ma chi può essere?

Ma... forse... che sia Bondi?
Il ministro della Cultura, il poetucolo. Perché no?! Ce lo vedo. La mattina viene fischiato a Bologna. Quei maledetti comunisti non gli fanno finire il discorso e lui, triste, va a rimini e comincia a bere, a bere a bere. Vuole dimenticare, vuole gettarsi dietro le spalle quel brutto momento. Chissà cosa penserà lui... Lo avrà certamente deluso.
L'unico tocco di gioia in questa giornata, sarà stata per lui la solidarietà del PD. E già! Il PD dà la sua solidarietà a Bondi, contro quei maledetti comunisti che li fischiano. Tutti. Fischiano quelli di tutti i governi. Destra, sinistra, non guardano in faccia nessuno. Li fischiano tutti.

Perché?, penserà Bondi che è un poeta e un puro di cuore, perché mi fischiano? Io non ho fatto niente.
Forse mi fischieranno perché ho la giacca sporca?
O forse perché in 29 anni lo stato che dovrebbe rappresentarli ed essere la loro espressione politica e sociale in realtà fa di tutto per occultare le verità, depistare, proteggere i mandanti, e negare, oltre ogni evidenza, che ha sguazzato nella stagione delle violenze per rafforzare la propria autorità, che ha lasciato impuniti i partecipanti e non tanto per un senso sociale che non vuole la prigione come punizione ma proprio per un totale disinteresse di quello che succede oltre la piccola sfera della politica di palazzo?
No, no. In effetti Bondi ha la giacca macchiata. Un piccione lo ha centrato. Ecco! E' quello. Gli italiani sono un popolo di stilisti e non possono accettare una caduta di stile di questo tenore!
Che vergogna! Però potevano almeno lasciargli finire il discorso! Buzzurri.

Bisogna che ci mettiamo tutti in testa, che i tempi sono cambiati. Una volta, a teatro, il pubblico non solo aveva il diritto, ma il dovere di fischiare. Dato che era pubblico pagante. E gli studenti universitari, nel medioevo, erano esigenti e crudeli verso i professori, dato che li stipendiavano loro stessi, col loro essere studenti.
Oggi, invece, si deve solo stare zitti ed applaudire. Chi fischia viene tacciato di essere un ignominioso, e vergognoso comunista (che sta diventando uno dei peggiori epiteti della storia, anche e soprattutto per tutti i poveracci che votano berlusconi e non si rendono conto che il socialismo, quello vero, quello che praticavano anche le prime comunità cristiane, era nato per creare una società più giusta - anche se è naufragato senza riuscirci), un maleducato, uno che non capisce niente.

La nostra classe politica va solo applaudita. Certo, se hanno una macchia sulla giacca...
 
di stefano del 20/02/2006 @ 13:56:00 in autoreferenziale, letto 799 volte
Riporto, con molto piacere, un trafiletto sul mio racconto Crapuloneria in Normandia, uscito sul settimanale Il Ponte di rimini, a cura del bravo Paolo Guiducci.

"Crapuloneria in Normandia" è il titolo del breve, brillante racconto con il quale il giornalista riminese Stefano Rossini (e "titolare" della rubrica Tempo Libero, ogni mese sul nostro settimanale) ha vinto il premio regionale della Scuola Holden "Una cena da Re" (un corso gratuito di scrittura creativa online).
Scritto in prima persona, narra di uno squattrinato studente universitario che per una volta riesc a "liberarsi" dalle forzate pastoie di kebab e McDonald, tuffandosi sull'iniziazione forzata al buon cibo in Normandia.
 
di stefano del 30/08/2008 @ 13:50:52 in viaggi, letto 1127 volte
Ho un debole per Ravenna e Ferrara, due città a metà tra la terra e il mare. Due città fuori dagli assi viari principali perché edificate su vie d'acqua, fiumi, lagune.
Qualcuno le chiama città morte, ma devo dire che a me piace l'idea di trovarmi nel centro di una piazza, tra le mura di vecchie basiliche e un palazzo dalle persiane chiuse, in silenzio. Con pochi passanti, niente macchine e l'aria dolce del pomeriggio. Dietro al battistero degli Ariani o davanti a Sant'Apollinare nuovo non si muove una foglia, solo un po' di insetti al lavoro.
Di vero che c'è che a Ravenna la sera si trova più gente che di giorno. L'idea di aprire i principali musei e scavi archeologici è un bell'incentivo per visitare la antica capitale dell'esarcato e le bellissime testimonianze storiche.
Così ci siamo presi una serata per visitare la Domus dei tappeti di pietra. A due passi dalla basilica di San Vitale, la piccola chiesetta di Sant'Eufemia - anonima e anche poco illuminata, anzi, proprio al buio - è l'ingresso di una abitazione signorile del V-VI secolo. Come suggerisce il nome, tutta la pavimentazione a mosaico è conservata in modo incredibile. Le decorazioni, i motivi geometrici, i fregi e le scene raffigurate lasciano senza parole. E senza parole sono probabilmente rimasti gli addetti allo scavo per la costruzione del parcheggio sotterraneo sotto il quale hanno trovato i mosaici. Anzi, forse qualche parola sulla bocca l'avevano, ma questa non è la sede più adatta a riportarle.
C'è un particolare molto interessante nella Domus, che si ritrova anche nella domus del chirurgo di rimini. Il proprietario, probabilmente un membro importante della società, ad un certo punto ha deciso di ingrandire la sua abitazione passando sopra e inglobando una strada pubblica e dividendo in due un quartiere. Nel tardo antico, infatti, la presenza dello stato si era un po' allentata, e chi si poteva permettere di abusare, spesso lo faceva. Questo mi ricorda altri tempi, più vicini...

La visita a Ravenna è stata anche l'occasione di visitare la Ca de Ven, un'osteria storica nel cuore di Ravenna. Aspettate prima di cliccare sul link! Sì, perché è necessario premettere che la Ca de Ven ha probabilmente uno dei più brutti siti internet dai tempi del web. Brutto da vedere, brutto da navigare e con un indirizzo difficile da ricordare. Il luogo, invece, è l'esatto contrario. Facile da trovare, nel centro di Ravenna, bello da vedere e ottimo per una serata.
L'ingresso è in un palazzo storico di Ravenna. Un grosso portale di legno conduce in un ambiente caldo con gli alti soffitti a volta. Grossi tavoloni in legno riempiono gli ambienti e le nicchie del salone. Ci presentiamo e ci accompagnano nella sala ristorante ricavata dal cortile interno tra due palazzi coperto con una cupola di vetro.
Il locale è davvero bello.
Ora passiamo al menù. Piatti semplici, da osteria, qualche primo, secondi soprattutto di carne (filetto, nodino, etc.) e vini del passatore. Il piatto del giorno sono delle farfalle al ragù d'anatra. Storco un po' il naso, il piatto non sembra nulla di che, ma decido di provarlo.
Mi sbaglio: il piatto è davvero degno di nota. Le farfalle sono fatte a mano, il "ragù d'anatra" in realtà è un trito grossolano di carote e zucchine con petto d'anatra affumicato.
Anche gli altri piatti - i cappelletti con mascarpone e pinoli o la nocetta di tacchino, con ripieno di carne di maiale - sono sempre buoni e ben equilibrati. Anche nelle ricette più semplici si percepiscono i singoli sapori e le particolarità, come nella piadina con olio d'oliva di Brisighella. Da provare anche il budino di squacquerone con prosciutto croccante e mosto d'uva cotto. Prezzi onesti: una cena per due, con due calici di vino, 53 euro.

Sarebbe stato molto bello aiutare l'ambiente, seguire i consigli degli esperti, evitare il traffico e visitare Ravenna col treno. D'altronde da rimini sono una 50 di chilometri con una linea diretta. Ma purtroppo non ci sono treni serali oltre le 21 e 20. Perché?, mi dico, perché?
 
di stefano del 16/02/2009 @ 12:50:38 in recensioni, letto 1976 volte


All'inizio dello spettacolo, Elio (proprio quell'Elio, quello delle Storie Tese) ha guardato la platea chiedendo quanti, tra il pubblico, avessero letto almeno una poesia di Daniil Charms. Solo una persona ha alzato la mano, e purtroppo non ero io.
Dal rammarico dell'ignoranza, però, sono presto passato all'entusiasmo di una nuova conoscenza letteraria, con un Anfitrione d'eccezione. La mia domenica si è trasformata in un pomeriggio in compagnia di Charms ed Elio. Il primo è un poeta futurista dei primi del '900, vissuto in povertà a Leningrado (oggi Sanpietroburgo) e morto giovane e di stenti per colpa delle purghe staliniane. Il secondo è il cantante della principale rock-band demenziale del paese. Tra di loro un filo rosso, un percorso ininterrotto che ha lasciato più volte spiazzato lo stesso Elio, che per tutta la durata del reading ha continuato a ripetere: “Pensavo di aver scritto delle belle cose, di essere un bravo autore di poesie demenziali [Animali Spiaccicati e Fiabe Centrimetropolitane], poi ho letto Charms, che ha scritto queste stesse cose negli anni '30, e ho capito che le mie erano più brutte!”.

Da lettore e ammiratore degli animali spiaccicati del poeta Paul Fellell, e dei testi di Elio, devo però ammettere che le poesie e i racconti di Charms lasciano davvero senza parole. Un'ironia corrosiva e caustica, demenziale e surreale che sbatte davanti alla faccia del lettore situazioni oltre il limite del grottesco che spesso nascondono scene di vita terribili, sparizioni, morti e la totale assurdità della vita e dei rapporti sociali.

Tra i due poeti si è spesso inserita la voce di Luca Scarlini, che ha tracciato - in modo brillante, anche se alcune volte un po' troppo accademico - l'affresco della Russia e del futurismo degli anni '30, compresa la biografia dello sfortunato Charms.

In definitiva l'incontro organizzato da Effetto Doppler al museo di rimini la scorsa domenica 15 febbraio è stato davvero illuminante. E perfetta è stata la scelta del lettore Elio qui in veste non di cantante ma di lettore e poeta!


Per rendere l'idea, copio di seguito una poesia di Daniil Charms e una di Elio.
Forza, innamoratevi anche voi!

Daniil Charms:
C'era un uomo con i capelli rossi che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure capelli, per cui dicevano che aveva capelli rossi tanto per dire.
Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

Elio:
C' era una volta un pettirosso rosso. Che fosse un pettirosso lo diceva lui, perché nessuno aveva mai potuto verificare la cosa; d' altra parte essendo tutto rosso nessuno poteva negare che il suo petto fosse rosso, e che quindi egli fosse un pettirosso. Tuttavia molti dubitavano della cosa in quanto, a differenza degli altri pettirossi che sono grandi più o meno come un passero, il pettirosso rosso era grande come un' aquila, con un grosso becco adunco sporco di sangue, potenti artigli sporchi di sangue e ali enormi sporche di sangue. Il pettirosso rosso aveva un bel dire che era caduto in un serbatoio di sangue! Nessuno gli credeva e quando passava tutti gli altri pettirossi scappavano terrorizzati. Un giorno però la comunità dei pettirossi lo mise alle strette: «Molti di noi pensano che tu non sia un pettirosso ma un' aquila sporca di sangue, confessa la verità». Messo alle strette il pettirosso rosso confessò. «Sì, è vero, sono un' aquila emofiliaca e a causa della mia condizione non sono accettato dalla comunità delle aquile, così ho pensato di fingermi uno di voi sperando che non ve ne accorgeste. Vi prego non mandatemi via» disse piangendo; ma la comunità dei pettirossi fu irremovibile, e la condannò a morte. Vistasi perduta, l' aquila emofiliaca pensò: «Beh, se devo morire almeno prima mi voglio togliere qualche soddisfazione». Tirò due o tre bestemmioni, si fece una sega e con un colpo di artiglio ben assestato fece fuori una sessantina di pettirossi ma fu sopraffatta dagli altri 10 milioni di pettirossi che la linciarono prima che potesse intervenire la polizia dei pettirossi. © Bompiani Rcs Libri spa
 
di stefano del 07/11/2008 @ 12:50:32 in appuntamenti, letto 1251 volte


Altre due presentazioni per il libro-racconto di viaggio Lungo il Po.

Domenica 9 novembre, alle 17, saremo ad Argenta, provincia di Ferrara, al Piccolo Teatro Centro Culturale Mercato in piazza Marconi, 1. Dopo la presentazione ci sarà una degustazione dei vini delle sabbie di Mirco Mariotti.

Mercoledì 12 novembre, alle ore 21.00 saremo invece alla libreria Indipendentemente Interno 4 (via Di Duccio 26, dietro piazza Malatesta) per una serata più conviviale, intima e riminese. Ovviamente siete tutti invitati.
I racconti di viaggio saranno accompagnati dalla proiezione di foto e - a rimini - dalle letture di Paolo Vachino.

Ringrazio Mirco Mariotti e Andrea per la gentile ospitalità!
Qui, la notizia sul sito di Michele
 
di stefano del 27/01/2010 @ 12:43:59 in giornalismi, letto 871 volte
Alessandra Romano è una ragazza di rimini di 26 anni che da un anno vive ad At-Tuwani, un piccolo villaggio in Palestina. L'ho intervistata alcuni mesi fa per il Ponte, nello spazio dedicato ai riminesi nel mondo. Mi ha colpito il suo coraggio. Vive in situazioni di estrema difficoltà da quando aveva 18 anni, e il suo intento è di continuare.

Ecco come cominciava l'intervista:
“Sono arrivata qui nel novembre del 2008 - racconta - per Operazione Colomba. Ci occupiamo di controllare le scorte che dovrebbero accompagnare i bambini palestinesi dei villaggi vicini alla scuola di At-Tuwani, oppure accompagniamo noi stessi i pastori con le greggi o i bambini nei dintorni del villaggio. E poi stiliamo dei report per l'ONU e l'UE sulla situazione del villaggio e dei rapporti tra israeliani e palestinesi”.

E' una zona pericolosa?
“Sì, decisamente. Attorno al villaggio ci sono sia avamposti che insediamenti palestinesi. Entrambi sono protetti dall'esercito. E' capitato più di una volta che le frange più oltranziste dei coloni aggredissero i bambini durante il tragitto o che anche la scorta preposta a proteggerli non facesse il proprio dovere. Nei giorni difficili uscire è rischioso, sia che si debba andare a scuola, sia che ci si debba recare a pascolare le pecore”.

Ieri mi ha inviato un comunicato stampa su una aggressione subita dal suo gruppo ad opera dell'esercito israeliano. Siccome non si parla di personaggi dello spettacolo, né di Berlusconi, è difficile che la notizia trovi spazio sui giornali italiani.
Nel mio piccolo la pubblico

Coloni invadono At-Tuwani, lanciano pietre ai suoi abitanti entrando nelle loro case.
I soldati usano gas lacrimogeni contro i palestinesi.


26 gennaio 2010

AT-TUWANI – nella giornata di martedì, 26 gennaio 2010, 15 coloni israeliani dell'insediamento di Ma'on e dell'avamposto di Havat Ma'on hanno invaso il villaggio di At-Tuwani e attaccato i suoi abitanti. I coloni erano scortati da tre jeep dell'esercito israeliano e dal capo della sicurezza dell'insediamento. Un soldato ha ferito un palestinese che è stato poi ricoverato in ospedale. Mentre i coloni lanciavano pietre, i soldati utilizzavano gas lacrimogeni contro i palestinesi.

In seguito, i coloni si sono recati all'entrata di At-Tuwani e hanno iniziato a lanciare pietre ai passanti che transitavano sulla strada.


L'invasione è avvenuta alle ore 9:20 del mattino. Tre jeep dell'esercito, un pickup con a bordo un colono israeliano proveniente dall'avamposto di Havat Ma'on e il capo della sicurezza di Ma'on sono entrati ad At-Tuwani. I coloni hanno attraversato il villaggio e sono entrati nelle case dei palestinesi, scortati dall'esercito.


Per ulteriori informazioni: Operazione Colomba +972 54 99 25 773
 
di stefano del 30/06/2005 @ 12:21:00 in viaggi, letto 1185 volte
Provo un'attrazione irresistibile per la stazione di Milano. Un violento incontro di arcate di metallo e persone veloci. Ogni volta che la vedo ho uno sbocco sensoriale, mi pare quasi di sentire tra la lingua e i denti il sapore freddo e rugginoso del ferro, la durezza dei bulloni e delle travi.

Il mio primo arrivo alla stazione di Milano fu un mezzo inganno. Mio padre mi portò con lui nel suo giro notturno di lavoro. Ma mio padre lavorava nel vagone posta. Ad ogni stazione si spalancava il portellone, venivano scaricati e caricati alcuni sacchi di posta, poi si chiudeva e si ripartiva. Lì, seduto con lui, chiuso in un vagone di legno, ho fatto il mio primo viaggio per la pianura padana sino a Milano e ritorno. Ma per me, la stazione di Milano era uguale a tutte le altre, viste dall'interno del vagone.

Il mio secondo ritorno, in piena adolescenza, fu per un incontro con amici conosciuti via Fidonet. In realtà fu un vero e proprio viaggio appuntamento con un'amante. Non trovando nessuno degli amici con cui avevo appuntamento, la mia visita a Milano si trasformò in una passeggiata in stazione, guardando persone, architetture e volti. Per un provinciale di rimini, la vista della grandiosità di Milano, il pomposissimo stile tardo impero, ma soprattutto la vivacità e la diversità di tutte le persone presenti è una veduta indimenticabile.

Da lì in poi, sono innumerabili tutte le mie altre visite a Milano. Ma ognuna mi riporta lo stesso stupore, come fosse la prima, come se la stazione fosse la stessa meta di ogni mio viaggio.

Anche quest'ultimo viaggio non è stato da meno. Incazzati, esterrefatti, rassegnati o distratti i viaggiatori sono ombre di un itinerario incompleto. Li guardo e penso di essere uno di loro, una cellula impazzita che non conosce nulla del proprio tragitto. La stazione è intessuta in un'infinita periferia di bassi capannoni e abitazioni distratte da fiori ai balconi. Sia in un senso che nell'altro, uscire o entrare a Milano vuol dire nuotare nel magma intestinale della città.
 
di stefano del 25/10/2007 @ 12:20:00 in viaggi, letto 2448 volte
Il Po ormai è diventato un’ossessione. Ricordo ancora, prima della mia iniziazione fluviale, quando lo attraversavo in macchina o in treno e lo osservavo, chiedendomi cosa realmente fosse quel lungo corso d’acqua. Mi sono sempre sentito oscuramente attratto dal grande fiume. La sua vasta mitologia mi ha conquistato fin da piccolo, quando a scuola lo presentavano come il più grande fiume italiano. L’irrazionale si è poi depositato da qualche parte nella coscienza, in attesa del viaggio che puntuale è arrivato e mi ha permesso di trasformare e dare corpo e forma a desideri rimasti per decenni fumosi e inespressi.




Ma può un viaggio sul Po esser tale senza aver visto il Delta? Sia pure a causa di terribili tempeste e le avverse volontà degli dei? Certo che no! Per questo la scorsa settimana Michele ed io siamo ripartiti per visitare il mondo ad est di Adria, un luogo mistico in cui i confini affogano tra canali, valli e pozze.



In sintonia col resto del viaggio, anche il delta è fatto di luci ed ombre, di paesaggi affascinanti e incredibili e di orribili presenze umane. Le grandi isole incastrate tra gli innumerevoli rami del Po sono per gran parte spianate e coltivate, con campi che si perdono nella foschia e tante, troppe case. Ma sopravvive, negli ultimi lembi di terra, una natura che difficilmente può essere descritta, fatta di lunghi canneti, di vasti laghi circondati da alberi e bassi cespugli, di precari camminamenti di terra che passano in mezzo ai canali. Se fossi un poeta antico pregherei le muse di darmi ispirazione, ma siccome sono solo uno scrittore ateo, farò ricorso ad un caffé energetico.



Tutto il fascino del delta sta nella sua mutevolezza. Pochi chilometri in macchina e si perde il senso dell’orientamento. Ogni volta che si è convinti di essere arrivati da qualche parte ci si deve ricredere. Acqua e terra sembrano avvoltolarsi senza soluzione di continuità. Quando si crede di essere arrivati all’ultimo lembo di sabbia, ecco che in lontananza, oltre l’abbacinante specchio d’acqua, s’intravede una lingua sottilissima e alberata. Le strade si trasformano in ponti e si salta da un’isola all’altra. Raggiungere il mare è un’impresa. Non lo si vede a Pila, tra i pescatori che raccolgono vongole e le caricano su grossi camion. Non lo si vede nella Sacca di Scardovari, ornata di palafitte e ampia, spaziosa come un piccolo mare. Lo abbiamo trovato a Boccasette, vicino alla foce del Po di Maistra, dove la terra si trasforma in sabbia bianca e il paesaggio sembra quello di una rimini tornata alla preistoria: il mare è selvaggio, la spiaggia desolata, malinconica, bella.



Dicono che il paesaggio padano sia basso e grigio, deprimente. Magari, melancolico, e comunque suggestivo. Di grigio e deprimente c’è il carattere della gente che abita qui, chiusa, schiva, spesso scostante, che non tira fuori un sorriso neanche sotto tortura. Ma per fortuna non sono luoghi densamente abitati: una volta usciti dalla folle notte di Porto Tolle, il resto sono folaghe, cormorani e aironi...

 
di stefano del 07/04/2009 @ 12:12:47 in ghiottonerie, letto 4242 volte
mucca gelato ungherese Un titolo quasi leopardiano, me ne rendo il conto, dietro il quale si nasconde in realtà un argomento molto più leggero rispetto a quelli trattati dal poeta di Recanati, ma comunque di pressante urgenza! Qui si parla di gelato - che tra l'altro era anche una delle grandi gioie di Leopardi nei suoi ultimi anni napoletani. Il gelato a rimini è un'istituzione. Lo è perché questa è una località di vacanze estive. Per me lo è sempre stato perché, rispetto ad altre città, qui il gelato lo hanno sempre servito a spatolate e mai con le odiose palline che non ho mai sopportato - solo una per gusto?!

Ma anche i gelati hanno una loro darwiniana evoluzione. E sopravvivono solo i migliori. Come per la ristorazione locale, per anni l'unico metro di valutazione è stata la quantità. Un grande gelato corrispondeva ad un gelato buono (e ci abbiamo messo anche un chiasmo). D'altronde i ristoranti della riviera erano famosi per i piatti traboccanti di tagliatelle e strozzapreti al ragù. Che poi la qualità fosse dozzinale era secondario. L'importante è che fossero tanti.

Poi le cose sono cambiate. E' aumentata l'attenzione alla qualità, alle materie prime, ai gusti. E il gelato è decisamente migliorato. Alfieri del cambiamento sono stati i due gemelli del Biodelirio, ora attori famosi sotto l'ala di Chiambretti, e molte altre gelaterie ne hanno seguito l'esempio.

Ma da un paio di anni, uno spettro si aggira per le gelaterie riminesi: la bilancina e il cucchiaino per le livellature. I primi ad usare questi strumenti del demonio sono stati quelli de La Romana, una gelateria che da sempre ha fatto dell'antipatia il proprio biglietto da visita. Ma in pochi mesi la piaga si è allargata a macchia d'olio, colpendo prima Il Pellicano, e ora, purtroppo, la gelateria Il Castello.

Ma facciamo un passo indietro. La bilancina e il cucchiaino sono due strumenti che intervengono quando si acquista un gelato in vaschetta da portare via. I classici mezzo chilo, tre quarti o un chilo. Il gelataio riempie la vaschetta con i gusti richiesti, e poi, prima di chiuderla, la mette sulla bilancia e la pesa. Se il peso è in eccesso, con il cucchiaino vengono limate via alcune leccate di gelato che altrimenti il compratore avrebbe gustato vergognosamente a gratis (moto a luogo), a meno che, lo stesso compratore, sia disposto a pagare la differenza. Ora, voglio dire, le vaschette hanno un peso standard. Sono realizzate per contenere la quantità indicata. Non si ha mai la certezza matematica che il peso definitivo corrisponda esattamente a quello indicato. Ma in definitiva, di quanto può mai variare? I danni economici che le gelaterie hanno ricevuto per tutti gli anni senza bilancia, hanno creato un buco incolmabile? Il loro PIL è caduto in picchiata? Insomma, fa parte del normale rapporto di scambio: una volta la vaschetta è un po' più piena e una volta un po' più vuota. E siamo pari!

Non capisco. Di certo è che la scena è davvero fastidiosa e antipatica. Quando la ragazza che prepara la vaschetta si gira e la mette sulla bilancia e poi comincia a spatolare via, ci si sente come un ladro colto sul fatto.
Ah! - sembra dire - volevi mangiarti un po' di gelato a sbafo, eh? stronzetto?!
Ma no... - provi a ribattere - non è così. Io volevo solo mezzo chilo di gelato al pistacchio, che piace tanto a mio figlio!
Bravo - urla lei con le lacrime agli occhi - è così che educhi i pargoli? Come cresceranno i cittadini di domani con questo esempio?! Lo vedi, lo vedi - continua a sbraitare indicando verso il laboratorio - là il gelataio impasta con le mani nude! E le sue dita quasi si spezzano per il freddo! Eppure continua a mantecare il gelato. Ed ogni cucchiaino di quel gelato ha un valore inestimabile! E tu, TU - ora è in piedi sul bancone - tu invece volevi mangiarlo senza pagarlo, come se il suo lavoro non valesse nulla, vero?!
No guardi! - dici ormai in ginocchio - pago! pago la differenza! Mi dica quanto le devo in più!
Sono 5 centesimi.
Grazie
Arrivederci.

Con somma tristezza ho visto che da poche settimane la bilancia è arrivata anche alla gelateria il Castello, la nuova gelateria in piazza Malatesta, di fronte alla Rocca. E' stato un colpo durissimo per gli amanti del buon gelato. Questi giovani gelatai, alfieri della qualità riminese, da noi tanto amati e apprezzati - nonostante le file lunghissime e i musi un po' lunghi - si sono convertiti al peso della vaschetta.
E tra l'altro - 'sti simpaticoni - visto che le coppette piccole non si possono pesare, le fanno ora semivuote! Eccheppalle! Tenetevelo questo gelato se proprio non lo volete vendere!

Torneremo al bio delirio! Otto ore di fila per una coppetta, ma almeno nessuno che la pesa!
 
di stefano del 22/01/2010 @ 12:11:05 in viaggi, letto 969 volte
In quel centro commerciale che è l'aeroporto di Stanstead, pronto per il viaggio di ritorno da Londra in Italia, ho trovato una cartolina che pubblicizza una catena di bar in stile italiano. Sul fronte c'è un collage di foto con, in ordine, una simpatica vecchina con pane pugliese, un prosciutto crudo, una via di un paesello medievale, un uomo con una forma di formaggio più grande di lui, un bimbo a petto nudo che mangia gli spaghetti, sacchi di caffé e un'apecar. Ma dove viviamo noi italiani? Nel neorealismo? Forse.
E a proposito di cliché, noi come vediamo l'Inghilterra?
Per me è la terra dei college, dei campus, e di molte cose che avrei voluto fare o essere e che ora rimangono solo un'idea, trasformata dalla nostalgia. In effetti per me andare a Londra è sempre una bellissima esperienza!

Ma la realtà è sempre diversa. Per quanto la capitale del Regno Unito mi conquisti ancora con relativa facilità, due cose mi hanno colpito, soprattutto per la disparità con il nostro paese. La prima è che Londra è piena di poliziotti. Ad ogni angolo di strada, lungo i viali, nelle metropolitane, stazioni ed in ogni altra piazza c'è sempre almeno una pattuglia di polizia che sorveglia e controlla tutto. A rimini mi sembrano già fuori luogo i due militari dell'esercito di pattuglia con un poliziotto.
Di contro Londra è pulita in modo inimmaginabile. Non c'è una carta per terra o una scritta su un muro, neppure nella metropolitana che nel pensiero generale dovrebbe essere la casa dei writer e degli squatter più riottosi. Quasi quasi si apprezza un po' il sano stile anarchico italiano - che in realtà odio ma qua, forse, si è un po' troppo rigorosi.

Paragoni a parte Londra è una città fuori dai canoni. Qui sì, ancora più che a Roma, l'impressione è quella di visitare la capitale dell'impero (e immagino che New York lo sia ancora di più). Gli edifici, i musei, la disposizione delle strade sembra dire:
-Ehi! Noi abbiamo conquistato ogni cosa. Noi siamo i padroni del mondo. Non ci sono storie-.
Pare quasi di vedere John Cleese in divisa rossa da ufficiale partire per la guerra contro gli Zulu.
A Trafalgar Square la colonna con la statua di Nelson rimane lì a dire:
- Napoleone?
- Oui?
- prrrrrrrt
- maledettì!
Ma lo dice con fiera pomposità anglosassone, condita da un briciolo di spocchia.
E a me, nel bene e nel male, sembra di fare parte di questo impero occidentale. Di venire dalle più remote province a guardare la capitale, a sentire cosa c'è di nuovo, a vedere gli spettacoli che non arrivano in provincia, ad osservare la gente che corre in metropolitana anche se passa un treno al minuto.




Westminster, il Big Ben, Piccadilly Circus, Trafalgar Square, Covent Garden, St. Paul, il Millennium Bridge, la City e poi il British Museum, Bloomsbury, Oxford Circus e Oxford Street, i must più o meno sono stati presi tutti. Abbiamo saltato il Tower Bridge e la London Tower per pioggia copiosa. Ma non ci si lamenta. In tre giorni, a gennaio, abbiamo avuto ben 15 minuti di sole, e non è poco!

Ancora una volta mi è piaciuta la cucina inglese. E non solo la cucina dei grandi ristoranti capaci di rielaborare la tradizione, e neppure solo quella dei ristoranti di tutto il mondo che hanno trovato casa qui, siano indiani, vietnamiti, cinesi e thailandesi - e italiani - ma proprio la cucina più semplice, quella dei pub in cui i londinesi si trovano a mangiare qualcosa di veloce per pranzo. Salsicce col purè, o pasticci di pollo, roast beef, o ancora il famigerato "fish'n chips" che è in realtà un unico e gustoso filetto di platessa con una panatura croccantissima, accompagnato da una salsa un po' agra in stile mayonnaise. E poi mi sono innamorato del british breakfast, a base di salsiccia, bacon, fagioli in umido, uova e pane. Certo, come colazione per due giorni passati a camminare al freddo va bene, la facessi qui per stare seduto tutta la mattina al computer non so quanto durerei.

Con rammarico abbiamo mancato il grande magazzino della Fortnum & Mason, più che un negozio una gioielleria del tè e di leccornie. Vetrine lussuose oltre ogni misura con innumerevoli varietà di tè, scatole, zuccheri, biscotti, ma anche formaggi blu, foie gras, cracker di ogni tipo e altro. Ma dolci e tè in gran quantità non sono mancati durante la seconda visita al British Museum. E ancora una volta invidio il modo degli inglesi di concepire il museo, molto meno ingessato e snob. Un luogo in cui passare del tempo ammirando arte e reperti, passeggiando nelle grandi sale, fermandosi a bere un tè con un muffin o una fetta di torta, e poi di nuovo in giro in qualche altra sala, fino a che non ci si stanca! E' una incredibile alternativa ai centri commerciali per la domenica.


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Al ritorno, per la prima volta in 8 voli aerei, ho visto un po' di panorama. E che panorama! Dopo un nord Europa completamente coperto di nubi: le Alpi. Sembrava di guardare una cartina di un mondo fantasy, quelli in cui, ad un certo punto, si arriva al limite invalicabile. Fine. Non si va oltre. Montagne: alte, impervie, aguzze, affogate nella neve. Mi sono davvero sembrate mitologiche, un luogo irraggiungibile, la fine di un mondo oltre il quale solo un eroe poteva pensare di proseguire. Capaci di fermare venti, tempeste e idee. E al di là, la vita continua con i soliti ritmi.

ps per tutti quelli che si chiedono cosa rappresenti la foto di quella fantastica vista cittadina, ecco la risposta: è il fantastico quadro appeso sopra il nostro letto nella camera d'albergo. Così brutto da meritare una foto!
 
di stefano del 17/08/2009 @ 12:01:28 in giornalismi, letto 1163 volte
Ma che diavolo succede in questo paese? Non si fa in tempo a tornare da qualche giorno in campagna che subito ci si trova immersi in una situazione al limite del surreale - sempre meno surreale e sempre più reale.
Passeggiando in piazza Cavour, centro di rimini, un vecchio a piedi sorpassa un ragazzo di colore che porta a mano una bicicletta e gli dà del negro. Così gratuitamente, senza tante motivazioni. Ma in effetti servono motivazioni? Se uno ha la pelle scura ha la pelle scura. Questo, giustamente, si incazza e gli dà dell'ignorante e dell'imbecille. Ma il vecchio lo ignora e se ne va. Il ragazzo alla fine viene trattenuto da un altro che gli consiglia di lasciare perdere.
Gli lancia un ultimo ignorante. Ma il vecchio, con tutta la saggezza della vecchia generazione, quella legata alle buone vecchie tradizioni e al bel mondo che non c'è più, riesce a voltarsi un'ultima volta e a dirgli: tornatene in Africa. Ora, non è che uno, solo perché ha la pelle scura viene dall'Africa. Magari è americano, chissà. Ma questo al vecchio non importa. L'importante è che nessun vero italiano è negro, di conseguenza quel tipo non è italiano. Ergo che se ne torni in Africa! Punto.
Ma che diavolo succede in questo paese? Vecchi rincoglioniti e arroganti che vanno in giro a vomitare il loro razzismo (qualche mese fa era uscita sui giornali la notizia di un vecchio che aveva spinto una ragazza di colore, alla fermata dell'autobus, dandole della negra e poi scappando via), altri vecchi rincoglioniti che invocano l'uso del dialetto e gli inni regionali nelle scuole. Il dialetto? Questo paese ha impiegato un secolo a cercare di smussare un po' i regionalismi e ora ritiriamo fuori il dialetto e gli inni regionali? E poi qual è l'inno regionale Emiliano Romagnolo? Un'ode ai tortellini? al comunismo?
Io non ne posso più di questa gente ignorante e arrogante, che viene presa per il culo dai centri commerciali, dal capitalismo selvaggio, da una politica fatta da puttanieri e l'unica cosa che riesce a concludere è che sia colpa dell'immigrazione e dei negri! Ma oh? Ma davvero queste sono le uniche conclusioni possibili? Ma uno sforzo no?
Mi sembra davvero che l'uomo sia un animale tragico, costretto a ripetere i propri errori all'infinito. Ma che palle! Basta! Io non la voglio questa ridicola identità italiana fatta di ristrettezze mentali, di piccolezze, di dialetti, di campanilismi, di rabbie represse e odi verso il mondo. A me è sempre piaciuto questo paese perché da millenni è stato un porto per tutti. Prima dei romani c'erano mille popoli diversi, etruschi, celti, liguri, messapi, dauni, peucezi, apuli, umbri, piceni, veneti, latini, enotri, e altri mille. Poi dopo la pausa romana ne sono scesi altre vagonate, e sono questi, e solo questi continui apporti nuovi che hanno creato una cultura ricca e aperta, almeno fino al rinascimento, poi è finito tutto e siamo divenuti un popolo di contadini legati alla propria zolla e con lo sguardo che non riusciva a superare il crinale più vicino.
Io vorrei sentirmi almeno almeno Europeo e Mediterraneo, per non dire il trito e ritrito cittadino del mondo, che fa un po' figlio dei fiori, ma secondo me ha ancora un suo significato. Oppure rispolveriamo il concetto giacobino della fratellanza, quello della rivoluzione francese (magari senza tagliare teste, anche se quel vecchio faceva venire la voglia...)

Osservo tutto questo mentre passeggio con mio figlio, di 3 anni e mezzo, e provo a pensare quale sarà il suo futuro. Italiani difensori delle tradizioni che cercano di resistere all'ondata di africani che sbarcano e conquistano il suolo italico palmo a palmo. Badanti che si svegliano la notte per sgozzare gli inermi vecchi che dovrebbero accudire. Cinesi che nascondono all'interno dei loro ristoranti basi segrete e teste di ponte per invadere il paese. Rumeni in perenne erezione pronti a stuprare qualsiasi figlia di Scipio passi per la via.
Se tutto va bene, potrei essere già morto, per quel giorno. Ma non vorrei morire troppo giovane.
 
di stefano del 18/07/2005 @ 11:51:00 in appuntamenti, letto 1054 volte
Chi avrebbe mai pensato di poter combattere la mafia a colpi di peperoni, passata di pomodoro e altri prodotti della buona terra siciliana? In un paese come il nostro, in cui la tavola mette tutti d’accordo, i prodotti tipici possono diventare non solo una buona conclusione di un ciclo agricolo e la migliore pubblicità per i turisti, ma anche un mezzo per cercare di arginare e combattere cosa nostra.

E’ quello che ha pensato, e fatto, Libera Terra associazione nata nel 1995 per il riuso sociale dei beni confiscati alle mafie. Oggi sono più di 450 gli ettari su cui vengono coltivati pomodori, grano, peperoni, olivi e tutte le numerose ghiottonerie della bella Sicilia, da numerose associazioni che aderiscono al progetto Libera Terra.

Martedì 19 luglio cade il tredicesimo anniversario dell’assassinio del Procuratore della Repubblica Paolo Borsellino e della sua scorta. Libera scelte di giustizia è l’evento, promosso da Samuele Zerbini, per ricordare l’anniversario di questa orrenda morte e di quella di Giovanni Falcone. Dalle 20 alle 23 di martedì sera, 19 luglio, Piazza Cavour e la zona delle cantinette di rimini saranno luogo d’incontro, dibattiti e discussioni sul tema.

Inoltre, presso il Caffè Cavour, la Taverna della Vecchia Pescheria da Bubana, il Caravaggio Art Bar e la Cantina Bisca, il buffet sarà preparato con i prodotti di Libera Terra. Al gusto forte, saporito e gustoso della Sicilia da mangiare, se ne aggiunge un altro: quello della legalità.

Pubblicata anche sul blog di Certe Notti
 
di stefano del 10/08/2005 @ 11:50:00 in pensieri sparsi, letto 1676 volte
Già, è proprio lui, il Dalai Lama, in visita a rimini in un’atmosfera che poco ricordava la pace e la calma dei monaci tibetani. Un passaggio nella città costiera, una due giorni di incontri e danze che ha catalizzato l’attenzione dei media locali e di migliaia di persone.

C’ero anch’io lo scorso 29 luglio, a fare qualche foto e ad ascoltare, durante la conferenza stampa, le domande di altri giornalisti. Domande spesso banali e scontate, a cui sono seguite risposte argute e divertenti. Il Dalai Lama sapeva cambiare registro passando da risposte facete a stoccate piuttosto profonde nell’arco di pochi suoni gutturali della sua lingua così strana alle nostre orecchie.

Tra le domande di rito non poteva mancare, e infatti non è mancata, quella sul terrorismo. Dopo aver ascoltato pazientemente le parole del traduttore, sua santità se n’è uscito con una breve risposta che ha affondato, in pochi minuti, tutto il nostro eurocentrismo.

“Dov’è il terrorismo? - ha iniziato il Dalai Lama dopo aver condannato gli atti criminali che hanno colpito gli innocenti - Nella mia città non sono giunti gli attacchi dei terroristi, e anche qui a rimini, mi pare che la vostra vita prosegua tranquilla, come se non ci fosse nulla”.
Così abituati ad essere al centro del mondo, noi poco meno di un miliardo tra europei e americani, con uno sguardo realizziamo di essere una minoranza anche se non extracomunitaria. Eppure pensiamo di dover avere sempre le prime pagine e che a tutti interessi quello che ci succede. Ma, in fondo, perché? In Cina, in India, nell’Africa devastata e nell’America del sud, cioè nella gran parte del mondo, le nostre vicende, i nostri alterchi religiosi, le nostre guerre sono un’eco lontana, che arriva come a noi le tragedie in cui mancano gli occidentali.

Tranquillo, quasi sempre sorridente, e profondo, pur nascosto dietro un’apparenza semplice e lineare, il Dalai Lama ha dato una bella lezione. Una lezione che, molto probabilmente, non sarà recepita.
 
di stefano del 03/11/2008 @ 11:08:16 in viaggi, letto 1533 volte


Non ho bisogno del dottore per rendermi conto che soffro di una forma aggravata di Mal d'Africa - pur se ancora non sono mai stato sull'altra sponda del Mediterraneo, né nel cuore nero del grande continente. Mi innamora dei luoghi, di ogni luogo, e vorrei subito cambiare vita e trasferirmi.
Da un paio d'anni soffro di mal di Po. E ad ogni occasione torno sulle rive del grande fiume. Ieri sono stato a Mesola, con la scusa della fiera dei sapori autunnali, e mi sono piacevolmente perso nuovamente nel labirinto del delta. Dalla strada si arriva dopo aver vagato per chilometri di bassa vuota e silenziosa. Passeggiando sulla riva destra del Po di Goro, invece, si incontrano le torri del castello merlate di Mesola dietro l'argine massiccio.





La fiera si articola tutta nella bella corte esterna. Piccoli edifici porticati circondano il perimetro del castello. Non c'è troppa gente e ci si muove volentieri tra un produttore e l'altro. Oltre all'immancabile stand pugliese (sempre ovunque!), e il venditore truce di arachidi e mandorle pralinate, la sagra è finalmente l'occasione per bissare l'esperimento salama da sugo! Mi aggiro guardingo tra due banchi e scelgo un esemplare ben piazzato che a breve finirà nel pentolone e poi sul purè. L'ultima risale al 2006. Già, perché checché ne dica l'apt di Ferrara, la salama da sugo non è proprio facile facile da trovare, non è che cresca proprio sugli alberi.
Evitando gli stand umbri, campani e laziali (non perché non meritino, per carità, ma per rimanere un po' sul territorio) ci accaparriamo anche un bel trancio di salame all'aglio e torniamo verso la strada, evitando il tour “venite a vedere lo squalo bianco killer dei mari” dentro un rimorchio da camion. Mi chiedo se sarà vivo... se ci sarà solo l'arcata dentaria con tanto di braccio di sommozzatore, o se lo squalo sia lo stesso autista del camion.







Prima di tornare verso casa facciamo una deviazione alle dune fossili di Massenzatica. Il concetto di dune fossili è già di per sé affascinante. Qui a Massenzatica 3000 anni fa c'erano le sponde dell'Adriatico e al posto della pianura si allineavano lunghe dune sabbiose. Poi il mare si allontana, come un sogno, e ci si ritrova in mezzo alla pianura. Ma le dune rimangono. Nei secoli muschio e vegetazione crescono e si fortificano e danno vita ad uno spettacolo unico. Chi se lo immaginerebbe che qui, nel cuore della pianura padana, ad un passo da delta, dove nelle cartine domina il verde e non c'è nessuna elevazione, al massimo qualche depressione sotto il livello del mare, dal nulla si sviluppa un sistema di piccole collinette sabbiose, dove querce, farnie, roveti, prugnoli e felci prendono possesso di tutto lo spazio e si intravede, sotto i muschi e le foglie secche, la sabbia, sottile, leggera, nascosta?
Non se lo immagina proprio nessuno perché qui non c'è nessuno. Passeggiamo un'ora seguendo il percorso segnalato senza incontrare anima viva. La luce rarefatta dell'autunno rende il paesaggio ancora più suggestivo. Il sole cola lattiginoso tra i rami e nell'aria si sente il rumore di un fagiano che sbatte le ali e vola via. C'è un'atmosfera magica. Questo posto merita più di una visita.






Tornando verso rimini costeggiamo i due grossi ipermercati. E appare d'improvviso tutta la nostra dipendenza dagli acquisti. Sabato primo novembre, per ordinanza comunale, tutti i negozi e gli iper sono stati chiusi. Ieri, domenica, come colta da frenesia folle, tutta la cittadinanza riminese si è riversata a fare acquisti, a riempire carrelli e ad affollare negozi. Lavora, produci e crepa, diceva qualcuno. La versione attuale è Lavori, produci, compra e crepa. Che può essere semplificata con compra e crepa.
Viva le dune fossili!
Ah! a proposito di sistema economico e natura. Voglio ringraziare l'effetto serra per la bellissima giornata tiepida che ci ha permesso una così bella gita il 2 di novembre! Grazie CO2!
 
di stefano del 17/10/2006 @ 10:34:00 in autoreferenziale, letto 897 volte
Stavo passeggiando per le vie del centro storico di rimini, assaporando il profumo di una bella serata autunnale, quando le mie sinapsi sono state bruciate dalla vista della vetrina dell'Ufficio informazioni culturali del Comune di rimini.

In bella vista campeggiava un enorme televisore al plasma che mandava in circolo informazioni sulle offerte culturali della città e la possibilità di navigare su internet toccando lo schermo.

In piena crisi d'astinenza (ho finito il trasloco da una settimana, ma la telecom non verrà sino a fine mese a installarmi la linea (linea, per la cronaca, chiesta i primi di settembre e confermata e decaduta per ben quattro volte)) mi sono avvicinato per navigare e controllare la posta e aggiornare il sito dallo schermo pubblico del comune.

Ahimè!, che delusione scoprire che si poteva navigare solo sul sito del comune! Ora sfrutto casa di amici e qualsiasi presa telefonica libera cada sotto il mio portatile.

State in linea! tornerò.
Nel frattempo: scrutate il cielo!
 
di stefano del 27/07/2009 @ 09:48:16 in giornalismi, letto 1111 volte
Alla base di tutto c'è l'ipocrisia. Se il mostro ti serve, lo tieni, altrimenti lo rimandi a casa a pedate nel didietro. E' quello che succede nel nostro paese - e non solo - a tutti i livelli. Perché alla fine si possono fare tutti i giri di parole e le campagne antiberlusconiane che si vuole, ma gli italiani e i loro governanti si assomigliano molto. Anzi, sono proprio le stesse persone.

A rimini il comune cerca di usare il pugno duro contro i venditori abusivi, ma non ce la fa. In primis perché ci sono circa 25 vigili per 15 chilometri di costa (e tra l'altro sono gli stessi vigili che poi non sono mai presenti quando qualche auto-dipendente parcheggia sulle piste ciclabili, sui marciapiedi e nelle piazze), ma in secondo luogo perché molti bagnanti hanno preso le difese dei venditori abusivi, per la maggior parte senegalesi e cinesi. Che succede? Un rigurgito di fratellanza? Una comune unione tra tutti gli esseri umani contro la spietata economia che pone gli uni contro gli altri, tutti sfruttati per mantenere lo status quo?
No, nulla di così complesso. Semplicemente i venditori abusivi hanno i prezzi più bassi. Le merci sono tarroccate ma soprattutto costano davvero poco. Con 15 euro uno si compra 5 cinture tipo Dolce&Gabbato o Arnani o Verace, quando normalmente non basterebbe un piccolo mutuo.

Ha detto bene l'assessore alla pubblica sicurezza di rimini Roberto Biagini: “Molto spesso, [i turisti che difendono i venditori] sono gli stessi che a casa loro tempestano di telefonate i vigili se solo uno straniero entra nel loro giardino”. Ecco il punto, l'ipocrisia. Gli immigrati li vogliamo rimandare tutti a casa, ci hanno rotto, rovinano il paese, distruggono la nostra società contaminandola. Però, se si mettono al loro naturale ruolo da servitori facendo i lavori orribilmente umili e vendendo merci a prezzi stracciati allora non solo possono rimanere, ma li difendiamo anche.

E' la stessa cosa che fa il governo con una legge a dir poco aberrante. Dopo aver sbarrato la porta ad ogni tipo di migranti, liberato nel canale di Sicilia orde di squali e orche assassine pronte a ribaltare barconi e a divorare ogni poveraccio che finiva in mare, dopo aver dato vita a campagne razziste contro i rumeni violentatori, i marocchini e i tunisini tutti di al-qaeda, i senegalesi negri (e non servono altre specificazioni) e i cinesi che si preparano, nascosti nelle cucine dei loro ristoranti, ad invadere i paesi, adesso viene però fuori che se qualcuno rimane a fare la badante e pulire il culo ai vecchi (e molti parlamentari sono lì lì per averne bisogno) non è proprio malaccio.

Ed ecco il decreto legge ad-hoc, il salva badanti, la regolarizzazione di un nuovo tipo di schiavismo, e di una corsia preferenziale tutta a nostro vantaggio. Insomma, il messaggio è questo. Che gli stranieri stiano a casa loro. Ma se proprio proprio si mettono in testa di voler venire qua, almeno che si rendano utili, cazzo! Abbiamo bisogno di badanti e colf, poi servirebbero gli uomini carta-igienica, pronti a strusciarsi su richiesta (e così, finalmente, smettiamo di abbattere gli alberi).
Qualche posto vacante anche come uomo-attraversamento, da mandare in avanscoperta sulle striscie pedonali prima di un bianco-di-pura-razza-italica, così, nel caso di un pirata della strada (che tanto è straniero anche lui), non verrà versato il sangue di Scipione.
Di lavori di questo tipo ce ne sono davvero tanti, e la nostra società ne ha bisogno!
 
di stefano del 25/05/2008 @ 01:40:00 in appuntamenti, letto 1084 volte
In modo del tutto inaspettato, ho visto il finale dell'Eurovision song contest. Già!, perché qui a rimini si riceve San Marino RTV, e siccome la piccola repubblica ha un gruppo alla manifestazione ha trasmesso l'evento in diretta.

Vincitore della 53esima edizione il russo Dima Bilan con believing. A vista una variazione di Scialpi vestito tutto di lino bianco con camicia slacciata e circondato da altri due ragazzoni, il primo alle prese con un violino stradivari dal valore inestimabile, e il secondo con pattini da ghiaccio che ballava al ritmo della canzone melensissima. Il prossimo anno, Mosca si prende lo spettacolo che va a casa del vincitore. Ecco spiegato perché l'Eurovision non arriva mai nella provincia Italia! Perché noi lo snobbiamo e non ci mandiamo nessuno e neppure lo trasmettiamo...

La manifestazione è divertente e comunque curiosa. Me la vedrei bene commentata dalla Gialappa's: le tamarrate non mancano! Però è divertente sentire tutte le più diverse lingue del vecchio continente che si alternano ad un inglese colorito da accenti incomprensibili.

Ultima nota, molto carine le inviate dalle capitali europee e simpatici i commentatori sammarinesi... sicuramente meglio di pelle di cuoio-Carlo Conti!

Chi vuole vedere qualche cosa può andare sul sito di Eurovision e scaricare il plug-in necessario, o semplicemente youtube con le parole di ricerca Eurovision 2008
 
di stefano del 13/07/2007 @ 00:57:00 in in citta', letto 1044 volte
Dopo un'assenza di qualche anno, Interno 4 è tornata a rimini. Indipendente|mente, questo il nome della libreria, vuole essere più di un semplice negozio di libri. Indipendentemente, si presenta alla città come un luogo di incontro, come uno spazio per le idee, come un'officina culturale. In due parole, la nuova Interno 4 vuole essere una libreria diversa. Lo è nel luogo: in via Di Duccio, a pochi passi da piazza Cavour, in pieno centro ma in un angolo appartato e tranquillo. Lo è nella struttura, con una bella sala lettura in cui fermarsi a leggere bevendosi un caffé o un mate. Lo è nelle proposte, grazie ad un ricco calendario di eventi che porta una bella ventata di novità nel panorama cittadino.
E ad appena una settimana dall'inaugurazione, si comincia sabato sera con Giuseppe Palumbo che presenta Troglodita.

Troglodita 01 è una antologia che raccoglie i fumetti e gli esperimenti grafici di Giuseppe Palumbo, proponendo storie e immagini legate al mondo delle Ombre Suicide, una realtà alternativa e critica rispetto al reale mondo contemporaneo. Apparse su riviste straniere o su GevsG8, le prime tre storie contenute nel numero 1 di Troglodita raccontano alcuni dei modi in cui si manifestano le Ombre Suicide, presenze allontanatesi dalla realtà o per scelta o per necessità. Una lettura insolita per il lettore di fumetti attento al fumetto d'autore e alle graphic novel, ma anche per l'appassionato di poesia, di filosofia o di psichiatria, per chi si interroga sulla vita ai margini come specchio delle contraddizioni e dei problemi irrisolti della cosiddetta vita normale.

Per info:
Libreria Indipendente|mente Interno 4
Via A. Di Duccio 26, rimini
tel. 0541-784948
per informazioni: indipendentemente@interno4.com
 
di stefano del 07/07/2008 @ 00:45:00 in viaggi, letto 905 volte
 

 



Quest'anno, per me, l'annoso problema che contrapporne partner, amici, amanti, famiglie, nazioni e imperi, trova un'assoluta, chiara e irrevocabile risposta in Carpegna!
Bellissima montagna fresca e piacevolissima a meno di un'ora di macchina da rimini.

Sì, lo so, è lì da parecchio tempo, ma io ho cominciato ad amarla tardi, ma ora non la lascio più!
 
di stefano del 29/09/2008 @ 00:01:09 in ghiottonerie, letto 1120 volte
In Romagna si mangia romagnolo? Sì, ma solitamente lo si fa in casa. Una mamma, una suocera, una nonna o al limite un'amica di famiglia che prepara cappelletti, strozzapreti o altri piatti della tradizione si trova sempre.

Tra il mare e le prime colline ci sono anche centinaia di ristoranti. Molti sono davvero dozzinali, ma ce ne sono alcuni che sanno lavorare bene. Niente innovazioni, niente "trastulli", niente rivisitazioni, ma buoni piatti della tradizione. E' vero che la cena o il pranzo fuori sono più interessanti se sono un'esperienza culinaria, ma alla fine non si disdegna neanche l'uscita tra amici attorno alla tavola a mangiare piatti semplici.
Tra i miei ristoranti della zone preferiti ci sono Zanni (niente primi, però, davvero deludenti, ma ottime carni e insuperabile la piada), Ro e Bunì (un po' pesantuccio, ma un classico), L'Osteria dei Frati (la parte più romantica), ma anche Duslaun, la Sangiovesa (siamo in zona carne e affettati, niente pesce), e da oggi Il Tiro a Volo.

Il Tiro a Volo è una piccola struttura (brutta, una sorta di prefabbricato squadrato) sulla riva destra del fiume Marecchia, ad una manciata di chilometri da rimini. La zona è molto suggestiva ed è raggiungibile anche in bicicletta lungo la ciclabile del Marecchia. La scorsa primavera ci sono capitato a metà di un giro per un po' d'acqua e un caffé, e il posto mi è sembrato interessante.

Alla prova ha confermato le impressioni. Pappardelle al sugo di lepre, cappellacci con ripieno di ricotta e con sugo di funghi e, per secondo, coniglio in porchetta con contorno. Tra i piatti non provati c'erano anche del piccione e la grigliata mista. Molto buono il coniglio: saporito e gustoso. I primi equilibrati: carichi (alla romagnola) ma non pesanti, con un ottimo ragù e sugo di funghi.
I dolci li abbiamo persi per poco - siamo arrivati tardi ed erano finiti - ma la ciambella di consolazione è stata buona. Spesa, 80 euro in 4 (per un bis di primi per quattro e due secondi con contorni, acque, dolci e caffé).
 
di stefano del 11/07/2005 @ 00:01:00 in in citta', letto 1570 volte
In tutti i romanzi di gioventù, quelli letti per sognare di grandi viaggi e di grandi incontri, si incappava sempre in città crocevia di razze, fedi e persone. Fosse Shangai, Kabul, la lontana Baghdad o la più europea Londra, le città culturalmente più evolute affascinavano per la loro capacità di ospitare le più diverse persone, etnie e culture.
Al contrario, le piccole città di provincia hanno sempre guardato gli stranieri con un misto di curiosità e sospetto. Nel frattempo, anche la piccola rimini, città sui generis nel panorama italiano, ha conquistato la sua parte di internazionalità. Per chi passeggia tra le vie che da Piazza Ferrari corrono verso la stazione, il panorama è molto diverso rispetto a qualche anno fa.

Io vivo al limitare di questo quartiere, quello che negli anni '70 era il quartiere delle puttane, quello che dopo i primi restauri e recuperi è diventato un anonimo quartiere di una città in espansione, quello che oggi, infine, dagli stessi abitanti è chiamato Bangladesh.

Così lo chiamano i senegalesi che lavorano nei numerosi African Shop e nei negozi di parrucchieri e acconciatori che espongono in vetrina locandine dal cotonamento anni '70, oppure nelle piccole botteghe dal forte odore di cumino, zenzero e coriandolo. Insieme a loro, un negozio alla volta, il Bangladesh di rimini si è popolato di cingalesi, cinesi e indiani. Alimentari colorati di spezie e mal d'Africa sono sorti di fianco ai panettieri e alle macellerie; i negozi di trasferimento valuta hanno affiancato quelli di telefonini, ai ristoranti si accompagnano i Doner Kebab. Lo scambio è equo: i riminesi assaggiano la carne al girarrosto della piccola rosticceria gestita da Javaid, Nazar e Wajid Alì, specializzata in enormi panini con carne di montone, pomodori, salse allo yogurt e patatine, e gli indiani affollano il piada e cassoni da Johnny, proprio al centro del multicolorato quartiere (il cassonificio dalle temperature più alte della città)

Infine, logica conclusione, è stata aperta anche una moschea, che tanto ha fatto paura a chi vive di preconcetti. Il luogo è affollato di venerdì, come una chiesa lo è di domenica, e nient'altro da segnalare.

Intanto rimini cresce, ed è bello vedere senegalesi che non sono più solo 'Vucumprà' (parola davvero orribile), od operai costretti ai lavori più umili e bistrattati. E' affascinante vedere ragazzi cinesi che non parlano solo cantonese stretto ma che riescono a comunicare coi loro coetanei riminesi e allargano le strette maglie della loro comunità. La seconda generazione si sta inserendo nel tessuto sociale arricchendolo e vivacizzandolo. Fino a che, nonostante un taglio degli occhi dal sapore ancora esotico, saranno riminesi a tutti gli effetti. D'altronde anche noi siamo riminesi solo perché siamo nati e cresciuti qui, anche se molte nostre famiglie sono giunte da altre regioni, Toscana, Marche, Lombardia, Sicilia.
E anche i riminesi di più antica tradizione non fanno certo parte delle gentes latine che fondarono la città e sono riminesi per storia, per tempo di appartenenza, non certo per "sangue". Le città le fanno gli abitanti e cambiano con loro, non esistono abitanti tipici di città italiane, e quelli che a noi sembrano tali non lo erano uno o due secoli fa, o se esistono sono lo specchio dei tempi, e i nostri tempi sono di incontro e non di chiusura (speriamo!).
 

Ricerca fotografie per rimini

anteprima - clicca per ingrandire
di stefano del 23/07/2008 @ 22:59:49, letta 1405 volte
un tramonto sui tetti di rimini ...
 

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Lungo.il.Po

Tutte le tappe del viaggio in barca dal delta del grande fiume sino ad isola Serafini (comprese le lezioni di navigazione e gli incontri)

ritorno sul luogo del delitto! (19.6.07)
il tassello mancante (25.10.07)
la terra trema
la terra ha tremato
Popopopopopopo

Po.Link

l'articolo su Espresso-Repubblica (con appendice fotografica)
l'audio dei nostri interventi a La Terra Trema
il libro

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Le foto del viaggio sul Po. Vai direttamente alla pagina cliccando qui. Sotto una preview dello slideshow


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28/07/2017 @ 10:49:50
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