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 Una girandola vorticante... di stefano
Gli uomini non si accontentano di vivere, essi si raccontano la vita, s'inventano storie, mettono in scena il mondo.

Alexandre Kojeve
 
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di stefano del 03/06/2007 @ 23:59:00 in viaggi, letto 6265 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 3.6.7


Mentre caricavamo le biciclette sulla macchina che ci avrebbe portato da Novellara sino a Busseto mi sono reso conto che la barca era stata ormai definitivamente abbandonata. Le lunghe scie sul Po, risalendo con fatica la corrente non ci sarebbero più state. Gli spazi della pilotina entravano ormai stabilmente a far parte del mondo dei ricordi. Ma, ho pensato, un viaggio è importante per il tragitto che si fa (Ulisse docet) e in parte per la meta, non sempre per il mezzo.
Da grande appassionato di Jules Verne non ho potuto non pensare a Phileas Fogg e al suo rocambolesco giro del mondo in 80 giorni, in cui ad ogni tappa è costretto a cercare il mezzo di locomozione più veloce. E’ per questo che, senza togliere Achab, ho deciso di aggiungere un secondo cognomen ex virtute, sul modello dei condottieri romani che aggiungevano ai loro tre nomi, anche quello del luogo della regione conquistata o del popolo vinto.

Oramai siamo solo a una manciata di chilometri da Cremona e abbiamo ben due giorni per raggiungerla e il cattivo tempo sembra passato. Tutto sembra assicurarci un veloce e semplice arrivo. Ma è meglio non dare nulla per scontato. Così come la mia fonte ispiratrice che viaggiò per quasi tre mesi attorno al globo, anch’io temo che potremmo dover cambiare ancora mezzo ed essere costretti a salire sul treno, mongolfiera, dirigibile, hovercraft, chiatta, segways, autoblindo, sommergibile, biplano, rollerblade, monopattino, monociclo, diligenza, risciò, motoretta, solex e via dicendo.



La giornata enogastronomica si è sviluppata con un iter molto particolare. Ancora mi girava per le papille la cena della sera precedente sulla motonave Stradivari, grande barca molto raffinata ormeggiata a Boretto con un ottimo ristorante di bordo e un cuoco di grande inventiva. Il clou è stato sicuramente il risotto con anguilla affumicata e radicchio mantecato col parmigiano reggiano!
E a proposito di parmigiano reggiano questa mattina la visita al caseificio Castellazzo di Novellara mi ha portato, per la prima volta, ad osservare tutte le fasi della realizzazione di questo re dei formaggi italiani. Impressionante la sala di stagionatura, dove scaffali e scaffali colmi di forme svettano sino al soffitto, come un’incredibile biblioteca casearia! Oltre alle materie prime di qualità, all’ottimo burro (il parmigiano, infatti, si prepara con latte magro, e la parte grassa diventa, appunto, burro) e alla lavorazione controllata, grazie ad un sistema di schedatura informatica, da ogni forma si può risalire a quale latte è stato utilizzato per la realizzazione del formaggio.
Procedimenti ancora più rigorosi rituali all’acetaia san Giacomo che produce aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia. Già perché l’aceto balsamico non è solo di Modena, e non è secondo o posteriore a quello più famoso, solo un po’ diverso e, fino ad oggi, meno pubblicizzato. Andrea, racconta che ha iniziato l’attività sviluppando l’abitudine che suo padre e suo nonno avevano (come molti reggini) di farsi l’aceto balsamico per la propria famiglia.



Per non tradire le origini del nostro viaggio, per il pranzo ci siamo trasferiti al Corniolo, piccolo ristorante sulle rive del Po con tanto di attracco. In otto giorni di viaggio siamo capitati su osterie migliori e più interessanti, anche se l’anguilla ai ferri è stata davvero gustosa. Infine, dopo un viaggio in macchina ricco di peripezie e una rilassante passeggiata per le vie di Busseto ci siamo concessi una semplicissima pizza con birra gelata!
Per la cronaca, Busseto è il paese che ha dato i natali ad un compositore molto famoso... non ricordo il nome. C’è una sua statua in piazza Verdi, all’incrocio con via Verdi poco distante dal teatro Giuseppe Verdi. Che sia Schumann?
 
di stefano del 06/02/2009 @ 23:59:00 in giornalismi, letto 1156 volte
Ho fatto un' inchiesta, per il settimanale Il Ponte, sul carcere di Rimini. Per raccogliere i dati ho intervistato alcuni ex detenuti, un'associazione che si occupa di monitorare lo stato delle prigioni italiane e degli insegnanti e degli operatori che lavorano al carcere. Ho provato anche a parlare col direttore del carcere. Ecco com'è andata.

1a telefonata.
-pronto?
-buongiorno sono Stefano Rossini, del Ponte, sto lavorando ad un articolo sul carcere di Rimini, potrei parlare con la direttrice?
-un attimo che gliela passo
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta d'attesa]
[10 min...]
[metto giù]

richiamo
2a telefonata.
-pronto?
-buongiorno sono ancora Rossini
-ah! è caduta la linea?
-no, sono passati dieci minuti e ho messo giù.
-un attimo che gliela ripasso
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta d'attesa]
[10 min...]
[metto giù]

richiamo
3a telefonata.
-pronto?
-salve, sono sempre Rossini
-ancora?! Allora oggi la linea non tiene
-no, guardi, non è la linea, è che non mi risponde nessuno.
-allora le passo l'ispettore addetto alle pubbliche relazioni.
-va bene
-attenda in linea
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta d'attesa]
[10 min...]
[metto giù]

Non demordo. Invio un fax in cui specifico che il giorno seguente richiamerò per avere un appuntamento con questo fantomatico ispettore addetto alle pubbliche relazioni.

il giorno dopo...
ore 9.00
4a telefonata
-pronto?
-buongiorno sono Stefano Rossini, del ponte, ho già chiamato ieri e ho mandato un fax per parlare con l'ispettore per le pubbliche relazioni, per un' intervista.
-guardi, l'ispettore è in riunione, provi tra un paio d'ore.

circa 3 ore dopo
5a telefonata
-pronto?
-buongiorno sono Rossini, del Ponte, potrei parlare con l'ispettore per le pubbliche relazioni?
-sì, glielo passo subito!
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta d'attesa]
[10 min...]
[mordo la cornetta, lancio antiche maledizioni tra i denti, ma alla fine metto giù]

il giorno seguente
6a telefonata
-pronto?
-buongiorno sono Rossini, del Ponte, posso parlare con l'ispettore per le pubbliche relazioni?
-mi scusi, [ridacchiando] ma chi è l'ispettore per le pubbliche relazioni? [ridacchiando]
-ma, [pausa carica di ansia] come!? A me lo chiede? [alzando il tono di voce, con quel filo di ironia incredula] Sono due giorni che mi parlate di questo ispettore per un intervista!
[dall'altra parte si sente parlottare]
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta di attesa]
-guardi, qui non c'è nessun ispettore, ma le posso passare il vicedirettore, forse lui le saprà rispondere.
-va bene.
-pe, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé, perepepeppeperepepé,
[musichetta di attesa]
[3 minuti]
[sto per mettere giù...]
-pronto?
-sì?
-il vicedirettore non vuole parlare.
-come non vuole parlare?
-no. non vuole rilasciare dichiarazioni
-perché?
-perché la direttrice è via e non vorrebbe dire cose che magari poi contrastano con lei.
-ma guardi che mi serve qualche dichiarazione sul carcere, qualche numero, un po' di notizie. Nulla di compromettente.
-no. non vuole rilasciare dichiarazioni.
-e, mi scusi, ma quando torna la direttrice?
-la prossima settimana.
-ma io devo consegnare il pezzo sabato. Non c'è qualcun altro con cui parlare?
-no.
-ah! e come faccio?
-lasci il foglio bianco!, se non scrive niente è meglio [ridacchiando]
-arrivederci!
 
di stefano del 14/07/2008 @ 23:51:00 in viaggi, letto 1408 volte


Se Dante potesse frequentare una stazione ferroviaria italiana in estate, ne trarrebbe sicuramente una nuova fonte di ispirazione per rivedere alcuni canti dell'inferno e nuove idee per le pene dei dannati.

C'è il contrappasso per i distratti, costretti a capire da quale binario parta il proprio treno, con cambi non annunciati all'ultimo minuto e treni con diversa destinazione, ma stessa direzione, che partono dallo stesso binario a 5 minuti di distanza (da aggiungere che entrambi i treni sono in ritardo - difficile, quindi, capire quale dei due stia arrivando - e ovviamente con la complicazione che uno ferma nella stazione desiderata e l'altro no!)

C'è il doppio contrappasso per i pigri, costretti, se già in vettura, a correre da un vagone all'altro nel tentativo di trovare una porta che si apra e poter finalmente scendere. Oppure, in caso si tenti di salire, costretti a zigzagare tra vecchi che scendono in slow-motion con bauli grandi come casse da morto e pieni di mercurio liquido lasciati incolti in mezzo alla pensilina come ostacoli olimpici.

C'è, infine, il contrappasso per gli iracondi, costretti a mantenere la calma quando, alla ricerca del posto prenotato nella carrozza 9 del treno per Crotone (fermata Giulianova), trovano la carrozza 9, una seconda carrozza 9, e un'altra carrozza con l'indicazione Munchen-Milano carrozza 9 (carrozza che, probabilmente, si stacca alla stazione di Ancona e prosegue autonoma attraverso binari sotterranei).


Alla fine di due giorni di viaggio, mi sono sentito col rischio di ripetere tutto per l'eternità, proprio come all'inferno. Sono andato infatti a Giulianova da Rimini, per la conferenza di presentazione di castelbasso 2008. Da lì, per problemi organizzativi, sono stato accompagnato insieme agli altri giornalisti a Roma. Da Roma ho preso un treno per Bologna. A Bologna ho preso un treno per Pescara, ma per fortuna sono sceso a Rimini. Per un attimo ho avuto l'incubo di tornare a Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini, Pescara, Castelbasso, Roma, Bologna, Rimini...
 
di stefano del 01/06/2007 @ 23:35:00 in viaggi, letto 2661 volte


dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 1.6.7


Mattinata in odor di santità, per l’equipaggio della Random. L’abbazia di San Benedetto Po è un continuo fluire di arcate e chiostri. L’ingresso è invece un bell’esempio di burocrazia italiana, con le gentili ragazze dell’Ufficio Informazioni che vogliono farci entrare a gratis (moto a luogo), mentre la stizzosa strappa-biglietti pretende, appunto, un biglietto.



Ma sono quisquiglie che si dimenticano subito davanti agli affreschi del Correggio o al chiostro di San Simeone. Passeggiando riemergono tutti i miei desideri monastici, i ritiri nel silenzio, la ricerca del divino nelle linee geometriche delle colonne, dei giardini, specchio dell’ordine celeste, ma poi mi diverto a stuzzicare la guida che esalta i monaci cluniacensi e la loro abitudine di dormire in camerate comuni, ricordandole che i cistercensi li accusavano di farlo per dedicarsi a pratiche contronatura. Dal canto loro, i cluniacensi accusavano i cistercensi di non portare le brache sotto la tonaca per essere subito pronti alla fornicazione e di passare le giornate a mangiare (a proposito, oggi abbiamo scoperto che un monaco medievale, vivendo tutto l’inverno senza riscaldamento, pranzava per un totale di 6-7000 calorie al giorno. Potrebbe essere un’idea per una dieta...).
Sodomiti o no, i monaci di Polirone sono stati uno dei principali motori della bonifica della valpadana e un centro di cultura di grande importanza, con uno scriptorium molto attivo e una biblioteca di notevoli dimensioni. Molto probabilmente possedevano anche una copia del De Nuptis Philologiae et Mercuri di Marziano Capella...



La nostra esplorazione del territorio è proseguita con un pranzo luculliano. Siamo arrivati alla fine stanchi e stremati, ma con gran gioia! Il pasto si è aperto, come di rito da queste parti, col sorbir d’angelo, una piccola ciotola con brodo e anoli (simili a cappelletti ma ripieni di carne) in cui si versa un cucchiaio di vino, nel nostro caso lambrusco mantovano, e si gusta come antipasto per aprir lo stomaco. Una volta aperto sono entrati anche del salame mantovano servito con polenta e lardo pistà e un trancio di anguilla fritta, giusto per concludere gli antipasti. All’Impronta, il nostro ristorante, abbiamo mangiato dei tortelli di zucca degni di questo nome, con tanto di amaretto nel ripieno! Il trionfo dell’agrodolce! E poi, già che c’eravamo, abbiamo gradito delle tagliatelle condite con la carne delle costine - davvero squisite - e abbiamo concluso, a un passo dalla morte, con del parmigiano reggiano stagionato 36 mesi accompagnato con una mostarda di pere kaiser e una composta di pomodori verdi.



Risalire in barca sarebbe stato davvero rischioso. E questo è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di lasciarla qui, a Bagnolo san Vito (sull’altra sponda rispetto a San Benedetto). Ecco gli altri:
+ ha piovuto tutto il giorno
+ le previsioni annunciano pioggia battente
+ il fiume è in piena
+ si aspetta una nuova piena nei prossimi giorni
+ l’attracco di Bagnolo San Vito è una gran bella struttura, così come dovrebbero essere tutti i moli, con una darsena a protezione del molo, un albergo - dal quale scriviamo - qualche bungalow, un piccolo bar e un servizio di fornitura benzina.

Come, direte voi, mollate adesso? E noi cosa leggeremo nei prossimi giorni? No cari amici. Un viaggio è un viaggio! E noi dobbiamo arrivare a Cremona. Dove non può la barca intervengono le biciclette. Quando anche queste cadranno sotto i colpi del fato passeremo al treno. Non ci fermeremo neppure in caso di deragliamenti, ma proseguiremo a piedi, carponi, arrancando e a nuoto, se necessario. Certo, in questo caso sarebbe difficile aggiornare il blog, ma questo è un altro discorso...

se vuoi leggere il blog di michele clicca qui
 
di stefano del 27/07/2008 @ 23:32:09 in ghiottonerie, letto 2715 volte
Ringrazio Dario77 (che mi piacerebbe linkare, o almeno linkare il suo precedente commento, non ancora "trasportato" nella nuova versione del blog, qui, il post) per la segnalazione del nuovo sushi bar riminese: Sosushi.



Sosushi è un franchising italiano dedicato al sushi che da poco ha aperto una filiale riminese in piazza Malatesta 39. Un locale molto carino e trendy. Sosushi punta molto sull'immagine, e lo si capisce (e lo si paga: un euro il sacchettino con salsa di soia nella provetta - molto carina - e bacchette). Belle le locandine, molto divertente tutto il "packaging" e il contorno. Uno stile molto fresco e giovane, divertente.

E il sushi? Non male, decisamente non male. Se devo stilare una classifica: meglio delle befane, ma secondo me appena inferiore al Sushiwasa di via destra del porto. Giusto per fare i capziosi, ho trovato più gustosi i makisushi, ma più debole il sushi vero e proprio. Il taglio di tonno era un po' duretto (ma questa lo ritengo più una sfortuna che una colpa), e il riso leggermente più papposo.
Ma ho intenzione di spulciare ancora il menu, sicuramente molto corposo.
 
di stefano del 22/04/2007 @ 23:25:00 in viaggi, letto 1154 volte



Questo fine settimana (21 e 22 aprile) sono stato invitato all'ottava edizione del Festival Internazionale delle bande di Giulianova. Ma esistono ancora le bande? - mi sono chiesto
Evidentemente sì, mi sono risposto, altrimenti non mi avrebbero invitato. E infatti le bande esistono e suonano ancora. Non solo. Godono anche di ottima salute.

Ogni anno, alcune bande da ogni parte del mondo accorrono in questo angolo d'Abruzzo a gareggiare per il miglior premio. Se state per storcere il naso – come stavo per fare io – smettetela e ricredetevi: sono decine e decine i festival come questo in tutta Europa ai quali partecipano bande e gruppi preparati, bravi e che poco hanno a che fare con la nostra vecchia idea di banda.


http://pedetemptim.blogdns.net/sblog/upload/bande8.jpg


Coreografie ricche e complesse, sonorità interessanti, tradizioni lontane, il Festival delle bande, devo ammettere, mi ha riservato una sorpresa dietro l'altra. Quello che doveva essere un pomeriggio di lavoro (ebbene sì, ero stato chiamato per esser parte della giuria giornalistica) è diventata una bella occasione per scoprire un mondo avvolto da vecchi cliché.

Certo, non sono mancate le bande più tradizionali, militari o di paese, spesso dal sapore amatoriale e un po' raffazzonate, che ricordavano i vecchi film anni '70 e l'immagine di un'italia paesana, ma lo spirito della manifestazione è stato tutt'altro.






Lo spirito è stato quello dei ritmi caraibici e delle danze erotiche della banda del Guadalupe, che hanno dovuto spingere fuori a forza o altrimenti sarebbe ancora a suonare e a danzare; lo strano contrasto dell'Estonia, con i musicisti militari vestiti di tutto punto e un gruppo di cubiste svestite e ammiccanti; il gruppo lettone, che ha sorpreso, pur essendo in quattro gatti, con danze e balli goliardici dell'Università di Riga.

Il clou, dal punto di vista coreografico, lo ha però raggiunto la banda della Malesia: una cinquantina di elementi, vestiti con uno strano costume simil impero britannico, capaci di muoversi e incrociarsi continuando a suonare ritmi serrati e passaggi difficili. La rigida disciplina asiatica, di cui hanno fatto sfoggio i malesi, ha però difettato la delegazione cinese, che non ha fatto male ma non ha brillato per originalità.






Alla fine della giornata, pur non potendone più di ottoni, piatti e grancasse, noi giornalisti siamo usciti con una nuova fede: che anche uno spettacolo di banda possa essere una bella manifestazione. E, tra gli elementi non secondari, non è mancata la presenza di belle ragazze. Io, ma anche il mio collega di Roma, abbiamo subito dato disposizione di avvertire i corpi di ballo di ogni nazione presente, di essere facilmente corrompibili.


 
di stefano del 04/05/2008 @ 23:21:00 in viaggi, letto 1961 volte


Qualche foto e poche parole. Il ricordo di un bel viaggio a Brescia e sul lago di Iseo. La città è molto elegante, signorile. Entriamo nel centro sotto una statua torva, che ricorda quasi un nazgul! Certo, l'auspicio non è dei migliori, ma in realtà a parte burlesche indicazioni per un parcheggio, che sembravano una partita ad Scotland Yard, la permanenza in città non ha avuto nulla di cui lagnarsi.




A partire dal tempo, sereno e ventilato, fino alla scoperta della città, sia della parte più moderna, ottocentesca, sia per le vie più antiche, in cui abbiamo girovagato alla ricerca di un ristorante. E' stata una famelica caccia verso un posto in cui sedersi e mangiare. Senza guide, consigli o indicazioni, nella speranza di voltare un angolo e dire - toh! ho trovato un'osteria, e sembra buona!
E così è successo, per una volta. All'Osteria della Zia Gabri abbiamo mangiato bene. Buoni i primi, maltagliati allo stracotto, sopra tutti, e deliziosi i secondi, tra cui spiccavano l'agnello arrosto e il fegato alla veneziana.




Non so se quello che sto per esporre sia un luogo comune, ma i bresciani sono un po' musoni. Ti guardano così, quando entri in un locale, come se dessi un po' fastidio. Più amichevoli e gioviali quando esci... Pochi sorrisi, insomma, non proprio da burberi montanari amanti della solitudine, o con la puzzetta sotto il naso per turistelli sprovveduti, ma neanche caldi e accoglienti
Unica nota di biasimo la mostra America, meta del nostro viaggio. Non tanto la mostra in sé, interessante, soprattutto la prima parte e meno la seconda, ma per l'impossibilità di portarsi dietro il passeggino per il pupo, abbarbicato in braccio per due ore come un lemure del Madagascar. Insomma, se volete le famiglie ai musei e alla ricerca dell'arte, venite un po' incontro, per quanto passeggini e marmocchi possano essere anche ingombranti.
Della mostra notevole i paesaggisti delle prime sale e le esperienze di viaggio italiane, con città semideserte abitate solo da solitarie rovine romane e pastori vestiti come Titiro e arcadi anche a fine '800: così pittoresco!

 


Il turismo del lago d'Iseo la sera ricorda la Rimini degli anni '80, con i localetti proprio a pochi passi dal lago, discoteche tamarre, gente vestita in modo alquanto discutibile e gonzi di periferia da film di Jerry Calà. Molto più bella la domenica mattina, con un po' di nuvole basse e di grigiore diffuso che dopo poche ore si apre in una calda giornata assolata. Gli incontri scontri con musoni non mancano. Come l'ilare barcarolo che non si degna neppure di dirci se è quella la barca che dobbiamo prendere per raggiungere Montisola oppure no, o le scarse notizie dei locali riguardo a luoghi mangerecci.

 

Nonostante tutto finiamo in un ristorante da comunioni e cresime, in cui siamo gli unici avventori a prendere il misto pesce di lago, mentre imperversa il fritto di mare. O esiste un canale sotterraneo che collega Iseo con l'Adriatico, o mi sfugge qualcosa. I primi sono un po' troppo pasticciati, ma il pesce dell'antipasto è molto interessante, soprattutto la tinca e il missultin.
 
di stefano del 18/01/2009 @ 23:19:16 in giornalismi, letto 2572 volte
Un gioco enigmistico: come continua la serie dei mesi: ottobre 2008, dicembre 2008, marzo 2009? Secondo un semplice calcolo di logica (politica ed economica) si ottiene: giugno 2009. Questa, se non spuntano fuori altre varianti o rallentamenti, dovrebbe essere la data di apertura di Ikea a Rimini.
Pare che il don rodrigo dei mobili riesca ad aprire per quella data e, di conseguenza, aprirà anche l'Ikea che è già fatto e finito, probabilmente ricolmo di panettoni ormai marcescenti e con i dipendenti in attesa o momentaneamente dislocati in strutture limitrofe. Sì, perché come un vero signorotto locale, il don rodrigo dei mobili in legno quando deve andare in fondo e attuare il suo piano non guarda in faccia nessuno e non si preoccupa delle vittime civili e collaterali (a dirla tutta nessuno si preoccupa mai delle vittime civili e collaterali. Anzi, sono già messe in conto).

Ma tutti noi che abitiamo in questo piccolo paesone marittimo, sappiamo che il nostro signorotto locale può fare anche di meglio. Anche perché, prima o poi, l'Ikea aprirà. E allora, a quel punto, come potrà evitare che orde di acquirenti, appena usciti dalle befane e ancora con la bava alla bocca e la Carta di Credito con la rabbia, si riversino nel negozio svedese e non nel suo?
Alcune soluzioni al vaglio del suo staff di pubblicisti ed esperti della comunicazione sono la sostituzione del nome del negozio in Mercatone Ikea, Ikea italia, The real Ikea, Ichea, Merchichea. Un'altra soluzione potrebbe essere quella di soddisfare i più reconditi desideri dei riminesi e lasciare libertà di parcheggio all'interno del negozio, proprio davanti alla cucina da acquistare, o sulle scale mobili.
Tra tutte le soluzioni prese in considerazione (anche quella di far consegnare, ogni mattina, una testa d'alce davanti alla porta d'ingresso dell'Ikea) non c'è l'idea di una concorrenza sullo stesso piano. E noi, qui, ci sentiamo di suggerirla. Perché non valorizzare i propri mobili con nomi simpatici, come quelli del colosso svedese, ma presi dalla nostra tradizione? Ecco, allora, che si potrebbe incuriosire la gente invitandola a comprare la cassettiere piadèna, o la cucina nascosta in un piccolo mobile: mo-sta-bòn. Già me lo vedo il passaparola, la voce che vola da una bocca all'altra e la voglia di andar a comprare il lettino dio-svegg o la libreria componibile tistunazz. Vuoi mettere la figura, quando gli amici entrano in casa e chiedono: bello quello!, cos'è? Ha! - risponderete voi - è il at-dag-du-sciaffli, il nuovo angolo scrivania di The real Ikea, quello di rimini. Dio bo! risponderanno allora i vostri amici, se veri riminesi!
 
di stefano del 01/04/2008 @ 23:05:00 in viaggi, letto 1184 volte



Nereto – E' la straziante storia di un cancello e due fratelli litigiosi che mi porta, al seguito di Paola, in questo piccolo paesino tra i Monti della Laga e i Monti Sibillini, tra Marche e Abruzzo, tra l'ex stato della chiesa e i regnini, come chiamano dalla parte nord del confine tutti gli appartenenti al Regno delle due Sicilie.

     


Ah! l'italia! Siamo ancora qui a rinfacciarci le antiche appartenenze preunitarie! Ma com'è l'italia in questo paesino del sud già schiacciato da un sole cocente in una mattina di primo aprile? E' con il mercato nella via principale e tutta la gente riversata lungo il corso, che quasi ci si chiede cos'abbiano costruito a fare il resto del paese, vuoto, silenzioso, abitato solo da qualche gatto. E' in un banco di musicassette (proprio così, musicassette!!), che manda in continuazione una stridente musica da festa paesana accompagnata da una fisarmonica piuttosto urtante, mentre sopra campeggia un poster evidentemente tarocco dei Tokyo Hotel. E' in una vecchina che parla un linguaggio per me non più comprensibile del cinese, dell'arabo e dell'ucraino che sento provenire dalle altre bancarelle del mercato. Chiediamo un'indicazione per un tribunale in un negozio. La ragazza esce urlando “Professo', professo'!” mentre passano due carabinieri in divisa. In giro caricature dei politici sui cartoni delle pizze, manifesti mortuari piccoli e colorati, sopra il quale un signore di 70 e rotti anni ha voluto una foto da giovane bersagliere. Sì, lo so, sembra una poesia di Corazzini o Govoni, con quel gusto patetico per le cose quotidiane.


La strada verso Ascoli Piceno ricorda i vecchi giochi per computer anni '80, col paesaggio che cambia continuamente: prima è un'esplosione di fiori gialli lungo la strada, poi siamo immersi in un'intricata foresta con le vette innevate sullo sfondo e poi in un'escheriana rampa a livelli per una superstrada elicoidale e post-futuristica progettata per testare l'impatto sulla mente umana di angoli impossibili e curve di geometria non euclidea.

Alla luce di una giornata limpida, il travertino di cui è fatto tutto il centro di Ascoli assume una tonalità rosa-cartolina. La città sostiene la sua fama di capitale delle torri (chissà cosa ne pensano Cremona e Bologna, dato che questo è un titolo piuttosto conteso), oltre 200 nel medioevo, poco più
di 50 oggi. Secondo le fonti 94 le fece abbattere Federico II. Pensate che bello essere un imperatore dell'antichità. Appena eletto arrivi ad Ascoli, dove i sudditi, immagino, si prostrano al tuo passaggio. Tu ti fermi. Con sguardo dubbioso guardi verso l'alto. Pancrazio! - chiami il tuo ciambellano – fa' abbattere un centinaio di torri, non mi garbano. Certo, imperatore!, risponde quello. E già che ci sei – aggiungi – anche un paio di cartocci di olive ascolane!

 


Le due piazze (Arringo e del Popolo) sono ariose e armoniche, incorniciate da colonnati e pietra bianca. La cattedrale di S. Emidio, bianca, è stata pesantemente rimaneggiata nei secoli. Nonostante tutto non cade nel pesante barocchismo o nel pietismo ottocentesco e riesce a trasmettere una certa sacralità. Passeggiando tra una piazza e una torre, capitiamo davanti al ponte di Augusto. Che bello! Compagni di sventura! Scopro che anche qui qualche assessore criminale continua a lasciare tutta la viabilità cittadina sulle spalle di un ponte di 2000 anni fa, proprio come a Rimini. Unica nota deludente il pranzo. Per la prima volta il gambero rozzo toppa un consiglio. Il Middio non è malaccio, ma non è certo l'ideale per entrare in contatto con la tradizione locale, anche se le olive ascolane sono notevoli.
 
di stefano del 01/02/2007 @ 22:59:00 in viaggi, letto 1074 volte


Arrivare nel profondo sud d'italia, in Basilicata, e ritrovarsi sulle Dolomiti, di primo acchito lascia un po' perplessi. Eppure è così. Pochi chilometri a sud di Potenza, le dolomiti lucane disegnano un paesaggio improvviso e selvaggio. Sembra quasi che la mano di un Titano abbia schiantato la roccia più e più volte sino a creare questa bizzarra sequenza di picchi spezzati e cocuzzoli scabri e duri.





Il paese si stringe come può tra le forme delle montagne, con strade strettissime, infinite teorie di scalini e case aggrappate nei luoghi più incredibili. Camminando in giro è più facile incontrare gatti che persone, almeno fino alle 5 del pomeriggio, quando, intorno al piazzale della chiesa (con piazzale non immaginate nulla di più largo di una via di normali dimensioni) e in via Roma si formano dei gruppetti. Si tratta per lo più di anziani, qualche ragazza e uomini con un cappello simile al basco, un mozzicone di sigaretta e lo sguardo appena un po' omicida che fissano me e la mia macchina fotografica. In realtà, a parte quest'ultimo, le persone dimostrano più curiosità che ostilità e mi chiedono in continuazione se ho fotografato anche loro. Una vecchietta, che grazie a dio camminava in compagnia di una accompagnatrice/traduttrice, mi ha dato il suo indirizzo perché le spedissi uno scatto.



Ma sono i panorami che fanno da padrone in questo lembo di meridione, gli scorci che salgono dai vicoli sino alle cime delle dolomiti e il paesaggio che dal punto più alto si gode sul paese e su tutta la vallata. Solo qualche cima lontana ha uno spruzzo di neve, per il resto è anche troppo caldo per essere il primo febbraio...
 
di stefano del 30/07/2008 @ 22:50:16 in pensieri sparsi, letto 1035 volte
Tra i vantaggi di aver concluso un dottorato di ricerca, c'è quello di aver guadagnato un po' di tempo libero. Così, dopo 6 anni di inattività, ho deciso di riprendere in mano il mio vecchio violoncello e rimettermi a suonare.

Chiunque abbia un po' di dimestichezza con gli strumenti a corde, sa benissimo che dopo un lungo periodo senza essere usate, alla prima accordatura le corde saltano che è un piacere. Ed infatti è successo!
Non demordo, mi reco in un negozio musicale e mi preparo ad acquistare una nuova muta. I miei precedenti acquisti risalivano al periodo pre-euro, al costo di 15-25 mila lire a corda. Ora scopro che le corde costano tra i 28 e i 35 euro ciascuna!

Dopo un momento di sbandamento e incredulità ne compro solo un paio (quelle rotte, e non tutta la muta, anche se le altre salteranno a breve). Torno a casa. Mi siedo. Cerco di regolare il respiro. E' possibile spendere più di 50 euro per due corde? Ovviamente parlo di materiale di livello medio, adatto ad uno che strimpella. Non voglio certo comprare le stesse corde di Yo-Yo Ma. Eppure è così.

Infine, come accade sempre nei film, mi do una decisa manata sulla fronte, accendo il computer e mi reco su ebay, salto a piè pari l'ebay italiano, spesso patria di furti, e vado su quello inglese. Eccole: da questo venditore, ho appena comprato un set di quattro corde per violoncello a 5,99 sterline, a cui si aggiunge 1,99 sterline di spedizione internazionale, per un totale di 7,98, che, al cambio, fanno circa 10,15 euro!

Su ebay italia, caso mai si trovassero, il guadagno è davvero limitato, si sta tra i 15 e i 20 euro a corda!
 
di stefano del 02/10/2007 @ 21:30:00 in viaggi, letto 1001 volte
La disposizione di Macerata dipende da un antico errore di comunicazione. Quando il demiurgo stava lavorando per la sua creazione, egli non sapeva ancora che la città sarebbe sorta su colli, colline e crinali. Il demiurgo lavorò giorno e notte dando vita ad una città che chiamò mentalmente: la perla della pianura.

Quando scoprì l'amara verità, decise di non rifare il lavoro daccapo, anche perché il posto come creatore delle città del nord Europa era già stato assegnato al nipote del capo-demiurgno. Un po' indispettito, il demiurgo lasciò cadere la città che si frantumò al contatto con le asperità del terreno disponendosi in modo caotico. I viali si trasformarono in viuzze, le strade in scalinate e tutto seguì l'andamento del terreno. Quello che all'inizio pareva un dramma fu la fortuna della città e l'arma di difesa contro i nemici, che arrancavano salendo, sudando sotto il sole, e perivano infilandosi nel primo vicolo ombroso e in discesa per un lancinante attacco di reumatismi e dolori muscolari nel momento esatto in cui il sudore si gelava sul coppino.

Nonostante la lunga premessa, Macerata è una bella città caotica. Per orientarmi, mentre passo da una piazza all'altra, cerco di determinare l'importanza della via. Con Garibaldi e Mazzini so di essere più vicino al centro rispetto alle vie dei fratelli Pantaleoni, che comunque non distano poi tanto da corso della Repubblica. Non c'è un monumento che cattura o una piazza che spicca per la sua bellezza, eppure tutto l'insieme di palazzi, arcate, vicoli e scalinate ha una sua magia nel disorientare e stordire. Ma quello che veramente mi ha catturato sono state una serie di vecchie insegne, e l'odore di pane per le vie. Alla fine ho anche trovato la piazza principale con cinque vie che confluivano, dalle quali entravo e uscivo come in un cartone animato di Hanna&Barbera.



Come tutte le città italiane, Macerata soffre di un gran male: le zone traffico limitato non esistono se non sui cartelli, e le macchine sono ovunque. Mi chiedo perché non studiare un modo per entrare in università direttamente in auto, e magari trasformare le aule di lezione in drive in della cultura.

Ma l'aspetto più affascinante del viaggio, anche più delle colline avvolte dalle brume che fluttuavano sui campi arati, è il dialetto maceratese, con quella sfumatura carnascialesca che lo rende irresistibile. Mentre passeggiavo mi sono imbattuto in un signore al telefono con un amico o cliente.
Ecco lo stralcio di conversazione:

“Vuui una mano? Eh! Ma su pregno! Vabbè, manna pure, tant è na sciapata”.


Ancora adesso non so quale interpretazione dare alla frase tra queste due:
1. Vorrei tanto aiutarti, ma anche se sono un uomo sono incinto e aspetto un figlio. Sì, mandami pure la tua benedizione perché anche Dio è sconvolto dall'accaduto (trad. di sciapata)
2. sono incasinato di lavoro ma cercherò di aiutarti.


Voi che dite?
 
di stefano del 28/05/2009 @ 21:27:01 in pensieri sparsi, letto 1090 volte
Chiacchierando a proposito del viadotto crollato a Gela, è venuta fuori un'idea interessante. Perché non collaborare direttamente con la mafia? Voglio dire. Perché fingere che gli appalti funzionino quando sappiamo benissimo che tutto il sud italia e non solo è in mano alle organizzazioni mafiose?
Chi vince gli appalti? la Mafia.
E allora l'idea è questa: per legge gli appalti verranno dati direttamente alla mafia, senza più concorso (che tanto vincerebbe comunque), in cambio, però, la mafia si impegnerà a costruirli decentemente, senza utilizzare materiale di scarto solo per guadagnare qualcosa di più. Anche perché, l'economia insegna, guadagnerebbe già a sufficienza per il numero degli appalti, e non solo sul singolo appalto.

Niente più lunghe indagini burocratiche, niente più inutile antimafia (come dice Brunetta), niente più poliziotti panzoni che corrono dietro scattanti mafiosi (sempre parole di Brunetta), niente più scartoffie e giudici impegnati in processi che tanto si risolvono con la protezione dello stato alla mafia.

Il secondo passo sarà l'abolizione delle tanto odiate tasse per un sistema a pizzo uniforme per tutti i cittadini, con l'unico scaglione pubblico-privato. Sei un pubblico cittadino? Paghi un tot. Sei dirigente di una grossa azienda? Allora paghi così. Sei entrambi? E vabbé! Li paghi tutti e due. Ricorda: evadere è un rischio!

Sì! Vota anche tu la mafia! La principale azienda italiana. L'unica davvero in grado di ricostruire l'Abruzzo, completare la Salerno Reggio Calabria, costruire il ponte sullo stretto di Messina e anche il ponte Sicilia - Sardegna, il cablaggio di tutta la penisola (cosa che, ad esempio, la telecom non riesce a fare), snellire la burocrazia e soprattutto fare arrivare i treni in orario.
 
Ho comprato su ebay il cd di Bat for Lashes, da un utente di Londra.
L'ho acquistato il 30 aprile. Il 4 maggio ho effettuato il pagamento con paypal, il 5 maggio il cd è stato spedito e il 15 maggio, cioè oggi, è arrivato.

Il cd ha impiegato 10 giorni per arrivare da Londra a Rimini. Ora, siccome credo che nel 2009 non sia possibile fisicamente possibile che un pacco impieghi 10 giorni per coprire una distanza di poco più di 1000 chilometri, ci sono solo tre spiegazioni possibili.

1. La Royal mail, come molti altri istituti del Regno Unito, è attaccata alle antiche tradizioni medievali o vittoriane, e consegna ancora i plichi con corrieri a cavallo. Un cavallo, al passo, percorre circa 6 chilometri all'ora. Il pacco non era particolarmente prezioso, quindi probabilmente il corriere non faceva galoppare il cavallo fino a fargli tirare le cuoia tra una stazione di cambio e l'altra.
Diciamo che teneva l'andatura al passo. 6 chilometri all'ora, con stazioni di cambio ogni 40 chilometri. Sono 6 ore e mezzo di passo. Poi cambiano il cavallo e il cavaliere e via così 24 ore su 24 ore. turnover continuo, tanto è pieno di cavalli disoccupati che accettano qualsiasi condizione. 6 chilometri all'ora per 24 ore sono 144 chilometri al giorno. In 10 giorni: 1440 chilometri. Proprio la distanza tra Rimini e Londra secondo viamichelin!

2. Il cd viene imbarcato su un volo Londra-Rimini della Ryanair. Tempo di volo 2 ore. L'aereo parte. Il pilota si accorge che qualcosa non va per il verso giusto. I motori non rispondono, l'aereo potrebbe inabissarsi. Il capitano sa che può salvare solo una cosa. E così paracaduta il plico nelle campagne della Normandia. Qui viene trovato da un reduce della seconda guerra mondiale ancora nascosto in un bunker che, sbadatamente, pensa sia un dispaccio di guerra e si muove alla volta di Berlino. Nei pressi della linea Maginot, il reduce viene scippato da una gang di scapestrati senzadio che prendono il plico e lo portano presso il loro nascondiglio, a Cracovia. Prima di arrivare, però, un regolamento di conti tra bande sbarra loro la strada. Muoiono tutti. Il cd viene raccolto da un giornalista che stava indagando proprio sulla deriva dei valori dei giovani polacchi. Per fortuna c'è ancora l'etichetta. Ma è illeggibile! E così Al posto di Rimini, italia, si legge Rimini, Montana, e viene spedita nella cittadina di Rimini, negli Stati Uniti. Qua, uno zelante dipendente delle poste capisce l'inghippo e la rispedisce in italia dove arriva in un paio di giorni. Durata totale del viaggio: 10 giorni.

3. Il cd viene spedito da Londra il 5 maggio. Il 5 sera è alla frontiera con l'italia, qui, viene trattenuto in un centro di permanenza temporanea di Domodossola da due postini xenofobi. Servono 10 giorni di febbricitanti trattative tra le due ambasciate per rilasciarlo e farlo arrivare finalmente a Rimini, mentre i due postini e Brunetta dormono sogni pacifici.
 
di stefano del 22/11/2009 @ 20:51:30 in pensieri sparsi, letto 1022 volte
Voglio dire, Tarantino lo ha dichiarato esplicitamente. Il suo inglorious basterds si rifà a Quel maledetto treno blindato, film italiano del 1977 di Castellari, esportato in america col titolo di inglorious bastards.

Ma in quale altro paese, dopo una notizia così, e dopo che il film di tarantino è stato giustamente accolto dalla critica molto positivamente, tutti se ne sbattono altamente?

Non c'è stata una tv, statale o privata che lo abbia ritrasmesso. un cinema che lo abbia inserito in una rassegna. nulla. il vuoto più assoluto. neanche qualche negozio che l'abbia rimesso fuori. per vederlo bisogna scaricarlo da emule.

che paese piccolo e infame. incapace di valorizzare le proprie cose, attento solo a quello che dice la critica di regime. che schifo
 
di stefano del 09/10/2008 @ 19:56:37 in in citta', letto 5084 volte
Io immagino le facce dei dirigenti dell'Ikea. Li immagino in una stanza grande, seduti attorno ad un grande tavolo. Dalle finestre si può godere di un vasto panorama svedese, a perdita d'occhio. Sono tutti lì, a discutere di un passo importante! L'ikea aprirà filiali in tutto il mondo.
Sono pronti. Sanno che sarà un mercato aggressivo, difficile, sfiancante. Ma il mercato, pur nelle sue dinamiche esasperanti, ha delle regole chiare e precise. E' un po' come una partita a scacchi. I due contendenti si studiano, si affrontano, e poi ognuno sceglie la sua mossa.

Con questa filosofia ikea conquista l'Europa. Aprono decine e poi centinaia di sedi. Prima solo nelle grandi città, poi anche nei centri minori. Le case dei cittadini dell'unione sono ora colme di mobili in abete svedese. Chi non ha a casa un tavolo BJURSTA, o un divano EKTORP? O magari solo qualche complemento d'arredo, che so, un LAXVIK o un TRABY?
L'ascesa è inarrestabile, tutto procede nel migliore dei modi, fino a che, anche i dirigenti ikea fanno un grave errore: decidono di aprire a Rimini!

Rimini, da fuori, sembra una città come le altre, ma in realtà, qui, esistono potentati e feudi che in Svezia hanno probabilmente debellato alla fine del XVII secolo. Ogni settore ha il suo signorotto. C'è il Don Rodrigo dell'edilizia, c'è quello del turismo, e, infine, c'è anche il Don Rodrigo dei mobili in legno. Quando il signor ikea è arrivato a Rimini, probabilmente ad aspettarlo all'aeroporto è arrivato proprio il Don Rodrigo dei mobili in legno, e probabilmente, al ritiro bagagli gli ha fatto trovare una testa di alce recisa.

Quando ha saputo che ikea voleva aprire a Rimini, il Don Rodrigo è andato su tutte le furie! Chi osava mettere piede nel suo feudo? Lui, proprio lui che sugli impiallicciati aveva costruito un regno! Anatema! Papé Satan Aleppe!
Ma il libero mercato va oltre i potenti mezzi di ogni Don Rodrigo. Lo sbarco a Rimini di ikea è una realtà in procinto di realizzarsi, anche se qui in italia c'è una regola ferrea: il libero mercato va bene solo per adeguare le tariffe a quelle europee, ma non venite a romperci le uova nel paniere con i vostri prodotti a costi più bassi e fatti meglio in casa nostra, chiaro? (queste non sono parole mie, è un decreto legge)

Morale della favola: l'apertura dell'ikea a Rimini è slittata di alcuni mesi, per una variante al piano regolatore in continuo ritardo (chissà come mai! Guarda te alle volte le coincidenze!). Poi, alla fine, tutto si sblocca! La variante arriverà, ikea aprirà a Rimini. E già che è stata fatta la variante e c'è tutto quello spazio libero proprio a fianco, ci apriamo anche un nuovo, mastodontico mercatone uno che venderà soprattutto mobili!
Perché la concorrenza, è chiaro, ha le sue regole!
 
di stefano del 01/03/2006 @ 19:28:00 in viaggi, letto 2972 volte


Se esiste un inferno per i fotografi, sarà fatto ad immagine e somiglianza di Città di Castello. In primo luogo, Città di Castello soffre di un male orribile che affligge tutte le città italiane: le automobili. Solo poche città in italia sono immuni dal parcheggio folle e schizofrenico in tutto il centro storico e davanti ad ogni monumento. Città di Castello, mi rincresce dirlo - perché tra l'altro è un borgo molto suggestivo - rappresenta lo stadio finale di questa tendenza. Le macchine sono letteralmente ovunque. In tutte le vie, anche le più strette del centro, nelle piazze, anche quelle che ospitano i monumenti di pregio, negli slarghi, nei piazzali e, a breve, sui balconi delle case.

Ma questo è solo uno degli ostacoli fotografici della mia visita odierna a Città di Castello.



Ecco una breve cronistoria del viaggio.
La sera prima di partire ha nevicato. "Vabbé", mi sono detto, "dovrebbe smettere in serata, secondo le previsioni". Per sicurezza ho recuperato un paio di catene per la macchina e mi sono comunque preparato a partire. Durante il viaggio, a metà della mulattiera E45, superato Bagno di Romagna, si sono avverate di colpo una mezza dozzina di profezie del nuovo e vecchio testamento: il sole si è oscurato, le nuvole erano così basse e nere che la mattina sembrava la sera, nevicava e il vento portava con sé le più crudeli creature dell'inferno. Pochi chilometri prima del passo, l'E45 chiudeva. Per ferie? No, per lavori. Così sono uscito e ho preso il passo di Monte Salico. Il paesaggio era sospeso tra la neve e le nubi basse, gli alberi e i rami erano imbiancati, insieme alle montagne e ad un gruppo di piccole arnie posate poco distanti dalla strada. Svalicato insieme ad un branco di lupi e ad una fila di camion, siamo scesi verso Città di Castello, dove ci attendeva una pioggia battente.



Nei pressi della città, per diretta intercessione dell'altissimo, la pioggia scemava. Sceso dall'auto ho iniziato subito a fare qualche foto - senza troppa convinzione - sotto un cielo grigio che ingrigiva ogni cosa. Come se tutto questo non fosse stato sufficiente, l'impacchettatore Christo doveva essere arrivato qui pochi giorni prima di me. I principali monumenti, i campanili, le piazze e le chiese più belle erano tutte avvolte dalle impalcature e dai tendaggi dei lavori. La pioggia riprendeva ad intermittenza sincronizzandosi con il mio ingresso nelle caffetterie: quando entravo, smetteva, quando uscivo ricominciava. Come detto sopra, le macchine erano parcheggiate prospicienti ad ogni monumento davanti al quale non ci fossero i lavori, ed infine, ad ogni incrocio si trovava un cartello che indicava: pinacoteca comunale, ognuno in una direzione diversa. Un altro problema di Città di Castello è che le vie sono larghe giusto quanto un automobile, ma, purtroppo, ci sono anche i pedoni, con grave rischio della loro vita - in questo caso della mia.

Stanco e provato, al limite della depressione, ho deciso di tornare indietro e di rimandare la visita a Città di Castello ad un altro giorno. "Ma", mi sono detto, "posso approfittarne per fare qualche foto ai paesaggi innevati sul passo!". Il tempo di arrivare su, e la pioggia aveva sciolto la gran parte della neve.

Domani ho appuntamento con l'esorcista.
 
di stefano del 11/02/2010 @ 19:12:54 in giornalismi, letto 1149 volte
Loredana Alberti è la proprietaria della FUNGAR di Coriano, una delle principali aziende riminesi di coltivazioni di funghi. L'ho intervistata poche settimane fa per TRE, il mensile di economia riminese. Le domande, però, non riguardavano l'aspetto agricolo, né tanto meno quello gastronomico, ma quello sociale.

Sì, perché su oltre 60 dipendenti, 50 sono cinesi. Ed esplorando il panorama agroalimentare riminese si scopre che la situazione è più o meno la stessa per tutto il comparto: i lavoratori stranieri sono circa il 90%.
Non è, come sbandierato spesso da chi parla attraverso cliché, un lavoro rubato dagli extracomunitari. Sono lavori umili e spesso faticosi, che chi ha avuto la fortuna di studiare o di nascere in famiglie non in grave necessità preferisce non fare. Ma sono, nel contempo, una grande possibilità per chi cerca un reddito dignitoso e una vita in un paese nuovo. I numeri citati, infatti, riguardano i lavoratori regolari.

Avete avuto problemi con i lavoratori stranieri? - avevo chiesto a Loredana
No. - risposta - L'unico vero problema, soprattutto all'inizio è stato quello della comunicazione. Avere a che fare con persone che non parlano una parola della tua lingua è difficile. Per questo, da anni, organizziamo all'interno dell'azienda corsi di italiano per tutti i dipendenti. I giorni del corso il lavoro termina un po' prima. L'anno scorso, poi, insieme all'ARCI abbiamo fatto un corso sulla costituzione italiana, sul diritto sanitario, il lavoro e tutte le informazioni che potevano essere utile per un lavoratore straniero. Cerchiamo di essere vicini ai nostri dipendenti, anche aiutandoli per il disbrigo delle pratiche per il permesso di soggiorno o per la maternità.
Un altro problema, qualche volta, può essere nel rapporto familiare. Noi abbiamo una politica: cerchiamo di instaurare un rapporto col lavoratore e solo con lui. E' capitato che uomini marocchini, mariti di donne che lavoravano qui da noi, volessero venire a riscuotere per loro. A questi abbiamo sempre risposto no. Dev'essere il lavoratore a parlare con me, per qualsiasi cosa, non un suo parente.

Un imprenditrice illuminata, insomma. Di quelle di una volta, quando l'impresa si preoccupava non solo del proprio fatturato ma anche di garantire una vita dignitosa e una crescita ai propri dipendenti. E come darle torto? Alla Confagricoltura di Rimini fanno letteralmente la corte ai lavoratori stranieri. C'è da capirli! Senza crollerebbe tutto.

Eppure, a fronte di tutto questo, succedono sempre più spesso episodi spiacevoli, in cui lo stato e le forze dell'ordine si divertono a fare la voce grossa con i più deboli, a usare metodi militari per questioni civili.
Ieri ho parlato di nuovo con Loredana, per un aggiornamento, e questa è stata la sua risposta.

“Non è un buon momento. Oggi siamo in piena agitazione. Ieri pomeriggio (il 9 febbraio 2010), sono arrivati i carabinieri che hanno bloccato i nostri lavori, hanno radunato tutti i dipendenti e hanno voluto controllare tutti i permessi di soggiorno.
“Nessun problema - continua Loredana - tutto era in regola, ma il modo in cui la cosa è stata fatta mi ha davvero lasciata di stucco. Sembrava un'operazione militare! Ci hanno detto che da adesso in avanti i controlli sarebbero stati continui e che hanno cominciato da noi perché siamo una delle aziende più grandi”.

Quasi una retata, verrebbe da dire. Una di quelle che si vedono nei film che parlano della seconda guerra mondiale, ad esempio. Ieri in azienda è stata fatta una lunga riunione, insieme ai mediatori culturali, per far capire agli stranieri l'importanza di portare sempre con sé il permesso di soggiorno. Molti, infatti, lo tengono a casa, al sicuro, come una reliquia, consci che senza di quello sarebbero poco più che corpi da buttare su un aereo, una barca e di nuovo a casa. E invece devono averlo sempre con sé, perché un controllo può capitare in ogni momento, e alla prima dimenticanza sono guai.

Ma non era meglio una stella gialla sul cappotto?
 
di stefano del 04/06/2009 @ 19:09:12 in giornalismi, letto 2842 volte
ikea a riminiE' ufficiale: martedì 9 giugno l'Ikea aprirà la sede di Rimini. Dopo quasi un anno da quella che doveva essere l'apertura ufficiale dell'ottobre del 2008, finalmente l'iter burocratico e la violenza del Don Rodrigo dei mobili riminesi sembrano essersi placati.
Oggi sono stato alla visita guidata organizzata da Ikea per i giornalisti. E' immenso. Più grande di quello di Bologna. Voci incontrollate lo danno per il secondo più grande d'italia. Ma nessuno conferma. Qualcuno azzarda che una serie di cunicoli sotterranei lo colleghino direttamente alla casa madre in Svezia.

La prima domanda che nasce è: perché un Ikea così grande a Rimini, quando a meno di 100 chilometri di distanza ce ne sono già due, quello di Bologna e quello di Ancona? La risposta più o meno la si sapeva, ma oggi l'entourage del colosso svedese ha confermato i propri interessi verso un nuovo tipo di clientela: negozianti e albergatori. In effetti girando per le immense sale del primo piano, dove si trovano i mobili e le composizioni, non mancano idee di camere di albergo. Potrebbe essere tutta ikea la camera d'albergo del futuro di Rimini? Chi lo sa! Sarà un esperimento interessante mettere in un'unica equazione il rigore nordico con l'effetto anarchico e bestemmione degli albergatori riminesi, da decenni abituati a stipare turisti in stanzette e sottoscala giusto per fare numero. Non riesco davvero a immaginare un albergatore della vecchia guardia che entra all'ikea, va alla primo punto informazioni con un fogliettino scritto dal figlio e dice:

Ikea a Rimini camera albergomi dia questi.
allora, ricapitolando lei vuole 150 cassettiere Vinstra, 100 letti Maindal, , 3 chili di Kvart, e una manciata di Figgjo.
mo sta bòn, dammi i mobili, che ciò 30 polacchi che da tre giorni dormono sui tappeti
abbiamo un'offerta sui tavoli Melltorp, interessa?
Eh? Ascolta figliolo. Io ciò l'azdora ferma da tre ore. Ha già 1670 piadine da finire entro questa sera. Ho dovuto comprare un camion di strutto dall'albergo di fianco, quindi lascia stare i mellostorpi e vedi di prepararmi i miei mobili che passa mio cognato con l'ape tra mezz'ora.
Ma signore, non le basta un solo viaggio con l'ape.
Uè Svezie! Te fa il tuo lavoro che io faccio il mio. Mio cognato su quell'ape cià portato tanta di quella roba che te manco te l'immagini!
Va bene. come vuole. ecco a lei il conto.
l'albergatore guarda il conto, e poi ficca gli occhi in quelli del povero commesso. Dio bo che lèder! Se ero vivo el mi bà, me li piallava lui in un giorno i mobili, altro che ikea!
Poi se ne va.

Alle ore 7.00 di martedì mattina, il console svedese, qualche autorità e i giornalisti parteciperanno all'inaugurazione dell'Ikea di Rimini. Per tutti: colazione svedese con aringa e vodka. Poi si procede al rituale taglio del tronco. Del nastro non se ne parla neppure. Per fare una vera cosa italo-svedese avrebbero dovuto legare una bottiglia di vodka ad un nastro, chiamare la contessa serbelloni mazzanti vien dal mare e varare la struttura col lancio della bottiglia. Ma accontentiamoci.

ikea a riminiLa cosa davvero curiosa e assolutamente inaspettata è che lo stesso giorno, proprio martedì 9 giugno, inaugurerà anche il nuovo Mercatone Uno costruito proprio di fianco all'Ikea. Secondo voci non confermate, l'inaugurazione prevederà colazione romagnola a ciambella e salsiccia cruda, poi la rituale segatura in due dell'alce vivo, i cui bramiti di dolore si leveranno alti a terrorizzare i nemici di Don Rodrigo. Probabilmente, per scippare qualche utente in più, per i primi mesi, il Mercatone sostituirà alla normale insegna quella nuova in cui Mercatone è scritto piccolo e poi, di fianco, in grande, IKEO.
Orde di clienti vagheranno senza più una guida sicura tra i due parcheggi, pensando che il primo sia il grande magazzino per il gentil sesso, il secondo per gli uomini.
Poi, forse, tutto tornerà alla normalità.
 
di stefano del 20/12/2008 @ 17:59:16 in viaggi, letto 1408 volte

London bridge is fallin' down, fallin' down, fallin' down. London bridge is fallin' down, my fair lady! E' un po' come se in italia cantassimo: Il colosseo viene giù, viene giù, viene giù. Il colosseo viene giù, mia bella amica! Questa canzoncina mi ronza in testa da una vita; e in modo ininterrotto dalla scorsa settimana, quando sono partito per Londra, finalmente.
Anche il mio terzo viaggio in aereo mi ha regalato panorami incredibili. Dopo il decollo vedo, nell'ordine, nuvole, poi le Bewölkung, quindi le nues, e infine le clouds. Mai l'Europa è stata così meteorologicamente unita!

 


Appena atterrati a Stanstead è cominciato il mio tour per la capitale inglese. E devo dire che, a parte il tempo orribile e il delirio del quartiere di Soho il venerdì sera (thanks God is friday), mi sono trovato davvero a mio agio e bene in ogni luogo. Dallo struscio serale per Piccadilly Circus (divisa tra le facciate dei palazzi coperte dai pannelli illuminati pubblicitari che sembrano usciti da un romanzo di Gibson e la colonna dell'equivoco angelo-Eros), alle prove dei concerti natalizi a Trafalgar Square, sotto la statua dell'ammiraglio Nelson, sino alle passeggiate notturne illuminati dalla mole dorata di Westminster e del Big Ben. Sarà che ormai gli anglosassoni, negli ultimi decenni, hanno plasmato il nostro immaginario, ma Londra sembra davvero la capitale d'Europa. Non tanto, o non solo, da un punto di vista architettonico, ma proprio per la vivacità, per la multiculturalità, per il continuo fermento che pervade ogni via, per l'aria - umida e fredda! - che si respira. Ogni luogo rimanda alle infinite memorie culturali di cui ormai è simbolo: Hyde Park, Covent Garden, Oxford Street, la City, WhiteChapell, King's Cross e ancora si potrebbe andare avanti per un'intera giornata.

Ma, forse, la visita più stupefacente è stata quella al British Museum. La definizione di Museo è riduttiva, l'idea è quella di una cattedrale della storia umana. Ci ho passato un intero pomeriggio, ed è stato davvero emozionante, soprattutto di fronte alla stele di Rosetta [nota: è vero che, come dicono tutti, un pomeriggio non basta per vedere il British, così come non basta una giornata e probabilmente neanche due, ma varrebbe la pena andarci anche solo per un quarto d'ora, giusto per lanciare il proprio sguardo su capolavori incredibili.]. In modo un po' pirandelliano, dopo i primi sentimenti estatici umanistici, mi torna in mente la figura di Athanasius Kircher, che nei primi decenni del '600 tradusse tutti i geroglifici in latino. Un'opera che ebbe una grande risonanza tra i coevi e con la quale il dotto gesuita tedesco sperava di conquistarsi un po' di riconoscenza tra i posteri. Peccato solo che, come dimostrò Champollion un paio di secoli più tardi, tutta la traduzione di Kircher era sbagliata, e oggi, il povero Athanasius è ricordato più come aneddoto tra gli storici che altro. Se dall'archeologia dobbiamo cercare di ricostruire la vita dei popoli antichi, una delle poche cose sicuramente desumibili è che gli antichi greci passassero metà o più della loro giornata a fare vasi di ogni forma e dimensione. Lunghi, stretti, larghi, bassi, colorati, integri o a puzzle, intere sale sono piene di vasi e urne (e qui viene in mente Keats e l'Ode a un'urna greca).
Molto bella anche la Tate Modern Gallery, sia per l'edificio che per la collezione (Picasso, Mondrian, Braque, Boccioni, etc.). Molto suggestiva la "unilever Series TH. 2058" che immagina una londra futuribile in cui piove da decenni, con ragni giganti, strana flora e scheletri di enormi roditori.

 


Contrariamente al pensiero comune, ho mangiato molto bene. Tanto etnico: indiano in testa (buono, ma massacrante il risotto traboccante di chiodi di garofano), poi cinese, thailandese e coreano. Ma devo dire che ho affrontato bene anche il tipico breakfast anglosassone con bacon, salsiccia, fagioli in umido e uovo, o anche il pranzo al pub, sempre a base di salsiccia e patate.

 


Gli ultimi due giorni del soggiorno londinese sono stati dedicati ad un corso di meditazione presso un centro jainista nella prima periferia di Londra (è difficile, in queste grandi città, capire i confini).
Il jainismo è una filosofia indiana. Il concetto di scuola filosofica indiana mi ha ricordato molto quello della Grecia del periodo imperiale, come il neoplatonismo. Per i greci del periodo ellenistico, la filosofia non era solo una interpretazione fisica e metafisica del cosmo, ma un pensiero intriso anche di speculazioni religiose e rituali, in cui il fondatore assume sempre di più un carattere sacrale. Un altro aspetto affascinante del jainismo è il tentativo di unire la propria tradizione filosofica con la scienza moderna e ancora il particolare accento che questa filosofia ha sempre posto sulla non violenza assoluta, tanto da influenzare anche la formazione del pensiero Ghandiano. Anche in questo caso, nonostante le belle sessioni di meditazione e di yoga, non ho potuto non ritornare ad una fonte letteraria. La linea del Tube che portava al centro, infatti, passava anche per Baker Street, e qui, al 221b, aveva dimora il principe degli investigatori: Sherlock Holmes, anch'egli appassionato di India e di meditazione, tecnica che spesso usava - insieme al violino - per rilassare la sua mente sempre sotto pressione.

 
di stefano del 23/08/2008 @ 17:51:00 in viaggi, letto 1142 volte
Vivere e passare l'estate in una località di vacanza ha i suoi indubbi vantaggi. Oltre alle spiagge sempre disponibili, le sere si può cercare un po' di frescura sulle prime alture e sui borghi di collina. Erano anni che non venivo più a Longiano, a metà strada tra Cesena e Sogliano.
Piccolo e raccolto, Longiano negli anni si è saputo ritagliare una discreta notorietà per il piccolo teatro che ha accolto le prime degli spettacoli comici più importanti.
La zona è per me molto interessante anche dal punto di vista gastronomico. Nei dintorni di Longiano albergano due ristoranti che ho molto amato - e che amo ancora, nonostante ultimamente li abbia poco frequentati - il primo è il Frantoio - Locanda della Luna dei Turchi, proprio ai piedi del paese, un luogo piacevole e rilassato in cui si possono gustare ottimi antipasti, buoni primi e secondi molto validi (soprattutto il pollo). Il secondo è l'incredibile Osteria dei Frati di Roncofreddo - borgo a una manciata di chilometri da Longiano. Il ristorante di Brancaleoni è davvero un luogo da segnare e visitare più e più volte, soprattutto d'autunno, quando la fanno da padrone le zuppe con i crostini, i maltagliati e i fagioli neri del Rubicone, e l'immancabile carrello dei formaggi che, oltre al fossa prodotto dallo stesso Brancaleoni, ospita le eccellenze casearie italiane e d'oltralpe.

Chiusa la parentesi dei ricordi. Ieri mi sono trovato a Longiano, per una passeggiata serale. Alle dieci e mezza il corso era ancora affollato, i bar e i tavolini pieni di gente che degustava gelati, birre e granite. Fuori da un ristorante, a ridosso dei tavolini, una ragazza sedeva dietro ad una grande arpa.
Ci prepariamo ad accomodarci sul marciapiede opposto e a goderci un inaspettato concerto, quando sbuca fuori una bambina, si posiziona al microfono e comincia, insieme all'accompagnamento dell'arpista a cantare: "Tu ci hai dato i cieli da guardar, tu ci hai dato la bocca per parlar, tu ci hai dato qualcos'altro per far l'azione corrispondente (libera interpretazione ndr) e tanta gioia dentro al cuor! e tanta gioia dentro al cuor!".
Il mio entusiasmo crolla. Ho un attimo di mancamento. Per un secondo cerco di immedesimarmi nei poveri avventori seduti ai tavoli costretti a gustare la pizza circondati da un canto di chiesa!

Ci guardiamo sbigottiti, poi ci giriamo sui nostri passi e ci allontaniamo. Una birra rossa, fredda, ci rinfranca. Cerchiamo di riprendere fiato. Io mi assento per il bagno. Siamo seduti ad un chiosco, che non dispone di una toilette, ma per fortuna qui, a pochi passi, ce n'è una pubblica. Scendo le scalette e arrivo. Entro.
E' un bagno per disabili che ha, per facilitare la vita a chi ha già abbastanza problemi, una porta scorrevole. Il problema è che la porta è in metallo, pesantissima, probabilmente ghisa, e scorre con estrema difficoltà sulla guida. Per riuscire a chiuderla devo puntare i piedi e arcuare la schiena e spingere. Per visualizzare la scena, provate a ricordare il film Conan il barbaro nel momento in cui il giovane Schwarzenegger, catturato, deve spingere con tutte le sue forze il braccio di un possente meccanismo - che, detto per inciso, non si capisce bene cosa faccia.
Ecco, la situazione è quella.
Comunque chiudo. Faccio le mie cose. Tre ernie per riaprire e sono fuori. Mi lavo le mani e le posiziono sotto l'asciugatore ad aria calda, da dove esce il flebile soffio di un asmatico. Con le mani gocciolanti torno alla mia birra.

Quando abbiamo finito le nostre consumazioni ci viene la tentazione di provare a riascoltare la giovane arpista, nella speranza di poter godere di buona musica.
Bingo! Quando arriviamo sta eseguendo una bella suonata, con una discreta perizia. Ci sediamo sul marciapiede ed ascoltiamo qualche pezzo rilassandoci e godendoci questo sapore di vacanza che qui, l'estate, è davvero a portata di mano.
Poi, l'incubo ritorna! Avvisto la bambina. La musicista la chiama a sé. Prende il microfono e... lo sposta!
Sì! per fortuna il suo ruolo, ora, è solo quello di girare le pagine dello spartito per il prossimo pezzo. E lo fa! con la stessa abilità con cui un consumato croupier mischia le carte di un casinò. L'arpista la incenerisce con sguardi che trasmettono mute bestemmie. Ma alla fine il pezzo riesce bene.
In conclusione di serata la bambina riprende il microfono e si prepara a cantare. L'arpista si prende un momento per avvisare il pubblico che sua figlia canterà un altro pezzo. Sempre di chiesa - ma meno brutto. Ecco chi è la bimba. La figlia! Chi altro poteva infilarsi così impunemente in un concertino così carino? Capisco che la madre deve nutrire per lei quel sentimento, condiviso tra tutti i genitori - me compreso - che è un misto di profondo amore e desiderio di strozzare. Un equilibrio molto precario.
Finita la performance ci alziamo e torniamo a casa... con tanta gioia nel nostro cuor!
 
di stefano del 29/04/2009 @ 17:38:58 in giornalismi, letto 1219 volte
Il turismo è in crisi? Il coro è unanime, il panico si diffonde, i dati confermano il ribasso. Colpa della congiuntura economica? Colpa del 2012 sempre più vicino? Non solo. Se il turismo è in crisi, in italia, la colpa è anche dell'incapacità di chi se ne occupa. Chi deve gestire il nostro patrimonio non lo sa rendere appetibile (o, come dicono in gergo, non riescono a vendere il prodotto museo). Chi, fino ad ora, ha riposato sugli allori del Belpaese comincia a rimanere tagliato fuori. L'italia tutta gode da sempre di un flusso “naturale” di turisti che vengono a visitare città d'arte e monumenti indipendentemente dall'offerta turistica. Ma adesso i visitatori e i viaggiatori sono più attenti, e scelgono con più oculatezza.

Sì, insomma, le belle cose da vedere, in italia, non mancano. Manca però l'organizzazione per goderle appieno. Qualche esempio? Partiamo da un dato: i cinque maggiori musei italiani fatturano il 12,7% del British Museum (dati di Federturismo). Già la cosa è interessante. Ma c'è di più! L'ingresso al British Museum è gratuito! E allora? dove prendono i soldi i gestori del museo? Vendono i pezzi sottobanco? Scippano i turisti all'ingresso o all'uscita? Li fanno addormentare davanti ai ritrattisti del '600 e poi si risvegliano tutti bagnati in un fosso che gli manca un rene?
No, al British si pagano solo le mostre temporanee, e i gadget dei negozi. Tutto è merito dell'organizzazione anglosassone, che riempie nicchie del museo con negozi, negozietti, vendita di magliette, etc.. Tutte cose che, alla fine, si fanno desiderare e acquistare, anche e proprio perché, il visitatore ha risparmiato sul biglietto di ingresso e si sente più incline a spendere qualcos'altro.
Non solo. Il luogo è molto free, o easy, per usare due termini inglesi. Uno entra, passeggia quanto e come vuole. Fa foto, si ferma al bar a bere un té. Poi riparte e finisce la visita, etc.

Qui in italia? Qui è tutto più complicato. I musei sono luoghi da cui si vuole tenere fuori il visitatore. L'anno scorso sono stato a Brescia, a vedere la mostra America. Bella. Ero con la mia compagna e mio figlio, al tempo di 2 anni. All'ingresso ci fermano: all'interno del museo non si può portare il passeggino. Come? chiediamo, ma abbiamo un bimbo di due anni. No! Le regole non si discutono! Niente passeggini (e già che ci siamo, fuori anche tutti quelli su carrozzella, che rallentano il traffico). Risultato? Il bimbo, che solitamente se la dorme mentre giriamo nelle sale dei musei, è stato sveglio e capriccioso tutta la visita.

E la promozione del nostro patrimonio? La promozione va ancora meglio (giusto per non parlare del portale italia.it). L'anno scorso ho scritto un articolo per un paio di riviste (lo si può leggere anche qui) sulla Domus del chirurgo di Rimini. Per fare le foto ho dovuto promettere e firmare ogni cosa, e divulgarle il meno possibile. Ma perché? Che danno può avere un sito archeologico se si fanno girare delle immagini?

Ancora meglio la Domus del Mito di Sant'Angelo in Vado. La Domus del Mito di Sant'Angelo in Vado? Volete sapere qualcosa della Domus? Volete che vi scriva la mia esperienza nel visitarla, e magari vorreste vedere le foto? Bene! Lo vorrei anch'io. E' aperta durante i pleniluni, il 29 febbraio, tutti i plutonedì dispari e durante le apparizioni di San Gigione Martire nei comune sotto il 46 parallelo. In tutti gli altri casi è chiusa.
Ho provato a sfruttare i miei copiosi canali giornalistici. Salve sono un giornalista - ho telefonato all'apt. Come risposta mi hanno dato un cellulare di un tipo che però mi ha detto di chiamare in comune. Allora ho scritto in comune. A Luciano Palini dell'Ufficio Cultura e Servizi Sociali. Vorrei scrivere un articolo sulla Domus. Posso prendere un appuntamento per venire a fare delle foto? Bene. Le foto le hanno loro, e anche il materiale. Mi mandano tutto e io posso scriverne.
Ma come? Senza vederla?
Esatto. Da lontano. Il più lontano possibile.
O magari mi tengo libero il prossimo plutonedì. Se proprio non ho altro da fare...
 
di stefano del 07/12/2009 @ 17:29:50 in ghiottonerie, letto 1292 volte
Nelle storie dei monasteri medievali c'è una parte che ho sempre trovato estremamente affascinante, ed è la descrizione dei grandi pranzi delle abbazie. Si leggeva di lunghe tavolate e di file ininterrotte di piatti che conquistavano solo a leggerne il nome. Pietanze speziate, pasticci di ogni tipo e carni e paste che si susseguivano l'una alle altre senza sosta. Dalla storia alla realtà, da Tassi (tel. 0532 893030) io provo vivissima questa sensazione. Da quando lo conosco - durante il viaggio in barca sul Po con Michele Marziani nel 2007 - sono già tornato 4 volte, nonostante i 170 kilometri che dividono Rimini da Bondeno. Ma Tassi li vale tutti, pure nel caso non amiate il paesaggio ferrarese basso, malinconico, piatto a perdita d'occhio misto di foschia e grigio. Nelle guide si parla genericamente di scrigno dei sapori ferraresi, o di garante delle tradizioni, o ultimo baluardo della vera salama da sugo. Tutto vero. Ma non basta dirlo così. E neanche la targa fuori dal ristorante, messa dal comune in onore del padre di Roberto Tassi, l'attuale proprietario, fa capire fino in fondo perché.

Per me che vengo dalla Romagna e dalle Marche, l sapori di questi luoghi hanno qualcosa di inafferrabile. Dalle nostre parti i piatti sono schietti. Il salato è salato, punto. I cappelletti sono in brodo salato, la grigliata è salata, e alla fine solo il dolce è dolce. Semplice. Qui no. La cucina è complessa ed elaborata, ricca, sfumata. La cucina ferrarese è quella rinascimentale, delle corti estense. Lo è ancora oggi. Altrimenti come si potrebbe concepire un piatto come il pasticcio di maccheroni - che a parole l'apt di Ferrara mi aveva fatto odiare - in cui i maccheroni al tartufo e funghi vengono serviti in una pasta frolla zuccherata?! Sì zuccherata! E' importante dirlo, perché di solito il dolce-salato viene un po' mascherato. Sì, magari c'è qualcosa di salato avvolto in una crosta dolcina, ma non troppo. Si tende a fare in modo che il le cose non siano troppo lontane tra loro. Qui no. La parte dolce è dolcissima. E' la stessa frolla dei dolci! E questo è un piatto rinascimentale, quando le corti italiane amavano dare vita a incontri di sapori assolutamente inconsueti. A mangiarlo ci si sente quasi seduti ad una corte rinascimentale. Magari con un cappellone a strisce bianche e rosse e una serie di paggetti e consiglieri ai miei ordini che portano enormi vassoi di cacciagione e contorni.

Ma torniamo ai nostri tempi. Il servizio è molto attento, veloce, competente. Complice anche il fatto che non c'è il menù, ma sempre gli stessi piatti: quelli della cucina ferrarese, se fosse sfuggito. Il servizio è a carrelli. Ci si siede, e cominciano ad arrivare camerieri con carrelli: si comincia con degli ottimi passatelli in brodo col tartufo (altra cosa che, se la presentate a Rimini e dintorni, vi sparano a vista. In zona i passatelli in brodo non hanno aromi aggiunti!), poi i tortelli di zucca con burro e salvia (forse l'unica cosa non proprio "tipica" dato che lo stesso Tassi, durante un'intervista, ci disse che i tortelli di zucca ferraresi si condiscono col ragù. La versione burro e salvia è più mantovana e parmense), il pasticcio di maccheroni, una lasagnetta, e, per finire coi primi, le tagliatelle con ragù di salsiccia e fagioli.

Poi si arriva al momento topico: la salama da sugo. Servita come da rituale: aperta e scucchiaiata sopra un piatto di purè fumante, accompagnata da una fetta di lingua di cinghiale affumicata. Quasi superfluo dire che è ottima. E' saporitissima, sapida, speziata. Ci si perde prima nei profumi e poi nei sapori, appena stemperati dal purè. Se arrivati a questo punto (con tutti i bis del caso), riuscite ad andare avanti, c'è il carrello dei bolliti, che trabocca di cotechini, zamponi, prosciutti, lingue, manzo. Prima del carrello, però, arrivano sul tavolo le salse. La mostarda di frutta, bella senapata, il rafano, che mi ha fatto passare il raffreddore, e le classiche verdi, cipolla, peperonata. Solo una volta sono riuscito ad andare oltre e a provare il carrello degli arrosti. Ma è stato uno sforzo non da poco e non ricordo bene cos'ho mangiato. Forse ero già in coma digestivo. I dolci però li ricordo, soprattutto la coppa Tassi: una piccola porzione di mascarpone con un amaretto sul fondo. In assoluto il più buono del carrello. Insieme al caffé viene servito un altro vassoio di cioccolatini e pasticcini, immagino per il gusto di torturare il commensale. Ma alla fine si assaggiano pure questi. Il tutto innaffiato da un semplice ma efficace lambrusco tagliato con bonarda, come si fa quasi ovunque lungo il Po: cibi grassi e vini leggeri. Per quanto vi sarete appesantiti la pancia (una passeggiata sull'argine e passa tutto) ci si alleggerisce poco il portafogli. Tra le 40 e 50 euro. Non uno di più!
 
di stefano del 28/12/2009 @ 17:23:31 in giornalismi, letto 1197 volte
Uno dei miei primi ingaggi giornalsitici è stato con la rivista Italy Magazine, un mensile inglese che parla dell'italia. Ogni mese, il giornale racconta luoghi, persone, storie, piatti e altri aspetti del nostro paese. Ultimamente, causa crisi, i miei contatti con la rivista si sono un po' allentati. In questi anni ho scoperto che gli inglesi amano spesso un'idea un po' antica dell'italia, fatta di paesaggi che ormai è più facile trovare nei quadri che nella realtà.

Poi, oggi, ho letto questo articolo del Guardian, in cui Martin Kettle afferma di non amare più l'italia perché non è più il paese che aveva nel cuore, ma uno stato covernato da una coalizione di destra, razzista e fascista.

Mi vengono in mente due considerazioni. La prima è: alla buon'ora! Siamo nel 2009. L'italia del Grand Tour è un ricordo, un'idea che raramente trova spazio all'interno dei nostri confini. E inoltre, anche l'italia dei viaggiatori del XVIII e XIX secolo era in gran parte molto mitizzata. Le scene bucoliche erano più negli occhi di chi guardava che nei luoghi reali.

Dall'altra parte mi vien da pensare che la storia di un paese e la sua realtà non sempre coincidono. E trovo banale cadere in un cliché del genere. E' indubbio che il nostro sia un paese in piena decadenza, che ha perso tutti i treni della modernità e che ora cerca di stare a galla come può, dopo aver fatto del suo spirito anarchico e menefreghista il modus operandi della politica. Però, così come mi fa ridere chi si arrabbia con chi critica l'italia, citando il rinascimento, i romani e i grandi periodi della nostra storia - che ormai poco hanno a che fare con noi. Nello stesso modo mi lascia perplesso chi rigetta tutto di un paese per la storia attuale.

Si può amare l'italia, i luoghi, i posti, la storia, anche pensando che chi la governa adesso sia un farabutto, e che più  del 50% degli italiani siano persone grette intente a cercare di fregarti. Distinguere bene è importante. Altrimenti si cade in una pericolosa superficialità. Posso amare l'America ma non Bush e i cittadini più violenti e razzisti. La Francia senza Sarkozy, l'Iran e i suoi luoghi d'arte senza i suoi dittatori e i mullah, e così via. La lista è anche troppo lunga!
 
di stefano del 20/01/2009 @ 17:14:15 in giornalismi, letto 1776 volte
Per una vita migliore, per una maggior sicurezza, per poter dare un futuro radioso ai nostri figli c'è una sola scelta giusta: trasferirsi in Norvegia.
E non lo dico per una stolida e modaiola passione per i paesi scandinavi - sempre primi, nelle statistiche, di educazione civile, servizi sociali e rispetto della legge (tranne il quartiere svedese in cui è ambientato "Lasciami entrare", dove avvengono i più efferati omicidi!).

No, lo dico per un motivo molto più... scientifico! E' una semplice questione di sopravvivenza!



Guardate questa bellissima animazione. E' la terra. La deriva dei continenti dalla Pangea sino ad oggi, e poi anche nel futuro. Già a 0:22 minuti del filmato, circa 22 milioni di anni fa, la Norvegia è riconoscibile più o meno nello stesso luogo di oggi e più o meno con la stessa forma. Attorno al minuto 0:42 - abbiamo da poco superato i 50 milioni di anni nel futuro - quando l'italia, per la gioia di Bossi e tutta la lega nord, tornerà a far parte dell'Africa - la Norvegia sarà appena un po' stiracchiata.

A 0:51 secondi, ad oltre 150 milioni di anni nel futuro, l'Europa continentale è ormai una propaggine della costa nord-Africana (ha! la geologia ha un gran senso dell'ironia!) mentre Inghilterra e paesi scandinavi ancora resistono!
Infine, anche verso la fine del filmato (1:11), ad oltre 250 milioni di anni nel futuro, quando anche finalmente i paesi scandinavi si riuniranno alla grande massa continentale, la Norvegia sarà ancora facilmente riconoscibile, per quanto non più separata dal mare.

Grande paese la Norvegia, capace di resistere ai movimenti delle placche tettoniche! E grande paese la Norvegia, che ospita un esule ceceno, il padre di Elza, una ragazza stuprata e uccisa dai soldati russi e il cui nome è divenuto simbolo della lotta contro gli abusi commessi dalle truppe russe in Cecenia. Per evitare che il simbolo simboleggiasse un po'  troppo, un sicario, mandato da un oscuro oligarca, ha ucciso l'avvocato accusatore e la giornalista che seguiva il caso: Stanislav Markelov e Anastasia Baburova. La povera Baburova, considerata l'erede della Politkovskaya, aveva appena venticinque anni. Non l'hanno neanche fatta arrivare ad essere una Politkovskaya. L'hanno ammazzata prima. La nuova strategia della politica armata russa è quella di eliminarli sempre più giovani. I prossimi giornalisti e avvocati li ammazzeranno in culla. Erode docet.

Non vorrei che qualcuno pensasse che stia accusando Vladimir Putin, che invece stimo come grandissimo statista, anche se, purtroppo, non posso chiamarlo mio amico.

Qui l'articolo del corriere sull'omicidio
 
di stefano del 02/02/2010 @ 17:11:23 in giornalismi, letto 4231 volte
Sul numero appena uscito in edicola di Internet Magazine c'è un mio articolo sull'Augmented reality, o realtà aumentata, per dirla all'italiana.

Il concetto è quello di trasferire i vantaggi della realtà virtuale “sopra” la nostra realtà. Immaginate di andare in giro per una grande città e di indossare un paio di occhiali che vi permettono di sapere quali uffici si trovino all'interno dei palazzi, o quale sia il miglior ristorante cinese della zona, o ancora avere in tempo reale le indicazioni per la metropolitana, o le informazioni sui monumenti.

Tecnicamente si tratta di sovraimporre strati di informazioni sopra la realtà, in generale. In particolare gli strati di dati sono visibili grazie ad un device tecnologico. Proviamo a spiegarci meglio. La realtà aumentata è, in senso stretto, la fusione del mondo reale con quello virtuale, come l'interazione di informazioni satellitari e di database direttamente sulla realtà che ci circonda. Queste applicazioni esistono già per i telefonini più evoluti. Mettete il vostro apparecchio in modalità telecamera, puntatelo attorno a voi, e sullo schermo vedrete sia gli oggetti che state riprendendo ma anche, sopra, le informazioni che state cercando.

Qualche link per capire meglio come funziona (e per divertirsi...):
un video pubblicitario della nuova BMW Z4
un video che permette allo spettatore di trasformarsi in autobot
ma il più interessante è sicuramente questo, un programma interattivo della GE Company grazie al quale si può giocare con l'energia rinnovabile.

A causa degli spazi ridotti, nel pezzo è saltata l'intervista a Sorin Voicu, un giovane laureato all'università di Roma, con una tesi in Grafica e Progettazione multimediale, che ha realizzato questo bel video.
Di seguito l'intervista.

Come hai conosciuto la AR e perché hai deciso di parlarne nel tuo corso di laurea?
Ho sentito parlare per la prima volta della realtà aumentata un paio di anni fa, ad una conferenza di computer grafica a Roma, dopo aver visto un paio di semplici dimostrazioni non è stato difficile immaginare le potenzialità che questa tecnologia ha da offrire, portandola come argomento di tesi per la propria laurea. Il corso di laurea che ho concluso trattava della comunicazione visiva in ambito architettonico, e lo studio su questa tecnologia puntava ad una possibile applicabilità. Un argomento come l'architettura non può essere studiato solamente dai libri, l'architettura e gli spazi vanno vissuti per essere compresi al meglio e la realtà aumentata offre la possibilità di studiare un opera architettonica dal vivo, aggiungendo allo studio l'ingrediente principale che è l'esperienza stessa.

Quali possono essere le applicazioni della realtà aumentata?
Immagina di ritrovarti d'avanti ad un monumento sconosciuto ormai in rovina, grazie ad un dispositivo AR (augmented reality) mobile poterai accedere alla sua storia ed esplorare dal vivo le varie parti che lo compongono, e perché no entrare al suo interno ed esplorarlo come faresti in un videogioco, con la differenza che stai esplorando fisicamente il luogo. Attualmente lo sviluppo di questa tecnologia è portato avanti principalmente dal interesse immediato nell'ambito pubblicitario, in cui i prodotti possono essere presentati in maniera più originale, insolita e divertente. Personalmente credo sia semplicemente una tendenza odierna del mercato, il futuro della realtà aumentata ha molto più da offrire che un mondo di banner e trovate pubblicitarie. Credo che cambierà profondamente il modo in cui siamo abituati ad interagire con la tecnologia, integrandola in modo più naturale nella nostra quotidianità, se il computer è riuscito a creare una certa dipendenza tecnologica e chiuderci d'avanti ad uno schermo, la realtà aumentata ci invita ad esplorare e vivere la realtà in cui viviamo arricchendo la propria esperienza.

Ad esempio?
Visitare un museo in cui potremo interagire con i vari personaggi presenti, imparare a cambiare un pezzo di ricambio della propria macchina, ma anche muoversi in una città sconosciuta assieme ad una guida virtuale che ci accompagnerà ad ogni passo e saprà sempre tutto, sfidare i propri amici ad un videogioco all'aria aperta piuttosto che spendere ore davanti allo schermo del PC, sono solo alcuni dell'infinità di esempi che si possono fare sul futuro di questa tecnologia, ma sono proprio questi che mi fanno confidare in un uso intelligente di tutto ciò che ha da offrire. Per il momento è quasi impossibile sapere con certezza il futuro della realtà aumentata, l'unica certezza è che saremo noi a deciderlo.
 
di stefano del 19/10/2008 @ 17:10:03 in viaggi, letto 1080 volte

parte seconda
(20-22 settembre)



L'italia è il paese delle capitali mancate. Milano, Torino, Venezia, Firenze, Napoli, Palermo, per citare le principali, sono città che hanno governato stati e regni e si sono viste scippare, dall'unità, il loro ruolo a favore di Roma.
La stessa sensazione la si prova visitando Trieste. Anzi, forse qui la sensazione è ancora più forte. La capitale Mitteleuropea del Belpaese è un sogno mancato; è una crescita interrotta. Perché ciò che traspare di Trieste è proprio il suo ruolo di capitale di un regno cosmopolita, una vera capitale imperiale, lo scalo di Vienna. Per anni, alle scuole elementari, ci hanno insegnato a vedere l'impero Austro-Ungarico come il nemico dell'italia, quello da sconfiggere. Oggi, invece, lo riguardo come l'ultimo sogno cosmopolita d'Europa, un impero formatosi proprio nel cuore del Vecchio Continente, che si stende dal mare alle Alpi, parte in italia, parte verso la Boemia e ancora nella penisola Balcanica. Un impero, molti stati, almeno tre religioni - anzi quattro - e cinque o più lingue.
Giuseppe, il nostro ospite triestino e il nostro anfitrione - per me un uomo dalla chiara visione storica - conclude con una massima che mi rimbalza in testa per tutto il viaggio: nella politica di inizio '900, l'importante era togliere Trieste al regno austriaco, non farla sviluppare in italia, che aveva già decine di scali importanti.



Politica a parte, siamo sull'altra sponda dell'Adriatico. Qui, il sole sorge dietro le colline e tramonta sul mare, esattamente l'opposto rispetto a Rimini e alla sponda “italica”. La città è sontuosa e ricorda le grani capitali europee. Le facciate dei palazzi sono liberty, i viali larghi. Ma ciò che la rende così poco italiana e così internazionale è il rapporto edifici civici / edifici religiosi, tutto a vantaggio dei primi. Basti pensare che qui non ci sono gli oratori, ma i ricreatori, la versione laica e austro-ungarica degli spazi per i più giovani. Fotografata fino all'impossibile, Piazza Unità d'italia è davvero di una bellezza unica. Il contrasto tra le facciate grandiose dei palazzi del potere, così imperiali e teutonici, e il quarto lato della piazza, occupato dal mare, è incredibile! E tra una sede di un'assicurazione ed un'altra, si passa, nella parte imperiale della città, lungo il canale che costeggia la chiesa ortodossa, o davanti alla grande sinagoga, o ancora nella piazza della borsa.
Dietro alla facciata più “borghese” si sviluppa la città medievale e romana, che dal teatro antico sale sino ai resti della basilica, proprio in cima al colle di San Giusto, occupato anche dal castello e dalla facciata romanica - ma ricostruita - della chiesa. Lontana dalla piazza Unità, la cima del colle è accomunata a quella dal vento che spazza tutto in continuazione, sfilacciando e ammassando le nuvole.



Ho trovato Trieste davvero vivibilissima, sia nei suoi aspetti più conosciuti e pubblicizzati, come i caffé e le pasticcerie - tra cui la pasticceria Pirona, frequentata da Joyce, ottima per dolci, pasticcini e caffé - ma anche nei pub, nelle enoteche e nei locali più recenti che danno vita, la sera, ad un incredibile viavai di persone che nulla ha da invidiare a Rimini. E anche il rapporto dei triestini col mare mi ricorda quello della mia città. Appena un raggio di sole regala un po' di tepore, la città si svuota e le sottili spiagge sassose e le pinete si riempiono di asciugamani e persone stese a rilassarsi e prendere il sole.

E alla sera nessuno si perde un bicchiere di spritz: acqua, vino bianco e selz (che ti fanno una testa così con questo spritz! Devi assaggiarlo, provalo, dai, prendine uno; e poi scopri che è acqua e vino bianco!, e però in effetti è piacevole e divertente, leggero e spiritoso e ti ci affezioni!). E il tour della città non può terminare senza una visita al castello di Miramare, residenza imperiale ricca di memorie asburgiche, e al bellissimo parco che la circonda.

Un'ultima parola sulla gastronomia. Non ho avuto modo di cenare in un tipico ristorante triestino (spesso perché arrivavo più che satollo al pranzo con colazione, seconda colazione e intermezzo dolciario), ma ho apprezzato la tradizione dei buffet. Dai bar di periferia al più tradizionale Pepi (a due passi da Piazza Unità), il pranzo si fa spiluccando da generosi buffet con fritti, prosciutti in crosta, bollito di maiale con rafano e crauti e altre delizie di cui non ci si stanca mai, per pochi euo - davvero pochi, spesso meno di 10.

Al ritorno, un po' per evitare il delirio autostradale e un po' per curiosità, siamo passati per Grado. Un bizzarro incrocio tra Aquileia (lasciano senza parole i mosaici della Basilica di Sant'Eufemia, del Battistero e della Basilica di Santa Maria delle Grazie) e Cattolica e il litorale riminese, per l'aspetto più turistico. Ciò che mi ha colpito di più è stata la strada per arrivare e lasciare l'isola d'oro. Una strada che è una sottile lingua di terra in mezzo alla laguna; circondata ovunque da isolotti e dall'acqua trasparente su cui si specchiano le vicine Alpi.

 
di stefano del 19/07/2008 @ 17:01:00 in giornalismi, letto 2047 volte







Questa sera (sabato 19 luglio 2008, ore 21.00) presso il Castello degli Agolanti di Riccione si svolgerà l'inaugurazione di Illustrissimi 2008, rassegna di illustrazioni per ragazzi che vede esporre le firme più interessanti del panorama italiano.

Ho come l'idea che la precisazione "per ragazzi" sia spesso fuorviante. A questa mostra partecipano autori davvero capaci. Le opere, spesso oniriche e surreali, non hanno nulla da invidiare a quelle di illustratori più in voga.

Anche quest'anno, per la terza volta, insieme alla curatrice Raffaella Ciacci, ho cercato di raccontare un autore della nostra zona con alcuni scatti e un breve testo da parte mia che sarà pubblicato nel catalogo 2008, distribuito questa sera all'inagurazione.

Gli anni scorsi abbiamo parlato di Maja Celija e di Gianluca Neri (approfitto per dire che a breve, finalmente, arriverà online il nuovo sito col nuovo blog e sarà l'occasione per pubblicare foto e testi che avevo tralasciato, come quelli dei due illustratori succitati!)

Sopra le foto, di seguito il testo:



Posso lasciare l'obiettivo chiuso e tenere i tempi di scatto molto lunghi. Lisa è immobile durante le foto. China sulla scrivania, prende una matita, la prepara e poi comincia a sventagliare gentilmente sul foglio.

Io giro da una parte all'altra del tavolo, tra quadretti buffi di animali, un'enorme collezione di cd, colori, pennelli e prove di disegno. Lei è sempre lì, come ignara della mia presenza che continua a puntare la matita bianca sul foglio nero, mentre le sagome degli oggetti emergono, lentamente, come per incanto.

E' molto timida, ormai si è capito, e molto, molto gentile. E anche quei disegni sembrano quasi un po' schivi, imbarazzati dalla presenza dell'osservatore. Ma la macchina fotografica fagocita ogni cosa: un movimento della mano, un accenno di sorriso, l'angolo di un foglio, un profilo di lepre, il vasetto - rosso, rossissimo - di un colore circondato da matite.
 
di stefano del 16/08/2005 @ 16:50:00 in cinema, letto 1177 volte
“Io ne ho viste di cose, che voi umani non potreste neanche immaginare...”
Chi non ricorda le gloriose parole di Roy Batty, il Nexus 6 interpretato da Ruther Hauer che nel finale di Blade Runner salva inaspettatamente la vita a Deckard? Oltre a dare un finale più profondo al film stesso (il testo fu inserito su idea e insistenza dello stesso Rutger Hauer. Quelle parole, infatti, non sono assolutamente presenti nel romanzo, né lo erano nell’idea di trasposizione di Ridley Scott), quelle battute sono state riprese in innumerevoli citazioni.

E questo è tutto! Infatti, se dovessimo elencare altre particolari prestazioni del biondo e atletico attore olandese, cosa prenderemmo in considerazione? LadyHawk e The Hitcher, a voler essere buoni Furia Cieca e Giochi di morte, le ultimissime, brevi apparizioni in Sin City e Batman Begins, e davvero poco altro (per quanto riguarda il cinema hollywoodiano, internazionale).

Se, invece, volessimo prender nota delle apparizioni in pellicole assolutamente discutibili, purtroppo dovremmo fare una lista piuttosto lunga. Ma c’è stata una visione in particolare che mi ha spinto a buttare giù queste quattro righe di getto. Una visione apocalittica e triste. No, non sto parlando di Sotto massima sorveglianza, film in cui due Ruther Hauer fusi in un corpo solo - oppure uno solo imbolsito e ingrassato - cercavano di fuggire da una prigione di massima sicurezza. Sto parlando di Turbulence 3!, film - uso il termine in senso lato - passato da italia 1 sabato 13 agosto in seconda serata.

In tale pellicola, un cantante di Heavy Metal, brutta copia di Marilyn Manson, salva un aereo di linea, pieno di suoi fan metallari, dalle mire di un non meglio precisato gruppo di terroristi. Inutile dire che il complice di questi terroristi, nonché secondo pilota, è interpretato da - indovinate un po’ - Rutger Hauer.

A questo punto, la mia idea è di raccogliere più firme possibili da spedire all’agente del signor Hauer, o a qualche intelligente produttore cinematografico, chiedendo che l’attore in questione venga utilizzato in parti, se non proprio da film d’essai, almeno decenti. Si accettano suggerimenti e idee.
 
di stefano del 20/02/2009 @ 16:21:52 in giornalismi, letto 1006 volte
Da sempre, l'uomo, nei periodi di crisi e grandi difficoltà, cerca qualcuno da prendere a calci e su cui sfogarsi. “Le inondazioni distruggono i raccolti? i cristiani al circo. Il fuoco divampa nelle città? i cristiani al circo. I barbari invadono l'impero? i cristiani al circo”, diceva Sant'Agostino. E i cristiani, appena guadagnato il controllo dell'impero, hanno esercitato questa stessa politica sulle altre minoranze: pagani, ebrei, catari, etc.

Perché una delle prime cose che l'uomo ha capito, nella sua evoluzione, è che quando si è assillati da un problema,è meglio sfogarsi su qualcuno di più debole, altrimenti i problemi tendono ad aumentare.

In una breve cronistoria dei calciati e calciabili, troviamo, primi tra tutti i neanderthal, seguiti a ruota da pagani, indiani d'America, australiani, ebrei, armeni e dissidenti vari (così a memoria).
Dal 1600, qui in occidente, ci si è concentrati principalmente con i liberi pensatori (il povero Giordano Bruno in testa), e soprattutto sugli ebrei.

Le cose sono cambiate drasticamente dopo la seconda guerra mondiale. Negli ultimi anni, in particolare, una grande rimonta l'hanno avuta i mussulmani in genere, arabi o meno. Diciamo che fa fede la pelle olivastra o leggermente abbronzata e una parlata arabeggiante, per il resto non è che si vada tanto per il sottile.
Con l'arrivo di Obama è invece probabile che i mussulmani perderanno parte del loro primato, a favore soprattutto dei rumeni - almeno in italia. In piena crisi economica, anche se le nostre banche sono sicurissime, un rumeno in zona può sempre fare comodo per risolvere i problemi della giornata. Oggi i rumeni sono tra i più gettonati (soprattutto anche grazie all'assonanza forzata rumeni -> romeni -> rom (altra categoria molto amata dai calciatori)).

Tra le new entry troviamo i senza tetto, che però sono più ricercati per sfuggire la noia che per un vero e proprio pogrom. Non decollano invece i senegalesi che appaiono tutti simpatici, indistintamente.
 
di stefano del 27/09/2005 @ 16:20:00 in giornalismi, letto 878 volte
Il mensile Italy Magazine, con il quale collaboro, ha vinto un premio come migliore rivista straniera sull'italia. Beh, visto che ci scrivo anch'io, non posso non citare parte dell'editoriale del numero di ottobre, in cui Fiona Tankard parla di questo risultato.

"(…)We’re delighted to tell you that ITALY has been awarded the prestigious Zinzulusa d’Argento 2005 award for the best foreign magazine on Italy. The ceremony was held in August at the beautiful Hotel Panoramico di Castro Marina, Lecce, on the Salentine peninsula in front of a star-studded audience and was covered by several tv channels, including RAI3. The magazine won the prize for il costante impegno nel divulgare “l’italian style” nell’UK’ – our ongoing work promoting italian style in the UK – and special mention was made of the issue featuring our article on Salento by our very own Ted Watson. (See issue 17 August 2004).(…)

leggilo anche sul sito di ItalyMag
 
di stefano del 15/11/2007 @ 16:09:00 in giornalismi, letto 822 volte

Di solito non parlo molto di politica in questo blog. Non perché non mi interessi, anzi, ma perché non mi pare il luogo adatto.

Questa notizia, però, arrivata dalla newsletter di internazionale, è talmente divertente e surreale che la posto qui così com'è!

Sciolto il gruppo dell'estrema destra all'europarlamento.


Il primo gruppo parlamentare europeo dichiaratamente
xenofobo e neofascista si è sciolto ieri a causa di una
lite tra i suoi membri rumeni e italiani. A scatenare i
dissidi sono state le dichiarazioni di Alessandra Mussolini
all'indomani dell'omicidio di Tor di quinto. La nipote del
duce aveva definito i rumeni "popolo di delinquenti" e
aveva chiesto l'espulsione dell'ambasciatore rumeno.
Irritati per le dichiarazioni razziste, i deputati del
partito Grande Romania hanno deciso di lasciare il gruppo
Its (Identità, tradizione, sovranità). Rimasto con solo 18
membri, due in meno del numero minimo, il raggruppamento è
stato così costretto a sciogliersi.


fonte:
The Guardian, Gran Bretagna
http://www.guardian.co.uk/eu/story/0,,2211166,00.html

PS a scanso di equivoci vorrei specificare che il male che non viene per nuocere di cui si parla nel titolo, non è l'omicidio, ma le affermazioni della Mussolini.
 
di stefano del 19/09/2007 @ 16:06:00 in giornalismi, letto 3850 volte
Il catalogo "Illustrissimi" quest'anno è dedicato alla Terra, e ospita tra le sue pagine un approfondimento su una giovane e brillante illustratrice di origine slovena, ma di adozione marchigiana: Maja Celija.

Di fianco alcune mie foto del servizio.
Sotto, il testo:









Gli occhi di Maja ridono con gentilezza quando risponde
alle nostre continue domande e quando si posano sui
faldoni traboccanti di disegni. Attorno una casa
affascinante, un laboratorio intrigante, scaffali ricolmi
di libri, mucchi sparsi e informi di tubetti e colori, pile
di disegni e schizzi, appunti ovunque.

Il diaframma che si apre e si chiude sposta continuamente
il primo piano tra Maja e i colori, come a cercare tra i
due una gerarchia difficile da trovare. Inseguire il pennello,
le mani, gli occhi e i colori sulle tavole cercando di cogliere
il segreto del disegno è davvero un'impresa ardua.

Si può solo correre dietro agli scatti di colore senza
pretendere di trovare un'essenza, ipnotizzati dai gesti e
dalle figure. Solo sovrapponendo tutte le immagini, le
tavole, le librerie e gli sguardi si può trovare un filo...
o forse rimane solo un'illusione, una bozza, una storia.


"Maja Celija che, dalla nativa Slovenia, è approdata sulla costa adriatica (territorio fertilissimo quello compreso fra la Romagna e le Marche per la nostra giovane illustrazione). Nel volgere di pochissimi anni ha saputo imporsi con collaborazioni prestigiose in italia e oltralpe. (...) Maja è bravissima nell’andare oltre il testo, ama gli accostamenti incongrui, le sorprese visive e spiazzanti, il particolare capace di mettere in moto altri percorsi e domande." (Walter Fochesato, dal testo critico del Catalogo)

























Maja Celija
è nata a Maribor (Slovenia) nel 1977, a cinque anni si trasferisce con la famiglia a Pula in Croazia dove compie gli studi classici. Nel 1995 segue il corso di illustrazione preso L'istituto Europeo di Design di Milano e si diploma nel 1998. Nel 2002 consegue inoltre il diploma di grafica presso il C.F.P. Bauer di Milano (ex Umanitaria). Da allora lavora come illustratrice per diverse riviste Ventiquattro, Diario della settimana, Glas istre, Freundin e case editrici in italia e all'estero: Topipittori, Orecchio Acerbo, Editori riuniti, Mondadori, Cartusia, Fatatrac, Milan, Bayard Press, Glenat, Woongjin.

Ha esposto le sue illustrazioni in molte mostre collettive e personali in italia e all'estero ed e' stata selezionata alla Mostra del Libro per Ragazzi di Bologna nel 1999, 2005 e nel 2007.

Nel 2005 ha rappresentato l'italia alla Biennale dell'Illustrazione di Bratislava.

Attualmente vive e lavora a Pesaro.

“Illustrissimi”, nato nel 2003 con l’obiettivo di promuovere l’illustrazione e di valorizzarne la cultura presso un pubblico sempre più vasto, è un progetto, giunto alla sua quinta edizione, ideato e promosso dall'Assessorato alla Cultura e alla Pace del Comune di Riccione.

Il progetto comprende ogni anno mostre personali, la rassegna collettiva di illustrazione, laboratori per ragazzi e un concorso biennale.
 
di stefano del 10/01/2007 @ 15:24:00 in giornalismi, letto 1003 volte


il fenomeno è ormai endemico e inarrestabile, l'effetto è spiacevole: comprando un qualsiasi quotidiano in edicola ci si ritrova a casa la collezione dei poeti surrealisti polacchi del terzo dopoguerra, l'enciclopedia dell'arredamento essenziale, i saggi di cucina delle regioni d'italia, i libri dei premi nobel, i quaderni dei premi nobel, l'enciclopedia universale e quella galattica.

non contento di aver soffocato le case degli italiani con libri spesso di edizione discutibile e poca utilità, da venerdì prossimo il quotidiano la repubblica regalerà l'enciclopedia medica.

io, come molti dei lettori del blog, sono nato negli anni '70, periodo di grande furore delle enciclopedie. a quel tempo, tutti, e dico tutti, avevano in casa almeno tre enciclopedie: una universale, un'altra per ragazzi sul tipo de i quindici o conoscere insieme e, soprattutto, l'immancabile enciclopedia medica.

me la ricordo ancora, era signorile e rilegata in pelle blu, e faceva bella mostra di sé sulle mensole del salotto. ogni volta che ne aprivo un volume scricchiolava come se non fosse mai stata aperta. e infatti non veniva mai aperta. l'unico che ogni tanto la guardava ero io, che cercavo, sistematicamente, pene, vagina e le più orribili malattie pustolose che abbondavano in gran copia tra le pagine patinate dei 20 volumi.

ed è questo e solo questo, alla fine, l'uso che si fa in una normale famiglia della medio-bassa o alta borghesia (ma anche del proletariato o della nobiltà) di un'enciclopedia medica. risparmiate spazio sulle mensole e comprate qualche bel libro utile da leggere, che ne so un burroughs, che associa alle più crude e truculente descrizioni anatomiche anche la droga e l'allucinazione: ideale per un dodicenne in formazione.
 
di stefano del 09/12/2008 @ 14:54:06 in giornalismi, letto 961 volte
La notizia viene dal sito di newsrimini.it: questa notte la giostra natalizia di piazza Tre Martiri ha preso fuoco e stamattina appare così come la si veda nella foto di newsrimini.

Non si escludono cause quali il corto circuito o un guasto, ma a questo punto torna con forza l'ipotesi razzismo!
Da dove venivano quei cavallini? Erano stati realizzati in Cina? Oppure, ancora peggio, in qualche paese dell'ex blocco sovietico? Magari dalla Romania. Non si esclude la possibilità che fossero cavallini ROM.

E ancora, nel caso fossero di italica provenienza, per quale motivo pernottavano proprio nella piazza centrale dell centro storico di Rimini? Non vi sono stalle giocattolo e altri luoghi adatti allo stazionamento di queste creature? Hanno forse dato fastidio ai negozianti con la loro musichetta urtante?

Il rogo è stato un caso, un incidente, oppure una bravata, una marachella o la giusta rimostranza di uno spirito nazionale stanco di sottostare alle imposizioni natalizie di gusto anglosassone?
E nel caso di un corto-circuito, da dove proveniva la corrente elettrica che alimentava il giocattolo? Era di sicura provenienza italiana, oppure era una corrente anomala e maggiormente soggetta e scintille spedita da remote zone del Caucaso?
Gli inquirenti stanno ancora vagliando tutte le prove. Per ora constatiamo che in questo periodo, a Rimini, i roghi vanno di moda.
 
di stefano del 18/09/2008 @ 14:51:49 in appuntamenti, letto 1371 volte

Non c'è niente da fare. Ogni anno, giunti a metà settembre, ritorna immancabilmente sulla bocca di tutti l'ultimo successo dei Righeira.
Allora, come va? Ma, bene, l'estate sta finendo!
Eh già, e un anno se ne va.
Qualcuno continua oltre - sto diventando grande - ma la maggior parte si ferma prima.
Merito ai Righeira. Bisogna ammettere che quei due brevi versi, forse complice anche la nostalgia e il ricordo dell'infanzia, condensano bene la malinconia settembrina. Come dire? Una settimana fa avevo ancora i piedi a bagno e ora la sera aggiungo coperte sul letto.

Ma non posso nascondere che per me l'autunno è una stagione meravigliosa. Lo è per i paesaggi un po' rarefatti, nebbiosi, umidi che rendono le cose così sottili e irreali e nel contempo sembrano svelare il loro segreto ultimo e più intimo, lo è per i profumi ricchi e carichi dell'uva e dei frutti di stagione - maturati e addolciti dalla lunga estate - lo è per il fuoco nella stufa o nel camino e per l'odore delle zuppe e del vin brulé, lo è per gli appuntamenti autunnali, per le sagre e le feste che prendono vita in ogni borgo, e lo è per i viaggi, perché l'autunno è per me la stagione ideale per viaggiare, mentre l'estate merita di essere spesa sotto un albero o in riva al mare a sonnecchiare!

Viaggi vicini e lontani. Ho in programma parecchie tappe per questo autunno, a partire da domani, in macchina verso Trieste e il Friuli, per quattro giorni a visitare una delle regioni più periferiche e meno conosciute del nostro paese. Raccoglierò un po' di foto (pioggia permettendo) e un po' di impressioni di viaggio dalla capitale Mitteleuropea del Belpaese, dal Carso, di Aquileia, Grado e fin dove riuscirò a spingermi nei giorni di viaggio. Poi, più avanti - metà ottobre - sarà finalmente la volta di Torino (mai visitata! che vergogna!), ma anche di Modena e, probabilmente, Siena e la Tuscia (in lista d'attesa da troppo tempo).

 



Ma non mancano le tappe più nostrane alla scoperta dei piccoli borghi dell'entroterra che in questo periodo si preparano ad accogliere (e raccogliere) i frutti di stagione.

A ottobre prende il via la sagra del tartufo di Sant'Agata. Forse non è più quello che era una volta, forse non è il luogo ideale per comprare i tartufi, ma sicuramente è un bell'assaggio d'autunno, il luogo forse più divertente per comprare un po' di marroni (ci sono quelli di Marradi, ottimi), funghi secchi, qualche salume, del buon miele, ma anche i crocchini di pane di Marziali (per me un must), le cioccolate dell'artigiano e tutto il resto (le noci no, quelle me le raccolgo da solo).
Per chi vuole comprare i marroni direttamente a Marradi e vedere il borgo montano tra Faenza e Firenze, casa del grande poeta Dino Campana, può attendere la sagra locale che si svolge tutte le domeniche di ottobre (c'è anche il trenino da Rimini). Un'altra sagra meritevole è quella dei frutti dimenticati di Casola Valsenio. Piccolo il paese e piccola la sagra: una manciata di bancarelle per le vie principali del centro storico. Qui, però, è possibile trovare e fare scorta di frutti davvero difficili da reperire (come le profumatissime mele cotogne), ottime marmellate e altro.

  



Quest'anno purtroppo salterò la favolosa Festa d'Europa di Cervia, in programma questo fine settimana (da venerdì 19 sino a domenica 21). Nel centro storico della città, oltre 100 mercanti provenienti da tutta Europa proporranno i loro prodotti tipici in un mercatino colorato e ricco di odori e di spezie: salsicce tedesche, dolcetti olandesi, specialità siciliane, francesi, polacche: tutto! E' come viaggiare senza spostarsi, trascinato da odori e sapori. Per me è davvero immancabile (bugiardo: quest'anno la manco.)! Andateci e non ve ne pentirete (a parte i chili in arrivo...).

E infine l'autunno è il mese in cui si riprende in mano Il vento tra i salici, il libro forse più domestico e autunnale mai scritto. Stupendo il romanzo di Grahame, ma ancora più suggestiva la trasposizione a fumetti di Michel Plessix che riesce a catturare in modo grandioso le tinte, i sentori e i sentimenti che accompagnano ogni passaggio di stagione.
Tra mutamenti ed essenza delle cose, se andate a Marradi (ma anche, come direbbe Crozza-Veltroni, se state a casa) rendete omaggio alla memoria del povero poeta folle Dino Campana, con una lettura dei Canti Orfici, una delle più belle e dimenticate pagine della poesia ottocentesca italiana.

Altro? Sì, arrivano anche gli appuntamenti “nerd” e intellettuali: il festival di Filosofia di Modena (questo fine settimana), Play - l'evoluzione della Modcon, la fiera di giochi da tavolo e giochi di ruolo organizzata dal Tremme di Modena - e, tra ottobre e novembre, l'immancabile fiera di Lucca, patria di fumetti, giochi e tutto ciò che è ludico (qui il mitico inno di Lucca)!

 
di stefano del 26/01/2007 @ 14:48:00 in viaggi, letto 974 volte
I proprietari dei negozi di alimentari e gastronomia di tutte le città italiane dovrebbero andare a lezione dai colleghi di Bologna. Passeggiando tra le belle vie medievali della città mi sono ritrovato più volte incantato davanti alle enormi composizioni di formaggi, sottoli e sottaceti, affettati e ogni altro ben di dio. Quello che mi rapiva non era tanto la varietà o la novità dei prodotti ma l'immagine totale del negozio e della vetrina. Insomma, se la chiamano Bologna la grassa ci sarà pure un motivo, no?! E il motivo è che qui gli alimentari parlano di abbuffate, del piacere di sedersi a tavola in compagnia a gustare un piatto dietro l'altro, senza pensare che possa esserci una fine. Slavine di tortellini rotolano dalle vetrine, immense mortadelle ammiccano dal fondo del negozio, pani di tutte le forme e le misure traboccano dagli scaffali e in generale traspare un'immagine di abbondanza divertita, spensierata e godereccia. E' difficile rendere a parole quello che si prova, ma la voglia di entrare e comprare tutto è irrefrenabile. Sarà anche il fatto che da San Vitale a Strada Mggiore, sino a Santo Stefano e dietro al Nettuno non ci sono anonimi supermercati, ma solo botteghe - magari più care - che rendono la spesa più eccitante.
 
di stefano del 12/06/2009 @ 14:37:39 in ghiottonerie, letto 1018 volte
"La cultura del wurstel, in italia, è davvero molto bassa". Inizia così, con queste parole di uno standista, la mia visita al TuttoFood di Milano, la fiera dedicata al mondo dell'enogastronomia, o, come viene chiamato oggi, il Food & beverage. Sono qui a guardare e assaggiare cosa succede nel mondo della grande distribuzione. Sì perché TuttoFood è uno spazio dedicato soprattutto alla promozione e all'industria del cibo, più che ai piccoli produttori, come solitamente accade oggi.

Ma torniamo ai wurstel, la cui cultura, in italia, è molto bassa. Non so se lo standista stesse facendo battute e allusioni sessuali nei miei confronti o se si riferisse proprio alla percezione dei wurstel tedeschi nel nostro paese. A favore della seconda ipotesi va detta una cosa. Fuori italia si mangia bene, ma non si dice. C'è un po' la tendenza, da queste parti, a considerare buono, genuino e sano tutto ciò che è italiano, e robaccia tutto il resto. Forse, forse, si salva solo la Francia da questo calderone di preconcetti. Ma non sempre. Eppure, tra le cose migliori che ho assaggiato durante questo tour, la maggior parte erano extra-italiote. Buona, tenera e sugosa la carne di vitello inglese, di razza Angus. Davvero sfiziosi i sottoli (cipolline e peperoncini) ripieni di formaggio morbido fresco - preparati dallo stand austriaco, insieme a panini coi semi di papavero e ai pretzel. Per non parlare del burro fatto sul momento in uno stand dell'Alto Adige - che magari sono anche italiani, però parlano tedesco - gustoso, grasso e soffice, spalmato su una fetta di pane nero speziato!

Tra i paesi in mostra c'è anche il Kazakhstan che si presenta con uno stand enorme, azzurro, pieno di prodotti di difficile decifrazione e scatolame vario. La cosa più inquietante è una scatoletta su cui è stampato il volto di un gatto. Ma non penso sia cibo per gatti. E spero non sia neppure gatto in scatola. Magari il gatto ha una funzione apotropaica, oppure, secondo i comunicatori e i pubblicitari kazakhi, il gatto incentiva l'acquisto di scatolette di carne bovina. Un po' come se dicesse: miao! se potessi scegliere, anch'io, che sono un predatore, comprerei questa carne qui! mica quegli orribili croccantini! Lo stand ha anche organizzato un piccolo spettacolo. Improvvisamente comincia una musica tipica - suonata con uno strumento simile ad una chitarra - ed una bella ballerina con un vestito giallo e un copricapo con le piume comincia a muoversi in modo ritmico, quasi come una marionetta, facendo finta di suonare. In alcuni momenti ricorda un ballo del teatro cinese. Bello, non fosse per la scenografia di luci al neon blu, standisti con piattini ricolmi di crostini e la faccia paonazza che guardano e fotografano e il vociare continuo degli altoparlanti.

Finita la pausa culturale, si torna al cibo, sia esso un semilavorato per pasticceria o lo stand pugliese completamente ricoperto di olive. E poi salsicce polacche, un ottimo burro prodotto dal latte di bufala (yum!), il gelato fatto con latte di capra, e decine e decine di stand di salumi e affettati. Mortadelle, prosciutti (buoni quelli col pepe di Renzini), salami, lonzini, N'duje e ogni altro ben di Dio.
Ma non tutto è interessante. Perché a fianco degli stand delle regioni, o dei paesi, si trovano anche i singoli produttori. E se alcuni mostrano cose interessanti, altri lasciano un po' a desiderare. Come i bidoni da cinque chili ripieni di pesto. O vasetti grandi come il colosso di Rodi con migliaia di carciofini sottolio. E' davvero difficile coniugare qualità e grande distribuzione. Non tanto - o non solo - nei fatti, ma proprio nell'immagine. Vedere in un frigo aperto tranci di carne bovina grandi come un bambino di quattro anni, ancora sanguinolenti, sarà sicuramente un modo per denotare la freschezza del prodotto, ma ha anche un che di profanatorio. Turbano anche le grandi foto di bovini placidi su enormi distese d'erba, perché la stessa foto la si ritrova sia presso i produttori di latte e formaggi (e si può capire che la mucca sia tranquilla, nonostante i ritmi di lavoro stressanti), sia presso produttori di carne (e qui, la placidità della mucca risulta un po' fuori luogo, come l'insegna di una macelleria, a rimini, in cui un maiale, sorridente, si affetta una coscia dando vita a delle belle fette di salame tonde). La difficoltà di superare questo impasse della comunicazione la si percepisce proprio nei messaggi pubblicitari, che sono principalmente di due tipi:
a) la qualità è per tutti (sottinteso: e noi, che la produciamo, ve la portiamo),
b) la qualità è per pochi (sottinteso: voi siete tra quei pochi, e noi ve la portiamo).
Il messaggio che parte dalla qualità finisce per arrivare al grottesco, come quello di un'azienda che commercializza salmone pescato, a detta loro, solo nelle acque incontaminate dell'Alaska, ma soprattutto con pesca all'amo. Per ogni singolo salmone, quindi, c'è un pescatore che getta l'amo, si mette il cappello in testa, e ronfa fino a che quella bestia di svariati chili non tira la lenza facendo muovere il galleggiante. A quel punto, per preservare la superiore qualità dei salmoni dell'alaska, i pesci vengono uccisi a pugni sopra gli occhi, o con gomitate al basso ventre, poi squamati a lingua, e infine inscatolettati.
 
di stefano del 15/04/2009 @ 14:32:04 in giornalismi, letto 3279 volte
santo stefano di sessanio torre medicea santo stefano di sessanio torre medicea santo stefano di sessanio torre medicea santo stefano di sessanio torre medicea

Queste immagini della torre medicea di Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, le ho scattate ormai tre anni fa, durante una visita al borgo. Ora la torre non c'è più. Dopo aver resistito per secoli, è crollata con l'ultimo sisma, che ha raso al suolo parte de L'Aquila e dintorni. Il resto del paese, un borgo medievale intatto, non ha per fortuna risentito in modo critico. In realtà pare che la torre sia crollata per un recente intervento di restauro, in cemento armato.

Ho voluto aspettare qualche giorno prima di scrivere qualcosa sull'Abruzzo, perché ho avuto il voltastomaco dei giornalisti e dei buonismi politici che non hanno fatto altro che riempirsi la bocca con parole e promesse.
In realtà non volevo scrivere nulla, sul comportamento dei mass media. Ho ancora in mente un'intervista a Pasolini, vista alcuni anni fa, in cui PPP affermava di non riuscire a scrivere nulla sulla borghesia, perché l'astio che lo prendeva era talmente forte da falsare e rendere banali e brutte le sue parole (che, però, tali non erano).
Ecco, in questi giorni ho provato le stesse cose. Di solito scrivo con un taglio ironico e demenziale, e tutto sommato la cosa non mi riesce male. Ma quando provavo a farlo, pensando al comportamento di sedicenti giornalisti come Bruno Vespa, che chiede il conto dei morti dopo la pubblicità, o la giornalista di studio aperto che bussava ai vetri delle automobili, dove la gente si era rifugiata per dormire la notte, chiedendo cosa provassero ad aver perso tutto, mi saliva un tale livore da trasformare ogni parola in un morso di rabbia. Quando pensavo a questi giornalisti - giornalisti? non li definirei tali. persone del genere stanno al giornalismo come le puttane ad un convento di clarisse - mi venivano solo parole astiose (appunto).

Il gran finale, poi, lo ha preparato il tg1, autocelebrando i propri dati di ascolto nei giorni del terremoto. Share e percentuali altissime hanno coronato il crollo dei palazzi costruiti con la carta velina. Per forza, nella calce ci fanno pisciare i muratori al posto di metterci l'acqua! Qualcuno ha calcolato che un sisma della stessa magnitudo avrebbe fatto in Giappone meno di 10 morti. Ma insomma! Questo non è il momento delle polemiche! Dobbiamo essere tutti uniti e piangere! Non parliamo di queste cose. Cavolo! In Giappone sono avanti, hanno una tecnologia che noi non sappiamo neanche come. Loro sono abituati al terremoto, mentre invece l'italia non è un paese a rischio sismico.
Questo non è il momento delle polemiche!
O sì?
 
di stefano del 20/07/2007 @ 14:24:00 in appuntamenti, letto 1153 volte


Ormai ci siamo. Manca poco più di una settmana alla prima edizione di TaglioKorto, il primo festival di cortometraggi rigorosamente amatoriali del Montefeltro, organizzato dagli InsettiMalvagi in collaborazione con Sintesi Comunicazione, e quindi, detto in breve, ci sono dentro anch'io!

TaglioKorto video fest. si svolgerà sabato 28 luglio 2007 a Mercatale di Sassocorvaro, nel cuore del Montefeltro. Più che un festival, l’appuntamento del 28 luglio sarà un vero e proprio happening in cui guardare tutti assieme le proprie opere, ascoltare musica dedicata al cinema, partecipare a workshop su regia, trucco e sceneggiatura.

Tutti i corti saranno selezionati da una giuria di qualità composta da Andrea Pigrucci, regista, Luca Neri, illustratore, Dino Mascitelli, responsabile animazione e modellazione su lungometraggi animati 3D, alla Rainbow CGI, Luca Baggiarini, Emanuele Contadini e Stefano Rossini, IM MediaFactory e organizzatori di TaglioKorto. Al premio della giuria, del valore di 300 euro, si affiancherà il premio del pubblico che potrà votare, durante la serata con apposita scheda.

Tutte le opere non selezionata dalla giuria di qualità, e che non saranno proiettate nella serata per problemi di tempo, saranno comunque visibili nei 4 televisori attivi nello stand durante tutta la manifestazione. Non mancherà uno stand di dvd, libri dedicati al cinema e fumetti a cura della libreria Interno4, Indipendentemente, di Rimini.

Sarà presente, e non poteva che essere così, l'immancabile Jack Merola, fonte e origine di ogni cosa e protettore delle arti e dei bravi ragazzi, sia in versione celluloide che in carne ed ossa. Insieme a lui, girerà per il borgo anche la nuova star Tony Kurty (date un'occhiata qui se ancora non lo conoscete)! Che altro dire? Noi siamo tutti parecchio emozionati per questa prima prova del fuoco. In poco più di un mese abbiamo ricevuto quasi 40 cortometraggi tra cui tanti di ottima qualità (perché non fanno fare i film a questa gente piuttosto che ai soliti scarsini registi italiani?), sponsor e adesioni! Oggi la notizia è uscita sul sito della provincia di pesaro, martedì ci sarà la conferenza stampa di presentazione e presto un'intervista radiofonica al sottoscritto!
 
di stefano del 29/01/2010 @ 14:21:48 in giornalismi, letto 1044 volte
Malitalia: il libro di Laura Aprati ed Enrico Fierro recensito da me sul sito di Fixing, il settimanale di informazione economica, finanziaria e politica di San Marino.

Qui il pezzo
 
di stefano del 03/08/2009 @ 14:11:17 in giornalismi, letto 1161 volte
Gaaaaaaakkkk
Gaaaaaaaaaaakkkkk

Il suono rompe la quiete della notte.

gaaaaaaaaak gaaaaaaaaaaaaakkkkkkk. blleeeeuuuurgh!

Ormai ho gli occhi aperti. Qualcuno sta rantolando per strada. Con conati sempre più forti. Si muove avanti e indietro lungo la strada, e ogni volta fa un conato più lungo.
Sono le due di notte. Siamo a Rimini. E' il 2 agosto, quindi è caldo. E io tengo le finestre aperte, per avere un po' d'aria anche se so che nelle località di villeggiatura (come si diceva un tempo) c'è caos anche di notte perché la gente si sfonda di alcool ogni sera e poi finisce a fare gaaak per strada.
Intanto, a proposito di gaaak e bleurgh. Il tipo continua imperterrito. Qualcun'altro deve essersi svegliato e gli fa un urlo. Il tipo si allontana. Per un po' c'è quiete. Provo a riaddormentarmi. Ma dopo qualche minuto sento di nuovo degli orribili gaaaaakkk. Questa volta più lontani. Vabbé. Gli lancio qualche maledizione, ma nel contempo lo compatisco, poveretto. Sembra soffrire tanto. Sta vomitando anche l'anima.
Quanto soffre!
Ma chi può essere?

Ma... forse... che sia Bondi?
Il ministro della Cultura, il poetucolo. Perché no?! Ce lo vedo. La mattina viene fischiato a Bologna. Quei maledetti comunisti non gli fanno finire il discorso e lui, triste, va a Rimini e comincia a bere, a bere a bere. Vuole dimenticare, vuole gettarsi dietro le spalle quel brutto momento. Chissà cosa penserà lui... Lo avrà certamente deluso.
L'unico tocco di gioia in questa giornata, sarà stata per lui la solidarietà del PD. E già! Il PD dà la sua solidarietà a Bondi, contro quei maledetti comunisti che li fischiano. Tutti. Fischiano quelli di tutti i governi. Destra, sinistra, non guardano in faccia nessuno. Li fischiano tutti.

Perché?, penserà Bondi che è un poeta e un puro di cuore, perché mi fischiano? Io non ho fatto niente.
Forse mi fischieranno perché ho la giacca sporca?
O forse perché in 29 anni lo stato che dovrebbe rappresentarli ed essere la loro espressione politica e sociale in realtà fa di tutto per occultare le verità, depistare, proteggere i mandanti, e negare, oltre ogni evidenza, che ha sguazzato nella stagione delle violenze per rafforzare la propria autorità, che ha lasciato impuniti i partecipanti e non tanto per un senso sociale che non vuole la prigione come punizione ma proprio per un totale disinteresse di quello che succede oltre la piccola sfera della politica di palazzo?
No, no. In effetti Bondi ha la giacca macchiata. Un piccione lo ha centrato. Ecco! E' quello. Gli italiani sono un popolo di stilisti e non possono accettare una caduta di stile di questo tenore!
Che vergogna! Però potevano almeno lasciargli finire il discorso! Buzzurri.

Bisogna che ci mettiamo tutti in testa, che i tempi sono cambiati. Una volta, a teatro, il pubblico non solo aveva il diritto, ma il dovere di fischiare. Dato che era pubblico pagante. E gli studenti universitari, nel medioevo, erano esigenti e crudeli verso i professori, dato che li stipendiavano loro stessi, col loro essere studenti.
Oggi, invece, si deve solo stare zitti ed applaudire. Chi fischia viene tacciato di essere un ignominioso, e vergognoso comunista (che sta diventando uno dei peggiori epiteti della storia, anche e soprattutto per tutti i poveracci che votano berlusconi e non si rendono conto che il socialismo, quello vero, quello che praticavano anche le prime comunità cristiane, era nato per creare una società più giusta - anche se è naufragato senza riuscirci), un maleducato, uno che non capisce niente.

La nostra classe politica va solo applaudita. Certo, se hanno una macchia sulla giacca...
 
di stefano del 25/05/2009 @ 13:54:01 in appuntamenti, letto 1269 volte
Oggi è il towel day. In italiano il giorno dell’asciugamano, quello in cui si celebra la genialità e – purtroppo – si ricorda la prematura scomparsa di Douglas Adams, autore della Guida Galattica per Autostoppisti.
Se vi state chiedendo perché un asciugamano, vuol dire che non avete mai letto un libro della trilogia in cinque parti della Guida Galattica. Male, molto male. Vere perle di sopravvivenza.
Non a caso la guida ha sempre stampato a grandi lettere amichevoli sulla copertina: non fatevi prendere dal panico! E ogni autostoppista dello spazio sa che un asciugamano può sempre essere utile, soprattutto per salvarsi la vita!

Non aggiungo altre parole! Perché la vera celebrazione è sempre succinta e si fa più con i sentimenti che con lunghi discorsi. Lascio qualche citazione dell’autore, e invito tutti a leggere i cinque libri della Guida Galattica per autostoppisti!


La Guida Galattica per gli Autostoppisti dice alcune cose sull'argomento asciugamano. L'asciugamano, dice, è forse l'oggetto più utile che un autostoppista galattico possa avere. In parte perché è una cosa pratica: ve lo potete avvolgere intorno perché vi tenga caldo quando vi apprestate ad attraversare i freddi satelliti di Jaglan Beta; potete sdraiarvici sopra quando vi trovate sulle spiagge dalla brillante sabbia di marmo di Santraginus V a inalare gli inebrianti vapori del suo mare; ci potete dormire sotto sul mondo deserto di Kakrafoon, con le sue stelle che splendono rossastre; potete usarlo come vela di una mini–zattera allorché vi accingete a seguire il lento corso del pigro fiume Falena; potete bagnarlo per usarlo in un combattimento corpo a corpo; potete avvolgervelo intorno alla testa per allontanare vapori nocivi o per evitare lo sguardo della Vorace Bestia Bugblatta di Traal (un animale abominevolmente stupido, che pensa che se voi non lo vedete nemmeno lui possa vedere voi: è matto da legare, ma molto, molto vorace); infine potete usare il vostro asciugamano per fare segnalazioni in caso di emergenza e, se è ancora abbastanza pulito, per asciugarvi, naturalmente.


E poi, la mia preferita, la prova sulla non esistenza di Dio grazie al pesce Babele, quel minuscolo pesciolino che, infilato nell’orecchio, permette di comprendere tutte le lingue del mondo (nome, tra l’altro, utilizzato da yahoo per il suo traduttore di pagine)

Ora, è così bizzarramente improbabile che una cosa straordinariamente utile come il pesce Babele si sia evoluta per puro caso, che alcuni pensatori sono arrivati a vedere in ciò la prova finale e lampante della non-esistenza di Dio. "Le loro argomentazioni seguono pressapoco quesrto schema: 'Mi rifiuto di dimostrare che esisto' dice Dio 'perché la dimostrazione è una negazione della fede, e senza fede io non sono niente'. "Ma' dice l'uomo 'il pesce Babele è una chiara dimostrazione involontaria della Tua esistenza, no? Non avrebbe mai potuto evolversi per puro caso. Esso dimostra che Tu esisti, e dunque, grazie a questa dimostrazione, Tu, per via di quanto Tu stesso asserisci a proposito delle dimostrazioni, non esisti. Q.E.D. Quod Erat Demonstrandum.'

DON'T PANIC!
 
di stefano del 16/05/2008 @ 13:24:00 in appuntamenti, letto 1044 volte
Ammetto la mia ignornanza. Ho scoperto solo oggi dell'esistenza dell'Eurovision song contest, un festival musicale europeo (e non solo, dato che partecipano anche Israele, Armenia e, in passato, anche il Marocco) che esiste da ben 52 anni. E perché l'ho scoperto solo oggi? Perché sei ignorante, direte voi. Sì, in effetti è in parte così, ma anche perché, come riporta il corriere, questo festival è snobbato dall'italia (e anche quest'anno la RAI lo snobberà). E il corriere ne dà immediata dimostrazione. Cliccando sul piccolo box, infatti, non si apre la notizia del festival, ma una galleria di foto che illustra il festival mettendo in scena i personaggi più bizzarri, a mo di caricature, senza dirci nulla di più di questa kermesse.

Così mi metto a fare qualche ricerca su google. Cercando in italiano non si trova un'acca, ma passando alla ricerca in inglese il primo link che viene fuori è proprio quello del festival: www.eurovision.tv .

A questo punto divertitevi a scorrere la lista dei partecipanti per trovare tutti, ma dico tutti i paesi Europei, compresi Malta, San Marino, Andorra, Svizzera (che candida Meneguzzi) ed extraeuropei tranne l'italia. Bene! Continuiamo così, facciamoci del male da soli!

Ora, magari il festival è quello che è, ci sono gruppi che sembrano effettivamente, pittoreschi - ma anche divertenti, passerà la moda dei gruppi musicali fatti solo di modelle e modelli? - ma è comunque una manifestazione europea, e si nota, tra le altre cose, la presenza di soli (tranne uno o due casi) gruppi giovani e giovanissimi. E noi qui a fare le polemicone e i titoli di giornale su Pippo Baudo e quella panzanata già morta e sepolta del festival di Sanremo.

A scorrere la storia del Festival si scopre che in passato l'italia ha partecipato, sebbene la notizia non sia mai circolata tanto, con personaggi come Domenico Modugno, Enrico Ruggeri e molti altri. Giusto per dare un'idea della rappresentazione, nel 74 vinsero gli ABBA, famosi non solo per essere palindromi.

Che volevo dire con questo post? Non lo so, ma mi fa un po' di tristezza questo snobismo europeo tutto italiano. A me l'Europa piace, mi sento cittadino europeo e mi piace anche nelle sue manifestazioni un po' kitsch e grottesche. E poi basta con questo snobismo tutto classico e accademico con gli italiani ancora convinti di essere i più bravi del mondo dall'alto delle rovine dei loro templi, della grandezza di Roma, della forza del Rinascimento... SVEGLIA!

Fate un giro sul sito, secondo me merita!
 
di stefano del 31/07/2009 @ 13:14:43 in viaggi, letto 1179 volte
Quanto ci mette un mito a nascere? Già due anni bastano. Nel maggio del 2007 ho passato 12 giorni in barca sul Po, insieme a Michele Marziani, a cercare di capire cosa fosse rimasto della cultura del fiume. Un viaggio molto bello, un'esperienza ricca, ma che diede dei risultati deprimenti come esplorazione.
Il fiume era abbandonato, violentato e lasciato a se stesso, preda di chiunque volesse abusarne e farne le peggiori cose. Chi cercava di salvarlo lo faceva per conto proprio, portando avanti qualche tradizione che probabilmente non gli sarebbe sopravvissuta, o se sì, non per molto.

Ma in me, quei ricordi si erano già confusi e in parte erano sfumati a creare un mondo in qualche modo affascinante. E così, la scorsa settimana, quando sono tornato insieme a Michele, Luca e Carla sul fiume per preparare un nuovo booktrailer, mi è ricaduta sotto gli occhi la vera realtà.
Il Po è il nulla. Abbiamo girato ore senza incontrare nessuno. Né un locale aperto, né una persona, niente sul fiume. Solo centinaia di case semi-distrutte lasciate al loro destino. La vita prosegue solo oltre l'argine, che sembra un  muro invalicabile che tiene fuori un mondo che non si vuole.
E' più probabile che le tribù dei galli scese dalle Alpi e intenzionate a saccheggiare Roma nel 300 avanti Cristo avessero trovato più passanti, chioschi e imbarcaderi di quanti ne abbiamo visti noi.

Non che la cosa non abbia fascino. In realtà tutto il fiume e le sponde sono un luogo selvaggio, fuori dagli schemi. Un posto di frontiera, così come frontiera oggi, è qualsiasi luogo non sia raggiungibile da una strada. La nostra vita passa nei luoghi raggiungibili dalla macchina. Tutto il resto è frontiera, dimenticanza, abbandono.
Lo è anche il Po. Molti di quelli che ci vivono lo tengono a distanza. Se non guardi oltre l'argine, il fiume non esiste. La verità è che del fiume importa poco a tutti. Per la maggior parte il Po è solo un fastidio da attraversare, uno spiacevole nastro d'acqua che interrompe i programmi e divide il paese in due, e i ponti sono sempre pochi. Per chi lo ama, c'è poco da fare, se non stare lì a guardarne l'agonia senza poter fare poi tanto. Io lo amo e ne scrivo. Altri fanno la stessa cosa. Qualcuno lo ama così tanto da viverci.
E li conosci e li apprezzi. Ma più li senti parlare del loro amore, più ne percepisci i sentimenti, e più ti intristisci perché è come guardare un amore impossibile. Come un film francese. Che lo guardi ma tanto sai che la storia finisce male.

E allora è piacevole passare una serata alle Occare, una piccola oasi, vicino ad Argenta, in cui il fiume acquista di nuovo dignità, storia, realtà. Qui si sentono i profumi dei prodotti del fiume, se ne gustano i sapori, e si può dormire in un luogo plasmato dal fiume stesso.
Il riso, il caviale di storione, le zucchine, i meloni, i vini delle sabbie - tutto parla del fiume. Si sente la passione di chi ha deciso di vivere qui e di far vivere i prodotti del fiume. Come Cristina, proprietaria dell'agriturismo, o Mirco, che dà vita a vini davvero inaspettati e godibilissimi.

Ma quando esci, la mattina dopo, e torni sulle strade principali, l'idea è quella di aver fatto un bel sogno. I ricordi ancora una volta si confondono, le sensazioni si fanno disordinate e l'unica cosa di cui ci si accorge, e che nonostante tutte e campagne degli assessorati al turismo, delle pro loco e delle compagnie di viaggio, mondi interi sono scomparsi, e non ne è rimasto quasi più nulla. Il resto sono oasi e musei all'aperto.
 
di stefano del 02/05/2007 @ 12:57:00 in appuntamenti, letto 1047 volte
Ricordate i vecchi film italiani anni ’70?, quei polizieschi cattivi e impietosi in cui l’eroe di turno combatteva da solo contro tutto il sistema mafioso pagando sulla sua stessa pelle? Che li ricordiate o meno, ora tornano sullo schermo, grazie all’Associazione Culturale Insetti Malvagi Media Factory che ha dato vita al proprio cortometraggio di genere e ad un festival dedicato a tutti gli appassionati!

E io che c’entro con Jack Merola the short movie? vi chiederete. Beh, io ci sono dentro per due motivi. Il primo è che uno degli ideatori del film è Luca Baggiarini, mio socio di lavoro nonché compagno di produzioni più o meno artistiche, e il secondo è che mi ha trascinato dentro il progetto, costringendomi a recitare.

Io non mi pronuncio, se faccio il giornalista e non l’attore ci sarà un motivo, o forse anche più d’uno. Ha già più valore, secondo me, la mia partecipazione alla sceneggiatura (ecco, scrivere! quello lo so fare benino)

Per chi ha un po’ di tempo, venerdì 4 maggio ci sarà l’anteprima gratuita di Jack Merola - the short movie - alla Rocca Ubaldinesca di Sassocorvaro con una bella presentazione, una mostra di foto, un buffet e la visione del film. Il tutto assolutamente a gratis (moto a luogo). Venghino siòri, venghino!
Informazioni, notizie e i trailer del film li potete vedere su www.insettimalvagi.it

Approfitto dello spazio per lanciare anche TaglioKorto, il primo festival dei cortometraggi amatoriali aperto a tutti! Basta avere una videocamera, qualche amico, un po’ di idee per realizzare un cortometraggio di non più di 5 minuti per partecipare gratuitamente. Il festival si terrà sabato 28 luglio. A giorni troverete le notizie sui giornali e anche su questo sito!

Vi aspetto numerosi alla prima!
P.S. il titolo si riferisce ad una battuta del film. Se volete sapere quale, venite a vederlo!
 
di stefano del 12/03/2010 @ 12:55:36 in recensioni, letto 3009 volte
“Che spettacolo, cazzo!
Che professionisti, cazzo!
Mi ha rinfrancato l’anima!”

Questo è il commento che qualcuno, dietro di me, ha fatto alla fine dello spettacolo del Cirque du Soleil: Saltimbanco. Io lo condivido. E lo cito, come ogni giornalista onesto deve fare con i commenti degli altri. Forse l’avrei detto in modo meno colorito, ma il senso è quello!

E’ il secondo spettacolo che vedo del Cirque du Soleil, il primo è stato due mesi fa, a Londra: Varekai. L’impostazione è la stessa. Si alternano momenti di grande suggestione, siparietti comici, esercizi ginnici al limite del credibile, sontuose coreografie di ballo.

L’esperienza è appagante. Metà serata la si passa col naso all’insù a guardare due ragazze, belle, che fanno evoluzioni incredibili al trapezio, o due omaccioni pelati e muscolosi che si sorreggono l’un l’altro per il collo, uno in piedi e l’altro a gambe per arie con il collo appoggiato a quello del compagno. Tutte le musiche sono dal vivo, molto belle, a parte quando virano verso “Il Re Leone” style, che non amo particolarmente.

Varekai è più sontuoso, complice anche la Royal Albert Hall di Londra, con la sua conformazione sferica e i soffitti immensi, sotto i quali gli artisti volano da un angolo all’altro. Il tema di Varekai è quello della foresta, gli atleti-artisti sono vestiti da animali, con colori sgargianti. Strisciano, saltano, volano! Saltimbanco ha un tema più felliniano, le maschere ricordano alcuni pupazzi dei fumetti manga, o gli attori del burlesque. Ma l’adrenalina non cala di un punto.

Si può davvero dire:
“Che spettacolo, cazzo!
Che professionisti, cazzo!
Mi ha rinfrancato l’anima!”

L’Adriatic Arena di Pesaro non ha il fascino di un teatro, e ha, da fuori, una bizzarra forma a chiappe. Pare poi che viga l’abitudine di versare acqua e coca cola sugli scomodissimi sedili della platea. Ogni volta che mi alzavo avevo l’impressione di indossare dei pantaloni di velcro su una sedia di velcro. Il minibar, poi, consegna le bottiglie di plastica senza tappo, per evitare che qualcuno decida di lanciarle piene verso il palco. Ora, non so quali spettacoli abbiano solitamente in cartellone, ma mi sembra una precauzione davvero esagerata, anche perché le bottiglie senza tappo si candidano tra gli oggetti più scomodi del mondo. Metà contenuto va per terra, l’altra metà sui sedili di quelli della fila sotto, e così si finisce in un loop infinito.

Un’ultima nota tecnica. Avulsa dalla bravura dei ragazzi del Cirque du Soleil.
Ma perché le cose fatte in italia diventano sempre un furto?

Varekai a Londra:
prezzo del biglietto 69 euro (x2)
commissione: 0 euro
spedizione a casa: 0 euro
totale: 138 euro

Saltimbanco a Pesaro
prezzo del biglietto 69 euro (x2)
commissione ticketone: 8,98 euro
spedizione a casa: 10 euro
totale: 156,28

Ladri!
 
di stefano del 27/01/2010 @ 12:43:59 in giornalismi, letto 883 volte
Alessandra Romano è una ragazza di Rimini di 26 anni che da un anno vive ad At-Tuwani, un piccolo villaggio in Palestina. L'ho intervistata alcuni mesi fa per il Ponte, nello spazio dedicato ai riminesi nel mondo. Mi ha colpito il suo coraggio. Vive in situazioni di estrema difficoltà da quando aveva 18 anni, e il suo intento è di continuare.

Ecco come cominciava l'intervista:
“Sono arrivata qui nel novembre del 2008 - racconta - per Operazione Colomba. Ci occupiamo di controllare le scorte che dovrebbero accompagnare i bambini palestinesi dei villaggi vicini alla scuola di At-Tuwani, oppure accompagniamo noi stessi i pastori con le greggi o i bambini nei dintorni del villaggio. E poi stiliamo dei report per l'ONU e l'UE sulla situazione del villaggio e dei rapporti tra israeliani e palestinesi”.

E' una zona pericolosa?
“Sì, decisamente. Attorno al villaggio ci sono sia avamposti che insediamenti palestinesi. Entrambi sono protetti dall'esercito. E' capitato più di una volta che le frange più oltranziste dei coloni aggredissero i bambini durante il tragitto o che anche la scorta preposta a proteggerli non facesse il proprio dovere. Nei giorni difficili uscire è rischioso, sia che si debba andare a scuola, sia che ci si debba recare a pascolare le pecore”.

Ieri mi ha inviato un comunicato stampa su una aggressione subita dal suo gruppo ad opera dell'esercito israeliano. Siccome non si parla di personaggi dello spettacolo, né di Berlusconi, è difficile che la notizia trovi spazio sui giornali italiani.
Nel mio piccolo la pubblico

Coloni invadono At-Tuwani, lanciano pietre ai suoi abitanti entrando nelle loro case.
I soldati usano gas lacrimogeni contro i palestinesi.


26 gennaio 2010

AT-TUWANI – nella giornata di martedì, 26 gennaio 2010, 15 coloni israeliani dell'insediamento di Ma'on e dell'avamposto di Havat Ma'on hanno invaso il villaggio di At-Tuwani e attaccato i suoi abitanti. I coloni erano scortati da tre jeep dell'esercito israeliano e dal capo della sicurezza dell'insediamento. Un soldato ha ferito un palestinese che è stato poi ricoverato in ospedale. Mentre i coloni lanciavano pietre, i soldati utilizzavano gas lacrimogeni contro i palestinesi.

In seguito, i coloni si sono recati all'entrata di At-Tuwani e hanno iniziato a lanciare pietre ai passanti che transitavano sulla strada.


L'invasione è avvenuta alle ore 9:20 del mattino. Tre jeep dell'esercito, un pickup con a bordo un colono israeliano proveniente dall'avamposto di Havat Ma'on e il capo della sicurezza di Ma'on sono entrati ad At-Tuwani. I coloni hanno attraversato il villaggio e sono entrati nelle case dei palestinesi, scortati dall'esercito.


Per ulteriori informazioni: Operazione Colomba +972 54 99 25 773
 
di stefano del 22/04/2009 @ 12:28:15 in giornalismi, letto 1119 volte
kebab piu' grande del mondoGià negli anni '20 il regime italiano propose l'autarchia come soluzione dei problemi. Perché il metodo, ovviamente, è sempre quello che il libero mercato vale per noi e non per gli altri.

Sto parlando delle ridicole ed assurde leggi che stanno spuntando come funghi in numerosi comuni italiani. Prima a Lucca il divieto di aprire locali etnici nel centro storico, e ora, a Milano, il divieto di mangiare kebab in giro per strada.

C'è un tratto che accomuna questi legislatori incompetenti (e che fanno leva sull'idea irreale che se chiudono tutti i miei concorrenti stranieri, la mia trattoria lavorerà il triplo), ed è la lagnosità. Aspetto solo che New York, Londra, Berlino, Sidney, Parigi e Mosca vietino le pizzerie e i locali dei soliti rumorosi e canterini italiani, e poi vedremo come reagiranno.
- Come osano?! chiudono le pizzerie e i ristoranti italiani. Noi siamo i principi della cucina, questo è un atto intollerabile ed inammissibile. Faremo ricorso al tribunale europeo, agli organi competenti, a Salomone (che dividerà la pizza in 2) ed anche al capitano Kirk perché risolvano immediatamente la questione!

Niente Cassoela o polenta in tutti i ristoranti di Manhattan e di Central Park, per non parlare della cucina toscana, che solitamente sporca, fa odore pungente e gli avventori fanno cagnara fino alle tre di notte. E che dire delle mozzarelle di bufala alla diossina o i vini all'etanolo? Perché noi italiani siamo gente per bene!

Io dico solo che non ne posso più di tutti questi leghisti e fascisti sempre pronti a chiudere, vietare, aizzare, incolpare e fare leggi assurde, come se tutto il danno all'economia di oggi derivasse dal fatto che nel centro storico di Lucca c'è qualche ristorante etnico. E' una visione della società che già in terza elementare, quando si acquisisce una comprensione un po' più ampia del mondo, si supera.

Non avrei mai pensato di dire: w il kebab! w la libertà!
 
di stefano del 25/10/2007 @ 12:20:00 in viaggi, letto 2491 volte
Il Po ormai è diventato un’ossessione. Ricordo ancora, prima della mia iniziazione fluviale, quando lo attraversavo in macchina o in treno e lo osservavo, chiedendomi cosa realmente fosse quel lungo corso d’acqua. Mi sono sempre sentito oscuramente attratto dal grande fiume. La sua vasta mitologia mi ha conquistato fin da piccolo, quando a scuola lo presentavano come il più grande fiume italiano. L’irrazionale si è poi depositato da qualche parte nella coscienza, in attesa del viaggio che puntuale è arrivato e mi ha permesso di trasformare e dare corpo e forma a desideri rimasti per decenni fumosi e inespressi.




Ma può un viaggio sul Po esser tale senza aver visto il Delta? Sia pure a causa di terribili tempeste e le avverse volontà degli dei? Certo che no! Per questo la scorsa settimana Michele ed io siamo ripartiti per visitare il mondo ad est di Adria, un luogo mistico in cui i confini affogano tra canali, valli e pozze.



In sintonia col resto del viaggio, anche il delta è fatto di luci ed ombre, di paesaggi affascinanti e incredibili e di orribili presenze umane. Le grandi isole incastrate tra gli innumerevoli rami del Po sono per gran parte spianate e coltivate, con campi che si perdono nella foschia e tante, troppe case. Ma sopravvive, negli ultimi lembi di terra, una natura che difficilmente può essere descritta, fatta di lunghi canneti, di vasti laghi circondati da alberi e bassi cespugli, di precari camminamenti di terra che passano in mezzo ai canali. Se fossi un poeta antico pregherei le muse di darmi ispirazione, ma siccome sono solo uno scrittore ateo, farò ricorso ad un caffé energetico.



Tutto il fascino del delta sta nella sua mutevolezza. Pochi chilometri in macchina e si perde il senso dell’orientamento. Ogni volta che si è convinti di essere arrivati da qualche parte ci si deve ricredere. Acqua e terra sembrano avvoltolarsi senza soluzione di continuità. Quando si crede di essere arrivati all’ultimo lembo di sabbia, ecco che in lontananza, oltre l’abbacinante specchio d’acqua, s’intravede una lingua sottilissima e alberata. Le strade si trasformano in ponti e si salta da un’isola all’altra. Raggiungere il mare è un’impresa. Non lo si vede a Pila, tra i pescatori che raccolgono vongole e le caricano su grossi camion. Non lo si vede nella Sacca di Scardovari, ornata di palafitte e ampia, spaziosa come un piccolo mare. Lo abbiamo trovato a Boccasette, vicino alla foce del Po di Maistra, dove la terra si trasforma in sabbia bianca e il paesaggio sembra quello di una Rimini tornata alla preistoria: il mare è selvaggio, la spiaggia desolata, malinconica, bella.



Dicono che il paesaggio padano sia basso e grigio, deprimente. Magari, melancolico, e comunque suggestivo. Di grigio e deprimente c’è il carattere della gente che abita qui, chiusa, schiva, spesso scostante, che non tira fuori un sorriso neanche sotto tortura. Ma per fortuna non sono luoghi densamente abitati: una volta usciti dalla folle notte di Porto Tolle, il resto sono folaghe, cormorani e aironi...

 
di stefano del 22/01/2010 @ 12:11:05 in viaggi, letto 984 volte
In quel centro commerciale che è l'aeroporto di Stanstead, pronto per il viaggio di ritorno da Londra in italia, ho trovato una cartolina che pubblicizza una catena di bar in stile italiano. Sul fronte c'è un collage di foto con, in ordine, una simpatica vecchina con pane pugliese, un prosciutto crudo, una via di un paesello medievale, un uomo con una forma di formaggio più grande di lui, un bimbo a petto nudo che mangia gli spaghetti, sacchi di caffé e un'apecar. Ma dove viviamo noi italiani? Nel neorealismo? Forse.
E a proposito di cliché, noi come vediamo l'Inghilterra?
Per me è la terra dei college, dei campus, e di molte cose che avrei voluto fare o essere e che ora rimangono solo un'idea, trasformata dalla nostalgia. In effetti per me andare a Londra è sempre una bellissima esperienza!

Ma la realtà è sempre diversa. Per quanto la capitale del Regno Unito mi conquisti ancora con relativa facilità, due cose mi hanno colpito, soprattutto per la disparità con il nostro paese. La prima è che Londra è piena di poliziotti. Ad ogni angolo di strada, lungo i viali, nelle metropolitane, stazioni ed in ogni altra piazza c'è sempre almeno una pattuglia di polizia che sorveglia e controlla tutto. A Rimini mi sembrano già fuori luogo i due militari dell'esercito di pattuglia con un poliziotto.
Di contro Londra è pulita in modo inimmaginabile. Non c'è una carta per terra o una scritta su un muro, neppure nella metropolitana che nel pensiero generale dovrebbe essere la casa dei writer e degli squatter più riottosi. Quasi quasi si apprezza un po' il sano stile anarchico italiano - che in realtà odio ma qua, forse, si è un po' troppo rigorosi.

Paragoni a parte Londra è una città fuori dai canoni. Qui sì, ancora più che a Roma, l'impressione è quella di visitare la capitale dell'impero (e immagino che New York lo sia ancora di più). Gli edifici, i musei, la disposizione delle strade sembra dire:
-Ehi! Noi abbiamo conquistato ogni cosa. Noi siamo i padroni del mondo. Non ci sono storie-.
Pare quasi di vedere John Cleese in divisa rossa da ufficiale partire per la guerra contro gli Zulu.
A Trafalgar Square la colonna con la statua di Nelson rimane lì a dire:
- Napoleone?
- Oui?
- prrrrrrrt
- maledettì!
Ma lo dice con fiera pomposità anglosassone, condita da un briciolo di spocchia.
E a me, nel bene e nel male, sembra di fare parte di questo impero occidentale. Di venire dalle più remote province a guardare la capitale, a sentire cosa c'è di nuovo, a vedere gli spettacoli che non arrivano in provincia, ad osservare la gente che corre in metropolitana anche se passa un treno al minuto.




Westminster, il Big Ben, Piccadilly Circus, Trafalgar Square, Covent Garden, St. Paul, il Millennium Bridge, la City e poi il British Museum, Bloomsbury, Oxford Circus e Oxford Street, i must più o meno sono stati presi tutti. Abbiamo saltato il Tower Bridge e la London Tower per pioggia copiosa. Ma non ci si lamenta. In tre giorni, a gennaio, abbiamo avuto ben 15 minuti di sole, e non è poco!

Ancora una volta mi è piaciuta la cucina inglese. E non solo la cucina dei grandi ristoranti capaci di rielaborare la tradizione, e neppure solo quella dei ristoranti di tutto il mondo che hanno trovato casa qui, siano indiani, vietnamiti, cinesi e thailandesi - e italiani - ma proprio la cucina più semplice, quella dei pub in cui i londinesi si trovano a mangiare qualcosa di veloce per pranzo. Salsicce col purè, o pasticci di pollo, roast beef, o ancora il famigerato "fish'n chips" che è in realtà un unico e gustoso filetto di platessa con una panatura croccantissima, accompagnato da una salsa un po' agra in stile mayonnaise. E poi mi sono innamorato del british breakfast, a base di salsiccia, bacon, fagioli in umido, uova e pane. Certo, come colazione per due giorni passati a camminare al freddo va bene, la facessi qui per stare seduto tutta la mattina al computer non so quanto durerei.

Con rammarico abbiamo mancato il grande magazzino della Fortnum & Mason, più che un negozio una gioielleria del tè e di leccornie. Vetrine lussuose oltre ogni misura con innumerevoli varietà di tè, scatole, zuccheri, biscotti, ma anche formaggi blu, foie gras, cracker di ogni tipo e altro. Ma dolci e tè in gran quantità non sono mancati durante la seconda visita al British Museum. E ancora una volta invidio il modo degli inglesi di concepire il museo, molto meno ingessato e snob. Un luogo in cui passare del tempo ammirando arte e reperti, passeggiando nelle grandi sale, fermandosi a bere un tè con un muffin o una fetta di torta, e poi di nuovo in giro in qualche altra sala, fino a che non ci si stanca! E' una incredibile alternativa ai centri commerciali per la domenica.


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Al ritorno, per la prima volta in 8 voli aerei, ho visto un po' di panorama. E che panorama! Dopo un nord Europa completamente coperto di nubi: le Alpi. Sembrava di guardare una cartina di un mondo fantasy, quelli in cui, ad un certo punto, si arriva al limite invalicabile. Fine. Non si va oltre. Montagne: alte, impervie, aguzze, affogate nella neve. Mi sono davvero sembrate mitologiche, un luogo irraggiungibile, la fine di un mondo oltre il quale solo un eroe poteva pensare di proseguire. Capaci di fermare venti, tempeste e idee. E al di là, la vita continua con i soliti ritmi.

ps per tutti quelli che si chiedono cosa rappresenti la foto di quella fantastica vista cittadina, ecco la risposta: è il fantastico quadro appeso sopra il nostro letto nella camera d'albergo. Così brutto da meritare una foto!
 
di stefano del 08/02/2008 @ 12:03:00 in viaggi, letto 3240 volte
Non è il motivetto dei white stripes -
né quello degli scorsi mondiali di calcio (che poi è lo stesso) -

ma il solito vecchio fiume più lungo d'italia,
e il viaggio che Michele ed io abbiamo fatto lungo le sue acque.

Una nuova uscita (molto bella)

Il portale regionale di Repubblica.it ha pubblicato un servizio con testo di Michele e foto mie:
clicca qui per l'articolo





Che abbia finito?
Per ora sì, ma non temete, il grande fiume ha in serbo altre sorprese...
 
di stefano del 17/08/2009 @ 12:01:28 in giornalismi, letto 1190 volte
Ma che diavolo succede in questo paese? Non si fa in tempo a tornare da qualche giorno in campagna che subito ci si trova immersi in una situazione al limite del surreale - sempre meno surreale e sempre più reale.
Passeggiando in piazza Cavour, centro di Rimini, un vecchio a piedi sorpassa un ragazzo di colore che porta a mano una bicicletta e gli dà del negro. Così gratuitamente, senza tante motivazioni. Ma in effetti servono motivazioni? Se uno ha la pelle scura ha la pelle scura. Questo, giustamente, si incazza e gli dà dell'ignorante e dell'imbecille. Ma il vecchio lo ignora e se ne va. Il ragazzo alla fine viene trattenuto da un altro che gli consiglia di lasciare perdere.
Gli lancia un ultimo ignorante. Ma il vecchio, con tutta la saggezza della vecchia generazione, quella legata alle buone vecchie tradizioni e al bel mondo che non c'è più, riesce a voltarsi un'ultima volta e a dirgli: tornatene in Africa. Ora, non è che uno, solo perché ha la pelle scura viene dall'Africa. Magari è americano, chissà. Ma questo al vecchio non importa. L'importante è che nessun vero italiano è negro, di conseguenza quel tipo non è italiano. Ergo che se ne torni in Africa! Punto.
Ma che diavolo succede in questo paese? Vecchi rincoglioniti e arroganti che vanno in giro a vomitare il loro razzismo (qualche mese fa era uscita sui giornali la notizia di un vecchio che aveva spinto una ragazza di colore, alla fermata dell'autobus, dandole della negra e poi scappando via), altri vecchi rincoglioniti che invocano l'uso del dialetto e gli inni regionali nelle scuole. Il dialetto? Questo paese ha impiegato un secolo a cercare di smussare un po' i regionalismi e ora ritiriamo fuori il dialetto e gli inni regionali? E poi qual è l'inno regionale Emiliano Romagnolo? Un'ode ai tortellini? al comunismo?
Io non ne posso più di questa gente ignorante e arrogante, che viene presa per il culo dai centri commerciali, dal capitalismo selvaggio, da una politica fatta da puttanieri e l'unica cosa che riesce a concludere è che sia colpa dell'immigrazione e dei negri! Ma oh? Ma davvero queste sono le uniche conclusioni possibili? Ma uno sforzo no?
Mi sembra davvero che l'uomo sia un animale tragico, costretto a ripetere i propri errori all'infinito. Ma che palle! Basta! Io non la voglio questa ridicola identità italiana fatta di ristrettezze mentali, di piccolezze, di dialetti, di campanilismi, di rabbie represse e odi verso il mondo. A me è sempre piaciuto questo paese perché da millenni è stato un porto per tutti. Prima dei romani c'erano mille popoli diversi, etruschi, celti, liguri, messapi, dauni, peucezi, apuli, umbri, piceni, veneti, latini, enotri, e altri mille. Poi dopo la pausa romana ne sono scesi altre vagonate, e sono questi, e solo questi continui apporti nuovi che hanno creato una cultura ricca e aperta, almeno fino al rinascimento, poi è finito tutto e siamo divenuti un popolo di contadini legati alla propria zolla e con lo sguardo che non riusciva a superare il crinale più vicino.
Io vorrei sentirmi almeno almeno Europeo e Mediterraneo, per non dire il trito e ritrito cittadino del mondo, che fa un po' figlio dei fiori, ma secondo me ha ancora un suo significato. Oppure rispolveriamo il concetto giacobino della fratellanza, quello della rivoluzione francese (magari senza tagliare teste, anche se quel vecchio faceva venire la voglia...)

Osservo tutto questo mentre passeggio con mio figlio, di 3 anni e mezzo, e provo a pensare quale sarà il suo futuro. italiani difensori delle tradizioni che cercano di resistere all'ondata di africani che sbarcano e conquistano il suolo italico palmo a palmo. Badanti che si svegliano la notte per sgozzare gli inermi vecchi che dovrebbero accudire. Cinesi che nascondono all'interno dei loro ristoranti basi segrete e teste di ponte per invadere il paese. Rumeni in perenne erezione pronti a stuprare qualsiasi figlia di Scipio passi per la via.
Se tutto va bene, potrei essere già morto, per quel giorno. Ma non vorrei morire troppo giovane.
 
di stefano del 25/01/2010 @ 11:47:27 in appuntamenti, letto 1612 volte
Segnalo un appuntamento interessante, per domani pomeriggio (martedì 26 gennaio), a Forlì, alla libreria MEGA, in corso della Repubblica 144, ore 18:00

La presentazione del libro “Malitalia storie di mafiosi, eroi e cacciatori” di Laura Aprati ed Enrico Fierro Edizioni Rubbettino 2009.


C’è un nemico. Spietato e senza remore.E c’è chi lo combatte. In questo libro/documentario l’interminabile conflitto quotidiano della Campania, Calabria e Sicilia. Storie di uomini spesso dimenticati. Storie di vittime e carnefici, di onesti e collusi. Passando per la Rosarno dei “neri” e le carte mai trovate di Totò Riina, forse in mano dell’ultimo grande latitante di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro. Ne parlano con gli autori, Rino Germanà, Questore di Forlì, Massimo Corleo, Magistrato Tribunale di Trapani. Modera RobertoZoli, giornalista.



In Calabria la ‘ndrangheta ha cambiato le regole del gioco: si muore.
A Trapani gli imprenditori prima si associano a Cosa Nostra e poi a Confindustria.
A Casal di Principe la camorra paga 900 mila euro di stipendi al mese.

In tre regioni italiane si combatte una guerra nell'indifferenza generale del Paese. Ci sono paesi e città, interi quartieri di importanti metropoli, dove si vive e si muore proprio come nelle zone di guerra. Ci sono cecchini che sparano, bombe che esplodono, squadroni della morte in azione per eseguire sentenze decretate da tribunali segreti e al di sopra delle leggi dello Stato.”
 
di stefano del 30/10/2006 @ 11:45:00 in viaggi, letto 973 volte
Ha un certo fascino scrivere un articolo su un viaggio in treno (la tratta Sulmona Tagliacozzo, per Italy Magazine) mentre si è seduti su un trespolo da corridoio in un affollatissimo treno che viaggia da Bologna sino a Milano.
La differenza tra un piccolo trenino che attraversa l’Abruzzo all’ombra della Maiella e il tecnologico e bolso trenone che taglia la pianura padana è la quantità di passeggeri per metro quadro. In un trenino si trova sempre un buco. Magari vicino ad una vecchietta logorroica pronta a snocciolare la storia di tutta la sua vita, oppure di fianco ad un adolescente dall’afrore di stalla che avrebbe voglia di trovarsi su un trenone tecnologico e bolso che taglia la pianura padana; ma un posto si trova.
Nel trenone non è così semplice. Aumenta la tecnologia, ma stranamente le prenotazioni vengono segnate con inchiostro simpatico sul vetro dello scompartimento e non è possibile leggerle sino all’arrivo dell’interessato (di solito una comitiva). A quel punto ci si accorge troppo tardi che tutto il treno è pieno, stipato sino all’inverosimile di persone. Nel vagone le proporzioni variano tra le 6 persone comodamente sedute nello scompartimento e le 1500 pressate nel corridoietto. Questi ultimi poveri cristi (gruppo del quale spesso e volentieri faccio parte), incastrati come in un disegno di Escher fino a formare una superficie completamente piena di esseri umani, devono, oltretutto, sottostare alla continua umiliazione del balletto, ovvero tutta quella complessa sequenza di movenze e ondeggiamenti necessaria a garantire il passaggio di ingenui viaggiatori speranzosi di trovare un posto nella carrozza seguente.

Le carrozze piene sui treni possono essere sostanzialmente di tre tipi.
Il primo è il modello sardina, quello nel quale a fatica passa l’ossigeno. Il corridoio è un burroughsiano ammasso di carne, mentre i sei prigionieri degli scomparti non si arrischiano ad uscire né per una sigaretta né per una boccata d’aria e tanto meno con l’illusione di poter raggiungere il gabinetto. Si racconta che il signor Gino Fulzi, durante uno di questi viaggi, colpito da un violento attacco di dissenteria abbia provato a farsi largo tra la calca sino a raggiungere la toilette. Non è più stato rivisto. Un’altra caratteristica delle carrozze sardina è la temperatura che raggiunge picchi di oltre 127° centigradi.

Un altro tipo è la carrozza-notte. In queste carrozze le luci sono sempre spente e le tendine degli scompartimenti sempre tirate. Che siano le 4 di mattina, le 7 di sera o mezzogiorno per un’inspiegabile legge fisica la luce non riesce a filtrare. Dall’interno degli scomparti si odono gemiti e respiri ora grossi ora profondi, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di aprire la porta scorrevole e controllare quale tipo di creatura si nascondesse all’interno.

L’ultimo tipo è chiamato carrozza-fantasma, o anche le sirene di Ulisse. L’ingenuo viaggiatore tira un sospiro di sollievo quando ne scorge una, credendola quasi completamente libera, con una media di una persona a scomparto. Quando però l’incauto viaggiatore si avvicina per sedersi, l’unica persona presente sentenzierà un improvviso: “tutto occupato”, distruggendo in un colpo solo tutte le sue illusioni. Vi sono altre forme di questa aberrazione ferroviaria: scomparti praticamente vuoti se non fosse per piccoli oggetti, borsette e capi di vestiario sui sedili ad indicare un muto “occupato”. L’ultimo caso è il più arduo da affrontare e sono numerosi i passeggeri che ne sono usciti con una sanità mentale fortemente compromessa. Si tratta di quelle carrozze denominate “sirene di Ulisse” completamente vuote sia di persone che di oggetti. Ma, stranamente, quando ci si avvicina per sedersi, una voce dal nulla urla: “occupato!”.

Grazie a dio ogni tanto qualcuno scende.
Buon viaggio.

Stefano Rossini
 
di stefano del 02/12/2009 @ 10:50:26 in appuntamenti, letto 2045 volte
Sono rimasti due appuntamenti col grande show di Corrado Nuzzo e Maria Di Biase al Teatro del Mare di Riccione. Se come me avete perso le prime puntate vi conviene affrettarvi, perché poi tocca aspettare di rivederle in tv! La formula è quella degli anni scorsi, ma nel contempo tutto è nuovo!
Per Corrado e Maria il palco è un luogo in cui dare vita a nuovi sketch, scene e battute che poi prenderanno vita sullo schermo il prossimo inverno. Insieme a loro, ogni venerdì, molti ospiti e tanti nomi della scena comica italiana e non solo!

Questa qui sotto è un'intervista che avevo fatto, insieme a Luca Baggiarini, l'anno scorso. Direi che spiega tutto molto meglio!
Di seguito anche il programma dello spettacolo di venerdì prossimo, 4 dicembre!




Venerdì 4 dicembre penultima puntata del rutilante varietà di CORRADO NUZZO e MARIA DI BIASE al Teatro del Mare di Riccione. Sull’ottovolante del divertimento il meglio della premiata ditta comica con la colonna sonora live della TUA SORELLA BAND. Un crescendo rossiniano di comicità, musica e acrobazie. Sul palco anche la rivelazione di Zelig Off GIOVANNI BONDI con le surreali interrogazioni del prof di matematica laureato in lancio della cartella; l’esilarante sinfonia della MICROBAND, artisti di punta della music comedy internazionale acclamati dalla critica straniera come I Fratelli Marx della musica comica e paragonati a Laurel & Hardy (Stanlio e Ollio); i funambolismi sulle punte della riminese ALESSANDRA CASALI.

Sempre alto l’indice di gradimento del Nuzzo Di Biase Big Show a Riccione. Venerdì scorso un Teatro del Mare gremito di pubblico ha accolto la quarta puntata del rutilante varietà di Corrado Nuzzo e Maria Di Biase che sera dopo sera ha conquistato fasce di spettatori sempre più ampie, una platea eterogenea in cui spiccano regolarmente anche famiglie al gran completo. Al termine tanti applausi e complimenti ai padroni di casa e agli ospiti per uno spettacolo che ogni volta riesce a sorprendere grazie all’equilibrio dell’alchimia creata dai due accreditati attori ed autori che da tempo rappresentano un marchio di fabbrica di prim’ordine del divertimento di qualità teatrale e televisivo.
Cresce dunque l’attesa per la serata di venerdì 4 dicembre quando il Nuzzo Di Biase Big Show vivrà la sua penultima puntata al Teatro del Mare della Perla Verde. Come l’affezionato pubblico ben sa, gli ultimi appuntamenti con il duo comico sono un crescendo rossiniano di gags, divertimento e sorprese. Si preannuncia una serata veramente speciale per uno show a tutto tondo che mescolerà senza sosta risate, musica e acrobazie all’insegna di una complicità ormai consolidata che vedrà ancora una volta gli spettatori protagonisti al pari degli artisti sul palco.
A fare la parte del leone sarà come di consueto la comicità. In scena una carrellata del meglio del meglio della premiata ditta Nuzzo Di Biase Production con selezioni a sorpresa tra Salvate anche il Soldato Jimmy, Don Nuzzo, la Studentessa Impreparata, Tua sorella, La Pupa e il Secchione, Mr Peemp, l’Immobiliare Casacchione, la Coppia in Crisi, il Divino Zenobio, il Sessuologo, il Giovane InVerter… A dare man forte alla coppia comica arriverà il primo dei tre ospiti della serata: Giovanni Bondi, cabarettista livornese della scuola di Paolo Migone che riporterà tutti sui banchi di scuola presentando in anteprima le nuove disavventure del suo professore di matematica (personaggio rivelazione dell’ultimo Zelig Off tra i nomi di punta della prossima edizione in onda da metà dicembre) che irromperà in scena annunciato dall’inconfondibile lancio della cartella per sottoporre il pubblico alle sue interrogazioni surreali. Alle quali potrebbe partecipare, in via del tutto eccezionale, anche una certa studentessa molto impreparata…
Grande musica dal vivo anche questa volta grazie alla colonna sonora della portentosa Tua Sorella Band (Eloisa Atti alla voce, il chitarrista di Paolo Conte Daniele Dall’Omo, Lullo Mosso al contrabbasso e Ciccio Quero alla batteria e percussioni). E per continuare a giocare con le note e con gli strumenti arriverà la Microband. I bolognesi Luca Domenicali e Danilo Maggio danno vita ad una delle formazioni internazionali di maggior prestigio nel campo della music comedy. Molto amati anche in Svizzera, Germania, Spagna, Portogallo e Giappone sono stati definiti dalla critica tedesca i Fratelli Marx della musica comica mentre quella inglese, dopo un’esibizione al prestigioso Festival di Edimburgo, li ha paragonati nientemeno che a Laurel & Hardy (Stanlio & Ollio) e Spike Jones. La loro sarà un’esilarante sinfonia con sorprendenti interpretazioni delle musiche più varie (Beethoven e Rossini, Bach e Santana, Astor Piazzolla e i Jethro Tull, Trovajoli e Belafonte, Paolo Conte e Brahms, Julio Iglesias e Bob Dylan) in cui i violini verranno suonati con archetti invisibili, le chitarre si trasformeranno, i flauti compariranno dal nulla, in un diluvio di note, di gags e di incredibili invenzioni.
E come se non bastasse si passerà dalla realtà al sogno spiccando il volo, sulle punte, assieme all’attrice e danzatrice riminese Alessandra Casali che in scena mescolerà abilmente teatro e circo. Tra un passo di danza classica e un’acrobazia ginnica trascinerà il pubblico in atmosfere poetiche e divertenti che riveleranno, in maniera a volte esplosiva, la sua verve comica e la sua spiccata natura clownesca.

Giovedì 3 dicembre alle ore 11 su Radio Icaro appuntamento on air con Nuzzo Di Biase Live Radio: Faccio cose, vedo gente! Le migliori gag, inediti dietro le quinte e diretta con gli ospiti.
 
di stefano del 17/02/2010 @ 10:23:32 in giornalismi, letto 1840 volte
radio2 Che senso ha Sanremo senza la Gialappa's Band? Chiedetelo a Flavio Mucciante, il nuovo direttore di Radio2 che ha cancellato con un colpo di spugna la trasmissione del trio milanese in onda dal 2001. Inutile dire che il commento della Gialappa's era l'unico in grado di dare un tocco di divertimento all'ormai moribondo festival della canzone italiana.
Ma torniamo alle opere del grande Flavio Mucciante, arrivato da poco a Radio2. Appena insediato ha deciso la cancellazione di alcuni programmi storici dell'emittente tra cui Condor (condotto da Luca Sofri e Matteo Bordone) e L'altro Lato, un programma simpatico di Federico Taddia.

Poi la decisione di eliminare la Gialappa's. Il perché di questi cambiamenti? A leggere il comunicato di insediamento del neodirettore, vengono i brividi da febbre gialla.
La nostra radio è originale, veloce e affidabile, solida, grintosa, moderna sul solco della tradizione, aperta alle suggestioni del mondo e della società italiana. Insomma, sempre di moda e soprattutto sempre di tendenza”.

che, tradotto, fa più o meno così:

Fuffa, fuffa fuffa, fuffa, fuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffa fuffa, fuffa fuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffafuffa, fuffa

Si rilancia il marchio, insomma, il brend! Ma non è finita!
“E stiamo studiando - continua il direttore - anche una promotion con “L’isola dei famosi””.

Questa sì che è programmazione di qualità! Sì, insomma, l'idea è quella di trasformare la radio pubblica - uno dei pochi paradisi in italia - nella brutta copia della televisione.

Tornando alla Gialappa's, si può dire tutto di loro, tranne che non siano di tendenza e non facciano audience, per cui la loro sospensione rimane un mistero. Nei forum dedicati al gruppo si parla di accordi mancati, problemi sui compensi, e volontà della nuova direzione di cambiare rotta.

Nessuno afferma che Radio2 pre-Mucciante fosse perfetta, per carità, c'erano scelte discutibili, un po' troppo Fiorello, e anche il programma che ha sostituito la Gialappa's, Moby Dick, in altri orari è davvero piacevole!, ma non se ne può più di questi grigi burocrati amministratori che arrivano audience alla mano, dati e pubblicità nell'altra che tengono i soldi in tasca e importano tutta l'immondizia dalla tv in radio. Da utente canonizzato (cioè che paga il canone) io esprimo tutto il mio dissenso e la mia stanchezza davanti alla distruzione di ogni servizio pubblico.

Mi sembra ogni giorno di più che la Rai faccia un passo avanti e due indietro. Prendiamo, ad esempio, il tanto declamato sito internet di Radio2, da poco vittima di un nuovo restyling! Risultato? Un gran caos, difficile navigazione e nuovi entusiasmanti problemi. Se fino a qualche mese fa ascoltavo quotidianamente la radio in streaming, oggi collegarsi è impossibile! Meno banda disponibile? Chissà! Ma come spesso succede in italia, dietro al restyling si nascondo nuovi disservizi.
 
di stefano del 27/07/2009 @ 09:48:16 in giornalismi, letto 1139 volte
Alla base di tutto c'è l'ipocrisia. Se il mostro ti serve, lo tieni, altrimenti lo rimandi a casa a pedate nel didietro. E' quello che succede nel nostro paese - e non solo - a tutti i livelli. Perché alla fine si possono fare tutti i giri di parole e le campagne antiberlusconiane che si vuole, ma gli italiani e i loro governanti si assomigliano molto. Anzi, sono proprio le stesse persone.

A Rimini il comune cerca di usare il pugno duro contro i venditori abusivi, ma non ce la fa. In primis perché ci sono circa 25 vigili per 15 chilometri di costa (e tra l'altro sono gli stessi vigili che poi non sono mai presenti quando qualche auto-dipendente parcheggia sulle piste ciclabili, sui marciapiedi e nelle piazze), ma in secondo luogo perché molti bagnanti hanno preso le difese dei venditori abusivi, per la maggior parte senegalesi e cinesi. Che succede? Un rigurgito di fratellanza? Una comune unione tra tutti gli esseri umani contro la spietata economia che pone gli uni contro gli altri, tutti sfruttati per mantenere lo status quo?
No, nulla di così complesso. Semplicemente i venditori abusivi hanno i prezzi più bassi. Le merci sono tarroccate ma soprattutto costano davvero poco. Con 15 euro uno si compra 5 cinture tipo Dolce&Gabbato o Arnani o Verace, quando normalmente non basterebbe un piccolo mutuo.

Ha detto bene l'assessore alla pubblica sicurezza di Rimini Roberto Biagini: “Molto spesso, [i turisti che difendono i venditori] sono gli stessi che a casa loro tempestano di telefonate i vigili se solo uno straniero entra nel loro giardino”. Ecco il punto, l'ipocrisia. Gli immigrati li vogliamo rimandare tutti a casa, ci hanno rotto, rovinano il paese, distruggono la nostra società contaminandola. Però, se si mettono al loro naturale ruolo da servitori facendo i lavori orribilmente umili e vendendo merci a prezzi stracciati allora non solo possono rimanere, ma li difendiamo anche.

E' la stessa cosa che fa il governo con una legge a dir poco aberrante. Dopo aver sbarrato la porta ad ogni tipo di migranti, liberato nel canale di Sicilia orde di squali e orche assassine pronte a ribaltare barconi e a divorare ogni poveraccio che finiva in mare, dopo aver dato vita a campagne razziste contro i rumeni violentatori, i marocchini e i tunisini tutti di al-qaeda, i senegalesi negri (e non servono altre specificazioni) e i cinesi che si preparano, nascosti nelle cucine dei loro ristoranti, ad invadere i paesi, adesso viene però fuori che se qualcuno rimane a fare la badante e pulire il culo ai vecchi (e molti parlamentari sono lì lì per averne bisogno) non è proprio malaccio.

Ed ecco il decreto legge ad-hoc, il salva badanti, la regolarizzazione di un nuovo tipo di schiavismo, e di una corsia preferenziale tutta a nostro vantaggio. Insomma, il messaggio è questo. Che gli stranieri stiano a casa loro. Ma se proprio proprio si mettono in testa di voler venire qua, almeno che si rendano utili, cazzo! Abbiamo bisogno di badanti e colf, poi servirebbero gli uomini carta-igienica, pronti a strusciarsi su richiesta (e così, finalmente, smettiamo di abbattere gli alberi).
Qualche posto vacante anche come uomo-attraversamento, da mandare in avanscoperta sulle striscie pedonali prima di un bianco-di-pura-razza-italica, così, nel caso di un pirata della strada (che tanto è straniero anche lui), non verrà versato il sangue di Scipione.
Di lavori di questo tipo ce ne sono davvero tanti, e la nostra società ne ha bisogno!
 
di stefano del 23/08/2005 @ 09:09:00 in viaggi, letto 1030 volte
Melville parla del grande Oceano, dei balenieri e dei profumi delle Molucche; io ho solo le silenziose e immobili sponde di un lago, e pure artificiale! L’invaso di Montedoglio, nell’alta Valtiberina, è un grande lago artificiale nato con tempi tutti italiani. Progettato negli anni ’70, è stato ultimato attorno al 2000.

Sia come sia, il grande bacino regala panorami affascinanti e quella sottile inquietudine tipica delle grandi masse d’acqua imprigionate tra scuri e antichi colli. Io che sono abituato alla continua risacca del mare, mi trovo spaesato e perso davanti a quest’acqua scura e muta, che si increspa appena sotto il fiato del vento. Il lago è pervaso di una bellezza selvaggia, quasi barbara. Le sponde sono irregolari e ci si spinge con la macchina fin tanto che c’è una strada. Poi, d’improvviso, s’interrompe, e si continua a piedi.

Qui attorno, sorgono i borghi e le città della Toscana appenninica, che incontra e si scontra con lembi di Romagna, Umbria e Marche. L’arroccato paese di Anghiari, tutto raccolto nelle sue mura e con la lunga strada dritta che si perde nell’orizzonte, oppure il piccolo Caprese Michelangelo, che ha dato i natali al grande artista, o ancora Sansepolcro, forse dall’aspetto più anonimo delle prime due, ma con l’imperdibile museo dedicato a Piero della Francesca.

Quando piove - ebbene sì!, piove anche ad agosto - si respirano subito i forti odori di sottobosco e della montagna, soprattutto se ci si sposta verso nord, nel cuore dell’Appennino. Qui, i soli padroni sono gli imponenti castagni e le grandi querce che si trasformano, all’occorrenza, in imponenti ombrelli sotto i quali sedersi a guardare il bosco.

Poi si arriva a Camaldoli, dove gli antichi monaci hanno perso la tanto agognata pace e il ritiro dal secolo, circondati da turisti che corrono da una cella ad un chiostro ad osservare vite e ritmi di un altro mondo.
 
di stefano del 11/03/2010 @ 09:02:58 in giornalismi, letto 1933 volte
Dopo un ventennio di berlusconismo, è ormai chiaro che il premier conosce bene le abitudini e gli schemi degli italiani, per cui, ormai, mi fido ciecamente delle sue conclusioni.

Quella di oggi (11 marzo) è una grande lezione da imparare. Quanto dura la memoria degli italiani? Berlusconi non ha dubbi: 12 giorni.

27 febbraio: Le liste del PDL vengono presentate in ritardo a causa di problemi interni (indecisioni su chi candidare) e incapacità di chi deve presentarle: succede il patatrac
11 marzo: esattamente 12 giorni dopo Berlusconi dichiara candidamente che c'è stato un piano chiaro di magistratura e radicali (i famosi radicali liberi) per impedire la presentazione delle liste. I suoi uomini sono stati bloccati.

Fantastico! Neanche Orwell aveva osato tanto. Nel mondo di 1984 esistevano degli uffici in cui impiegati-pseudo-redattori cambiavano le notizie dei giornali passati per creare la loro versione della Storia. Ma ora non c'è neanche più bisogno di questo! E' sufficiente lasciar passare 12 giorni e dire ciò che si vuole.

Gli uomini del suo governo, che tanto lo ostacolano, dovrebbero fidarsi più di lui. Tutti quei fascisti frustrati del suo entourage che ora mordono il freno non avrebbero impiegato 60 anni a distruggere la resistenza, facendo circolare l'idea che ogni scelta è uguale all'altra, e che tutto è opinabile.

Tanto di cappello!
 
di stefano del 11/11/2009 @ 09:02:53 in giornalismi, letto 938 volte
Come risolvere il problema delle carceri sovraffollate?
Lì, dove aveva fallito Mastella, con l'indulto, ecco che ora ci provano le forze di polizia penitenziaria.

D'altronde, perché tenere in cella dei drogati sieropositivi comunque destinati a morti atroci in tempri brevi quando è possibile pestarli e farla finita subito? E' quasi un gesto di pietà cristiana, di amore verso il prossimo.

Diversa la opinione del ministro Giovanardi, che ritiene che Cucchi sia morto per i fatti suoi di droga, stenti e per essere sieropositivo (anche se la famiglia nega. Ma chi è questa "famiglia"? e perché si deve sempre mettere in mezzo?). La polizia non ci sta! E ribatte: "Il lavoro è nostro. L'idea viene da noi".

Si configura un altro scontro istituzionale tra i vertici politici e quelli delle forze dell'ordine per stabilire la paternità di un'idea, quella dello svuotamento delle carceri, che promette grandi rivoluzioni. Perché costruire nuove carceri quando è possibile diminuire i detenuti? Sta nascendo già un nuovo mansionario, con tanto di tecniche, idee, e trucchi, come i grandi consigli del poliziotto teramano intercettato telefonicamente. Una perla di saggezza che non deve sfuggire a chi si appresta a cominciare questa professione:

"Non picchiare un negro davanti ad altri negri!".

Sfruttiamo i vantaggi del mondo globale. Picchiamo negri davanti a musi gialli, questi davanti ad arabi, questi davanti a puertoricani e colombiani e così via, in modo che le grida di aiuto siano incomprensibili per il pubblico. Uno straniero, incapace di capire quello che sta succedendo, può sempre pensare che sia una forma di saluto e accoglienza tipicamente italiana.

Una nuova grande riforma sta per scuotere dalle fondamenta le forze di polizia italiane. Ecco qualche anticipazione sui nuovi corpi e le nuove occupazioni:

1. I rovesciatori: il corpo dei rovesciatori si occuperà di ribaltare i barconi di immigrati al largo delle coste italiane. In effetti i cpt sono pieni fino all'inverosimile e stipare all'interno altra gente sarebbe un gesto davvero crudele. Da secoli il mare custodisce con amore i corpi dei migranti che non ce l'hanno fatta. E a differenza dei cpt, il Mediterraneo può ospitare molti più posti senza alcun lavoro di ampliamento.

2. I pestatori: nascosti nell'ombra da oltre 60 anni, in realtà non sono mai scomparsi dalla caduta del fascismo e hanno solo aspettato un buon governo per tornare fuori. Il loro lavoro è semplice e immediato: picchiare quelli che sgarrano. Fuori o dentro le galere il fine è lo stesso: evitare che giovani ragazzi finiscano in carcere.

3. I sommossoni: un tempo si chiamavano agenti anti sommossa ed erano al comando dello stato per difenderlo dalle aggressioni. Oggi lavorano per la nestlé e bastonano gli scansafatiche comunistoidi sempre in piazza perché non hanno nulla da fare, a dire questo no, questo siamo contro, maledetta globalizzazione e poi sfasciano le vetrine. Ma perché mettere in galera ragazzi che tanto sono contro il sistema, quindi impossibili da rieducare? Tanto vale risolvere il problema a monte.

4. L'esercito: l'esercito si divide tra l'afghanistan e le città italiane. Girano in coppia assieme ad un carabiniere e chiacchierano del più e del meno.
 
di stefano del 28/09/2005 @ 08:48:00 in appuntamenti, letto 979 volte
Torna il Ravenna Nightmare Film Festival

La 3ª edizione del Ravenna Nightmare Film Fest si presenta, anno dopo anno, come un appuntamento sempre più importante, in italia, per il cinema horror e fantastico, italiano e internazionale. Membro Aderente alla EFFFF (la Federazione Europea dei Festival del Fantastico, la rete di festival più rappresentativa per la promozione del film fantastico, horror e thriller), il RNFF diretto da Franco Calandrini per St/Art Produzioni e organizzato da Alberto Achilli per il Comune di Ravenna prepara numerose novità, soprattutto nei due eventi principali del Festival: il Concorso Internazionale per lungometraggi e gli Eventi Speciali. E ancora le rassegne EuroZombies e Spaghetti Horror, retrospettiva dedicata al cinema horror italiano ed europeo degli anni ‘60 e ‘70; e altri numerosi eventi tra appuntamenti, retrospettive documentari dell’orrore, che renderanno Ravenna capitale italiana, per una settimana, del cinema horror.
Una settimana di film horror e fantastici per tutti i gusti, per appassionati e neofiti: i migliori film, gli inediti, i cortometraggi e la partecipazione di personaggi internazionali.

Puoi vedere il programma completo su Ravennanightmare.com
 
di stefano del 18/11/2005 @ 02:24:00 in giornalismi, letto 905 volte
Il governo italiano ha annunciato che, se lo riterrà necessario, durante le olimpiadi invernali di Torino 2006, sospenderà il trattato di Schengen.

Non c'è niente da fare, Schengen ha sempre vita dura. Ad ogni occasione, i governi europei trovano tutte le scuse per sospenderlo il più a lungo possibile. E' difficile vivere senza confini, sapere esattamente dove finisce ciò che posso chiamare "mio" e dove invece comincia "l'altro".

Eppure, un'Europa senza dogane e confini è una conquista straordinaria, è la realizzazione del sogno illuminista: un mondo in cui le culture si incontrano e non si isolano; così come viaggiare è una delle più alte attività della compagine umana, perché permette di diluire il proprio punto di vista limitato e spesso bigotto nella vastità delle culture e delle società umane.

Figuriamoci cosa sarebbe il mondo! Ma è ancora troppo lontano quel giorno.
 
di stefano del 25/05/2008 @ 01:40:00 in appuntamenti, letto 1100 volte
In modo del tutto inaspettato, ho visto il finale dell'Eurovision song contest. Già!, perché qui a Rimini si riceve San Marino RTV, e siccome la piccola repubblica ha un gruppo alla manifestazione ha trasmesso l'evento in diretta.

Vincitore della 53esima edizione il russo Dima Bilan con believing. A vista una variazione di Scialpi vestito tutto di lino bianco con camicia slacciata e circondato da altri due ragazzoni, il primo alle prese con un violino stradivari dal valore inestimabile, e il secondo con pattini da ghiaccio che ballava al ritmo della canzone melensissima. Il prossimo anno, Mosca si prende lo spettacolo che va a casa del vincitore. Ecco spiegato perché l'Eurovision non arriva mai nella provincia italia! Perché noi lo snobbiamo e non ci mandiamo nessuno e neppure lo trasmettiamo...

La manifestazione è divertente e comunque curiosa. Me la vedrei bene commentata dalla Gialappa's: le tamarrate non mancano! Però è divertente sentire tutte le più diverse lingue del vecchio continente che si alternano ad un inglese colorito da accenti incomprensibili.

Ultima nota, molto carine le inviate dalle capitali europee e simpatici i commentatori sammarinesi... sicuramente meglio di pelle di cuoio-Carlo Conti!

Chi vuole vedere qualche cosa può andare sul sito di Eurovision e scaricare il plug-in necessario, o semplicemente youtube con le parole di ricerca Eurovision 2008
 
di stefano del 05/09/2009 @ 01:15:29 in pensieri sparsi, letto 878 volte
Oggi Berlusconi, con la sua solita dose di infinita ironia, ha risposto ai giornalisti che gli facevano domande, che avrebbero potuto leggere i giornali di domani, per trovare scritto il contrario di quanto diceva.
E ha concluso con un Povera italia che mi ha trafitto il cuore, perché detto da lui è una bestemmia.

Povera italia. Quale povera italia? L'unica a cui riesco a pensare è la povera patria cantata da Franco Battiato, che ad una prima lettura del testo vede Berlusconi più incriminato che incriminante (a meno che un Ghedini o un Ghedone - per usare le parole di Gasparri - non trovino qualche cavillo che dimostri il contrario).

Eccolo qui

Franco Battiato - Povera patria

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
si che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare.
 
di stefano del 14/04/2010 @ 00:24:25 in giornalismi, letto 1520 volte
Il cittadino di Adro che ha pagato per la mensa scolastica (per chi non conoscesse la notizia alcuni bambini non ricevevano più il pranzo perché le famiglie non pagavano) ha scritto una lettera all'amministrazione.

Al di là del fatto di cronaca e delle opinioni, è una bella lettera.
Eccola:

Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “L’albero degli zoccoli”. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica. A scanso di equivoci, premetto che:

* Non sono “comunista”. Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici di tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
* So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.

Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina. Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.

I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.

Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo? Che non mi vengano a portare considerazioni “miserevoli”. Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..)

Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo? Vorrei sentire i miei preti “urlare”, scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il “commercio”.
Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare “partito dell’amore”. Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’italia. So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti “compagni che sbagliano”.

Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case. Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) venga dalle tasse del papà di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).

Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno? Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala.
E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto? Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.

Il sonno della ragione genera mostri.

Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando nonpagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche.

Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro. Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.

E chi semina vento, raccoglie tempesta!

I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quel giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi? E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso.
E’ anche per questo che non ci sto.
Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.

Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione. In tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010. Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.

Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varrà la spesa. Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del “grande fratello”.

Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie. Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.
Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo. Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce. Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.

Un cittadino di Adro

(presa da www.bresciapoint.it)
 
di stefano del 25/09/2008 @ 00:03:04 in viaggi, letto 3194 volte
19 settembre
(prima puntata)

La strada per Trieste è lunga. Certo, sarebbe più breve se esistessero dei mezzi di trasporto capaci di attraversare il mare piuttosto che passare via macchina da Bologna, Padova e Venezia. Ma tant'è, in attesa di un futuro radioso e sensato, il viaggio sarà per me l'occasione di completare il mio tour delle città lagunari.
Da Padova a Chioggia la strada regala il consueto florilegio di capannoni e orribilia tipico delle statali. Attraversiamo Piove di Sacco (il nome non è bene augurante, soprattutto considerando che già Chioggia fa rima con pioggia) - che mostra, sulla facciata di un edificio, una targa commemorativa dedicata al passaggio del re Vittorio Emanuele capitato qui per sbaglio - e successivamente Arzergrande, famoso per essere l'anagramma mancato di Grendizer - Atlas Ufo Robot.




Chioggia ci accoglie con la bella porta di Santa Maria, massiccia e con il leone di Venezia a far da guardia. Tutto il centro si sviluppa lungo la via principale, quasi una lunga, lunghissima piazza che arriva sino al molo, mentre di fianco scorre il Canal Vena, il canale principale attraversato da una lunga teoria di ponti, l'ultimo dei quali è il ponte Vigo. Una Venezia in miniatura, insomma, con le barche affastellate alla rinfusa una dopo l'altra, tutte con colori sgargianti e forme diverse. Lungo il canale si affaccia la massiccia cattedrale.
Bella quanto la città è la strada che porta a Venezia. La Romea qui dà il meglio di sé - camion esclusi - su una sottile striscia di terra circondati dal mare e dalle valli che si perdono a scacchiera sino all'orizzonte.



Arriviamo ad Aquileia stanchi morti. Lo snodo di Mestre e Venezia, incastrati in un traffico di cui non si vedeva né l'inizio né la fine, è sfiancante. Ci stendiamo sotto un bel sole su un parco verde e profumato in mezzo a cocci di mosaici, perimetri di case e strade romane. La chiesa è un gioiello. Dentro la grande navata centrale si stende un unico, immenso e incredibile pavimento a mosaico. L'immensa cripta si articola sotto il grande piazzale e circonda la base del campanile - visibile. Con tutti questi mosaici mi sento bizantino e mi tornano alla memoria le immagini delle chiese di Ravenna, Sant'Apollinare e l'Abbazia di Pomposa. Una lunga camminata gira attorno alla basilica, dietro ad un piccolo cimitero Romantik, lungo le rovine della banchina fluviale romana, e infine davanti al foro Romano. Saluto col groppo in gola Aquileia, città più antica che moderna, con più memorie che palazzi nuovi.





La giornata si conclude a Trieste, con la bora che ci accoglie e una cena in un ristorante di pesce fresco dalle belle premesse ma dalla cameriera austro-ungarica poco incline agli scherzi e ad attendere troppo tra un'ordinazione e l'altra. E alla fine Raus! Fuori, il ristorante chiude. Uscite prego!
Ci ritroviamo in piazza unità d'italia in mezzo ad un vento gelido che soffia dal mare. E così scopro sulla mia pelle che la bora non c'è solo d'inverno...

 
di stefano del 11/07/2005 @ 00:01:00 in in citta', letto 1595 volte
In tutti i romanzi di gioventù, quelli letti per sognare di grandi viaggi e di grandi incontri, si incappava sempre in città crocevia di razze, fedi e persone. Fosse Shangai, Kabul, la lontana Baghdad o la più europea Londra, le città culturalmente più evolute affascinavano per la loro capacità di ospitare le più diverse persone, etnie e culture.
Al contrario, le piccole città di provincia hanno sempre guardato gli stranieri con un misto di curiosità e sospetto. Nel frattempo, anche la piccola Rimini, città sui generis nel panorama italiano, ha conquistato la sua parte di internazionalità. Per chi passeggia tra le vie che da Piazza Ferrari corrono verso la stazione, il panorama è molto diverso rispetto a qualche anno fa.

Io vivo al limitare di questo quartiere, quello che negli anni '70 era il quartiere delle puttane, quello che dopo i primi restauri e recuperi è diventato un anonimo quartiere di una città in espansione, quello che oggi, infine, dagli stessi abitanti è chiamato Bangladesh.

Così lo chiamano i senegalesi che lavorano nei numerosi African Shop e nei negozi di parrucchieri e acconciatori che espongono in vetrina locandine dal cotonamento anni '70, oppure nelle piccole botteghe dal forte odore di cumino, zenzero e coriandolo. Insieme a loro, un negozio alla volta, il Bangladesh di Rimini si è popolato di cingalesi, cinesi e indiani. Alimentari colorati di spezie e mal d'Africa sono sorti di fianco ai panettieri e alle macellerie; i negozi di trasferimento valuta hanno affiancato quelli di telefonini, ai ristoranti si accompagnano i Doner Kebab. Lo scambio è equo: i riminesi assaggiano la carne al girarrosto della piccola rosticceria gestita da Javaid, Nazar e Wajid Alì, specializzata in enormi panini con carne di montone, pomodori, salse allo yogurt e patatine, e gli indiani affollano il piada e cassoni da Johnny, proprio al centro del multicolorato quartiere (il cassonificio dalle temperature più alte della città)

Infine, logica conclusione, è stata aperta anche una moschea, che tanto ha fatto paura a chi vive di preconcetti. Il luogo è affollato di venerdì, come una chiesa lo è di domenica, e nient'altro da segnalare.

Intanto Rimini cresce, ed è bello vedere senegalesi che non sono più solo 'Vucumprà' (parola davvero orribile), od operai costretti ai lavori più umili e bistrattati. E' affascinante vedere ragazzi cinesi che non parlano solo cantonese stretto ma che riescono a comunicare coi loro coetanei riminesi e allargano le strette maglie della loro comunità. La seconda generazione si sta inserendo nel tessuto sociale arricchendolo e vivacizzandolo. Fino a che, nonostante un taglio degli occhi dal sapore ancora esotico, saranno riminesi a tutti gli effetti. D'altronde anche noi siamo riminesi solo perché siamo nati e cresciuti qui, anche se molte nostre famiglie sono giunte da altre regioni, Toscana, Marche, Lombardia, Sicilia.
E anche i riminesi di più antica tradizione non fanno certo parte delle gentes latine che fondarono la città e sono riminesi per storia, per tempo di appartenenza, non certo per "sangue". Le città le fanno gli abitanti e cambiano con loro, non esistono abitanti tipici di città italiane, e quelli che a noi sembrano tali non lo erano uno o due secoli fa, o se esistono sono lo specchio dei tempi, e i nostri tempi sono di incontro e non di chiusura (speriamo!).
 

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Lungo.il.Po

Tutte le tappe del viaggio in barca dal delta del grande fiume sino ad isola Serafini (comprese le lezioni di navigazione e gli incontri)

ritorno sul luogo del delitto! (19.6.07)
il tassello mancante (25.10.07)
la terra trema
la terra ha tremato
Popopopopopopo

Po.Link

l'articolo su Espresso-Repubblica (con appendice fotografica)
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