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 un tramonto sui tetti di Rimini... di stefano
Pensai che in un paese nuovo c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, e ripercorre la stessa strada da dove ero venuto non sarebbe stato particolarmente interessante o istruttivo.

Carl Von Linne'
 
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di stefano del 02/06/2007 @ 23:59:00 in viaggi, letto 3035 volte
dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 2.6.7




Oggi la stanchezza mi ha colpito con la pioggia e il freddo. Mi sentivo come il protagonista di un libro di avventure, come Frodo Baggins, che nonostante tutte le avversità continua il suo viaggio. Così, lasciata la barca a Bagnolo S. Vito, questa mattina, alle 7 e 30, ci siamo messi a pedalare verso Guastalla.
Sotto un cielo basso e infingardo i corvi gracchiavano sui rami. Ho deciso che il prossimo viaggio lo faccio in novembre, magari trovo una settimana di sole. La colazione è circondata da un gruppo di musoni da bar, tipici abitanti della bassa padana mantovana che ti buttano addosso tutta la loro ostilità. Verrebbe voglia di ripartire subito, ma un acquazzone ci blocca. Solo dopo mezz’ora lasciamo il tempio della mestizia verso la prima stazione ferroviaria, convinti ormai che sia difficile continuare anche in bici.
Ma la fermata di Pegognaga è squallida e deserta. Pegognaga. Già il nome ricorda quel gnègnègnè che si fa con stizza verso chi ci sta antipatico. Giovedì abbiamo navigato nove ore senza incontrare anima viva. Oggi è il paese ad essere abbandonato. Sembra di perlustrare una zona colpita da una devastazione atomica o da un’epidemia. Tutto è vuoto, chiuso, disabitato.
In mano a Romero la pianura padana sarebbe un ottimo set per un nuovo film di zombi.



L’ora passata dentro alla sala d’attesa di Pegognaga - il cui treno, tra parentesi, passa due ore più avanti - mi ricorda quelle perse alle visite militari. Quando Andrea Bezzecchi ci porta via con la macchina sono troppo stanco per accorgermi che il nostro viaggio sta per cambiare. Finalmente ritorniamo sulla costa emiliana, nel reggiano. Qui, anche nei piccoli paesini, pur con la pioggia il clima è diverso. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio. A San Benedetto Po abbiamo trovato molta ospitalità. Ieri tre signori mi hanno raccontato la loro infanzia sul fiume mentre ci riscaldavamo con un tè. Ma fuori dai centri più grandi, quasi tutti si chiudono al nostro passaggio e ci evitano.



L’Osteria Lido Enza è ristorante molto “all’antica” sulle rive di un piccolo affluente del Po. Le pareti sono ricoperte di canneti e il pesce è d’allevamento (chi pesca più in queste acque?) ma il fritto di pesce gatto, rane e pesciolini da mangiare tutti interi è davvero gustoso. Penso, in futuro, di abbandonare la pratica di mangiare rane. Quando il metodo di cucinare gli animali diventa troppo cruento, preferisco evitarli, un po’ come con le aragoste. Ho scoperto che le rane le spellano vive, e questo mi è bastato.



Il nostro itinerario lungo il fiume passa per Brescello, vivace paesone dove sono stati girati tutti i film di don camillo e peppone. Per gli abitanti è stato l’equivalente di avere una meta di pellegrinaggio. Il museo accoglie migliaia di visitatori l’anno e ogni luogo è dedicato ai personaggi di Guareschi. A Brescello-Guareschi fa da contrappunto Gualtieri-Ligabue. Nella città sotto l’argine del Po ha vissuto ed è stato curato per anni il grande pittore. E gli abitanti non se lo dimenticano. Entrando in città campeggia una grande statua in bronzo con la testa di Antonio Ligabue, mentre il museo raccoglie alcuni quadri (molte delle opere di Ligabue sono di privati) e anche schizzi e sculture che sembrano prendere vita e infrangere la teca. L’ultima visita del pomeriggio è stata dalla Luigi Benelli, rinomata fabbrica di Spongata (come recita lo slogan), un dolce molto buono, delicato incontro di un pesto di miele, noci, mandorle e pinoli e spezie. La ricetta è sicuramente della metà del XV secolo, ma secondo alcuni è addirittura romana. Custode di questo tesoro una famiglia che ne parla con reticenza, senza svelare troppo a noi, che siamo tra i primi giornalisti a farsi raccontare la storia di questa leccornia.
 
di stefano del 29/05/2007 @ 23:59:00 in viaggi, letto 2932 volte



dal diario del Capitano S. Achab Rossini
data fluviale 29.5.7


Pane nero, burro, prosciutto, uovo alla coque, marmellate e caffé, la giornata è partita decisamente bene. A Polesella, siamo attraccati al Angeln und Kultur, albergo tedesco che organizza pesca ai siluri del Po per turisti europei. Herr Friderking und Frau sono stati gentili oltre ogni misura. Ci hanno raccontato la loro storia, quella di una passione divenuta lavoro, ci hanno ospitato e infine accolti nella loro casa a condividere la gustosissima colazione teutonica.

Iniziamo a capire qualcosa in più del grande fiume. E sembra davvero un mondo al confine, a metà strada tra la civiltà e una zona non ben codificata del vivere sociale. Dal sino-bar al neon blu di Villanova marchesana, alla pesca di frodo di gruppi di ungheresi che catturano i siluri del Po, li inscatolano in loco e li spediscono per tutta Europa, dove sono pregiatissimi, alle oltre 20 strutture per turisti-pescatori europei che accolgono qualcosa come 20.000 turisti l´┐Żanno e i cui gestori svolgono anche lavoro di polizia contro gli ungheresi (che portando via i pesci portano via anche il lavoro), tutto ci coglie di sorpresa e ci disorienta.





Le due ore di navigazione scarse della giornata ci hanno messo ancora una volta a dura prova. Risalire il fiume ha le sue difficoltà, soprattutto per via delle forti correnti. Durante una partenza da un molo, una di queste famigerate correnti ci ha sbattuto contro una grossa imbarcazione ancorata dietro di noi causando la prima vittima del viaggio: un´┐Żinutile antennina piazzata sul tetto di prua è schizzata via dopo il violento scontro con l´┐Żancora della suddetta barca. Infine, abbiamo avuto qualche problema col motore il cui scarico si era intasato di alghe. Ma nonostante tutto, come potete notare dalla foto in cui mostro sicurezza e sprezzo del pericolo, siamo giunti sani e salvi a Pontelagoscuro, l´┐Żapprodo fluviale di Ferrara.

Qui il mondo ci è parso diverso, e decisamente in meglio. L´┐Żattracco ha mostrato davvero i servizi segnati sulla carta: c´┐Żè un bar, un meccanico, qualche essere umano sapiens sapiens che ci è venuto incontro aiutandoci nella manovra, e, soprattutto, una città poco distante, raggiungibile con una mezz´┐Żora scarsa di bicicletta. Ferrara, città delle biciclette. Sembra impossibile, ma le macchine si trattengono dall´┐Żinvestirti e le piste ciclabili sono qualcosa di più della striscia bianca tracciata sull´┐Żasfalto sulla quale tutti parcheggiano impunemente (come a Rimini, ndr). Ci prendiamo un paio d´┐Żore per passeggiare per la città tra i monumenti, i turisti e la nostra stanchezza. Ma è una bella boccata d´┐Żaria; è un lungofiume che ci piace di più. La sera, finalmente, ceniamo. All´┐Żosteria Antico Volano ci tuffiamo nei sapori di terra e di mare del ferrarese, con un buon antipasto di salame all´┐Żaglio accompagnato da pinzini (versione locale dello gnocco fritto), cappellacci di zucca, salama da sugo su puré e anguilla in carpione (cotta nella cipolla e nell´┐Żaceto bianco) con polenta. Il tutto per poco più di 35 euro a persona, incluso caffé, acqua e servizio. Tra le note negative, il brutto vizio di far pagare l´┐Żottima acqua ottenuta per trattamento dall´┐Żacqua del rubinetto e il cameriere con la camicia aperta un po´┐Ż da truzzo che dimentico dei nomi dei vini.




Ci siamo riconciliati col mondo. Paganelloni e ostriche fuori scala sembrano appartenere ad un altro viaggio, insieme alle tempeste più o meno perfette e ai tristi paesoni del polesine veneto.
 
di stefano del 03/06/2007 @ 23:59:00 in viaggi, letto 6226 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 3.6.7


Mentre caricavamo le biciclette sulla macchina che ci avrebbe portato da Novellara sino a Busseto mi sono reso conto che la barca era stata ormai definitivamente abbandonata. Le lunghe scie sul Po, risalendo con fatica la corrente non ci sarebbero più state. Gli spazi della pilotina entravano ormai stabilmente a far parte del mondo dei ricordi. Ma, ho pensato, un viaggio è importante per il tragitto che si fa (Ulisse docet) e in parte per la meta, non sempre per il mezzo.
Da grande appassionato di Jules Verne non ho potuto non pensare a Phileas Fogg e al suo rocambolesco giro del mondo in 80 giorni, in cui ad ogni tappa è costretto a cercare il mezzo di locomozione più veloce. E’ per questo che, senza togliere Achab, ho deciso di aggiungere un secondo cognomen ex virtute, sul modello dei condottieri romani che aggiungevano ai loro tre nomi, anche quello del luogo della regione conquistata o del popolo vinto.

Oramai siamo solo a una manciata di chilometri da Cremona e abbiamo ben due giorni per raggiungerla e il cattivo tempo sembra passato. Tutto sembra assicurarci un veloce e semplice arrivo. Ma è meglio non dare nulla per scontato. Così come la mia fonte ispiratrice che viaggiò per quasi tre mesi attorno al globo, anch’io temo che potremmo dover cambiare ancora mezzo ed essere costretti a salire sul treno, mongolfiera, dirigibile, hovercraft, chiatta, segways, autoblindo, sommergibile, biplano, rollerblade, monopattino, monociclo, diligenza, risciò, motoretta, solex e via dicendo.



La giornata enogastronomica si è sviluppata con un iter molto particolare. Ancora mi girava per le papille la cena della sera precedente sulla motonave Stradivari, grande barca molto raffinata ormeggiata a Boretto con un ottimo ristorante di bordo e un cuoco di grande inventiva. Il clou è stato sicuramente il risotto con anguilla affumicata e radicchio mantecato col parmigiano reggiano!
E a proposito di parmigiano reggiano questa mattina la visita al caseificio Castellazzo di Novellara mi ha portato, per la prima volta, ad osservare tutte le fasi della realizzazione di questo re dei formaggi italiani. Impressionante la sala di stagionatura, dove scaffali e scaffali colmi di forme svettano sino al soffitto, come un’incredibile biblioteca casearia! Oltre alle materie prime di qualità, all’ottimo burro (il parmigiano, infatti, si prepara con latte magro, e la parte grassa diventa, appunto, burro) e alla lavorazione controllata, grazie ad un sistema di schedatura informatica, da ogni forma si può risalire a quale latte è stato utilizzato per la realizzazione del formaggio.
Procedimenti ancora più rigorosi rituali all’acetaia san Giacomo che produce aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia. Già perché l’aceto balsamico non è solo di Modena, e non è secondo o posteriore a quello più famoso, solo un po’ diverso e, fino ad oggi, meno pubblicizzato. Andrea, racconta che ha iniziato l’attività sviluppando l’abitudine che suo padre e suo nonno avevano (come molti reggini) di farsi l’aceto balsamico per la propria famiglia.



Per non tradire le origini del nostro viaggio, per il pranzo ci siamo trasferiti al Corniolo, piccolo ristorante sulle rive del Po con tanto di attracco. In otto giorni di viaggio siamo capitati su osterie migliori e più interessanti, anche se l’anguilla ai ferri è stata davvero gustosa. Infine, dopo un viaggio in macchina ricco di peripezie e una rilassante passeggiata per le vie di Busseto ci siamo concessi una semplicissima pizza con birra gelata!
Per la cronaca, Busseto è il paese che ha dato i natali ad un compositore molto famoso... non ricordo il nome. C’è una sua statua in piazza Verdi, all’incrocio con via Verdi poco distante dal teatro Giuseppe Verdi. Che sia Schumann?
 
di stefano del 30/05/2007 @ 23:51:00 in viaggi, letto 2738 volte
dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 30.5.7


Dopo una bella colazione in un caffé chiccoso nel centro storico di Ferrara, seduti a pochi metri dal castello estense, inforchiamo le bici e ci dirigiamo a Bondeno. Sicuri come vacche indiane che nessuno osi metterci sotto, attraversiamo uno scampolo di periferia prima di imboccare la ciclabile Burana che ci conduce nel mondo fatato dei cicloturisti. Siamo lontani anni luce dalle ciclabili riminesi, dove i ciclisti sono come i birilli della carambola, e si immolano in olocausto agli automobilisti divisi in ciclisti bianchi (= 1 punto) e ciclisti rossi (= 5 punti).



La stradina è deliziosa. Per chi, come me, ha amato il vento tra i salici, questo è il luogo giusto per una scampagnata. La strada corre tra due filari di pioppi che stormiscono al vento. Di fianco il canale mormora placido, mentre una fila di anatroccoli scivola da una sponda all’altra, e fiori e piante profumano l’aria di primavera. Come novelli Humboldt e soci, ci fermiamo a disquisire sul tipo di piante e alberi presenti nella zona, esaminando foglie, cortecce e rami.

A Bondeno arriviamo con questo umore, e di filata ci portiamo da Tassi. La definizione che Michele dà di questo ristorante mi pare calzare a pennello: la memoria storica dei sapori del delta ferrarese. Qui, tre generazioni hanno cucinato con sapienza e cura dei prodotti le eccellenze del territorio, a partire dai cappellacci di zucca conditi con ragù, per finire con una perfetta salama da sugo accompagnata da una delicatissima lingua di cinghiale affumicata. Non c’è confronto con altri ristoranti o altri produttori. Roberto Tassi ci racconta con passione le sue scelte, le sue difficoltà nella ricerca dei produttori, la voglia di continuare il lavoro della sua famiglia. E tutte queste attenzioni, queste maniacalità si ritrovano nel piatto e si mangiano con gusto. Perché la differenza tra questi piatti e quelli, ad esempio, di ieri sta proprio nelle continue cure dedicate ai prodotti.



Il ritorno è più difficoltoso del previsto a causa di una deviazione sulla ciclabile, di un continuo vento contro e soprattutto (nostra culpa) dello stomaco pieno di salama e vino. Ma a dispetto delle continue avversità raggiungiamo il porto di Pontelagoscuro, fissiamo le bici alla barca e in men che non si dica siamo già in acqua. Allora non eravamo consci che le vere difficoltà erano ancora da venire. Presi dalle correnti del fiume appena cresciuto di due metri e in piena dopo le piogge, il motore della Random ha iniziato a tossire, sputacchiare e fermarsi. Mentre le correnti ci spingevano a loro piacimento, dopo alcuni minuti di tentativi e supposizioni siamo riusciti a scoprire il problema: il tubo della benzina era bloccato, schiacciato sotto il serbatoio. Siamo di nuovo in ballo. Ora i veri ostacoli sono i tronchi che la piena ha portato giù e che vanno schivati in continuazione come in un vecchio videogioco anni ’80. Morale: percorriamo appena 5 km e arriviamo a Occhiobello, sulla sponda veneta. A pochi metri dal pontile l’osteria Il mulino del Po, luogo di altri tempi e di opposta concezione rispetto a Tassi (menù fisso a 22 euro, mangi quanto vuoi, antipasto, 2 primi e 5 secondi, tutto tra il dozzinale e il salvabile), è un approdo di salvezza. Attracchiamo al volo prima che l’onda lunga di una grossa chiatta faccia sobbalzare violentemente la nostra pilotina. Balzo sul molo come un marinaio che ha solcato i sette mari, con la cima in un pugno e il coltello tra i denti, ancorando la barca in tempo per resistere ai sobbalzi. Entro una settimana potrei lanciare rostri alle navi che osano avventurarsi in queste acque, alla ricerca del leggendario tesoro del pirata Paganellone...

se vuoi leggere la versione di Michele clicca qui

se vuoi leggere la versione su certenotti clicca qui
 
di stefano del 31/05/2007 @ 23:46:00 in viaggi, letto 2530 volte


dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 31.5.7


Non ho ancora letto una pagina di Moby Dick. Questo la dice lunga sulla nostra ipotetica tabella di marcia. Viste dall’alto, nel technicolor della cartografia, le distanze sembrano facilmente organizzabili. 30 km da qui a qui, smonta, prendi la bici, etc.. Tra i flutti, invece, le cose stanno diversamente. Ci sono tempi tecnici per far partire la barca, per gestirla e per attraccare e scendere. L’organizzazione cambia di giorno in giorno e questo è forse il modo migliore per vivere l’essenza del viaggio.
La giornata di oggi è stata interamente dedicata alla navigazione. In nove ore di spostamento abbiamo coperto 70 km. Sono state nove ore molto dure, divise tra guida e imprevisti, tra stanchezza ed errori. A questo si aggiunge l’abbandono in cui versa il fiume. Non ci sono molti più attracchi di quanti ne potesse trovare un etrusco o un celta due millenni fa. La benzina è una merce così rara che mi stupisco non si incontrino bande di pirati pronti ad assaltare ogni pilotina per svuotarne il serbatoio. Oggi abbiamo riempito le taniche solo perché a Polesella un uomo mosso a pietà dal nostro stato ci ha caricati sul camion e scaricati al distributore.



Se mi sono fatto un’idea in questi giorni è che il fiume sia finito.
Finito, perché un tempo i fiumi erano abitati da dei e ninfe. Perché ogni fiume era venerato come un ente, una forza capricciosa che regolava la vita. Perché i fiumi, insomma, erano lo spirito e il sangue della terra. Oggi i fiumi, e il Po in particolare, sono un nastro d’acqua da attraversare. Anche piuttosto scomodo e fastidioso. Non si ha un rapporto diretto. Lo si vede dalla strada, dalla ferrovia, lo si taglia, magari lamentandosi. O è troppo pieno, e causa danni, o è troppo in secca, e uccide con la siccità, o è troppo medio, e non fa notizia. Il Po versa in uno stato di abbandono pietoso. Nelle 9 ore di navigazione non abbiamo incontrato nessuno se non qualche sporadico pescatore.
L’acqua e le rive danno vita ad un intermondo, una zona in cui non c’è legge e non c’è sovranità. Abbandonate da chi viveva secondo usi e costumi antichi durante il boom economico, queste sponde sono oggi terra di chi arriva e se la prende. Il mondo del Po, quello descritto dalle guide turistiche e regionali, non esiste. E’ come visitare il colosseo e provare ad immaginare cosa dovesse essere al tempo di Traiano. E anche quello che si salva, un produttore, un abitante, una tradizione, è un’isola circoscritta, lontana dalle altre e senza continuità. Si scende, si visita e si riparte, senza percepire un tragitto.



A San Benedetto Po ci siamo arrivati dopo 9 ore di navigazione, 1 ora di bicicletta e con la pioggia fine che cominciava a cadere. Ah! e anche rischiando la vita, perché non siamo più a Ferrara e le statali sono di nuovo un genocidio ciclo-pedonale, in un paese che non ha il coraggio di ammettere che vuole solo automobilisti. A San Benedetto Po, dicevo, ci siamo arrivati dopo 9 ore di navigazione, 1 ora di bicicletta e con la pioggia fine che cominciava a cadere. Scendendo dalla via principale la piazza si è schiusa sull’imponente e maestosa abbazia cistercense che proprio in questo periodo compie 1000 anni. Polirone, composto da Po e Lirone, i due fiumi che i monaci fecero confluire in uno solo, bonificando il bacino. Davanti al complesso che si articola e spezza in linee e arcate, il paese sembra un buffo contorno di case senza peso, vuoto. Qui tutti la amano, anche la tabaccaia che mi ha fatto sostare sotto la sua tenda mentre scattavo una foto. Mi ha raccontato dei lavori, del chiostro silenzioso di San Simeone, del grande refettorio e della piccola cappella dedicata alla madonna che risale al 1100. Mi commuove l’orgoglio per la propria storia.
Domani entreremo...
 
di stefano del 24/05/2007 @ 23:37:00 in viaggi, letto 2696 volte


Dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 24.5.7


Ormai ci siamo. Oggi, con l'acquisto di quantità industriali di repellente anti zanzara, è formalmente cominciato il conto alla rovescia per l'inizio del viaggio in barca lungo il Po. Domani, la nostra Random arriverà sino a Ferrara e domenica mattina, dopo aver caricato zaini, computer, biciclette e quant'altro, partiremo prima verso il mare, a Comacchio, poi risaliremo una piccola parte di Adriatico e rientreremo nel grande fiume dalla bocca del Po di Goro, per poi percorrerlo tutto sino a Cremona, meta a cui dovremmo giungere 10 giorni dopo la nostra partenza.

Oltre a Michele e ai vari amici che ci scorteranno tappa dopo tappa, ho scelto il mio personale compagno di viaggio: Moby Dick. E' più di un anno che la bibbia di Melville mi prega di concluderlo, dopo averlo vergognosamente lasciato a metà. Quale occasione migliore di questa? Non che mi aspetti capodogli bianchi nelle basse acque del Po, né ho intenzione di decorare la barca sulla quale viaggeremo di ossa e cimeli di balena, primo perché sarebbe un po' pacchiana e secondo perché ci arresterebbero poche miglia dopo la nostra partenza, ma la comunanza di acqua, viaggio e ricerca del demone inafferrabile potrebbero dar vita a infiniti paralleli sui quali giocare. Non è un caso, infatti, che Melville sia stato lasciato a metà. Le altre parti sono state lette a Montedoglio e a Levico, su laghi, sempre in presenza d'acqua. Ne ho letto poco, in casa. E come dice (più o meno) lo stesso Ismaele all'inizio del romanzo: tutte le volte che sono indeciso, che la vita mi pesa, che mi prende quella strana apatia, cammino fino a ritrovarmi a ridosso di un corso d'acqua e ho bisogno di imbarcarmi.

Oltre a questo diario di carattere più personale, ne terrò uno più goloso su certenotti, il mio sito giornalistico per eccellenza! Il buon vecchio Leonardo Militi ha già preparato una degna introduzione. Ora non rimane che attendere la cronaca delle scorpacciate!
 
di stefano del 01/06/2007 @ 23:35:00 in viaggi, letto 2641 volte


dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 1.6.7


Mattinata in odor di santità, per l’equipaggio della Random. L’abbazia di San Benedetto Po è un continuo fluire di arcate e chiostri. L’ingresso è invece un bell’esempio di burocrazia italiana, con le gentili ragazze dell’Ufficio Informazioni che vogliono farci entrare a gratis (moto a luogo), mentre la stizzosa strappa-biglietti pretende, appunto, un biglietto.



Ma sono quisquiglie che si dimenticano subito davanti agli affreschi del Correggio o al chiostro di San Simeone. Passeggiando riemergono tutti i miei desideri monastici, i ritiri nel silenzio, la ricerca del divino nelle linee geometriche delle colonne, dei giardini, specchio dell’ordine celeste, ma poi mi diverto a stuzzicare la guida che esalta i monaci cluniacensi e la loro abitudine di dormire in camerate comuni, ricordandole che i cistercensi li accusavano di farlo per dedicarsi a pratiche contronatura. Dal canto loro, i cluniacensi accusavano i cistercensi di non portare le brache sotto la tonaca per essere subito pronti alla fornicazione e di passare le giornate a mangiare (a proposito, oggi abbiamo scoperto che un monaco medievale, vivendo tutto l’inverno senza riscaldamento, pranzava per un totale di 6-7000 calorie al giorno. Potrebbe essere un’idea per una dieta...).
Sodomiti o no, i monaci di Polirone sono stati uno dei principali motori della bonifica della valpadana e un centro di cultura di grande importanza, con uno scriptorium molto attivo e una biblioteca di notevoli dimensioni. Molto probabilmente possedevano anche una copia del De Nuptis Philologiae et Mercuri di Marziano Capella...



La nostra esplorazione del territorio è proseguita con un pranzo luculliano. Siamo arrivati alla fine stanchi e stremati, ma con gran gioia! Il pasto si è aperto, come di rito da queste parti, col sorbir d’angelo, una piccola ciotola con brodo e anoli (simili a cappelletti ma ripieni di carne) in cui si versa un cucchiaio di vino, nel nostro caso lambrusco mantovano, e si gusta come antipasto per aprir lo stomaco. Una volta aperto sono entrati anche del salame mantovano servito con polenta e lardo pistà e un trancio di anguilla fritta, giusto per concludere gli antipasti. All’Impronta, il nostro ristorante, abbiamo mangiato dei tortelli di zucca degni di questo nome, con tanto di amaretto nel ripieno! Il trionfo dell’agrodolce! E poi, già che c’eravamo, abbiamo gradito delle tagliatelle condite con la carne delle costine - davvero squisite - e abbiamo concluso, a un passo dalla morte, con del parmigiano reggiano stagionato 36 mesi accompagnato con una mostarda di pere kaiser e una composta di pomodori verdi.



Risalire in barca sarebbe stato davvero rischioso. E questo è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di lasciarla qui, a Bagnolo san Vito (sull’altra sponda rispetto a San Benedetto). Ecco gli altri:
+ ha piovuto tutto il giorno
+ le previsioni annunciano pioggia battente
+ il fiume è in piena
+ si aspetta una nuova piena nei prossimi giorni
+ l’attracco di Bagnolo San Vito è una gran bella struttura, così come dovrebbero essere tutti i moli, con una darsena a protezione del molo, un albergo - dal quale scriviamo - qualche bungalow, un piccolo bar e un servizio di fornitura benzina.

Come, direte voi, mollate adesso? E noi cosa leggeremo nei prossimi giorni? No cari amici. Un viaggio è un viaggio! E noi dobbiamo arrivare a Cremona. Dove non può la barca intervengono le biciclette. Quando anche queste cadranno sotto i colpi del fato passeremo al treno. Non ci fermeremo neppure in caso di deragliamenti, ma proseguiremo a piedi, carponi, arrancando e a nuoto, se necessario. Certo, in questo caso sarebbe difficile aggiornare il blog, ma questo è un altro discorso...

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di stefano del 04/05/2008 @ 23:21:00 in viaggi, letto 1948 volte


Qualche foto e poche parole. Il ricordo di un bel viaggio a Brescia e sul lago di Iseo. La città è molto elegante, signorile. Entriamo nel centro sotto una statua torva, che ricorda quasi un nazgul! Certo, l'auspicio non è dei migliori, ma in realtà a parte burlesche indicazioni per un parcheggio, che sembravano una partita ad Scotland Yard, la permanenza in città non ha avuto nulla di cui lagnarsi.




A partire dal tempo, sereno e ventilato, fino alla scoperta della città, sia della parte più moderna, ottocentesca, sia per le vie più antiche, in cui abbiamo girovagato alla ricerca di un ristorante. E' stata una famelica caccia verso un posto in cui sedersi e mangiare. Senza guide, consigli o indicazioni, nella speranza di voltare un angolo e dire - toh! ho trovato un'osteria, e sembra buona!
E così è successo, per una volta. All'Osteria della Zia Gabri abbiamo mangiato bene. Buoni i primi, maltagliati allo stracotto, sopra tutti, e deliziosi i secondi, tra cui spiccavano l'agnello arrosto e il fegato alla veneziana.




Non so se quello che sto per esporre sia un luogo comune, ma i bresciani sono un po' musoni. Ti guardano così, quando entri in un locale, come se dessi un po' fastidio. Più amichevoli e gioviali quando esci... Pochi sorrisi, insomma, non proprio da burberi montanari amanti della solitudine, o con la puzzetta sotto il naso per turistelli sprovveduti, ma neanche caldi e accoglienti
Unica nota di biasimo la mostra America, meta del nostro viaggio. Non tanto la mostra in sé, interessante, soprattutto la prima parte e meno la seconda, ma per l'impossibilità di portarsi dietro il passeggino per il pupo, abbarbicato in braccio per due ore come un lemure del Madagascar. Insomma, se volete le famiglie ai musei e alla ricerca dell'arte, venite un po' incontro, per quanto passeggini e marmocchi possano essere anche ingombranti.
Della mostra notevole i paesaggisti delle prime sale e le esperienze di viaggio italiane, con città semideserte abitate solo da solitarie rovine romane e pastori vestiti come Titiro e arcadi anche a fine '800: così pittoresco!

 


Il turismo del lago d'Iseo la sera ricorda la Rimini degli anni '80, con i localetti proprio a pochi passi dal lago, discoteche tamarre, gente vestita in modo alquanto discutibile e gonzi di periferia da film di Jerry Calà. Molto più bella la domenica mattina, con un po' di nuvole basse e di grigiore diffuso che dopo poche ore si apre in una calda giornata assolata. Gli incontri scontri con musoni non mancano. Come l'ilare barcarolo che non si degna neppure di dirci se è quella la barca che dobbiamo prendere per raggiungere Montisola oppure no, o le scarse notizie dei locali riguardo a luoghi mangerecci.

 

Nonostante tutto finiamo in un ristorante da comunioni e cresime, in cui siamo gli unici avventori a prendere il misto pesce di lago, mentre imperversa il fritto di mare. O esiste un canale sotterraneo che collega Iseo con l'Adriatico, o mi sfugge qualcosa. I primi sono un po' troppo pasticciati, ma il pesce dell'antipasto è molto interessante, soprattutto la tinca e il missultin.
 
di stefano del 28/05/2007 @ 23:17:00 in viaggi, letto 2500 volte


dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 28.5.7


Oggi la nostra pilotina Random ha dovuto affrontare tre terribili pericoli, persa nelle immensità del grande fiume Po.
Come prima cosa ci siamo insabbiati. A favore di corrente. Questo significa che per quanto cercassimo di spingerci fuori, la corrente ci ributtava sulla duna di sabbia. Alla fine, con un sapiente e improvvisato gioco di remo più motore siamo riusciti a disincagliarci.
Poi abbiamo cercato di fuggire da una tempesta in arrivo che alla fine ci ha travolti con vento, pioggia e onde alte. Insomma, una procella in piena regola. Non senza difficoltà siamo riusciti ad attraccare a Villanova Marchesana (versante Veneto) e a ripararci in cabina mentre infuriava il temporale.
Infine è giunto lo sconforto. Fomentato dalle previsioni che minacciavano pioggia per i prossimi tre giorni. Poi, passato lo scoramento, ci siamo ricordati d’improvviso che le previsioni del tempo sono una gran bufala, e infatti un’ora dopo ha smesso ed è uscito il sole.



Le memorie di viaggio di quest’oggi non sono positive. Non fraintendiamoci, l’esperienza della navigazione è gratificante e bella, ma la vita attorno al Po latita. Siamo l’unica barca che percorre il fiume - con rare eccezioni, le rive sono frequentate solo da pescatori e le cartine magnificano attracchi e posti di sosta con tutti i servizi, che spesso sono poco più di pontili cadenti, marcescenti, con una lunga scala metallica che porta in cima ad un argine in cui dovrebbe esserci una pista ciclabile mentre invece si svolgono test di velocità per auto di grossa cilindrata.
La tappa più a valle del nostro viaggio, Villanova Marchesana, è un triste e opaco paesotto con le vie vuote, i negozi sbarrati e un unico bar ricolmo di gente e gestito da una truccatissima barista cinese. Crespino (altra città veneta) non è neanche menzionabile mentre Polesella ha già il fascino signorile veneziano, con i colli Euganei in lontananza e una bella villa del XVI secolo proprio a ridosso dell’argine del fiume, devastati da un’orribile festa, luna park paesano anni ’80.



La vita sul fiume ha difficoltà e imprevisti. Il tempo cambia rapidamente. In mattinata ci davamo la crema solare e nel pomeriggio ci riparavamo dalla pioggia scrosciante. Man mano che ci si avvicina alla foce le correnti marine si fanno più forti e governare la barca è sempre più difficile. I segnali sono pochi e ben codificabili, sono ben sistemati ma è facile anche perderli di vista e rischiare di toccare il fondo (non in senso figurato).
Alla fine, dopo lunghe discussioni con carte alla mano, telefonate e programmi di viaggio abbiamo deciso di abbandonare il delta. Forse lasciamo indietro la parte più suggestiva dell’itinerario, ma ci siamo resi conto che la foce del Po è un viaggio a sé, da fare magari in un altro momento.



Che dire del Po in questi due giorni? E’ davvero in secca. Anche nei punti in cui il fiume raggiunge i 200 metri e oltre di larghezza c’è sempre il rischio del fondo. La fauna è bizzarra. Molte specie autoctone sono state rimpiazzate da altre di lontana provenienza, come le cozze grandi più di un pugno che galleggiano da Ferrara in poi. L’idea generale è di desolazione, di abbandono. Questo viaggio, che doveva essere un po’ all’avventura, lo è oltre ogni nostra immaginazione!

Breve parentesi. Le persone che guidano la barca sul Po sono di due tipi: i nerd - come noi - che indossano il giubbotto di salvataggio per tutto il viaggio, scrutano l’orizzonte in cerca di segnali ogniqualvolta si trovino in una zona senza indicazione, rallentano ad ogni dubbio e, comunque, s’incagliano, e i temerari che stanno in piedi sul gommone a petto nudo in posa da conquistatori ai 120 km/h ignari della direzione, delle secche e delle problematiche di navigazione.

Se vuoi leggere la versione di Michele clicca qui
da questa sera ho dato il via anche al blog enogastronomico su certenotti
 
di stefano del 04/06/2007 @ 22:30:00 in viaggi, letto 2731 volte


dal diario del capitano S Achab Fogg Rossini
data fluviale 4.6.7


Un giorno satana si presentò dal signore e disse: Chi sono quei due umani tanto pii e devoti?
E il signore rispose: Michele e Stefano.
Certo che danno le loro soddisfazioni quei due - riprese statana - ma sei sicuro che sarebbero buoni esseri umani e tuoi devoti anche nelle difficoltà?
Il signore guardò satana e rispose: Certo.
Sei così sicuro - incalzò satana - da metterli alla prova?
Certo, rispose il signore.
Scommetti? - satana ammiccò verso dio che ricambiò il suo sguardo
Allora prova a togliere loro tutte le fortune che fino a questo momento hai donato - disse - e vediamo se continueranno a seguirti.

In quel tempo Michele e Stefano stavano preparando il loro reportage lungo il Po, alla scoperta delle tradizioni fluviali e della vita lungo gli argini. Allora - satana tornò a fare visita al signore - cosa hai deciso?
Guarda - disse dio - costoro apparecchiano un viaggio lungo un fiume che essi chiamano Po. Ho mandato tre mesi di siccità, ma ancora rimangono devoti. Cambieranno, sentenziò satana.
Fu così che i due umani partirono per il loro viaggio. Falli insabbiare, disse satana. E così fu.
Manda una tempesta con vento, onde e pioggia. E il signore la mandò. Falli attraccare a Villanova Marchesana, e così accadde. Ma anche quella sera, Michele e Stefano non imprecarono e non abbandonarono il signore.
Satana ripartì alla carica. Togli tutte le pompe di benzina. E il signore le fece sparire. Distruggi i moli. E il signore li demolì. Ora fa arrivare la piena con acqua, correnti e tronchi. E i due uomini dovettero navigare tra grandi difficoltà. Eppure non tradivano la loro fede.

Satana era perplesso. Aveva mandato contro Stefano e Michele ogni sorta di avversità. Li costrinse ad abbandonare la barca, fece piovere a dirotto, chiuse le ciclabili per lavoro, fece dare dai cittadini piacentini indicazioni sbagliate, rese inservibili le carte fluviali e quelle ciclabili e li portò verso alberghi tristi. Ma nonostante tutto i due perseveravano.
Basta, disse satana al signore. Hai vinto! Quei due non demordono. Prima di andarmene, però, voglio sapere perché. Semplice, disse il signore, perché entrambi sanno che tutto quello che è successo non è avvenuto per causa mia ma per volere degli uomini. Anzi, disse il signore, per dirla tutta io neanche esisto. E scomparve in una nuvoletta.



Divagazioni bibliche a parte, oggi sono successe anche belle cose. Anzi, buone! La corte Pallavicina dei fratelli Spigaroli è un luogo che ha dell’incredibile. Qui, oltre la golena, a pochi passi dal fiume, si produce il culatello, il re dei salumi. La storia di questo salume è tanto affascinante quanto golosa. Il culatello, infatti, si lascia stagionare in un ambiente aperto e arieggiato, in modo che sia caldo d’estate e freddo e umido l’inverno. Ha un leggero sentore di cantina, conferitogli dalle muffe che lo avvolgono. Massimo Spigaroli ci accompagna nelle vecchie case e nel castello oltre la golena. Per tutte le stanze sono culatelli. Appesi a lunghe travi o ancorati a catene che pendono dal soffitto, i culatelli, bitorzoluti e segnati dalle muffe, riempiono le stanze di odori e l’occhio di voglie!



La visita non è stata priva di un terribile pericolo: oche! Da sempre, questi animali estremamente aggressivi, nutrono nei miei confronti ataviche antipatie. Astiose anche vero il loro padrone, timorose di Michele al quale non hanno dedicato attenzioni, su di me hanno avuto giocoforza. Circondato da tre esemplari che soffiavano e mostravano la lingua, uno si è avvicinato e ha iniziato a beccarmi la gamba. L’ho dovuto allontanare sferzandolo con la mia borsa della macchina fotografica. Spero che non ne risentirà una volta cucinata!

P.S. notata la foto in coppia? Rossini e Verdi!

puoi leggere una versione più gastronomica del blog su certenotti

Qui, invece, la bella versione di Michele.
 
di stefano del 04/09/2008 @ 22:20:41 in in citta', letto 1282 volte


Alcune foto fortunate sono epifanie di un luogo. Molto più delle cartoline esse raccontano, magari in modo un po' distratto e di sottecchi, qualcosa del luogo che mostrano. Come questa foto di Rimini, città dal cuore pesante e nebbioso. Eccola, bella in un tramonto settembrino col suo mare capriccioso ora calmo, con una barca che rientra, la piacevole aria della sera e sullo sfondo l'infinita scogliera di alberghi e gru, un muraglione che oscura la sottile linea dei colli appena percettibile.

Settembre e giugno sono due mesi perfetti per visitare la città. Il clima è estivo ma non torrido, le frotte di turisti sono tornate al lavoro, la spiaggia ha già un che di desolato, malinconico, e sfoggia un fascino inusitato, sottile. Basta lasciare da parte per un attimo tutti i cliché, belli e brutti, la piadina, i bagnini, fellini, i romagnoli e prendersi qualche momento per passeggiare sulla spiaggia umida, o lungo il molo, a guardare le barche che rientrano, senza far scivolare gli occhi sul divertimentificio che ogni anno diverte di meno, ma ancora funziona e ha un suo perché. Dal mare al centro si scopre una città vivibile, ammaliante e che ha il merito di rimanere bella nonostante gli scempi a cui la sottopongono gli amministratori comunali, qualche gretto imprenditore con troppi soldi e i commercianti del centro che non vedono l'ora di far saltare per aria tutta l'area pedonale del centro storico.
 
di stefano del 27/05/2007 @ 21:54:00 in viaggi, letto 2692 volte
dal diario del capitano S. Achab Rossini
data fluviale 27.5.7




Ho sempre odiato i tour operator per un motivo molto semplice: cercando di rendere sicuro e lineare un viaggio, lo si snatura e se ne corrompe il vero senso, l’avventura e l’imprevisto. Viaggiare significa soprattutto lasciare le proprie sicurezze, e me ne accorgo in modo particolare ora, appena abbandonata la riva. Abituato come sono a vivere in un’epoca in cui tutto è regolato e scandito, trovarmi su una piccola barca in mezzo al fiume mi lascia un senso di spaesamento e terrore difficile da descrivere.
Intanto siamo partiti con un giorno di ritardo. Non sabato ma domenica. I ragazzi di Pizzighettone che dovevano portarci la barca sino a Ferrara hanno scoperto a loro spese che viaggiare sul Po è più complicato del previsto, col rischio di secche, il sole che picchia, le zanzare e la stanchezza. La barca è arrivata sino a Castelmassa. E sono stati già eroici!





Nonostante tutto siamo partiti. Dopo una pioggia scrosciante e una pizza mangiata su un piccolo ristorante galleggiante, abbiamo mollato gli ormeggi e, guidando un po’ a turno, ci siamo distinti egregiamente nel non incagliarci, goderci il paesaggio fluviale - con tanto di vista su un gruppo di siluri che ci è passato accanto - e attraccare infine sani e salvi a Ficarolo, in provincia di Rovigo, sulla riva opposta di Stellata (invece nel Ferrarese)

La prima tappa si è conclusa in poco più di un’ora e mezza, nella quale abbiamo percorso una quindicina di chilometri circa (non abbiamo ancora controllato le carte). Il paesaggio è affascinante. Il fiume cambia rapidamente. Un attimo e placido e la luce si scioglie come una macchia d’olio, un attimo dopo è increspato, mosso da un vento piuttosto freddo e insistente. Ogni paese è annunciato da un campanile che spunta improvviso dietro gli argini.

La Random si è dimostrata spaziosa e accogliente. Abbiamo sistemato le bici sopra, le borse e i computer nella cabina, benzina e cime nelle tasche laterali, e ogni gavone (lo spazio sotto i sedili della cabina) è stato riempito a dovere.




La prima notte la passeremo in barca (non prima di aver cenato ad un ristorantino che suona una musica jazz calda e leggera e che ospita la nostra barca al proprio molo), e domani ripartiremo alla volta di Ferrara e Mesola, per la prima vera tappa del nostro viaggio, alla scoperta di luoghi, tradizioni e sapori. Fino a martedì scenderemo il fiume sino al delta, poi gireremo la prua e torneremo indietro, risalendo sino a Cremona.

Finora nessuna traccia di paganelloni o altre creature inquietanti, ma la notte sta scendendo solo adesso, imbrunendo l’acqua e facendo tremolare le luci...

se vuoi leggere la versione di Michele clicca qui
 
Ho comprato su ebay il cd di Bat for Lashes, da un utente di Londra.
L'ho acquistato il 30 aprile. Il 4 maggio ho effettuato il pagamento con paypal, il 5 maggio il cd è stato spedito e il 15 maggio, cioè oggi, è arrivato.

Il cd ha impiegato 10 giorni per arrivare da Londra a Rimini. Ora, siccome credo che nel 2009 non sia possibile fisicamente possibile che un pacco impieghi 10 giorni per coprire una distanza di poco più di 1000 chilometri, ci sono solo tre spiegazioni possibili.

1. La Royal mail, come molti altri istituti del Regno Unito, è attaccata alle antiche tradizioni medievali o vittoriane, e consegna ancora i plichi con corrieri a cavallo. Un cavallo, al passo, percorre circa 6 chilometri all'ora. Il pacco non era particolarmente prezioso, quindi probabilmente il corriere non faceva galoppare il cavallo fino a fargli tirare le cuoia tra una stazione di cambio e l'altra.
Diciamo che teneva l'andatura al passo. 6 chilometri all'ora, con stazioni di cambio ogni 40 chilometri. Sono 6 ore e mezzo di passo. Poi cambiano il cavallo e il cavaliere e via così 24 ore su 24 ore. turnover continuo, tanto è pieno di cavalli disoccupati che accettano qualsiasi condizione. 6 chilometri all'ora per 24 ore sono 144 chilometri al giorno. In 10 giorni: 1440 chilometri. Proprio la distanza tra Rimini e Londra secondo viamichelin!

2. Il cd viene imbarcato su un volo Londra-Rimini della Ryanair. Tempo di volo 2 ore. L'aereo parte. Il pilota si accorge che qualcosa non va per il verso giusto. I motori non rispondono, l'aereo potrebbe inabissarsi. Il capitano sa che può salvare solo una cosa. E così paracaduta il plico nelle campagne della Normandia. Qui viene trovato da un reduce della seconda guerra mondiale ancora nascosto in un bunker che, sbadatamente, pensa sia un dispaccio di guerra e si muove alla volta di Berlino. Nei pressi della linea Maginot, il reduce viene scippato da una gang di scapestrati senzadio che prendono il plico e lo portano presso il loro nascondiglio, a Cracovia. Prima di arrivare, però, un regolamento di conti tra bande sbarra loro la strada. Muoiono tutti. Il cd viene raccolto da un giornalista che stava indagando proprio sulla deriva dei valori dei giovani polacchi. Per fortuna c'è ancora l'etichetta. Ma è illeggibile! E così Al posto di Rimini, Italia, si legge Rimini, Montana, e viene spedita nella cittadina di Rimini, negli Stati Uniti. Qua, uno zelante dipendente delle poste capisce l'inghippo e la rispedisce in Italia dove arriva in un paio di giorni. Durata totale del viaggio: 10 giorni.

3. Il cd viene spedito da Londra il 5 maggio. Il 5 sera è alla frontiera con l'Italia, qui, viene trattenuto in un centro di permanenza temporanea di Domodossola da due postini xenofobi. Servono 10 giorni di febbricitanti trattative tra le due ambasciate per rilasciarlo e farlo arrivare finalmente a Rimini, mentre i due postini e Brunetta dormono sogni pacifici.
 
di stefano del 05/06/2007 @ 20:23:00 in viaggi, letto 2903 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 5.6.7


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Cremona è la mia città. L’ho capito appena le due canoe sono apparse sotto le arcate del ponte. Sulle veloci acque del fiume ho rivisto passare i miei sogni di “campus” inglese. Io, studente amante dell’università, ho subito provato una grande attrazione per un mondo che non è mio ma che da sempre mi attrae. E la stessa sensazione l’ho avuta oggi, visitando il centro sportivo proprio sulle rive del fiume, con scuola di canottaggio e vogatori attrezzati in piscina, immerso in un paradisiaco giardino ricco di piante e belle ragazze (e d’altronde, ho imparato, Cremona è la città dei turrùn (che amo), turrazz (il campanile del duomo) e tettazz (si spiega da sé)).
Io che vengo da Bologna (anche lì tre “t”, con i tortellini al posto del torrone), con le sue arcate scure e ipnotiche, ho provato una profonda nostalgia.
I miracoli del viaggio, ormai giunto al termine. Ed è bello che proprio prima della fine, come un colpo di scena atteso per troppo tempo, finalmente troviamo la nostra meta: la città del fiume. Cremona è davvero la capitale del Po. Una città che il fiume lo vive e lo sente proprio. Che lo ama e che su di esso ha fondato traffici e ricchezze (commercio del sale da Venezia) e cultura. Siamo così lontano dalla desolazione, dalla tristezza e dall’abbandono visto lungo il nostro tragitto.

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Un bel finale. Anche se oggi, mentre eravamo in bici, indovinate un po’ cos’è successo? Chi indovina vince un barattolo di mostarda Luccini. Bravi! Ha piovuto. Se passate da Rimini, centro storico, sarò felice di invitarvi a salire e farvi assaggiare quest’ottima mostarda cremonese, preparata da un’azienda giovane ma ricca di voglia e talento che oggi abbiamo visitato a Cicognolo. Niente a che fare con la mostarda dai colori acidi e abbacinanti dei barattoli da supermercato. Anzi, la mostarda artigianale, su ammissione di chi la prepara, è un po’ brutta da vedere. Ma vale la pena superare lo scoglio per gustare quel fantastico equilibrio che nasce tra la frutta candita e la senape, ottimo per accompagnare piatti salati e saporiti.

Ma in fondo, lamentele a parte, è bello pedalare quando piove. L’aria si impregna di odore di camomilla ed elettricità. Ed è sempre meno impegnativo della tredicesima fatica di Ercole: caricare le biciclette sul treno. Questa prova si effettua salendo scalini progettati per titani e poi stazionando, come profughi, nei vani del treno cercando di non far cadere le biciclette appoggiate ai sostegni. Infine, quando si scende, bisogna evitare di essere schiacciati dalla bicicletta stessa che, attratta dalla forza di gravità si spinge con foga verso la pensilina, travolgendo persone, uomini, cose e animali che trova sul proprio tragitto.

Tra pioggia e treni siamo arrivati anche da Rivoltini, produttore di torrone. Si può visitare Cremona senza parlare di torrone? Giammai! Un’azienda interessante, anche se non abbiamo assaggiato il loro prodotto di punta: il torrone tradizionale cremonese, preparato solo con miele, albume e mandorle.

Domani ultima tappa. Se il tempo ci grazia faremo un ultimo giro in barca sul Po attorno ad isola Serafini, navigando sulle acque regimentate attorno alla diga e pranzando all’osteria Cattivelli (chiusa, ma gentilmente ospitati dalla famiglia) a parlare ancora una volta del fiume e di chi lo abita, di quello che è scomparso e di quello che è rimasto, di chi pensa (e io mi aggrego) che il fiume sia stato distrutto dall’avvento dei motori che hanno spostato tutti i traffici su strada a chi (e io mi aggrego) è convinto che il fiume sia stato espropriato pezzo dopo pezzo per lasciar spazio alle industrie, distruggendo in pochi decenni secoli di civiltà. Oggi viviamo rinchiusi nelle città e ci spostiamo velocemente da una città all’altra, nel mezzo nulla, solo paesaggio dai finestrini.
Domani lo vedremo anche noi, sull’ultimo treno da Piacenza a Rimini.

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di stefano del 11/02/2010 @ 19:12:54 in giornalismi, letto 1142 volte
Loredana Alberti è la proprietaria della FUNGAR di Coriano, una delle principali aziende riminesi di coltivazioni di funghi. L'ho intervistata poche settimane fa per TRE, il mensile di economia riminese. Le domande, però, non riguardavano l'aspetto agricolo, né tanto meno quello gastronomico, ma quello sociale.

Sì, perché su oltre 60 dipendenti, 50 sono cinesi. Ed esplorando il panorama agroalimentare riminese si scopre che la situazione è più o meno la stessa per tutto il comparto: i lavoratori stranieri sono circa il 90%.
Non è, come sbandierato spesso da chi parla attraverso cliché, un lavoro rubato dagli extracomunitari. Sono lavori umili e spesso faticosi, che chi ha avuto la fortuna di studiare o di nascere in famiglie non in grave necessità preferisce non fare. Ma sono, nel contempo, una grande possibilità per chi cerca un reddito dignitoso e una vita in un paese nuovo. I numeri citati, infatti, riguardano i lavoratori regolari.

Avete avuto problemi con i lavoratori stranieri? - avevo chiesto a Loredana
No. - risposta - L'unico vero problema, soprattutto all'inizio è stato quello della comunicazione. Avere a che fare con persone che non parlano una parola della tua lingua è difficile. Per questo, da anni, organizziamo all'interno dell'azienda corsi di italiano per tutti i dipendenti. I giorni del corso il lavoro termina un po' prima. L'anno scorso, poi, insieme all'ARCI abbiamo fatto un corso sulla costituzione italiana, sul diritto sanitario, il lavoro e tutte le informazioni che potevano essere utile per un lavoratore straniero. Cerchiamo di essere vicini ai nostri dipendenti, anche aiutandoli per il disbrigo delle pratiche per il permesso di soggiorno o per la maternità.
Un altro problema, qualche volta, può essere nel rapporto familiare. Noi abbiamo una politica: cerchiamo di instaurare un rapporto col lavoratore e solo con lui. E' capitato che uomini marocchini, mariti di donne che lavoravano qui da noi, volessero venire a riscuotere per loro. A questi abbiamo sempre risposto no. Dev'essere il lavoratore a parlare con me, per qualsiasi cosa, non un suo parente.

Un imprenditrice illuminata, insomma. Di quelle di una volta, quando l'impresa si preoccupava non solo del proprio fatturato ma anche di garantire una vita dignitosa e una crescita ai propri dipendenti. E come darle torto? Alla Confagricoltura di Rimini fanno letteralmente la corte ai lavoratori stranieri. C'è da capirli! Senza crollerebbe tutto.

Eppure, a fronte di tutto questo, succedono sempre più spesso episodi spiacevoli, in cui lo stato e le forze dell'ordine si divertono a fare la voce grossa con i più deboli, a usare metodi militari per questioni civili.
Ieri ho parlato di nuovo con Loredana, per un aggiornamento, e questa è stata la sua risposta.

“Non è un buon momento. Oggi siamo in piena agitazione. Ieri pomeriggio (il 9 febbraio 2010), sono arrivati i carabinieri che hanno bloccato i nostri lavori, hanno radunato tutti i dipendenti e hanno voluto controllare tutti i permessi di soggiorno.
“Nessun problema - continua Loredana - tutto era in regola, ma il modo in cui la cosa è stata fatta mi ha davvero lasciata di stucco. Sembrava un'operazione militare! Ci hanno detto che da adesso in avanti i controlli sarebbero stati continui e che hanno cominciato da noi perché siamo una delle aziende più grandi”.

Quasi una retata, verrebbe da dire. Una di quelle che si vedono nei film che parlano della seconda guerra mondiale, ad esempio. Ieri in azienda è stata fatta una lunga riunione, insieme ai mediatori culturali, per far capire agli stranieri l'importanza di portare sempre con sé il permesso di soggiorno. Molti, infatti, lo tengono a casa, al sicuro, come una reliquia, consci che senza di quello sarebbero poco più che corpi da buttare su un aereo, una barca e di nuovo a casa. E invece devono averlo sempre con sé, perché un controllo può capitare in ogni momento, e alla prima dimenticanza sono guai.

Ma non era meglio una stella gialla sul cappotto?
 
di stefano del 19/05/2007 @ 18:58:00 in viaggi, letto 3338 volte


domenica prossima, il 27 maggio, partirò con Michele Marziani per un viaggio in barca di 10 giorni lungo il fiume Po.
Gli amici - e sponsor - dell'associazione random di Pizzighettone, che ci mettono a disposizione la loro pilotina a due posti, porteranno la barca sino a Ferrara. Da lì noi scenderemo sino al delta attraverso il Po di Volano, rientreremo nella bocca principale e risaliremo, giorno dopo giorno, sino a Cremona.

Già dalle prime foto, che ci ritraggono a scuola di barca, si possono intuire le grandi potenzialità marinaresche di questa coppia. Da consumati uomini di mare quali non siamo - ma fingiamo di essere - scrutiamo l'orizzonte con la sicurezza tipica di chi non teme nulla dai sette mari, figuriamoci da un fiumone pigro e in secca!




Ecco alcune foto, interni ed esterni, della nostra imbarcazione. Ampia e spaziosa quanto basta, la nostra "Pequod" ci scorterà per il grande fiume a visitare luoghi, e ad assaggiare le specialità e i prodotti tipici della zona. Ebbene sì! il viaggio sarà l'ennesima scusa per rimpinzarsi di leccornie. Alla fine, se mai arriveremo vivi a Cremona, Michele avrà abbastanza materiale per il suo prossimo libro e io per qualche servizio giornalistico, oltre all'impagabile esperienza di 10 giorni spartani e all'avventura.




Ora ci aspetta l'ultima settimana di acquisti di materiale di sopravvivenza, preparazione itinerario definitivo, progettazione e poi via! La nostra "Pequod" ospiterà anche due biciclette, per gli spostamenti molo-terra.



Non poteva mancare, a fine giornata, una full immersion nel fantastico mondo dei nodi, per evitare, a fine nottata, di risvegliarsi al largo di un mare magnum sconosciuto, portati da correnti avverse e da venti infingardi!

Per l'occasione del viaggio, il blog sarà aggiornato giornalmente - fatica permettendo - con il diario di bordo delle nostre avventure gastronomiche e non.
 
di stefano del 06/06/2007 @ 18:07:00 in viaggi, letto 2781 volte
dal diario del capitano S. Achab Fogg Rossini
data fluviale 6.6.7
ultima tappa


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Questa volta le biciclette le abbiamo caricate senza problemi e chiuse in uno scompartimento apposito. Siamo sul treno che ci porterà da Piacenza sino a Rimini. A casa. Undici giorni fuori sono belli, ma sono anche tanti. E la dimensione del ritorno, per quanto bello il viaggio, ha sempre un fascino impagabile.
L’ultimo giorno ci ha riportato sul Po, ancora in barca. Ma non sulla nostra pilotina che è ancora ormeggiata a S. Benedetto, ma sulla barca dell’arni. E soprattutto con un navigatore molto più esperto di noi, che arriva vicino alle rive, nelle lanche dove il Po sembra un intricato corso d’acqua thailandese, con la superficie ricoperta da lenticchie d’acqua. Verdi e onnipresenti. Il timore di veder sbucare fuori un vietcong diventa quasi palpabile. Ma alla fine si vedono, tra la pioggia (tanto per cambiare), aironi cinerini, anatre e altri uccelli d’acqua.
E’ un bell’addio. Sentito e nostalgico ad un fiume che abbiamo sfidato, un po’ con leggerezza, ma che abbiamo imparato a rispettare e a conoscere.

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Un addio corroborato dalla cucina verace di Cattivelli, vero presidio piacentino di sapori tra il fiume. La congiunzione è quella giusta. Qui siamo ad isola Serafini, la più grande isola in mezzo al Po. I rami del Po sono bloccati da due grandi dighe che regimentano l’acqua e che dividono il fiume in due grandi tronconi che per esperienza chiamerò: quello che abbiamo attraversato noi e l’altro. Ancora culatello, coppa e salame piacentino, seguiti da ottimi tortelli al burro e da un’anguilla in umido con piselli e polenta che non ha rivali tra quelle che abbiamo mangiato durante il viaggio. Mercoledì è il giorno di riposo di Cattivelli che ci ha ospitato senza risparmiarsi, accompagnandoci per il fiume, proponendoci un gran pranzo e scortandoci con le biciclette in stazione.

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L’ospitalità è stata davvero importante. Senza l’aiuto della strada dei vini e dei sapori della lombardia, quella di Reggio Emilia, gli enti e le persone che ci hanno offerto il loro aiuto gratuitamente - l’associazione Random in testa, senza la cui barca non saremmo neanche partiti - saremmo probabilmente arrivati in Croazia convinti di scoprire antiche culture padane. I ringraziamenti sono sempre retorici e si salta sempre qualcuno. Per cui mi fermo qui. Non prima di aggiungere i nostri supporti casalinghi che, come nel film matrix, ad ogni richiesta si mettevano al computer a calcolare tragitti e scovare numeri di telefono: Paola e Isabella.
E ora fate partire la musica degli Europe!

Spero non vi siate abituati troppo bene. Un articolo al giorno è troppo per me! : - )
 
di stefano del 07/12/2009 @ 17:29:50 in ghiottonerie, letto 1286 volte
Nelle storie dei monasteri medievali c'è una parte che ho sempre trovato estremamente affascinante, ed è la descrizione dei grandi pranzi delle abbazie. Si leggeva di lunghe tavolate e di file ininterrotte di piatti che conquistavano solo a leggerne il nome. Pietanze speziate, pasticci di ogni tipo e carni e paste che si susseguivano l'una alle altre senza sosta. Dalla storia alla realtà, da Tassi (tel. 0532 893030) io provo vivissima questa sensazione. Da quando lo conosco - durante il viaggio in barca sul Po con Michele Marziani nel 2007 - sono già tornato 4 volte, nonostante i 170 kilometri che dividono Rimini da Bondeno. Ma Tassi li vale tutti, pure nel caso non amiate il paesaggio ferrarese basso, malinconico, piatto a perdita d'occhio misto di foschia e grigio. Nelle guide si parla genericamente di scrigno dei sapori ferraresi, o di garante delle tradizioni, o ultimo baluardo della vera salama da sugo. Tutto vero. Ma non basta dirlo così. E neanche la targa fuori dal ristorante, messa dal comune in onore del padre di Roberto Tassi, l'attuale proprietario, fa capire fino in fondo perché.

Per me che vengo dalla Romagna e dalle Marche, l sapori di questi luoghi hanno qualcosa di inafferrabile. Dalle nostre parti i piatti sono schietti. Il salato è salato, punto. I cappelletti sono in brodo salato, la grigliata è salata, e alla fine solo il dolce è dolce. Semplice. Qui no. La cucina è complessa ed elaborata, ricca, sfumata. La cucina ferrarese è quella rinascimentale, delle corti estense. Lo è ancora oggi. Altrimenti come si potrebbe concepire un piatto come il pasticcio di maccheroni - che a parole l'apt di Ferrara mi aveva fatto odiare - in cui i maccheroni al tartufo e funghi vengono serviti in una pasta frolla zuccherata?! Sì zuccherata! E' importante dirlo, perché di solito il dolce-salato viene un po' mascherato. Sì, magari c'è qualcosa di salato avvolto in una crosta dolcina, ma non troppo. Si tende a fare in modo che il le cose non siano troppo lontane tra loro. Qui no. La parte dolce è dolcissima. E' la stessa frolla dei dolci! E questo è un piatto rinascimentale, quando le corti italiane amavano dare vita a incontri di sapori assolutamente inconsueti. A mangiarlo ci si sente quasi seduti ad una corte rinascimentale. Magari con un cappellone a strisce bianche e rosse e una serie di paggetti e consiglieri ai miei ordini che portano enormi vassoi di cacciagione e contorni.

Ma torniamo ai nostri tempi. Il servizio è molto attento, veloce, competente. Complice anche il fatto che non c'è il menù, ma sempre gli stessi piatti: quelli della cucina ferrarese, se fosse sfuggito. Il servizio è a carrelli. Ci si siede, e cominciano ad arrivare camerieri con carrelli: si comincia con degli ottimi passatelli in brodo col tartufo (altra cosa che, se la presentate a Rimini e dintorni, vi sparano a vista. In zona i passatelli in brodo non hanno aromi aggiunti!), poi i tortelli di zucca con burro e salvia (forse l'unica cosa non proprio "tipica" dato che lo stesso Tassi, durante un'intervista, ci disse che i tortelli di zucca ferraresi si condiscono col ragù. La versione burro e salvia è più mantovana e parmense), il pasticcio di maccheroni, una lasagnetta, e, per finire coi primi, le tagliatelle con ragù di salsiccia e fagioli.

Poi si arriva al momento topico: la salama da sugo. Servita come da rituale: aperta e scucchiaiata sopra un piatto di purè fumante, accompagnata da una fetta di lingua di cinghiale affumicata. Quasi superfluo dire che è ottima. E' saporitissima, sapida, speziata. Ci si perde prima nei profumi e poi nei sapori, appena stemperati dal purè. Se arrivati a questo punto (con tutti i bis del caso), riuscite ad andare avanti, c'è il carrello dei bolliti, che trabocca di cotechini, zamponi, prosciutti, lingue, manzo. Prima del carrello, però, arrivano sul tavolo le salse. La mostarda di frutta, bella senapata, il rafano, che mi ha fatto passare il raffreddore, e le classiche verdi, cipolla, peperonata. Solo una volta sono riuscito ad andare oltre e a provare il carrello degli arrosti. Ma è stato uno sforzo non da poco e non ricordo bene cos'ho mangiato. Forse ero già in coma digestivo. I dolci però li ricordo, soprattutto la coppa Tassi: una piccola porzione di mascarpone con un amaretto sul fondo. In assoluto il più buono del carrello. Insieme al caffé viene servito un altro vassoio di cioccolatini e pasticcini, immagino per il gusto di torturare il commensale. Ma alla fine si assaggiano pure questi. Il tutto innaffiato da un semplice ma efficace lambrusco tagliato con bonarda, come si fa quasi ovunque lungo il Po: cibi grassi e vini leggeri. Per quanto vi sarete appesantiti la pancia (una passeggiata sull'argine e passa tutto) ci si alleggerisce poco il portafogli. Tra le 40 e 50 euro. Non uno di più!
 
di stefano del 27/12/2009 @ 17:14:56 in giornalismi, letto 800 volte
E' raro che la realtà fornisca prove così evidenti dell'inutilità delle misure di sicurezza aeroportuali, come il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit.
Umar Farouk Abdulmuttalab, l'attentatore di Al-Qaeda era stato segnalato all'attenzione delle forze dell'ordine da tempo. Figlio di un banchiere nigeriano, era stato mandato dal padre in Inghilterra a studiare. Dopo poco tempo aveva fatto perdere le sue tracce, per seguire Al-Qaeda. Il padre, che sospettava le tendenze del figlio, lo ha fatto presente a chi di dovere, tanto che gli era stato proibito di rientrare in Gran Bretagna.

Nonostante tutto, e nonostante le ore che si perdono in aeroporto in controlli assurdi e ridicoli, si imbarca per andare in America e immolarsi sul volo.

A questo punto, gli unici due modi per rischiare di essere fermati in aeroporto ai controlli antiterrorismo sono: essere davvero brutti e con la faccia di un cattivo di hollywood, oppure tatuarsi in fronte la scritta: TERRORISTA.

Pensateci, la prossima volta che dovete prendere un volo!
 
di stefano del 19/10/2005 @ 16:51:00 in viaggi, letto 1021 volte
Andare verso Comacchio, per me, è come decidere di lasciare indietro i confini, come compiere un viaggio all'interno di un mondo in cui l'acqua e la terra non sono più nettamente divise. E' una costa che amo particolarmente, già da Cervia con le sue saline che aprono improvvisi bacini circondati da pinete e canneti. Un gioco di coste e mari: guardando verso est si intravede la linea dell'Adriatico, e verso ovest, invece, le saline delimitano la terra stretta da grandi masse d'acqua salmastra.

Salendo verso Ravenna, le certezze si fanno ancora più sfumate: fiumi, canali e bacini si susseguono come piovuti casualmente, intersecando e frammentando i boschi di pini e e vegetazione che corrono dalla costa sino all'entroterra. Ma l'acqua non è solo al fianco della terra. Qui, impera la nebbia, e la foschia sfoca i contorni delle sagome lontane nella pianura. Attraversando il Lamone, fiume che scende dall'Appennino attorno a Marradi, attraversa la medievale Brisighella e viene a sfociare qui, a pochi chilometri dalle valli di Comacchio, il fiume pare dritto come un fuso, e gli alberi sono tinti di gradazioni di grigio, a seconda della loro distanza. Gli ultimi sembrano poco più che sagome di cartone di un presepe fuori stagione. Anche la luce sembra appartenere alla nebbia. Il sole si stempera e i caldi raggi diventano una massa algida e fumosa che ripiove gocciolante sulle zolle di terra appena rivoltate e sui piccoli rigagnoli che dormono. Casolari e ville hanno perso il senso della distanza e si trovano in un generico "là", oltre le lunghe file di zolle umide. Oltre il cielo gocciolante, sembra di poterle sfiorare con la mano, ma con il timore che si allontanino in un soffice riccio di foschia appena toccate.

Tutto è fermo. Non c'è suono, odore o sensazione tra le volute metalliche dei vapori nebbiosi. Anche la macchina che corre lungo la strada sembra intrappolata tra i bordi di un bosco sempre uguale e un orizzonte vago e impreciso.

Ad un certo punto, quasi inspiegabilmente, si arriva a Comacchio, percorrendo un lembo di terra che divide, in modo malfermo, l'Adriatico dalla grande valle marina. Le case basse, i ponti che scavalcano i canali e qualche campanile che osa alzarsi sopra le nebbie: qui si vivono suggestioni difficili da comunicare. Il cielo sembra cadere vertiginosamente sui marciapiedi attorno ai canali, guardati a vista da palazzi muti e fumosi. Anche nel corso principale, con alle spalle la grande cattedrale e davanti una via in pietra che corre fino alla fine del paese, arriva un sentore di mare, di acqua e di nebbia. L'acqua corre scura e melmosa sotto le arcate rosse dei ponti e si prova una sottile inquietudine a salire e a scendere e ad attraversare ripetutamente i canali mentre qualche barca , sottile e blu, ondeggia vicino alla sponda.

La sensazione è quella dello spaesamento. A metà tra terra e mare, qui non risuonano i rumori di Venezia, non ne lampeggiano i colori. Qui sembra essersi svelato un senso ultimo e recondito, come se i mattoni delle case stessero per confessarsi e sgretolarsi sotto la minaccia dell'acqua ed ogni passo potesse portare fuori dalle vie abituali, dal contatto umano, in un grembo umido in cui, pur allungando le mani, non si arrivasse mai a toccare le pareti vischiose.

Capitale della nebbia, Comacchio e il suo entroterra ne ricalcano fedelmente gli umori e le sottili vibrazioni. Il transito è piacevole e pauroso nello stesso tempo, veloce e immobile. La malinconia siede regina al crocevia del Trepponti, guardando verso il basso mercato del pesce, oppure verso un vicolo in cui canale e strada si fondono. Salendo sull'argine delle valli, di fronte al bacino da cui la nebbia sorge e si tuffa, la città si perde e ricompone ad ogni sguardo. Come con la nebbia, una volta entrati non si vede né vuole altro.
 
di stefano del 23/06/2009 @ 14:32:07 in giornalismi, letto 992 volte
essi vivono, John CarpenterPerdonate la digressione politica, ma non riesco a non scrivere quando leggo le dichiarazioni di Franceschini:
"Risultato positivo, destra in declino!"

Va bene l'ottimismo, va bene con l'idea di arginare la storica autocritica della sinistra che spesso sfocia in autoflagellamento, va bene cercare di contenere la sconfitta, ma questo mi sembra un tantino fuori scala. Bisognerebbe poi aggiungere che la destra berlusconiana non ha vinto solo alle urne, prendendosi quasi tutte le province, ma anche fuori, dove i comportamenti arroganti e strafottenti la fanno da padrone, eredità di un modo di fare di questa classe politica davvero odioso.

Come se non bastasse Franceschini continua: "Poteva andare peggio".
In che modo poteva andare peggio? Non riesco ad immaginare scenari, se non con l'aiuto della fantascienza, come l'invasione di enormi locuste venusiane di ideologia fascista e nazista che conquistano la terra con bombe nucleari, instaurando una dittatura repressiva e sanguinosa. Ecco, questo forse è peggio. E per fortuna non è successo. Ma ciò che rimane non mi sembra proprio roseo. E soprattutto non mi sembra qualcosa di cui essere felici.

Il nuovo slogan del centro sinistra è "Ilarità demente". Sono tutti felici. A Rimini, la mia provincia, il candidato del centro sinistra, Vitali, ha vinto col 53% dei voti contro il 46%. La sinistra ha gridato di gioia, ha parlato di grande vittoria, di stacco e via di altre metafore per sottolineare il divario tra i due.
Certo, basta ignorare che nelle scorse elezioni il divario era mooolto più ampio, che la Romagna è rossa da una vita e continua ad esserlo più per inerzia che per convinzione, e che la coalizione di centro sinistra era composta da 10 partiti (che quindi hanno preso una media del 5%) e quella di centro destra da 4(che fa più dell'11% a testa).

Purtroppo la destra non è in declino, non lo è per niente.
Anzi, a proposito, devo dirvi che l'altro giorno ho trovato uno strano paio di occhiali. Occhiali da sole. Sembravano normali. Poi li ho indossati e ho cominciato a vedere cose strane. Passeggiavo per strada guardando a destra e sinistra e mi sono accorto che tra la folla giravano delle enormi locuste antropomorfe. Ho subito tolto gli occhiali. Ma non si vedeva più niente. Tutti sembravano normali. Allora li ho rimessi! Ed ecco le locuste, nella loro divisa pulita con tanto di simboli fascisti e nazisti. Sono tra noi, ho pensato. Devo avvisare qualcuno. Ho provato a guardare in tv, ma anche lì mi sono accorto che in mezzo a pubblico e conduttori, (pseudo)giornalisti e attori, era pieno di queste locuste.

Alla fine ho capito che l'invasione è cominciata. Le enormi locuste venusiano fasciste e naziste sono sbarcate in massa sulla terra!
(grazie Carpenter, creatore di miti moderni!)
 
di stefano del 31/07/2009 @ 13:14:43 in viaggi, letto 1172 volte
Quanto ci mette un mito a nascere? Già due anni bastano. Nel maggio del 2007 ho passato 12 giorni in barca sul Po, insieme a Michele Marziani, a cercare di capire cosa fosse rimasto della cultura del fiume. Un viaggio molto bello, un'esperienza ricca, ma che diede dei risultati deprimenti come esplorazione.
Il fiume era abbandonato, violentato e lasciato a se stesso, preda di chiunque volesse abusarne e farne le peggiori cose. Chi cercava di salvarlo lo faceva per conto proprio, portando avanti qualche tradizione che probabilmente non gli sarebbe sopravvissuta, o se sì, non per molto.

Ma in me, quei ricordi si erano già confusi e in parte erano sfumati a creare un mondo in qualche modo affascinante. E così, la scorsa settimana, quando sono tornato insieme a Michele, Luca e Carla sul fiume per preparare un nuovo booktrailer, mi è ricaduta sotto gli occhi la vera realtà.
Il Po è il nulla. Abbiamo girato ore senza incontrare nessuno. Né un locale aperto, né una persona, niente sul fiume. Solo centinaia di case semi-distrutte lasciate al loro destino. La vita prosegue solo oltre l'argine, che sembra un  muro invalicabile che tiene fuori un mondo che non si vuole.
E' più probabile che le tribù dei galli scese dalle Alpi e intenzionate a saccheggiare Roma nel 300 avanti Cristo avessero trovato più passanti, chioschi e imbarcaderi di quanti ne abbiamo visti noi.

Non che la cosa non abbia fascino. In realtà tutto il fiume e le sponde sono un luogo selvaggio, fuori dagli schemi. Un posto di frontiera, così come frontiera oggi, è qualsiasi luogo non sia raggiungibile da una strada. La nostra vita passa nei luoghi raggiungibili dalla macchina. Tutto il resto è frontiera, dimenticanza, abbandono.
Lo è anche il Po. Molti di quelli che ci vivono lo tengono a distanza. Se non guardi oltre l'argine, il fiume non esiste. La verità è che del fiume importa poco a tutti. Per la maggior parte il Po è solo un fastidio da attraversare, uno spiacevole nastro d'acqua che interrompe i programmi e divide il paese in due, e i ponti sono sempre pochi. Per chi lo ama, c'è poco da fare, se non stare lì a guardarne l'agonia senza poter fare poi tanto. Io lo amo e ne scrivo. Altri fanno la stessa cosa. Qualcuno lo ama così tanto da viverci.
E li conosci e li apprezzi. Ma più li senti parlare del loro amore, più ne percepisci i sentimenti, e più ti intristisci perché è come guardare un amore impossibile. Come un film francese. Che lo guardi ma tanto sai che la storia finisce male.

E allora è piacevole passare una serata alle Occare, una piccola oasi, vicino ad Argenta, in cui il fiume acquista di nuovo dignità, storia, realtà. Qui si sentono i profumi dei prodotti del fiume, se ne gustano i sapori, e si può dormire in un luogo plasmato dal fiume stesso.
Il riso, il caviale di storione, le zucchine, i meloni, i vini delle sabbie - tutto parla del fiume. Si sente la passione di chi ha deciso di vivere qui e di far vivere i prodotti del fiume. Come Cristina, proprietaria dell'agriturismo, o Mirco, che dà vita a vini davvero inaspettati e godibilissimi.

Ma quando esci, la mattina dopo, e torni sulle strade principali, l'idea è quella di aver fatto un bel sogno. I ricordi ancora una volta si confondono, le sensazioni si fanno disordinate e l'unica cosa di cui ci si accorge, e che nonostante tutte e campagne degli assessorati al turismo, delle pro loco e delle compagnie di viaggio, mondi interi sono scomparsi, e non ne è rimasto quasi più nulla. Il resto sono oasi e musei all'aperto.
 
di stefano del 07/11/2008 @ 12:50:32 in appuntamenti, letto 1257 volte


Altre due presentazioni per il libro-racconto di viaggio Lungo il Po.

Domenica 9 novembre, alle 17, saremo ad Argenta, provincia di Ferrara, al Piccolo Teatro Centro Culturale Mercato in piazza Marconi, 1. Dopo la presentazione ci sarà una degustazione dei vini delle sabbie di Mirco Mariotti.

Mercoledì 12 novembre, alle ore 21.00 saremo invece alla libreria Indipendentemente Interno 4 (via Di Duccio 26, dietro piazza Malatesta) per una serata più conviviale, intima e riminese. Ovviamente siete tutti invitati.
I racconti di viaggio saranno accompagnati dalla proiezione di foto e - a Rimini - dalle letture di Paolo Vachino.

Ringrazio Mirco Mariotti e Andrea per la gentile ospitalità!
Qui, la notizia sul sito di Michele
 
di stefano del 17/08/2009 @ 12:01:28 in giornalismi, letto 1178 volte
Ma che diavolo succede in questo paese? Non si fa in tempo a tornare da qualche giorno in campagna che subito ci si trova immersi in una situazione al limite del surreale - sempre meno surreale e sempre più reale.
Passeggiando in piazza Cavour, centro di Rimini, un vecchio a piedi sorpassa un ragazzo di colore che porta a mano una bicicletta e gli dà del negro. Così gratuitamente, senza tante motivazioni. Ma in effetti servono motivazioni? Se uno ha la pelle scura ha la pelle scura. Questo, giustamente, si incazza e gli dà dell'ignorante e dell'imbecille. Ma il vecchio lo ignora e se ne va. Il ragazzo alla fine viene trattenuto da un altro che gli consiglia di lasciare perdere.
Gli lancia un ultimo ignorante. Ma il vecchio, con tutta la saggezza della vecchia generazione, quella legata alle buone vecchie tradizioni e al bel mondo che non c'è più, riesce a voltarsi un'ultima volta e a dirgli: tornatene in Africa. Ora, non è che uno, solo perché ha la pelle scura viene dall'Africa. Magari è americano, chissà. Ma questo al vecchio non importa. L'importante è che nessun vero italiano è negro, di conseguenza quel tipo non è italiano. Ergo che se ne torni in Africa! Punto.
Ma che diavolo succede in questo paese? Vecchi rincoglioniti e arroganti che vanno in giro a vomitare il loro razzismo (qualche mese fa era uscita sui giornali la notizia di un vecchio che aveva spinto una ragazza di colore, alla fermata dell'autobus, dandole della negra e poi scappando via), altri vecchi rincoglioniti che invocano l'uso del dialetto e gli inni regionali nelle scuole. Il dialetto? Questo paese ha impiegato un secolo a cercare di smussare un po' i regionalismi e ora ritiriamo fuori il dialetto e gli inni regionali? E poi qual è l'inno regionale Emiliano Romagnolo? Un'ode ai tortellini? al comunismo?
Io non ne posso più di questa gente ignorante e arrogante, che viene presa per il culo dai centri commerciali, dal capitalismo selvaggio, da una politica fatta da puttanieri e l'unica cosa che riesce a concludere è che sia colpa dell'immigrazione e dei negri! Ma oh? Ma davvero queste sono le uniche conclusioni possibili? Ma uno sforzo no?
Mi sembra davvero che l'uomo sia un animale tragico, costretto a ripetere i propri errori all'infinito. Ma che palle! Basta! Io non la voglio questa ridicola identità italiana fatta di ristrettezze mentali, di piccolezze, di dialetti, di campanilismi, di rabbie represse e odi verso il mondo. A me è sempre piaciuto questo paese perché da millenni è stato un porto per tutti. Prima dei romani c'erano mille popoli diversi, etruschi, celti, liguri, messapi, dauni, peucezi, apuli, umbri, piceni, veneti, latini, enotri, e altri mille. Poi dopo la pausa romana ne sono scesi altre vagonate, e sono questi, e solo questi continui apporti nuovi che hanno creato una cultura ricca e aperta, almeno fino al rinascimento, poi è finito tutto e siamo divenuti un popolo di contadini legati alla propria zolla e con lo sguardo che non riusciva a superare il crinale più vicino.
Io vorrei sentirmi almeno almeno Europeo e Mediterraneo, per non dire il trito e ritrito cittadino del mondo, che fa un po' figlio dei fiori, ma secondo me ha ancora un suo significato. Oppure rispolveriamo il concetto giacobino della fratellanza, quello della rivoluzione francese (magari senza tagliare teste, anche se quel vecchio faceva venire la voglia...)

Osservo tutto questo mentre passeggio con mio figlio, di 3 anni e mezzo, e provo a pensare quale sarà il suo futuro. Italiani difensori delle tradizioni che cercano di resistere all'ondata di africani che sbarcano e conquistano il suolo italico palmo a palmo. Badanti che si svegliano la notte per sgozzare gli inermi vecchi che dovrebbero accudire. Cinesi che nascondono all'interno dei loro ristoranti basi segrete e teste di ponte per invadere il paese. Rumeni in perenne erezione pronti a stuprare qualsiasi figlia di Scipio passi per la via.
Se tutto va bene, potrei essere già morto, per quel giorno. Ma non vorrei morire troppo giovane.
 
di stefano del 23/10/2008 @ 11:35:06 in appuntamenti, letto 1423 volte
Lo scrivo con un po' di emozione, anzi, con molta emozione (nonostante si perda il gioco di parole): è uscito, per i tipi della Guido Tommasi editore, il libro resoconto del viaggio sul Po fatto, lo scorso anno, da Michele Marziani e dal sottoscritto.

Per ripercorrere le tappe di quell'incredibile viaggio, di cui conservo un bel ricordo, ho aggiunto un piccolo box, nella colonna di destra, con i link ai post del blog scritti ogni sera dalla mitica pilotina Random durante il viaggio.

Ma torniamo al libro. Lungo il Po è il racconto di quel viaggio. Ma è anche molto di più. E' la storia del fiume come l'abbiamo vista, scoperta e sperimentata noi attraverso 11 giorni di viaggio in barca, in bici, in auto e in treno, lungo 300 chilometri di fiume, dal delta sino alle chiuse di Isola Serafini, a Cremona.
E' la storia di una via d'acqua oggi dimenticata così come la ricorda chi l'ha vissuta e chi ha deciso di viverla oggi, nonostante tutte le difficoltà che questo comporta. E siccome al viaggio itinerante si è accompagnato quello gastronomico (anche di quello ho ancora un ottimo ricordo!!! In questo articolo su sinequanon ho segnalato i ristoranti per me imperdibili), il libro contiene anche numerose ricette fluviali e le storie delle eccellenze gastronomiche che nascono a contatto col fiume.
La parte narrativa è tutta ad opera di Michele, foto e copertina sono mie.

Sabato 25 ottobre saremo a Firenze, a Degustibook, a presentare e a raccontare il libro e il viaggio. Alle 17.00. Qui il programma.

Che altro aggiungere? Be sì, visto che sono ormai arrivato a metà approfitto per dire che sto scrivendo anch'io un libro sul Po, che altro non è che la versione surreale del nostro viaggio, un po' come la si può trovare qui!
 
di stefano del 24/08/2005 @ 09:44:00 in viaggi, letto 1107 volte
La letteratura che si richiama e si cita in un circolo di continui rimandi ha un un fascino davvero irresistibile.

Questo è un breve stralcio dell'ottavo capitolo di Moby Dick, di Melville. Ismaele, prima di imbarcarsi, si è recato nella chiesa dei balenieri. Qui, un prete piuttosto vivace ed ex marinaio, sta tenendo il suo sermone. Il parallelo con la situazione odierna è lampante. Questa è davvero la migliore risposta alle leggi contro le immigrazioni che bloccano i poveracci, ma mai i grandi affaristi.

L'omelia del prete riguarda le peripezie di Giona.

"Ora, compagni, il capitano di Giona era uno di quegli uomini sagaci che capiscono subito se uno è colpevole ma per la loro cupidigia denunciano solo i poveri. Su questa terra, compagni, il peccato che paga può andare in ogni luogo e senza passaporti, mentra la Virtù, se è povera, viene fermata a tutte le frontiere!

"E così il capitano di Giona s'accinge a sperimentare la profondità della borsa di Giona prima di giudicarlo apertamente. Gli chiede il triplo della somma consueta e l'altro accetta. Allora il capitano è sicuro che Giona è un fuggiasco, ma nello stesso tempo si risolve di aiutare una fuga che si selcia la strada con l'oro".

(trad. Cesare Pavese)
 

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Lungo.il.Po

Tutte le tappe del viaggio in barca dal delta del grande fiume sino ad isola Serafini (comprese le lezioni di navigazione e gli incontri)

ritorno sul luogo del delitto! (19.6.07)
il tassello mancante (25.10.07)
la terra trema
la terra ha tremato
Popopopopopopo

Po.Link

l'articolo su Espresso-Repubblica (con appendice fotografica)
l'audio dei nostri interventi a La Terra Trema
il libro

Po.Flickr
Le foto del viaggio sul Po. Vai direttamente alla pagina cliccando qui. Sotto una preview dello slideshow


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23/09/2017 @ 14:47:04
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